Nel corpo, oltre il corpo

Dentro la trappola la Vita vive l’esistenza delle anime prese in trappola. Si adatta rapidamente e completamente alla Vita in trappola. Questo adattamento è così totale che della Vita nel paradiso rimane solo un debole ricordo.1

La rinascita del corpo

Luca Signorelli, *La resurrezione della carne* (1499-1502), Duomo di Orvieto

Corpi in rinascita, corpi che tornano o, per meglio dire, ritornano in vita nel pieno del loro dinamismo e vigore fisico. Essi si muovono, si abbracciano, si rialzano e guardano in alto. Guardano lassù e odono lo squillo delle trombe che annuncia la loro resurrezione, il loro trovarsi o ritrovarsi presso Dio. Ai lati dell’affresco vi sono degli scheletri e sotto i piedi giacciono dei teschi: ormai la morte è lontana, essa guarda inerme la vita che rifiorisce, la carne che si mostra in tutto il suo splendore e, senza paura né falso pudore, glorifica se stessa e glorifica Colui che l’ha creata e l’ha fatta risorgere. L’affresco di Signorelli2 appare come un inno alla vita, un inno al ritorno alla vita, alla gioia di essere nel corpo, di mostrarlo e di muoverlo, la schiettezza e il coraggio di guardare in alto e di lasciare la morte dietro di sé. La morte, rappresentata dagli scheletri, può assumere una duplice valenza: essa è ormai impotente nei confronti della vita e della carne, oppure essa attende di essere redenta, aspetta di trasformarsi in carne viva, sangue, movimento. Sorprendente è la muscolatura definita e vigorosa dei corpi che, coerentemente con la concezione rinascimentale dell’uomo, sembra dimostrare la propria presenza, forza, umanità, ma anche dinamicità, salute, pienezza, armonia. È come se l’uomo, riacquisita la pienezza delle proprie forme corporee, fosse finalmente libero di guardare in alto, di recuperare la propria dignità e carnalità all’interno di un’atmosfera celestiale che invita ad alzarsi, a vedere, udire, muoversi, amarsi. Le loro membra possono finalmente recuperare tutta la magnificenza, ma al tempo stesso possono anche volgere lo sguardo verso gli altri, i propri simili. Un triplice movimento di sguardo definisce meglio la scena: lo sguardo rivolto verso l’alto, lo sguardo verso i propri simili che si abbandona in un affettuoso e tenero abbraccio, e lo sguardo in basso che indica forse ciò da cui si sta emergendo, cosa si sta lasciando alle spalle, ma anche il braccio e la forza che aiutano a risollevarsi.

Il nome della nostra carne

L’essere in un corpo è l’unica certezza che si ha nella vita. Viviamo nel corpo, viviamo con il corpo, in esso avvengono trasformazioni, meccanismi, significazioni che ci tengono in vita o che pongono fine alla nostra vita, ci mantengono in salute o al contrario ci fanno ammalare. Essere nel corpo significa poter percepire la vita dentro e fuori di noi, muoversi, sentire il dolore, l’allegria, la tristezza, la rabbia. Tutto avviene nel corpo, tutto ciò che riguarda la nostra vita si manifesta nella carne, nel sangue. E per quanto appartenente a tutti gli esseri umani, dacché esiste l’umanità, ogni corpo è personale, diverso, porta in sé il marchio della propria particolarità, dell’essere appunto il mio proprio corpo. L’essere determinati e delimitati dal corpo comporta due percezioni precise ed evidenti: il senso di fragilità e transitorietà, quest’ultima legata al tempo che la trasforma, la modella, la lega inesorabilmente a sé attraverso i ritmi biologici e il senso di partecipazione agli eventi dell’esistenza e del suo essere nel mondo, nell’essere insieme agli altri, nel subire l’interazione con essi. Tutta la dinamicità fisica dà il senso della propria appartenenza al proprio specifico corpo, alla sua peculiare forma, presenza, autoconoscenza e percezione. Il nostro nome è il nome della nostra carne.

Seppur nella sua evidente immediatezza e datità, è proprio con il corpo che sentiamo estraneità, disagio, impotenza. Sembra quasi che con il corpo non tornino mai i conti, che esso possa giocare un brutto tiro da un momento all’altro e che ci tradisca anche quando ce ne prendiamo la massima cura. Come se ci sfuggisse sempre di mano, come se dovessimo tenerlo e tenerci continuamente a bada per non incorrere in eventi imprevedibili, misteriosi, che possano uscire dal nostro controllo, dalla nostra guardia, dal nostro orizzonte.

La corporeità non ha impegnato da sempre solo la medicina, la filosofia, la religione e tutte le possibili arti umane, ma ci chiama costantemente in causa, ci obbliga a pensarci, a percepirci, a guardarci come e attraverso il corpo, il nostro corpo. Esso ci limita, ci delimita, ci permette di avere una nostra peculiare fisionomia. Ogni nome proprio di persona si riferisce alla sua fisionomia, a quel viso particolare, a quella carne. Sarà per questa vitale importanza che nel Cristianesimo il corpo assume un significato particolare. Di fatto, il Cristianesimo non è e non può essere solo la religione dell’anima, poiché quest’ultima, nella sua immortalità, era stata già ampiamente trattata dalla filosofia precedente, in particolare dalla filosofia platonica. Il Cristianesimo dà per scontata l’immortalità dell’anima e perciò concentra il proprio messaggio sulla presenza, potenza, bellezza e perfino resurrezione del corpo unito a essa. Essa è chiamata «religione del corpo» perché di fatto essa santifica, guarisce, rende immortale il corpo, la carne.

Desidero portare l’attenzione proprio su questo aspetto fondamentale che è anche l’essenza del Cristianesimo come religione, ma anche e soprattutto come esperienza: l’importanza che riveste il corpo umano alla luce del progetto della creazione e della redenzione. L’incarnazione di Cristo, il suo presentarsi, apparire, vivere nel mondo in carne e sangue dimostra la bellezza e la potenza della carnalità. Dio si fa carne e sangue e si offre come carne e sangue per diventare a sua volta la nostra carne e il nostro sangue. Ciò che il Cristianesimo offre di assolutamente nuovo e di immenso è restituire al nostro corpo la dignità della sua presenza, del suo essere in vita come anche del suo ritornare in vita; la restituzione della vitalità e della tensione e dell’apertura incondizionata verso l’esistenza, gli eventi, il mondo, i propri simili per giungere infine all’abbraccio totale e infinito di Dio. Il corpo è apertura, è disponibilità che necessita di rinnovamento continuo e di desiderio ardente, che attraverso la fisicità si sporge al di là dei propri stessi confini. Il corpo di Cristo è la massima tensione della vita che si espande all’infinito, incorporando nella sua stessa carnalità la carnalità dell’uomo che a sua volta si espande, si tende, si risana e recupera la sua naturale potenza e bellezza. Il Cristianesimo dà luce al corpo perché è nel corpo che noi percepiamo la nostra essenza, la verità, l’amore, Dio. Un corpo sano significa appunto sentire in sé, nella propria carne, la voce di Dio che la muove, la chiama alla vita, la strappa dall’inerzia e dalla paura affinché si erga coraggiosa, appassionata, amorevole e potente in seno al mondo e con sguardo dolce e leale verso gli altri. Non a caso nelle preghiere della comunione si fa continua invocazione di questo: «… risana o Dio il mio corpo … purifica le mie membra». E i miracoli del Vangelo sono miracoli di guarigione del corpo dalle proprie infermità. Questo per indicare sia che l’infermità fisica è limitante all’attività dell’anima, ma anche che il male dell’anima ha conseguenze dirette sul corpo.

Il corpo concepito in tal senso ha un duplice movimento: un movimento verticale, verso Dio, il nostro progressivo innalzamento e progresso spirituale, e orizzontale, il nostro movimento verso gli altri, l’amore da sentire e dimostrare al prossimo. Ciò che offriamo al prossimo è proprio il dono della nostra specifica conformazione corporea, del nostro viso, delle nostre espressioni, dei nostri movimenti, della nostra istintualità che viene alla luce. La concretezza della nostra esistenza si manifesta nel corpo che si muove, abbraccia, tocca, sorride, guarda. Questo è il vero dono: il dono della propria carne che si offre ed esprime se stessa in maniera tale da diventare accrescimento di vita, amore, dinamicità. Non a caso Cristo offre il suo corpo, ovvero offre se stesso come corpo e sangue affinché esso diventi per noi motore che mette in moto la nostra stessa carne e la chiama potentemente e ripetutamente alla gioia, allo sforzo di affinamento costante e progressivo della percezione, sensorialità, della capacità di espansione d’amore, ma anche del recupero della profondità, serietà. Vi è da dire che la realizzazione completa della legge biologica che governa i nostri corpi potrebbe apparire nel Cristianesimo anche come oltrepassamento della legge medesima: come se le possibilità naturali del corpo umano fossero in grado di superare la natura stessa e oltrepassarla. Il Cristianesimo porta in sé questa particolare duplicità esperienziale e spirituale: è essa adempimento perfetto della natura oppure oltrepassamento di essa? La promessa della resurrezione dei corpi appare in una luce che potrebbe indicare sia che la natura nasconde in sé la possibilità di un rinnovamento continuo e assoluto dell’uomo, sia che l’uomo obbedendo e sottomettendosi alla legge biologica, e quindi naturale, in realtà la oltrepassa e va incontro a possibilità misteriose e imprevedibili alla nostra umana percezione.

La deformazione contemporanea del corpo e la teoria di Wilhelm Reich

La nostra contemporaneità è dominata totalmente, inesorabilmente, confusamente dal corpo. Il degrado che il corpo umano ha subìto e che va accelerandosi a vista d’occhio pone interrogativi e inquietudini sempre più grandi che riguardano ognuno di noi, ma al tempo stesso vanno oltre la nostra portata, avendo esse anche e soprattutto carattere sociale, economico, politico. Questo corpo appare sempre di più un involucro indefinito che non riesce più ad esprimere la propria presenza e pienezza vitale, ma si è rifugiato sempre di più entro se stesso, le proprie angustie, quasi per proteggere quel poco che rimane di sé e della propria autenticità e verità. Non vi è più apertura appassionata e coraggiosa verso l’esistenza, ma una deformazione delle proprie strutture più profonde e umane, che ora si ripiegano su di sé, ora si offrono inconsapevolmente e fatalmente alle logiche della nostra epoca, e ora si annullano in un confuso ideale di «Nirvana» e di assenza totale di emozioni, moti, passioni. I nostri corpi diventano sempre più anonimi e questo anonimato paradossalmente acuisce sempre di più l’isolamento, l’impotenza, la perdita progressiva delle nostre possibilità fisiche, dunque interiori. A questo si accompagna sia una profonda insicurezza verso la nostra struttura fisiologica, sia una graduale deformazione dei nostri istinti, desideri, movimenti. L’uomo non riesce più a sentire la vita dentro di sé, perché la verità stessa del suo corpo gli è ormai estranea e inaccessibile. Da decenni ormai la filosofia, la psicologia e tutte le scienze umane mettono in evidenza tutto questo, eppure oggi più che mai vi è un’accelerazione della distruttività del corpo che ci lascia sempre più interdetti. Verrebbe da chiedersi se oggi abbia ancora senso parlare di natura, legge biologica, carnalità, o se invece non si sia arrivati a un punto in cui le domande stesse appaiono banali e inutili e forse si dovrebbe accettare con rassegnazione la fine dell’uomo e di tutto ciò che ha rappresentato finora dacché è apparso sulla terra. Vi è da chiedersi se l’uomo abbia ancora possibilità di esistenza e di vera umanità, o se invece è ormai superato, ingombrante, e utile soltanto come estensione meccanica e informe di una società altrettanto meccanica e informe.

È come se fossimo già andati oltre: verso un mondo senza più l’uomo. Un mondo che può anche funzionare e andare avanti senza l’uomo, perché ormai il suo corpo, la sua soggettività sono state annullate fattualmente e fatalmente. La possibilità di vivere e di sopravvivere può avvenire soltanto attraverso un recupero vero, profondo, totale della nostra corporeità che si traduce in un «venir strappati dalle tenebre» di questi tempi bui. Ci si inganna se pensiamo che oggi vi è la massima cura del corpo e della salute: è vero che vi è un proliferare continuo di attività, palestre, centri estetici e ogni sorta di struttura atta al miglioramento di sé e del corpo, ma tutto questo sottostà alle logiche meccanicistiche e capitaliste della nostra epoca: i corpi vengono modellati «dall’alto» in base alle immagini che più si addicono al clima che respiriamo. Non vi può essere accrescimento di vita inteso in senso pieno del termine, ma solo un modellamento meccanico di sé secondo un modello già costituito. È un corpo che mira soltanto a dare una parvenza di vitalità e di movimento. Il modellamento estetico della carne è diverso dalla guarigione della carne intesa in senso pieno come ritorno alla vita. È a tal proposito che sarebbe utile e interessante chiamare in causa un autore che purtroppo è stato dimenticato, o compreso soltanto parzialmente o addirittura deformato nel suo pensiero e nelle sue ricerche scientifiche: Wilhelm Reich.

Medico, psichiatra, psicanalista austriaco di inizio Novecento, nonché allievo di Freud, il nome di Reich appare legato ai movimenti giovanili del ’68 e alla cosiddetta «rivoluzione sessuale» che si protrae fino ai nostri giorni. In realtà Reich è stato il più prolifico e affascinante rappresentante di un pensiero non solo originale, rivoluzionario e serio, ma è forse uno dei pochi autori che ci permette di far chiarezza sul nostro tempo; il suo lavoro immenso e scrupoloso ha soprattutto offerto al mondo dettagliate e preziosissime informazioni sui meccanismi del nostro corpo e sulla sua dinamicità intrinseca e naturale. Il più fedele e leale seguace della teoria freudiana della libido e della lotta fra sessualità e civiltà, egli estende le sue teorie molto più in là del maestro, arrivando a dimostrare nella concretezza il funzionamento delle leggi biologiche e delle pulsioni che ci abitano.

Il merito fondamentale di Reich è la scoperta della cosiddetta «corazza caratteriale», ovvero una sorta di blocco dell’energia vitale all’interno del nostro corpo che si viene a creare in seguito al freno dei nostri istinti per paura della loro potenza e incontrollabilità. Fra le principali pulsioni che vengono impedite sono l’aggressività e il piacere. Quest’ultimo, in particolare, crea una sorta di barriera più o meno grande fra la parte superiore e quella inferiore del nostro corpo creando disagio, disarmonia e dolore. Tale blocco, producendo stagnazione energetica, comporta una graduale riduzione della motilità corporea e un profondo indebolimento del nostro organismo e della forza vitale che la governa. Il risultato è un corpo sempre più impedito nei propri movimenti, sempre più incapace di provare piacere ma al tempo stesso sempre più timoroso, rabbioso e debole nei confronti della vita e dei propri simili. Ciò che egli chiama indebolimento orgasmico altro non è che l’impotenza dell’organismo a percepire il piacere della vita e dell’amore, ma anche e soprattutto l’impotenza di affermarsi e affacciarsi in modo coraggioso, schietto all’esistenza. È un andare incontro alla morte sia in senso biologico sia in senso spirituale. La struttura fisiologica e biologica dell’uomo già allora (siamo negli anni ’20) appariva a Reich un riflesso della struttura meccanica della società. Più il mondo diventa tecnologico e meccanico e più questa si riflette e si inscrive all’interno del corpo, comportando un rafforzamento della società medesima nei suoi aspetti più distruttivi e disumani.

Più l’essere umano è impedito nei suoi movimenti e nella sua forza vitale e più diventa incapace di realizzare e dirigere la propria esistenza, di soddisfare la propria esigenza di pienezza e felicità. Restituire all’uomo, e quindi al corpo, tutte le possibilità di movimento e piacere significa riportarlo in vita, restituirlo a se stesso. La sessualità umana comincia ad assumere un significato più ampio e profondo, e per dirla con le sue parole: «La conoscenza della legge dell’amore porta alla conoscenza della vita e la conoscenza della legge della vita porta alla conoscenza di Dio».3

La carnalità viene analizzata e intesa come pienezza di vita e di piacere, che lungi dall’essere il piacere anonimo e degradato e volgare è il piacere di sentire il proprio corpo e di essere in un corpo. Una siffatta percezione corporea crea le condizioni affinché l’uomo si apra alla vita e agli altri attraverso la potenza del proprio sentire, della flessibilità di movimento, della sempre più raffinata percezione dei propri impulsi interiori, ma anche e soprattutto della sua capacità di esprimerli in maniera completa e adeguata. È vita che si espande. È vita che nell’espansione di sé realizza e rafforza sempre di più la sua peculiarità più propria, ma al tempo stesso percepisce le basi biologiche e la struttura comune che condivide con gli altri. In virtù di questa conoscenza e autoconoscenza è in grado di sviluppare una naturale e spontanea generosità e lealtà verso gli altri. La distruzione della corazza caratteriale formatasi in seguito alla repressione dei propri istinti vitali comporta una percezione energetica che risana e fortifica il corpo e quindi l’uomo. In tale maniera l’uomo si riappropria di sé, della sua più vera essenza, e fortifica le sue basilari strutture biofisiche.

Due sono i processi fondamentali del corpo umano (ma anche di tutti i processi che avvengono nel regno animale e vegetale): il processo della contrazione e quello della distensione. In Teoria dell’orgasmo Reich scrive:

Tutti gli impulsi e le sensazioni biologiche possono essere ridotti alle funzioni fondamentali dell’espansione (allungamento, dilatazione) e della contrazione (costrizione) […] si constata che il parasimpatico opera ovunque vi sia espansione, allungamento, iperemia, turgore e piacere. Viceversa, si trova che il simpatico opera dovunque l’organismo si contrae, ritira il sangue dalla periferia, presenta pallore o prova angoscia e dolore. Se facciamo un passo avanti constatiamo che il parasimpatico rappresenta la direzione dell’espansione (oltre se stessi, verso il mondo), del piacere e della gioia; mentre il simpatico rappresenta la direzione della contrazione (via dal mondo, ripiegamento su di sé), del dispiacere e del dolore. Il processo vitale si svolge dunque in una continua alternanza di espansione e contrazione.4

Troviamo qui la scoperta di un meccanismo fisico operante all’interno del nostro organismo e che corrisponde al sistema simpatico e a quello parasimpatico. Essi non sono solo sistemi nervosi che regolano i nostri organi, ma determinano anche i modi di essere nel mondo e di esprimere determinati atteggiamenti. I due sistemi si alternano dentro di noi in un raffinato meccanismo di espansione e contrazione. I problemi sopraggiungono quando prevale soltanto uno o l’altro. L’estensione di sé, che si innesca una volta attivato il sistema parasimpatico, rappresenta il movimento dell’andare verso il mondo, di estendere la propria energia e di investirla nel lavoro, in un’attività, nel contatto con gli altri, in tutto ciò con cui ha a che fare come oltrepassamento di se stessi e dei propri confini; questo accade in virtù del fatto che il sangue viene spinto verso la periferia. Quando invece è in azione il sistema simpatico, si osserva un ritiro del sangue dalla periferia al centro. Un’altra descrizione molto efficace di Reich è questa:

Nel piacere, il cuore si allarga (dilatazione parasimpatica) e la sua pulsazione è piena e tranquilla. Nell’angoscia il cuore si contrae ed il suo battito si fa rapido e forzato. Nel primo caso il cuore spinge il sangue attraverso i vasi sanguigni dilatati, ed il suo lavoro è quindi facile; nel secondo caso, esso deve spingere il sangue attraverso vasi sanguigni contratti ed il suo lavoro è quindi faticosa. Nel primo caso, il sangue è distribuito prevalentemente nei vasi periferici; nel secondo caso i vasi sanguigni contratti lo respingono in direzione del cuore. Ciò spiega con immediata evidenza perché l’angoscia sia accompagnata da un senso di oppressione e perché l’oppressione cardiaca porti all’angoscia.5

Tutto in natura dunque si dilata e si contrae, come in una sorta di respiro cosmico, per usare una metafora molto efficace degli Stoici. Nel corpo umano questo processo si fa più evidente perché noi percepiamo con immediatezza questo ritmo. Qualsiasi elemento perturbatore di questa dinamicità fisiologica comporta al tempo stesso una disfunzione non solo organica ma anche psichica e spirituale. Ciò che Reich richiama a varie riprese e condanna è il fatto che al corpo umano è venuta meno questa naturalità e semplicità biologica, che è poi la base strutturale della sua vita; e ciò è dovuto alla creazione di un’armatura muscolare (e di conseguenza psichica) che impedisce il fluire spontaneo e libero di questo processo. Ciò è ampiamente osservabile nelle contratture muscolari, che creano una sorta di cortocircuito impedendo al sangue di fluire in tutto l’organismo e ne limitano ampiamente i movimenti. Questa armatura viene di volta in volta creata e rafforzata non solo in seguito a vicissitudini personali, ma anche ad opera della società che ordina quali istinti far emergere, quali frenare e come gestire il nostro corpo. Si determina una rigidità corporea, che di fatto è rigidità psichica: il torace appare piccolo e contratto e il cuore non riesce ad allargarsi e a pulsare e di fatto diminuisce il suo sentire; la debolezza e la rigidità delle braccia limitano fortemente la propensione verso l’altro, impedendo anche una spontanea azione come quella del toccarsi e abbracciarsi; ma ancor più evidente è una graduale insensibilità fisica che non solo non riesce più a percepire il corpo stesso e nessun vero piacere, ma avverte soltanto un crescente senso di disagio, angoscia, estraneità sia da sé medesimo, sia dall’ambiente circostante e dagli altri.

Gli studi e gli esperimenti reichiani descrivono perfettamente la sempre crescente innaturalità dei nostri corpi e la dilagante aridità emotiva. Il corpo appare completamente estraniato e deformato, e in questa estraneazione esso non solo diventa impotente ad amare, a provare sentimenti, gioia, ma sviluppa emozioni di rabbia, frustrazione, una crescente sensazione di ostilità verso la vita e se stesso. Non potendo più sentire la vita pulsare dentro e fuori di sé, l’uomo vive come se guardasse la propria immagine in uno specchio, vede da lontano soltanto la forma, ma ormai è tenuto fuori, agogna una felicità che sembra sfuggitagli di mano e preclusagli. Lo scioglimento di siffatta corazza restituisce all’uomo non solo la vitalità della carne, ma lo reintroduce spontaneamente nella natura, nella vita, lo avvicina agli altri e gli ridà la sensazione di un ritorno alle sorgenti pulsionali della vita che scorre dentro di sé, il piacere del movimento, dell’amore. Tutto ciò che impedisce al corpo di muoversi, percepire, provare amore, svolgere un’attività, si trasforma in «furore distruttivo». Il corpo ritraendosi in sé è divenuto ormai corazzato e impotente, arrivando a negare la vita stessa, a temerla, a fuggirla, e da questo momento in poi qualsiasi istinto umano si esprime in forma deviante e deformata, crudele e perversa.

Non stupisce affatto che la rigidità e la mancanza di vita nei corpi siano maggiormente avvertibili in una società tecnologica, dal momento che il corpo stesso assume la logica dei macchinari che utilizza, assomigliando col tempo sempre di più ad essi.

Nel vero e profondo piacere dell’amore secondo Reich si notano movimenti involontari e non dipendenti dall’uomo e dalla donna e che si manifestano al culmine del piacere. I movimenti involontari sono ciò che più di tutto hanno spinto Reich a riflettere sul fatto che la capacità di abbandonarsi al piacere richiede non solo il vigore del corpo, ma anche un’intima e profonda fiducia nella vita e nell’amore. Il timore, la mancanza di fiducia, l’aggressività limitano e addirittura impediscono tutto questo. E questo è rivelativo anche di un altro aspetto altrettanto fondamentale: il vivere richiede una fiducia incondizionata nella vita stessa. Richiede un abbandonarsi completo e totale proprio come nell’amplesso amoroso.

La genialità dello studio reichiano è stata proprio la scoperta del comportamento umano durante l’amplesso erotico, che coincide con il nostro atteggiamento nei riguardi della vita stessa. L’incapacità di abbandonarsi all’amore e dunque al piacere dell’amore crea e dimostra al tempo stesso l’impotenza di abbandonarsi fiduciosamente e appassionatamente alla vita e di aver fede in essa. Per Reich tale stato di fiducioso e incondizionato abbandono coincide con Dio. Il sentire Dio dentro e fuori di sé.

La teoria di Reich al giorno d’oggi necessita di approfondimento, ma anche della revisione di alcuni punti fondamentali, poiché siamo in presenza di un paradigma di esistenza e di costumi diversi. Già dopo il ’68 la sua teoria è stata usata per promuovere una pseudo-liberazione dei corpi, che ha acuito ancor di più il divario fra uomo e natura, fra uomo e Dio, fra uomo e se stesso. Pasolini e persino Marcuse nel suo L’uomo a una dimensione6 si accorgono che ciò che doveva liberare l’uomo in realtà lo ha reso sempre più dipendente e prigioniero. La liberazione della fisicità umana che secondo Reich avrebbe dovuto portare a una revisione e trasformazione delle strutture sociali, che meglio si sarebbero adattate e avrebbero garantito un’esistenza più serena, appagante, amorevole e gioiosa nel pieno rispetto dell’uomo e delle sue vere esigenze fisiche e non, non è di fatto avvenuta.

L’illusione di vivere in un tempo di totale liberazione, soprattutto corporea e quindi erotica, porta a credere che l’uomo abbia vinto e superato tutti gli impedimenti morali, culturali e sociali. La grande illusione è stata l’idea che l’emancipazione dalla base naturale possa garantire all’umanità un potere infinito in primis sul proprio corpo e poi sui propri desideri di realizzazione sociale ed economica. Se ai tempi di Freud la massima preoccupazione era come liberare la sessualità umana, che veniva tenuta a freno dalle strutture morali vigenti all’epoca, in massima parte derivate dalla mentalità puritana portata in Europa dal protestantesimo, ora che vediamo in atto tale «liberazione» non possiamo non notare che esso abbia prodotto e stia producendo ancor più disequilibrio e artificialità, poiché come dice Pasolini negli anni Settanta «oggi c’è ovunque un’imposizione dell’erotismo»,7 dell’immagine corporea, dell’esibizione continua e deformata oltre che deformante della carnalità. Dunque con la cosiddetta liberazione sessuale, intesa come liberazione degli istinti, si è creato soltanto un artificio, perché ciò ha reso ancora più forzato il corpo, defraudandolo della sua naturale dignità e della sua capacità di autoregolazione. Il piacere che avrebbe dovuto governare l’esistenza e l’umanità, il piacere spontaneo e naturale di vivere e di amarsi, in realtà si è trasformato gradualmente in un piacere imposto che ha assunto tratti di una innaturale esasperazione e corruzione sia fisica sia spirituale. Il piacere, l’erotismo imposto forzatamente dalla società odierna non sono il vero erotismo e il vero piacere di vivere come si era ipotizzato e auspicato. La libertà corporea e di immagine corporea che notiamo oggi ha prodotto ancora più danno della totale repressione corporea. L’impiego della fisicità soltanto a fini erotici ed estetici nel mondo occidentale non significano affatto libertà della carne, poiché si escludono tutta le altre potenzialità e manifestazioni di vita di cui l’uomo è portatore.

Arrivati a questo punto possiamo chiederci se mai esista una via d’uscita e se sia possibile un recupero del senso della nostra stessa carnalità e quindi della nostra essenza umana. La dilagante sofferenza che i nostri corpi avvertono in questo mondo che diventa sempre più meccanico, tecnologico, e che taglia le radici naturali e spezza i ritmi biologici e vitali di cui la nostra carne è fatta, è forse il grido di una rivolta del corpo stesso che non si sottomette né accetta di sottomettersi fino in fondo a una logica che non gli si confà, che non riconosce nel proprio sistema fisiologico e che pertanto stenta ad assimilare. Esso rimane un corpo estraneo all’interno dei nostri corpi, e non può essere altrimenti, poiché le nostre radici biologiche e strutturali appartengono ai ritmi della natura: la carnalità umana è composta dagli stessi elementi di cui sono composte le piante, l’atmosfera, e non può non voler ritornare alle proprie sorgenti. La natura è inscritta dentro di noi e inevitabilmente la portiamo in ogni nostra cellula, nel nostro sentire, pensare, muoversi. Per capire questo meccanismo basti pensare a Paracelso e alla sua idea di matrice e di atmosfera. Rinnegare questo fondamentale dato di fatto significa non capire che l’adattamento alla logica meccanica non fa che limitare la nostra vitalità e salute. Restituire al corpo umano la base di cui è fatto significa ridargli il nutrimento vero di cui abbisogna. Significa rispettare il suo naturale funzionamento fisiologico, per renderlo vigoroso e sensibile, in modo che riesca a vivere ed armonizzarsi con le sue vere strutture esteriori ed interiori. Il ritorno al e nel corpo è una sorta di oltrepassamento del corpo stesso nel senso concepito dal Cristianesimo: nella sua espansione d’amore e libertà si protende verso il mondo in un abbraccio infinito. Bisogna mettere bene in evidenza che non possediamo un corpo, ma siamo nel corpo, lo abitiamo, lo respiriamo, siamo contenuti in esso ed esso stesso è contenuto in un corpo immenso, cosmico. L’idea di avere un corpo porta sempre l’idea del possesso di una cosa su cui abbiamo libertà di modificare come più ci aggrada, ma ci sfugge il fatto semplice ed inequivocabile che noi non lo possediamo, bensì siamo dal corpo vissuti e contenuti. Capire questo significa fare un passo in più nella comprensione di ciò che siamo. Il pieno recupero della nostra funzionalità corporea significa non soltanto riappropriarci della nostra salute, ma recuperarare pienamente la nostra percezione, il senso della nostra carne, la capacità di aprirci all’orizzonte esistenziale attraverso l’acutezza e la sanità delle nostre facoltà sensoriali, percettive, intuitive. Significa poter impiegare il corpo ai fini della vita e alle esigenze di manifestazione della vita. Come afferma giustamente Reich in pieno accordo con il messaggio cristiano:

La verità è completo, immediato contatto fra la sostanza vivente che percepisce e la vita che è percepita. L’esperienza autentica è tanto più completa quando migliore è il contatto. […] La verità è in noi, funziona dentro di noi, proprio come il nostro cuore ed i nostri occhi, bene o male, a seconda dello stato del nostro organismo.8

E ancora più avanti:

La verità abita nel nostro corpo. […] verità significa pieno contatto con se stessi e con il mondo circostante. Verità significa conoscere il proprio modo di essere come diverso da quello degli altri.9

Vivere il corpo

Dunque il risanamento e il recupero della nostra corporeità riguarda non soltanto la funzionalità del corpo stesso, ma la percezione e conoscenza della vita, della verità e dell’amore, una triade che la religione mette bene in evidenza e che anche una psicanalisi seria ha ben analizzato e confermato. Il messaggio vero e profondo di Reich è proprio che il soddisfacimento dei bisogni del corpo e la sua pienezza determinano di fatto un oltrepassamento del corpo stesso. Un corpo libero, sensibile, appagato, sposta spontaneamente l’attenzione ossessiva su di sé, per aprirsi con fiducia e gioiosa amorevolezza vero il mondo circostante, verso Dio, verso la realizzazione dei propri talenti e di un lavoro che lo stimola e lo coinvolge.

Si può oltrepassare il corpo soltanto vivendo dentro il corpo. E probabilmente il mancato salto di qualità che ancora non è avvenuto come Reich auspicava è stato frutto di questa grande incomprensione. L’ossessione moderna per il corpo e la sua costante esibizione dimostrano che il corpo umano oggi è sofferente e lontano dalle sue vere sorgenti vitali; questo limita profondamente l’uomo, perché così egli non solo non può e non riesce a impiegare in maniera piena e adeguata la sua fisicità, ma al tempo stesso rimane prigioniero del suo proprio confine fisico. L’oltrepassamento in senso reichiano e cristiano è un rispetto totale della carne e delle sue vere esigenze, proprio in virtù delle quali essa viene redenta e risorge. Essere dentro la carne è di fatto essere oltre di essa. E forse non siamo ancora dentro il corpo per essere in grado di oltrepassarlo. Il nostro corpo risorge e si santifica quando oltre a sé può guardare anche intorno, in alto e persino in basso con sguardo libero, amorevole e respirare pienamente e profondamente il respiro della vita.

Vorremmo concludere questa riflessione riprendendo la tematica della resurrezione con il XV inno di San Simeone il nuovo Teologo, mistico del X secolo dell’Asia minore che celebra così il corpo:

Membra di Cristo diventiamo (1 Cor. 6, 13), e Cristo membra nostre; […] contemporaneamente, vivendo con Dio, diventeremo dèi, non vedendo affatto la sconvenienza del corpo, ma saremo resi simili a Cristo tutti interi in tutto il corpo, e ciascun membro nostro sarà Cristo tutto intero. Egli infatti, pur divenendo molti, rimane uno e indivisibile, e ciascuna parte è Cristo stesso intero: assolutamente, dunque, hai riconosciuto così il Cristo nel mio dito, nel glande — non hai forse tremato, non hai provato vergogna? Ma Dio non si è vergognato di diventare simile a te, e tu ti vergogni di diventare simile a lui? No, non mi vergogno di diventare simile a lui, ma quando lo hai chiamato simile al membro sconveniente, ho pensato che tu bestemmiassi! Male hai pensato! Non sono sconvenienti queste cose! Sono membra nascoste di Cristo tanto è vero che vengono coperte, e in questo sono più degne di venerazione delle altre (1 Cor. 12, 23), come membra nascoste, invisibili a tutti, di colui che è nascosto, dal quale nell’unione divina viene dato il seme divino, formato con tremendo arcano nella forma divina, proveniente da tutta intera la divinità stessa: è tutto intero Dio, infatti, che si unisce a noi. O tremendo mistero! Avviene realmente un matrimonio, ineffabile e divino: egli si unisce a ciascuno — sì, voglio dirlo ancora, per il piacere! — e ciascuno si unisce al Padrone. Se dunque ti sei rivestito di Cristo intero (Rom. 13, 14) con l’intera tua carne, capirai senza vergogna tutto ciò che sto dicendo. Se invece hai messo sulla tua anima solo una piccola parte del manto immacolato, cioè di Cristo, sul tuo abito vecchio (Mt 9, 16), quella parte si trova su un posto soltanto, e tu ti vergogni di tutte le altre membra, anzi, hai il corpo tutto quanto insozzato. Rivestito di abiti sporchi, come non arrossirai?

Mentre io dico queste cose tremende riguardo alle membra sante e contemplo la grande gloria e, con la mente illuminata e gioiosa, non penso a niente di carnale, tu guardi le tue carni insudiciate e con la mente scorri le tue stolte azioni e in esse la tua mente continua a contorcersi come un verme. Per questo rovesci su Cristo e su di me la tua vergogna e dici: «Non ti vergogni di parlare di cose sconvenienti, anzi, di abbassare Cristo a membra sconvenienti?» Ma io a mia volta ti dico: contempla Cristo nell’utero, pensa a ciò che è nell’utero, e a lui che ne esce, e per dove è passato, uscendone, il mio Dio! Oltre quel che ho detto, troveresti ancora di più, cose che egli ha accettato per la nostra gloria, perché nessuno si vergogni di imitarlo o di parlare di ciò che egli ha subito o di patirlo personalmente. Egli si è fatto completamente uomo, essendo realmente interamente Dio, ed è uno, non diviso (1 Cor. 1, 13), uomo assolutamente perfetto; egli è insieme Dio e tutto intero nelle membra tutte intere. Così è avvenuto anche ora negli ultimi tempi: Simeone il Santo, il Pio studita, lui non si vergognava di vedere le membra di qualsiasi uomo o persone nude, né di essere visto nudo. Aveva infatti tutto intero il Cristo, lui stesso era tutto intero Cristo, e tutte le membra sue e quelle di chiunque altro, singolarmente e tutte insieme le considerava sempre come Cristo e rimaneva immobile, indenne, impassibile, essendo egli stesso tutto Cristo e considerando come Cristo tutti i battezzati rivestiti del Cristo intero (Gal. 3, 27). E se tu, quando sei nudo e la carne tocca la carne diventi pazzo per la femmina come un asino o uno stallone, perché osi calunniare anche il santo o bestemmi Cristo, che si è unito a noi ed ha donato l’impassibilità ai suoi santi servi? Egli infatti diventa sposo — intendi? — ogni giorno, e spose sono tutte le anime alle quali il creatore si unisce, e a loro volta esse a lui, e si compiono le nozze spiritualmente, quando egli si unisce a loro in modo degno della divinità. Egli non le viola affatto, non sia mai!; anzi, anche se le prende violate, unendosi a loro le rende subito incorrotte: quello che prima era macchiato dalla corruzione, lo vedono reso di nuovo tutto santo, incorrotto, perfettamente cicatrizzato.

Glorificano il misericordioso, bramano il Bello e si stringono tutte al suo totale amore, anzi, ricevendo il seme santo, come abbiamo detto, posseggono Dio intero formato dentro di loro.


  1. W. Reich, L’assassino di Cristo. La peste emozionale dell’umanità, trad. it. M. Amante, Sugar, Milano 1972. ↩︎

  2. La resurrezione della carne, 1499-1502, Duomo di Orvieto. ↩︎

  3. W. Reich, Teoria dell’orgasmo e altri scritti, Lerici, Milano 1961, p. 324. ↩︎

  4. Ivi, p. 165. ↩︎

  5. Ivi, p. 166. ↩︎

  6. H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, trad. it. L. Gallino, T.G. Gallino, Mondadori, Milano 1964. ↩︎

  7. P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1990. ↩︎

  8. W. Reich, Teoria dell’orgasmo e altri scritti, op cit. alla nt. 3, p. 585. ↩︎

  9. Ivi, p. 580. ↩︎