L’illusione del presente: prospettive fenomenologiche sull’irrealtà del tempo

L’illusione del “Paradosso” di McTaggart

La prima decade — e più — di questo nuovo secolo ha inaugurato un ritorno all’originaria discussione sulla natura del tempo, soprattutto nell’ambito della filosofia analitica contemporanea. Un posto privilegiato in questa discussione l’ha giocato, senza dubbio, il famoso “paradosso di McTaggart”1 sull’“irrealtà” del tempo. Discuteremo più avanti sull’adeguatezza e congruità di tale termine. Ora soffermiamoci, dapprima, brevemente, sul contenuto del paradosso, che sostanzialmente si riduce a tre assunti fondamentali: 1) ogni evento ha le tre proprietà fondamentali (denominate anche A-proprietà) che sono passato, presente e futuro; 2) tali proprietà (A-proprietà), passato, presente e futuro, sono incompatibili; dunque anche i primi due assunti sono incompatibili; ne segue che, 3) il tempo è irreale.2

Secondo questi assunti, le proprietà fondamentali di un evento sono forme di attribuzione temporale che si specificano in “passato”, “presente” e “futuro” intese come uniche proprietà di un evento che possono variare. Detto diversamente, queste proprietà possono avere senso soltanto in relazione al soggetto che le enuncia e dunque le attribuisce ad un determinato evento in un determinato periodo cronologico. Appare qui essere profondamente in questione il fatto che tali attribuzioni possano avere comunque un fondamento oggettivo senza che implichino a loro volta un riferimento temporale, anche nella formulazione di relazioni temporali che da esse discendono direttamente, come il “prima”, l’“adesso”, il “dopo”: ciò di fatto porterebbe irrimediabilmente ad una serie di contraddizioni.

Infatti, se consideriamo un qualsiasi evento in atto lo classificheremmo sotto la categoria temporale del presente, dell’“adesso”; tuttavia, è facile notare come lo stesso evento in momenti diversi si manifesta come passato e come futuro, assumendo quindi tutte e tre le determinazioni temporali. In realtà, questa contraddizione potrebbe essere soltanto apparente e potrebbe essere superata se ammettessimo che per l’appunto le tre attribuzioni di passato, presente e futuro si riferiscono a tre momenti diversi, intesi come istanti successivi: l’evento, si dovrebbe dire, è “prima” futuro, “poi” presente, “infine” passato. Tuttavia, proprio in questo caso tutto si risolverebbe facendo ricorso al secondo assunto del paradosso, ovvero che le proprietà “passato”, “presente” e “futuro”, e le loro rispettive relazioni temporali, sono incompatibili tra di loro, e pertanto ciò genererebbe un’ulteriore contraddizione. Infatti, utilizzando un linguaggio tensionale potremmo affermare che: l’evento è presente in questo momento, era futuro quando è già passato e passato nel futuro. Naturalmente ognuno di questi tre momenti è a sua volta un’attribuzione di passato, presente e futuro, per cui la contraddizione di partenza finisce per riproporsi sempre nuovamente ad un livello superiore3 e ciò fa scaturire l’apparenza del paradosso.

Senza intraprendere un’analisi dettagliata di tutte le varie interpretazioni o estensioni interpretative avanzate nel corso degli anni nei confronti di tale paradosso4 — sebbene in maniera poco efficace — non si può avere alcuna esitazione nell’affermare che l’impianto del ragionamento di McTaggart è fondamentalmente corretta: un’attribuzione temporale relativa ad un sistema di riferimento non può essere fatta valere in termini assoluti, ovvero al di fuori di ogni sistema di riferimento. Ciò non dipende affatto dal carattere temporale dell’attribuzione, né tantomeno da una fallacia logica insita nel ragionamento di McTaggart, quanto piuttosto da un’immagine del tempo ancorata ad una rappresentazione geometrica della freccia temporale che procede in un unico senso ed in maniera irreversibile.

Abbiamo già notato, infatti, come il futuro non sia altro che una dimensione del presente: nel momento stesso in cui cerco di prevedere nella mia mente un evento che deve ancora realizzarsi, mi accorgo che per ciò stesso non si tratta di un qualcosa che accade nel futuro, ma che appartiene all’adesso attuale. E come se tutto fosse collegato ad una sorta di vortice ontologico che sembrerebbe fungere da perpetuum mobile, un regresso infinito che tiene prigioniere negli angusti confini del presente tutte le altre dimensioni temporali.

Ogni tentativo di riconoscere il futuro come immagine del presente e di pensare per contrasto allo stesso futuro reale, sarà necessariamente un’idea del futuro che appartiene al momento presente! Ora, come intendere questo presente? Le possibili vie da percorrere presentateci dai filosofi della scienza contemporanei si riducono a due alternative: l’eternalismo e il presentismo. I sostenitori dell’eternalismo ammettono l’esistenza non soltanto degli avvenimenti presenti in atto, ma anche di quelli passati e futuri; essi intendono tale esistenza come un dato di fatto cui assegnare di volta in volta dei valori di verità: che un qualcosa può accadere o non accadere è certamente qualcosa di prefissato in modo inevitabile in base ad una proposizione che descrive quell’avvenimento cui assegnare di volta in volta un valore di verità o un valore di falsità.5 È interessante notare come questa concezione del tempo presupponga una realtà oggettiva del tempo, dello scorrere del tempo, anche indipendentemente dalla mente umana, e che quindi tutti «gli eventi tensionali, almeno nei casi tipici, non sono permanenti, ma destinati ad essere rimpiazzati da altri».6 Ciò suggerisce, in effetti, l’esistenza di una realtà presente continua ed incessante in grado di fagocitare tutti gli eventi passati e futuri che esisterebbero solo se oggettivamente presenti, anche se soltanto alcuni di essi sarebbero oggettivamente (di volta in volta) presenti. Ciò si rispecchia, direi in modo coerente, con quella che Sellars chiama l’“immagine manifesta” del mondo, quella che ci fornisce il senso comune ed il nostro linguaggio ordinario, che indipendentemente dalla lingua che parliamo, sembra accogliere esattamente questi elementi del senso comune.7

Affine, ma non perfettamente identica, a questa chiave di lettura degli eventi è la teoria del presentismo, secondo la quale, invece, esiste solo il presente, gli avvenimenti presenti, mentre alcun tipo di valore d’esistenza bisogna attribuire alla dimensione del passato e del futuro. Anche questa teoria si avvicina molto al senso comune in quanto afferma la sua credenza nel “divenire assoluto”, nella nostra comune esperienza che ci suggerisce che ci sono oggetti ed eventi che nascono e muoiono, vengono all’essere e poi cessano di esistere, senza scalfire la nostra credenza che ciò che è reale è ciò che esiste adesso per noi che scriviamo e leggiamo, ciò che invece non lo è non potrà annoverarsi tra le cose esistenti per noi. Tuttavia, anche questa teoria ha le sue zone d’ombra: per esempio, il fatto di giustificare l’esistenza di alcuni oggetti o eventi trans-temporali come esistenti solo nella dimensione del presente. Prendiamo il caso dei numeri naturali, essi esistono nel presente ma sono anche esistiti nel passato ed esisteranno nel futuro; allo stesso modo di qualsiasi azione umana: il correre può essere affermato di un soggetto che adesso, in questo preciso momento in cui parlo, sta correndo, ma può anche essere parimenti affermato di una persona che ha appena smesso di correre o che correrà. Tutte queste espressioni linguistiche possono essere legittimamente accettate anche da chi si professa un presentista, perché egli non considera che questi avvenimenti siano completamente passati o futuri, ma che in qualche maniera continuino ad esercitare la propria presenza anche ora, nell’adesso della nostra esperienza.8 Il problema fondamentale del presentismo è proprio questo: il fatto cioè che risulta contro-intuitivo e contro-fattuale negare l’esistenza di momenti passati e futuri così come abbiamo visto negli esempi sopra riportati, sia che lo faccia per una sorta di economia ontologica sia per motivazioni di carattere linguistico (tensionale o a-tensionale che dir si voglia). E non si ricade forse inevitabilmente in un circolo vizioso? E cosa ne è del passato, anche con il passato si riproporrebbero gli stessi problemi ontologici e linguistici? Non è il passato una dimensione più oggettiva che riguarda ciò che accaduto e dunque ciò che immutabilmente permane?

In effetti, i sostenitori di una forma alterata di eternalismo — che la letteratura scientifica al riguardo denomina “passatismo” — sostengono che esiste solo passato e presente e che il futuro non esiste. Gli avvenimenti che sono futuri precedono semplicemente il loro passaggio nel presente e successivamente nel passato, quindi, secondo questa teoria, non possiamo affermare che esistano con certezza; possiamo soltanto limitarci ad affermare che essi perdono il loro carattere di futurità (cioè non esistevano prima di venire ad essere), acquisendo il carattere della presentezza nel momento in cui vengono ad essere, per poi stabilire che man mano che nuovi eventi effettivi giungono all’essere, quelli passati recedono sempre di più nel passato, lasciando il loro posto a quelli che sono appena passati nel presente e così via.9 Immagine di sicuro fascino ma che rischia di tralasciare qualcosa o di chiudersi in una nuova contraddizione come possiamo facilmente notare.

Potrebbe essere anche questa una rappresentazione fuorviante della realtà, determinata dal senso comune e dal nostro modo di intuire le cose? Oppure una stratificazione neurobiologica dovuta ad una modificazione epigenetica della nostra capacità percettiva?

Per rispondere a tali questioni occorrerebbe considerare la relazione che sussiste tra passato e presente e che è garantita soltanto dalla capacità di ricordare e di riportare alla memoria. Tuttavia, su queste fondamentali questioni ci soffermeremo in seguito, mentre il problema che qui va messo in rilievo è sicuramente quello relativo al fatto che la memoria (adesso provvisoriamente intesa come facoltà di ricordare e anche di riportare alla memoria) è il vettore che permette ad eventi già passati di protrarre la propria presenza per un tempo indefinito attraverso un’immagine mentale, una rappresentazione.

È chiaro che, in quest’ottica, ogni rappresentazione del passato deve necessariamente appartenere al presente, altrimenti non potrebbe neppure essere percepita, e nello stesso tempo deve appartenere al passato perché possa dirsi reale. Va detto che queste considerazioni non riguardano soltanto la memoria, ma potrebbero ripetersi per qualunque altro caso di rappresentazione — si tratti del linguaggio, di un’immagine o di un suono registrato: il veicolo della rappresentazione è uguale a se stesso come oggetto materiale, e contemporaneamente è altro da sé sotto l’aspetto simbolico.10

Tutto nasce infatti da un’osservazione iniziale che è sempre formulata da una prospettiva altra e onnicomprensiva che non riconosco come mia, perché la stessa può reggersi solo sulla base di premesse implicite che la trascendono, che vanno al di là della prospettiva stessa e forse addirittura la contraddicono.11

Vale la pena di osservare come tutti i discorsi sviluppati sul confronto presente-futuro-passato si innestino sulla confusione di più livelli semantici che concorrono tra di loro, generando grosse contraddizioni logiche. Il filosofo della scienza d’impostazione analitica potrebbe, con tutta ragione, vedere in questo tipo di contraddizioni la stessa contraddizione che esiste tra soggetto-oggetto, io-mondo, interiorità-esteriorità, lasciando nella più generale vaghezza la determinazione della natura del problema e accontentandosi di accordare una certa consequenzialità formale alle proprie inferenze.12

Sembrerebbe a questo punto che il nostro discorso si sia curvato sulla solita distinzione tra carattere filosofico della discussione, quello relativo all’accertamento di alcune caratteristiche ontologiche della dimensione temporale che non possono rinunciare all’aspetto soggettivo di tale determinazione, e determinazione fisica della realtà che cerca di divincolarsi dall’aspetto soggettivistico per giungere ad una più cogente rappresentazione della realtà che possa fare comodamente a meno della mente.

Nella sequenza che abbiamo finora seguito, nella descrizione del cosiddetto “paradosso” di McTaggart, ci si è posto di fronte in tutta la sua cogenza ontologica la dimensione temporale del “presente”, come un movimento espansivo incessante in grado di fagocitare il futuro e il passato in una super-dimensione di eternità in cui si annullano tutte le differenze. Tutto è presente, potremmo riassumere così quanto finora detto, oppure “tutto è eternamente presente” secondo una declinazione di quanto affermato poco fa, che ci rappresenta un presente eterno che simultaneamente abbraccia tutto e lascia da parte il nulla, il “non-ancora” e il “non-più”.

Tutto questo però porta ancora una volta ad una assunzione di carattere metafisico, ovvero alla presupposizione che ci sia un sostrato oggettivo uniformemente sotteso alle nostre vite in cui siamo immersi e da cui poter scrutare il mondo in maniera sicura: un approdo sicuro, un appiglio ontologico, forse, e per dirlo in termini fisici, un sistema di riferimento privilegiato dal quale è possibile ammirare la perfetta simmetria di tutti gli eventi del mondo, misurandone l’invarianza delle leggi rispetto a momenti temporalmente determinati nel presente. D’altro canto come potrebbe essere tale una “legge di natura” se non avesse in sé il carattere dell’invarianza e venisse invece sottoposta alla variabilità delle determinazioni spazio-temporali? Ciò è altrettanto in linea con l’immagine estetico-intuitiva del tempo, quella del senso comune (come già precedentemente accennato), ovvero quella di un continuo flusso temporale che scorre, che fluisce, in un eterno presente come in un continuo fiume di momenti esperienziali che si incastonano nella nostra coscienza e ci forniscono la rappresentazione intuitiva del presente che viviamo. In tutto questo c’è l’illusione di un perfetto allineamento tra i due poli “interno” ed “esterno”, una perfetta simmetria che è ciò che rimane come residuo della riduzione coscienziale interna e dell’immagine che in trasparenza si presenta della realtà esteriore.

Un errore bergsoniano: così è stato denominato13 il fatto di assegnare al tempo una durata unica ed univoca in base al nostro senso comune, al nostro modo di intendere la realtà dell’esperienza, in ragione della nostra convinzione che la durata tra due eventi costituisca una quantità univocamente ed oggettivamente determinata, indipendentemente dalla prospettiva da cui si guarda. Questa fede cieca nella realtà del tempo ha generato un’illusione non meno reale, perché non meno condivisa dalla fisica moderna, benché tutta rivolta alla distruzione del paradosso di McTaggart sull’impossibilità di discutere dell’irrealtà del tempo, senza curarsi che l’illusione fa del paradosso la sua cartina di tornasole, il suo latore più pervicacemente efficace.

Il contributo della fisica all’illusione del tempo

L’assunto da cui siamo partiti — ovvero il ragionamento di McTaggart — ci porterebbe ad affermare che il tempo sia soltanto una delle tante modalità mediante la quale noi interagiamo con una realtà che è fondamentalmente a-temporale. Dunque — abbiamo concluso sbrigativamente — tale modalità genera un’illusione fondamentale, quella secondo la quale noi guardiamo al mondo fisico da una prospettiva privilegiata, mentre essa non sarebbe altro che «un’apparenza dovuta al nostro particolare modo di percepire le cose».14

Nei fatti non vi è mai un paradosso, ma una semplice illusione, un’illusione che la fisica non è in grado di eliminare, in quanto essa non può stabilire in modo assoluto alcun tempo presente, piuttosto essa ritiene che passato, presente e futuro possano «co-esistere allo stesso modo»15 e qualsiasi forma di differenziarli è soltanto illusoria. In altre parole, ciò che si può considerare “reale” in fisica è tutto ciò che è strettamente dipendente dal sistema di riferimento inerziale che si considera in un determinato evento ed in cui è inserito chi parla. Ma ciò non sembra essere così rassicurante, tantomeno quando si parla di determinazioni temporali. Ciò che suggerisce la Teoria della Relatività speciale è che di fatto noi possiamo stabilire dei criteri certi per determinare un “prima”, un “adesso” e un “poi” a patto però che ci troviamo tutti sullo stesso treno! Ovvero, sullo stesso sistema di riferimento. Lo spazio è il sistema di riferimento, che cambia insieme al tempo e per tale motivo nella fisica relativistica si parla di spazio-tempo. Ma la fisica relativistica di per sé non può selezionare un momento presente in assoluto con le sue teorie,16 tanto più perché sia il nostro sistema di riferimento che quello dove vivono altri individui-osservatori si muovono ad una certa velocità e questa variazione di velocità determina a sua volta una variazione delle misurazioni spazio-temporali per tutti gli attori in gioco! A confondere tutto è in realtà un parametro fisico invariante: la velocità della luce. Essa è l’unica che non cambia, che non si modifica mai, ma rimane sempre uguale a se stessa. Inoltre, nessun tipo di oggetto finora conosciuto riesce ad eguagliare la sua velocità tantomeno a superarla, nemmeno se si mettessero tutti insieme! Essa costituisce perciò un limite invalicabile, ma anche un limite ideale verso cui ogni teoria cerca di avvicinarsi con le sue formulazioni, ragionando su ciò che potrebbe accadere dall’altra parte di questo limite e come esso apparirebbe a noi che invece abbiamo a che fare con oggetti (potremmo dire forse meglio, particelle!) che si muovono ad una velocità inferiore rispetto a quella della luce.

Per un momento proviamo ad immaginare cosa potrebbe accadere se potessimo osservare da un punto di vista privilegiato due diversi osservatori che osservano un oggetto che si muove ad una velocità superiore a quella della luce. I due osservatori si trovano su due sistemi di riferimento inerziali, uno stazionario e l’altro in moto rettilineo uniforme. Indichiamo i nostri due osservatori con le lettere A e B: sicuramente A vedrà passare l’oggetto prima vicino a lui e poi vicino a B; mentre B vedrà l’esatto contrario, vedrà cioè passare l’oggetto prima vicino a lui e poi vicino ad A; immaginiamo che in questo oggetto avvenga un qualche cambiamento: si invecchierà tra il suo incontro con A e quello con B; A la vedrà invecchiare come un oggetto normale, mentre B la vedrà ringiovanire rispetto a quanto visto da A.17

Questo esempio ci permette di comprendere come, per la fisica relativistica, osservatori differenti possono evidentemente avere concezioni diverse sugli istanti in cui avvengono eventi che possiedono velocità simili o addirittura superiori a quelle della luce: possono giudicare tali eventi come simultanei, o in una certa successione temporale, oppure all’esatto opposto. Ciò potrebbe indurre qualcuno a credere che ci si possa facilmente sbarazzare delle relazioni temporali del “prima” e del “dopo”, tuttavia la questione non è così facile come sembra a prima vista in quanto essa implica la stessa invarianza della velocità della luce. È proprio questa costante a fare la differenza in fisica ed è proprio a partire dall’universalità di questa costante che possiamo almeno stabilire tutto ciò che è posteriore all’emissione di un fascio luminoso, in quanto tutte le altre velocità saranno sicuramente inferiori ad essa.

Per rappresentare in modo più intuitivo questa idea i fisici ed i matematici si servono dell’immagine di un cono doppio, ovvero di due coni congiunti all’estremità, che chiamano “cono di luce”.18 Il vertice in cui si incontrano i due coni è rappresentato dall’istante attuale, dal “qui adesso”, mentre il cono inferiore rappresenta il “passato assoluto”, tutto quell’insieme di eventi che si è generato in un dato momento e che influisce sul “qui adesso”; mentre il cono superiore rappresenta il “futuro assoluto”, il punto da cui si propaga il fascio luminoso che proviene dal “qui adesso”. E fuori da questo cono? Cosa si troverebbe al di fuori di questo cono? Un “passato-futuro relativo”19, una zona che non può essere determinata temporalmente in termini assoluti rispetto all’origine dell’evento, ma che può assumere tutte e tre le determinazioni temporali a seconda del sistema di riferimento in cui ci si pone. Saremmo, a questo punto, nuovamente sospinti verso lo stesso paradosso: ammettere dal punto di vista fisico la “non realtà” di un presente assoluto?

La relatività speciale di Einstein sembrerebbe implicare l’idea che sia impossibile ammettere un presente assoluto, costituito da tutto ciò che è fisicamente reale, come l’unico istante in cui si danno sistemi fisici nelle tre dimensioni spazio-temporali.20 Questo darebbe ragione all’eternalismo, cioè all’idea che passato, presente e futuro siano sullo stesso piano “ora”, per chi pronuncia questa parola “qui ed ora” e ciò avrebbe non soltanto delle conseguenze teoriche rilevanti ma anche pratiche ed etiche.21 Tuttavia, anche questa soluzione, come si è visto, non è esente da aspetti paradossali: il fatto per esempio di abbandonare l’idea di un “presente cosmico”, un’estensione temporale che abbraccia tutto ciò che è fisicamente reale, ed assumere invece un “presente locale”, provvisto di un minimo di invarianza, come se fosse l’insieme di tutti gli eventi che sono collegati alla superficie del “cono di luce passato” di un osservatore; ovvero, come la regione corrispondente all’intersezione del cono di luce passato di un punto a futuro rispetto all’osservatore con il cono di luce futuro di un punto b passato rispetto all’osservatore. Quindi una struttura simile ad una cosiddetta “linea d’universo” privilegiata, in cui tutti gli eventi vengono rappresentati come l’insieme di punti dello spazio-tempo che un particolare sistema fisico occupa nella sua esistenza, e che può essere a sua volta rappresentata come una struttura conica la cui base è centrata sull’osservatore, mentre la sua altezza, il suo raggio, corrispondono alla distanza che un segnale di luce potrebbe percorrere nella direzione dell’osservatore prima di essere percepito come passato.22 Tutto questo andrebbe a cozzare inevitabilmente contro uno degli assunti fondamentali della stessa teoria relativistica, quello cioè della non ammissibilità di un sistema di riferimento privilegiato, in questo caso un “presente” sub specie aeternitatis.

Per la fisica contemporanea — nella fattispecie, quella relativistica — esiste, dunque, una sorta di zona intermedia fra passato, presente e futuro in cui gli eventi non sono né passati, né futuri, ma in una forma di “estasi” temporale, nel senso letterale del termine, come in un distacco temporale, un’estraniazione temporale, che dipende dalla distanza fisica che occupano gli osservatori in gioco. Più aumenta questa distanza tra eventi ed osservatori più lunga sarà la durata di questa zona intermedia delle cose, tuttavia accade che «alla distanza di un paio di metri dal tuo naso, lettore, la durata di quella che per te è la zona intermedia, né passata né futura, è di qualche nanosecondo, cioè un miliardesimo di secondo: un niente».23 Il “niente” di cui parla la fisica è una misura trascurabilissima di cui non possiamo avere esperienza, perché collocata su una scala di valori impercettibili per ogni individuo, ma altresì esistente. Ciò che non entra nella nostra esperienza diretta non significa che non esista in maniera assoluta o che non esista per un altro osservatore situato da un altra parte del mondo. Anche perché se ci trasferissimo fisicamente sulla Luna o su Marte la durata di questa zona intermedia, di questa sorta di “presente esteso”, che per chi ci guarda vicino a noi è solo di qualche miliardesimo di secondo, può arrivare a tradursi in un quarto d’ora.24

Tutto ciò significa soltanto che il presente è un’illusione, che il presente non è più presente, anzi non è mai presente, e che la nostra illusione è divenuta realtà? Il dileguamento del presente ci proietta in una dimensione fisica in cui tutto apparentemente si rarefà, lasciando il posto ad un’impercettibile presenza di forze, graduate da “livelli energetici” di particelle sub-atomiche, che fluttuano in uno spazio anch’esso frutto del Tutto. Miraggio di un’idea ancestrale e metafisica che la scienza cerca invano di inseguire: il Tutto come unificazione non solo di tutte le possibili teorie fisiche in un’unica grande teoria, ma anche come unico strumento teorico in grado di dar conto dei molteplici fenomeni fisici di varia natura.

Certamente, in tutta questa discussione acquisisce senso l’idea che soltanto la teoria è in grado di formulare ipotesi in modo predittivo su tutti gli avvenimenti fisici: è quello che ci dice la teoria della gravità quantistica, l’ultimo ritrovato della meccanica dei quanti. E il mondo che ci descrive è un mondo determinato da leggi stocastiche, probabilistiche, che non intervengono né sul passato, né sul presente ma solo sul futuro, cercando di prevederne e di calcolarne con estrema precisione la probabilità che qualcosa avvenga ed il numero di volte in cui avverrà. Si dice, per esempio, che una particella non viene descritta dalla sua posizione, ma da una “nuvola” di probabilità, che rappresenta la probabilità di ogni posizione che può occupare tale particella.25 In quest’ottica il tempo, così come lo spazio, l’“adesso” e il “qui”, non solo appaiono [”]essenzialmente” legati alla gravità, dipendenti cioè dalla densità della massa inerte e dal suo equivalente contenuto di energia, tanto da essere rappresentati come “curvati” a livello cosmologico, la curvatura dello spazio-tempo appunto, che non è altro che il campo gravitazionale; ma, per di più, essi diventano a loro volta espressione della granularità dell’universo, da calcolare — se di calcolo preciso ancora possiamo parlare — con le stesse leggi probabilistiche che innervano le interazioni sub-atomiche e rappresentati intuitivamente con l’immagine di una schiuma spazio-temporale. Ciò di certo non facilita il compito di una chiarificazione necessaria della questione, anzi confonde ancora maggiormente le nostre idee: come possiamo distinguere delle dimensioni temporali in una “schiuma” spazio-temporale e, soprattutto, cosa possiamo scorgere nitidamente all’interno di un agglomerato così confuso?

Sembrerebbe, allora, più facile affermare che «il tempo non esiste»,26 confermando quanto sostenuto da McTaggart. Oppure, in alternativa, pensare che la descrizione fisica non sia ancora abbastanza completa da determinare una spiegazione plausibile di tutti questi fenomeni,27 ed in particolare, della connessione tra una spiegazione relativistica del mondo ed una quantistica. È come se vi fosse una sorta di divario incolmabile, un profondo abisso, tra “immagine manifesta” del mondo ed “immagine scientifica del mondo”; la prima affidata al senso comune ed all’interpretazione filosofica, e per tale motivo affetta da soggettivismo e indeterminazione, mentre la seconda appannaggio delle scienze esatte, matematica, geometria e fisica, e per questo credibile, affidabile ed oggettivamente efficace. Tuttavia, a ben guardare, è una questione di prospettiva, ancora una volta, di punti di vista o sistemi di riferimento. È come guardare ad una foresta: se guardo dall’alto di una montagna essa mi appare come un’uniforme macchia verde, se la guardo un po’ più da vicino mi sembra una massa informe di alberi disposti casualmente e disordinatamente uno accanto all’altro. Non c’è alcuna contraddizione, non c’è alcuna illusione: ci sono soltanto le cose che si mostrano da prospettive differenti.28

La prospettiva fenomenologica: il presente (presentismo) vivente.

Proviamo a cambiare il nostro sguardo sulle questioni finora discusse e a collocarci in una prospettiva totalmente inesplorata: la prospettiva di una Fenomenologia della fisica.

Nella Critica della Ragion pura, Kant distingueva una “sintesi figurata o speciosa” da una “sintesi dell’intelletto o intellettuale” del molteplice dell’intuizione sensibile, a seconda che si riferisse agli oggetti che possono essere dati nell’intuizione come apparenze oppure direttamente alle categorie; entrambe queste sintesi sono trascendentali in quanto fondano a priori la possibilità di altra conoscenza. Tuttavia, soltanto la sintesi figurata o speciosa, che è la capacità di immaginazione, è in grado di «rappresentare un oggetto, anche senza la sua presenza, nell’intuizione».29 È proprio in quanto tale capacità nasce dalla spontaneità dell’intelletto che Kant la denomina anche “capacità produttiva d’immaginazione”. Essa permette, in modo ancora illusorio, di superare un altro paradosso, il paradosso che nasce dal fatto che il senso interno, ossia il tempo, «presenti alla coscienza proprio noi stessi, solamente come appariamo a noi stessi, non già come siamo in noi stessi, dal momento che noi ci intuiamo soltanto nel modo in cui siamo modificati internamente».30

Questo in realtà apparirebbe abbastanza contraddittorio: come possiamo essere passivi difronte all’attività dell’intelletto, che di per sé è attività spontanea e libera del soggetto, e non semplice passività? È l’immaginazione che modifica il nostro senso interno, la nostra percezione del tempo, modificandoci passivamente. Infatti,

Noi non possiamo pensare una linea, senza tracciarla nel pensiero, non possiamo pensare un circolo, senza descriverlo, non possiamo affatto rappresentare le tre dimensioni dello spazio, senza porre tre linee perpendicolari fra loro, uscenti dal medesimo punto, e non possiamo rappresentare neppure il tempo, se non prestando attenzione, nel tracciare una linea retta (che vuole essere la rappresentazione estremamente figurata nel tempo), soltanto a quell’atto della sintesi del molteplice, con cui noi determiniamo successivamente il senso interno, e in tal modo, alla successione di questa determinazione nel senso interno. È anzi il movimento, in quanto atto del soggetto — non già in quanto determinazione di un oggetto — […] ciò che per la prima volta produce il concetto della successione.31

L’immaginazione non trova già nella coscienza temporale gli oggetti ideali, ma li produce modificando il senso interno, cioè il tempo. Esso non è altro che l’immagine che si imprime in noi di una linea, in quanto la tracciamo. Senza questo modo di presentazione non potremmo affatto conoscere l’unità della dimensione del tempo. Allo stesso modo, è come se noi ordinassimo dentro di noi le varie determinazioni del tempo, o anche le posizioni temporali, in base a ciò che di mutevole ci presentano le cose esterne e le loro diverse determinazioni nello spazio.32

Dall’analisi kantiana si dipanano almeno due ordini di problemi fondamentali, che la fenomenologia husserliana cercherà di far emergere in modo pregnante: innanzitutto, diviene comprensibile il fatto che sia proprio la capacità di immaginazione a “produrre” le determinazioni spazio-temporali, modificando il soggetto dall’interno ma solo se si innerva sul senso esterno, [”]passivamente”, estrapolando, cioè, dallo spazio quell’ordine oggettuale necessario ad una messa in successione dei vissuti temporali interni al soggetto; al contempo, appare evidente come questa capacità d’immaginazione debba svolgere necessariamente una funzione di sostituzione integrativa di contenuti o vissuti già passati, dal momento che essa permette di rappresentare un oggetto anche “senza la sua presenza”.33

Se la prima questione rappresenta, di fatto, l’intreccio teoretico fondamentale della fenomenologia, il tessuto ideale su cui costituire una teoria cinestetica della temporalità34, che non contempla l’asfittica chiusura nell’indipendenza assoluta del dato soggettivo-coscienziale, bensì l’irruzione necessaria e imprescindibile dell’esperienza del Leib, ovvero di una corporeità vivente, che vive ed abita un mondo insieme ad altri individui; la seconda questione, invece, mette in rilievo come il concetto di esperienza, su cui si basa anche la fisica del tempo, sia un concetto da riconsiderare nell’ottica di una integrazione o donazione di senso che opera tale concetto. Ogni esperienza, infatti, ci permette di compiere un’operazione altamente articolata e complessa, che è un’operazione di conferimento di senso,35 che si muove tra ciò che viene prodotto dal soggetto nell’atto della sua libera spontaneità ed è dunque razionale perché permette di fissare di volta in volta le singole invarianze empiriche, e ciò che invece è connesso alla modalità con cui noi compiamo tali operazioni, che non è qualcosa di controllabile o determinabile razionalmente, con la nostra libera azione, ma è qualcosa che dipende dalla natura stessa dell’atto percettivo e dalla stessa costituzione naturale del soggetto che conosce empiricamente.

Appare, pertanto, evidente come nella fenomenologia husserliana vi siano tre dimensioni necessariamente indissociabili l’una dall’altra: la temporalità, la cinestesi e l’associazione, che naturalmente concorrono — nel senso letterale del termine, ovvero “convergono insieme” — e si strutturano nella percezione. Il percorso che dovremmo intraprendere, nell’ottica di un risalimento regressivo alle fonti del pensiero sul tempo, non può rinunciare ad intraprendere un’analisi fenomenologica delle possibilità percettive che determinano una contraddizione insita nella stessa capacità percettiva o di attribuzione di un senso percettivo alle cose. Tutto ciò che viene percepito, viene percepito — anticipa Husserl — in un “adombramento prospettico” in cui ogni oggetto spaziale inevitabilmente si manifesta, con i suoi lati visibili, ma anche con quelli invisibili, che comunque sono in qualche maniera dati alla coscienza in quanto percepiti come “co-presenti”.36 Infatti, nel continuo mutamento del flusso percettivo si ha anche un continuo mutamento dei modi di manifestazione, dei modi con cui noi ci rappresentiamo gli oggetti percettivi, le scene percettive che il soggetto cerca di connettere e di ricostruire in maniera cosciente ma anche non-cosciente. Questo mutamento continuo del flusso percettivo che è cosciente, tuttavia, è anche nascosto: nel nostro volgerci all’esperienza delle cose, che è un atto spontaneo del nostro vivere nel mondo naturale, questo mutamento percettivo non giunge quasi mai in modo consapevole alla nostra attenzione.37

Abbiamo a che fare con un sistema radiale di percezioni che ha l’Io come centro, come polo-egoale, come punto d’origine, ma di cui siamo solo parzialmente coscienti. Lo scambio cognitivo-semiotico avviene in un’asimmetria fondamentale tra dato intuitivo puro e sintesi d’identificazione dei decorsi percettivi delle cose; ed è proprio in virtù di quest’asimmetria che si amplia lo spettro delle sintesi percettive, sotto forma non di elementi continui, ma discreti, che consentono a degli oggetti già in una certa misura noti di venire di nuovo percepiti grazie ad altre serie o decorsi percettivi discreti, unitamente a ricordi con-correnti di precedenti momenti percettivi.

In tutto questo processo, il tempo fisico-oggettivo viene sospeso e ci s’inoltra in una dimensione a-temporale in cui l’illusione di un flusso continuo di coscienza sembrerebbe corroborare l’idea di un presente esteso eternamente,38 ovvero di una sospensione temporale della dimensione del passato e del futuro, a vantaggio di una distensione indeterminata ed infinita del momento attuale, dell’attimo, dell’adesso, dell’ora coscienziale come unico elemento costitutivo ed indicale dell’unità di tutti i fenomeni che si manifestano all’interno e diametralmente all’esterno del soggetto.39

La presenza costante dell’assenza: il vero “presentismo” fenomenologico

La questione appare molto più complessa di quella che abbiamo appena descritto: intanto si nota una certa fragilità e precarietà del polo egoale, di questo centro radiale del processo percettivo, che emerge come una delle possibili varianti di tutto il sistema semiotico-percettivo e giammai come un sostrato di qualità predefinite. Inoltre, lo stesso processo percettivo, che altro non è che un processo di graduale acquisizione conoscitiva, si basa molto spesso non già su semplici dati intuitivi, ma su anticipazioni o presentimenti (Vorahnung) di ciò che sarà esperito, mostrandosi così in tutta la sua indeterminatezza. Il riempimento di senso, che genera il decorso o sistema di rimandi della percezione, è anche allo stesso tempo un processo di svuotamento di senso: cioè, quando di una cosa «un nuovo lato diventa visibile, un altro, che lo era appena divenuto, diventa mano a mano non più visibile, per divenire infine completamente invisibile».40 Tutto ciò che è diventato invisibile, però, non viene perso dalla conoscenza, ma si trasforma in una traccia percettiva originaria e successivamente in una conoscenza. Anche questi lati non visibili della cosa percepita sono co-coscienti in quanto sono già dati alla coscienza in quanto co-intenzionati, non propriamente co-presenti, ma presenti nella loro assenza: essi non manifestandosi affatto indicano un “rimandare-al-di-là” (Hinausweisen) che non appartiene alla sfera intuitiva, semmai a quella riproduttiva dell’immaginazione.

Noi potremmo, per esempio, «mentre vediamo il lato anteriore di un tavolo, inscenare un decorso di rappresentazioni intuitive, un decorso riproduttivo di aspetti, attraverso cui diverrebbe rappresentabile un lato della cosa ora non visibile»;41 con ciò noi non faremmo null’altro che «presentificarci un decorso percettivo nel quale, passando da una percezione a nuove percezioni, vedremmo l’oggetto da sempre nuovi lati nei suoi aspetti originali».42

Ogni momento percettivo costituisce esso stesso un sistema di rimandi, con un centro d’irradiazione intuitivo-fenomenico che funge da sostegno; e questo sistema possiede sempre un’unica costante, che è l’elemento oggettuale identico x che continua a manifestarsi ma che rimane interamente celato in ogni sua manifestazione, perché l’oggetto è inesauribile nella sua capacità di manifestazione oppure è al di sotto di tale capacità.43 Questi rimandi e rinvii sono allo stesso tempo solo delle tendenze, che sospingono l’oggetto verso manifestazioni ancora non date, manifestazioni che cioè ancora non sono coscienti, non sono effettive, ma che si stagliano su un orizzonte intenzionale vuoto dal punto di vista fenomenico.

Questo vuoto non è però un nulla, ma un vuoto che deve essere riempito, è dunque un’indeterminatezza determinabile.44

Quest’orizzonte intenzionalmente vuoto riceve, tuttavia, nuove manifestazioni della cosa come sue pre-delineazioni (Vorzeichnungen), come nuovi lati in cui la cosa si dà, e per quanto indeterminate siano queste pre-delineazioni, esse si riferiscono sempre ad un qualcosa di corporeo, determinando in maniera sempre più precisa ciò che era stato dato in maniera indeterminata; e questo processo consiste in un continuo flusso di nuovi orizzonti percettivi vuoti che portano con sé altri nuovi sistemi di rimandi, in cui l’oggetto x rimane sempre lo stesso in una coerente coincidenza di senso, ma in una sua integrazione che si determina in maniera sempre nuova, in base ai nuovi orizzonti intenzionali vuoti, ma sempre percettivamente determinabili.45

Ogni datità percettiva è, in modo peculiare, un miscuglio inscindibile di noto e ignoto, un ignoto che rimanda ad una nuova possibile percezione che lo renderebbe noto.46

Siamo nel campo delle “possibilità”, cioè di “possibilità aperte”, di probabilità che determinano un campo di libera variabilità di tutto il sistema percettivo e degli orizzonti intenzionali vuoti; ma queste possibilità sono allo stesso modo co-inglobate implicitamente all’interno di un sistema percettivo determinato e causale, anche se esse non possono essere positivamente determinate o predelineate, tuttavia costituiscono l’elemento massimo di variabilità ed incertezza che è necessariamente presupposto dalla nostra esperienza percettiva.47

Lo stesso discorso vale per i movimenti cinestetici degli occhi o quelli del capo: è proprio dirigendo lo sguardo su qualcosa oppure inclinando il capo verso qualcos’altro, all’interno di queste possibilità percettive, che ciò che si manifesta si costituisce come un oggetto percettivo, come un oggetto che è più di quanto percepiamo, un oggetto che continua a durare anche se è scomparso dalla mia percezione.48 È evidente che le serie continue di manifestazione dell’oggetto così acquisite ci presenterebbero l’oggetto nel medesimo tratto temporale, sicuramente da lati diversi, ma con la medesima durata. Mentre, dunque, per un oggetto immanente i modi di datità mutano costantemente secondo i modi di manifestazione dell’orientamento temporale; invece un oggetto spaziale si manifesta in infiniti modi nell’“ora”, così come per le sue fasi passate vi sono infiniti modi in cui potrebbero presentarsi i punti temporali ormai passati.49 Così è impensabile che un oggetto esterno, spaziale, una cosa, possa presentarsi come «qualcosa di definitivamente concluso in un intervallo di tempo».50

Ciò che è sempre di nuovo conosciuto è sempre ancora sconosciuto: ogni conoscenza pare dunque sin da principio priva di speranze.51

È questa forse l’unica certezza presente, del presente che ora viviamo, che non ha ancora alcun lato sconosciuto. Un presente che è come una lente che man mano che si avvicina mostra il discreto, mentre man mano che si allontana mostra il continuo, nel presente vivente e fluente della temporalità nella forma di un’interna successione di momenti temporali. È come se la temporalità emergesse sopra la struttura discreta delle singolarità percettive e desse forma ed ordine ad un sistema discontinuo ed asimmetrico di donazione intuitiva. La composizione del processo percettivo, giammai unidimensionale, ma sempre e comunque radiale, ha come sue componenti fondamentali le pre-delineazioni di senso che si compiono in ogni intenzionalità in generale, anche in quelle vuote, le successive delineazioni, e con loro tutti i movimenti cinestetici del corpo; ma in seguito anche grazie alle ritenzioni, le rimemorazioni e le protenzioni, che con il loro carattere di coincidenza e copertura forniscono il modo del riempimento oppure della delusione, del dubbio e dell’attesa.

Non vi è presente che non sia un presente vivente nell’assenza di dati originari: per ogni momento o “ora” che vive si ha una ritenzione chiara, nei gradi più vicini all’impressione originaria, ma pur sempre una ritenzione; mentre la rimemorazione, intesa come una sorta di ri-percezione, opera una riproduzione di un “ora” originario accompagnato da un processo percettivo ritenzionale, ma riproduttivamente modificato di gradi ritenzionali a loro volta originari. Come quando riproduciamo una melodia, un suono, un discorso, una frase, intenzionalmente o involontariamente: tutto questo scaturisce da un ridestamento di una serie di rimemorazioni che vengono riprodotte più o meno fedelmente, perché esse rivestono un carattere di legittimità e accordo con il presente vivente.52

«Il presente ricorda il passato»:53 vi è una struttura assolutamente necessaria, non casuale, un processo determinato senza il quale la soggettività non potrebbe costituirsi; ma questa struttura è la dimensione interna dell’attesa, nasce e si sviluppa dall’attesa del rimando percettivo. Quando percepiamo con la vista qualcosa, l’elemento presente ci ricorda quello riproduttivamente presentificato, ovvero un elemento della nostra esperienza passata che viene con questo ridestato attraverso questa nuova relazione associativa. La riproduzione si dà quindi nel ridestamento, come suo prodotto peculiare. È facile notare come il presente sia solo un termine che indica una vita d’identità coscienziale che segue delle leggi — delle legalità — interne, necessarie, che permettono ad un presente di essere in realtà un processo di riproduzione multi-modale che si snoda in sintesi associative sempre più complesse e gradualmente risvegliate in presenti non del tutto svaniti. Ma vi è anche l’altra metà complementare di questo presente vivente, che invece ha a che fare con l’anticipazione, con l’associazione anticipatrice di momenti che ancora non ci sono ma che si pre-delineano già sul piano del presente.

Il presente fenomenologico come assenza di presenza. Il ruolo formale della temporalità e il corpo vivo

Nel presente attuale e fluente della vita, nella sua concreta pienezza, sono già uniti, in un certo modo di datità, il presente, il passato, il futuro.54

Da ciò possiamo cogliere un assunto fenomenologico fondamentale: il presente, o — per meglio dire — ciò che di presente si presenta di volta in volta nella coscienza, come unità perdurante dell’identità, è una concatenazione meramente formale delle stesse relazioni temporali, esse sono fin da principio e secondo una necessità essenziale, concatenate nel loro costituirsi.

Ciò che si costituisce grazie a queste sintesi55 si può definire come “oggettualità temporale”, come oggetto temporale immanente che possiede un’ora momentaneo “insieme all’orizzonte momentaneo del passato ritenzionale e all’orizzonte protenzionale momentaneo”. Questa struttura è ciò che costituisce un presente continuamente fluente e sinteticamente unificato: è una struttura onnivora che ingloba in se stessa suoni, colori, sensazioni tattili, ecc., senza costituire altri presenti ognuno con una temporalità separata e differente, ma tutto in un unico presente vivente fluente.56

Si costituisce un’ora che porta all’unità dell’identità l’ora dell’uno e l’ora dell’altro dato. E lo stesso accade per la struttura formale dei modi soggettivi del tempo per entrambi i dati, e così per tutti quelli che si costituiscono a partire dallo stesso ora in una coincidenza dell’identità.57

In ciò si risolve la contemporaneità: in una identità formale di struttura (Formstruktur) dei modi soggettivi del tempo, detto in altri termini, una coincidenza d’identità. Infatti, vi è solo un’unica traccia temporale in cui confluiscono tutti i molteplici decorsi temporali.

Le molteplici impressioni originarie sono connesse in un’unica impressione originaria, e questa impressione inscindibilmente unica, scorre in quanto unica, cosicché tutte le impressioni particolari devono decorrere con una velocità (Tempo) assolutamente identica.58

In tal modo si costituisce una coscienza interna del tempo che non solo porta con sé la sintesi delle molteplicità fluenti percettive, ma già la presuppone in quanto forma generale da assegnare alle molteplicità oggettuali. È una veste astratta che si adatta alla realtà e ne determina anche il contenuto, pur ignorandolo. È l’illusione della continuità del presente percettivo come semplice “forma” sintetica della coesistenza e della successione dell’unità dei singoli oggetti temporali, che astrae proprio dal loro momento contenutistico, dalle singole molteplicità di durata, dalle differenze e dai reciproci rapporti locali che ineriscono.59 I rapporti sono i singoli collegamenti contenutistici che sussistono tra gli oggetti come la somiglianza, l’omogeneità, l’eterogeneità, che divengono materia di sintesi coscienziale. Ed inizia così un lungo gioco di sintesi coscienziali di sovrapposizione (Überschiebung), di coincidenza, di congruenza che porta poi ad una coscienza d’identità, di un’unica coscienza di contenuto, del medesimo contenuto qualitativo che non rimuove completamente le differenze ed i conflitti percettivi delle singolarità molteplici che giungono nella sovrapposizione. Perché la rimozione avviene proprio quando una singolarità particolare si sovrappone ad un’altra coprendola, e ciò che è coperto tende a sua volta a scoprirsi e, apertosi un varco, a coprire ciò che prima era allo scoperto.

Così avviene quando portiamo a sovrapposizione un quadrato rosso ed uno blu. Per ciò che concerne l’aspetto visivo vi è somiglianza, ma non uguaglianza: il rosso ed il blu sono infatti in conflitto.60

Questo collegamento contenutistico reale di vari elementi emersi in conflitto ed in dissonanza all’inizio, dopo cede ad una fusione percettiva sintetica, il cui fondamento è la stessa forma astratta della sintesi d’identità della coscienza temporale. Essa precede e segue la forma cinetica del passaggio da un elemento ad un altro e prende la forma di una sovrapposizione che anticipa tutti i processi di formazione conoscitiva superiori.

Tuttavia, nella forma “ora” si dà soltanto un elemento riproduttivo alla volta, vi è un’incongruenza modale nel presente originario che rende due momenti contemporanei incompatibili, pur essendo strutturalmente corrispondenti l’uno all’altro, lo sono tuttavia nel modo che ogni elemento è in conflitto con l’elemento corrispondente, che l’intuizione dell’uno rimuove l’intuizione dell’altro, ovvero quando un elemento viene ridestato l’altro deve essere contemporaneamente rimosso. La stessa coincidenza di rimozione si ha anche nel campo sensibile, con la forma spaziale, che altro non è che la forma del campo ottico con le sue località e la forma del campo tattile, che descrive anche una modalità di orientazione dei corrispondenti momenti formali che coincidono intenzionalmente con esso. Essi sono ugualmente delle strutture di coesistenza che si escludono a vicenda.61

Siamo incastonati in una presenza perdurante, che è sintesi d’identità di ciò che temporalmente è concatenato: ovvero le relazioni temporali si costituiscono sin dalla loro origine come essenzialmente concatenate l’una all’altra. Allora si può plausibilmente affermare che i rapporti oggettuali e contenutistici, i rapporti di omogeneità e somiglianza o affinità delle molteplici singolarità oggettuali, portino con sé e presuppongano sintesi formali di identità unitaria. E così che Husserl stesso può constatare che: «accanto a questa unitarietà formale ogni campo [visivo, tattile, uditivo] possiede in sé un’unitarietà di contenuti, un’unitarietà contenutistica (sachhaltig), che è appunto quella dell’omogeneità contenutistica».62

In questa prospettiva, vediamo una sorta di fusione (Verschmelzung) della coscienza, una liquefazione di duplice natura che ci fa pensare ad un irraggiamento, una distensione della coscienza nei dati discreti del concatenamento temporale. La coscienza non è localizzata, ma si delocalizza di continuo: nel vivo distendersi del tempo vivente si librano di norma i contenuti che in esso si distendono ed i confini interni e gli ambiti delimitati risaltano più o meno nettamente nella forma di un’interna successione.63 Ciò non significa che tutto sia permeato da un’incertezza inconcludente, un’improponibile indeterminatezza normativa; piuttosto emerge un’essenziale legalità teleologica che sembra permeare tanto la materia quanto la forma di ogni costituzione dell’oggettualità temporale, come condizioni di possibilità di tale unità. E questa legalità essenziale è senz’altro quella propria dell’associazione che rende possibile ogni struttura di senso di un presente vivente e di ogni sua condizione di possibilità.

Ecco l’origine dell’illusione temporale del divenire, del presente continuo e fluente: in questa interna continuità dell’estensione temporale, il contenuto temporalmente esteso, il contenuto oggettivo, non è esternamente co-presente, ma l’unità oggettiva è immaginabile solo come unità ordinata in maniera continua, come temporalmente estesa.64

Così inteso il presente vivente è una struttura temporale in cui l’impressione originaria, le ritenzioni e le protenzioni non sono altro che un dispositivo che funziona seguendo da un lato l’evoluzione estrinseca delle associazioni che vanno verso il co-presente e i passati ritenzionali nella forma di ridestamenti e, dall’altro, delle associazioni che vanno nella direzione del futuro, anticipando dati sensibili e trasformandosi in protensioni. In tutto questo processo, in cui non si può distinguere il fondato dal fondante, l’interno dall’esterno, un prima da un dopo, ma tutto accade asimmetricamente, la funzione coscienziale del presente temporale identificante si riduce ad una strutturale donazione di forma, ma di forma astrattamente fluente e continua che mette assieme elementi singolari non più presenti, ma sempre ridestati nella forma dell’identificazione temporale.

Quando il ridestamento di un elemento passato o di una serie di vissuti passati s’intensifica alimentato dalla forza dell’affezione di ciò che è stato appena ridestato ed eventualmente incrementato dalla sollecitazione di quegli interessi del sentimento che via via si sviluppa, ecco che allora esso trapassa in rimemorazione sempre sulla base di una sintesi dell’identità. Si ricostituisce, infatti, quell’elemento oggettuale passato nella forma di un ri-presentificare non esperendo effettivamente ma come se si esperisse effettivamente.65

Esaminando più da vicino la sfera del presente vivente ci si accorge di un’altra dimensione fondamentale: quella dell’attesa. Questa è una dimensione che consente di anticipare qualcosa rispetto al suo passato: ogni rappresentazione che sia divenuta ormai vuota di contenuto, che abbia quindi perso la sua originaria forza intuitiva, si proietta nel futuro come attesa. Nel presente vivente, infatti, possiamo trovare accanto a elementi percettivi coesistenti, sempre nuovamente esperiti, nell’esperienza originaria, proprio intrecciata ad essa, una struttura di attesa, cioè una tendenza ad anticipare elementi percettivi che viene in parte soddisfatta (riempita) dall’esperire originario, in parte vi si oppone e pertanto viene soppressa. Inevitabilmente, il sopraggiungere del futuro è atteso in conformità alla somiglianza con un passato già sopraggiunto perché già ad un livello elementare un ricordo primario, la ritenzione più originaria, precede la protenzione: come nel caso di una melodia, in cui accanto ad un decorso originario di ritenzioni primarie si apre immediatamente un co-presente fatto di protenzioni, un orizzonte di futuro o di attese.66

Ovviamente ciò non sempre si verifica in modo da essere soddisfatto, ovvero non sempre si presenta l’elemento atteso, ma tutto ciò attesta che tra il presente ed il passato si dia qualche coincidenza di tipo associativo, un passato che è quello ritenzionale, ma può anche essere quello rimemorato, che da noi appare molto lontano.

È così che si genera la coscienza della mancanza, dell’assenza, che non è la coscienza del nulla o del vuoto, ma è la coscienza che viene prodotta dal fenomeno del non-verificarsi, del non-subentrare, quando cioè l’attesa viene delusa, e il campo temporale presente si riempie, ma si riempie “altrimenti”.67

Se non ci fosse il ricordo, la rimemorazione, se fosse data una vita di coscienza senza di esso, allora per l’Io esisterebbe solo un’oggettività percettivamente costituita in un divenire temporale profondamente diverso rispetto al suo attuale divenire temporale. In un altro senso, non ci sarebbe in realtà alcun oggetto per l’Ego, poiché “mancherebbe” la coscienza di qualcosa che possa essere afferrato in molteplici possibili modi di apprensione, di un essere al quale si possa sempre ritornare e riconoscere come la stessa cosa e che inoltre si possa avere liberamente come proprio, come un possesso sempre disponibile; mancherebbe completamente, rispetto alle possibili considerazioni sulla coscienza, l’idea di qualcosa che esiste in sé: in una parola, di un oggetto.68

L’associazione è fenomenologicamente caratterizzata come una connessione coscienziale di ricordo che esiste tra i vari elementi che vengono di volta in volta associati, i quali non sono semplicemente presenti insieme o uno dopo l’altro, bensì si può legittimamente affermare che l’uno rimanda all’altro; un presupposto nella coscienza dell’uno conduce a quello dell’altro. C’è una corrispondenza biunivoca molto forte tra ciò che si rappresenta nella coscienza dell’oggettività trascendente e ciò che si dà in quella immanente, e anche tra le rappresentazioni che vanno dal simultaneo al simultaneo e dal presente al presente. Se, ad esempio, i dati relativi al colore si sono verificati una o più volte insieme ai dati relativi all’odore, allora nel nuovo caso questi colori e odori non solo saranno di nuovo presenti insieme, ma avranno anche una loro connessione di coscienza: le previsioni del dato simultaneo sono collegate ai dati immanenti, e la datità non è ostacolo allo stesso elemento coscienziale che resta intrappolato nell’altro. Ma se i dati attesi non compaiono, essi sono “mancanti” nella coscienza, la prefigurazione è vuota e allo stesso tempo inibita.69

Così vive la coscienza, così vive l’Io: in una costante incertezza percettiva, o forse, dovremmo dire, in una costante presenza della mancanza, dell’assenza di ciò che è atteso, del ritardo del ridestamento, di ciò che può donare una conferma di senso a tutti i singoli elementi che si susseguono nei loro rapporti reciproci di somiglianza, vicinanza, contiguità, ecc.

Vivere il presente significa, dunque, vivere la presenza di una mancanza, di un ritardo, del venire-ad-essere dell’essere, in quanto esso si dischiude nelle infinite possibilità dell’esperienza. In questo senso la coscienza del tempo non è altro che un atto del sé che è diretto verso qualcosa, una [”]coscienza” completamente nuova, un’“intenzione” nel vero senso della parola, in quanto tutti gli atti del sé sono diretti verso qualcosa e sono volti al soddisfacimento o al fallimento (quindi sono modalizzabili). Allora, dovremmo dire che si tratti di una semplice “azione” dell’Io su una realtà inerte? Un in-formare che presuppone forme già pre-costituite?

Il flusso coscienziale, la sua “intenzionalità” è di natura “passiva”, così come la “temporizzazione” (Zeitigung) passiva di un pre-tempo (Vor-Zeit) e di un pre-essere (Vor-Sein), di una convivenza o, meglio, coesistenza e di una successione, di “passato, presente e futuro”.70

Per “passivo” s’intende: senza l’azione dell’ego, l’ego può anche essere sveglio e cioè essere un sé agente; il flusso avviene, il flusso non deriva da un’azione dell’ego, come se fosse diretto a realizzarlo, come se si realizzasse attraverso un’azione. Non si tratta quindi di qualcosa di fatto, né di un atto (nel senso più ampio del termine).71

Piuttosto, ogni azione è essa stessa “contenuta” in questo flusso generale, che è quello della vita, che viene chiamato “vita” dell’ego — sebbene Husserl non lo definisca univocamente. La specifica vita dell’ego come suo atto di realizzazione si compie anche all’interno di questo flusso, come “flusso di esperienza”, flusso di coscienza, che, al di là degli atti, è pur sempre un flusso, un “substrato fluido” da cui gli atti nascono come unità. Ecco l’origine della coscienza egoale in quella pre-intenzionalità in cui il flusso stesso dell’esperienza è costituito si costituisce nella vita stessa che scorre: qui il presente, il passato, il futuro e quell’intenzionalità — quella di ogni intenzione genuina, di ogni atto genuino — sorgono come coscienza dell’atto, come coscienza dell’ego di qualcosa e in essa gli esseri e il tempo come “forma” degli esseri che sono collegati con i modi di atto noetici della temporizzazione.72

Il “flusso di coscienza” è quel “fenomeno primordiale” che ha il suo modo d’essere nella pre-temporizzazione che è implicitamente presupposta con la posizione dell’ego; essa è l’incessante pre-temporizzazione, nella quale incessantemente il tempo primordiale, il pre-tempo, è in costituzione vivente. In questo pre-tempo, nel “flusso” di questa vita, non solo si costituiscono le unità pre-temporali, i vissuti nella temporalità esperienziale che è sempre un primo livello della “costituzione” appartenente alla coscienza, ma anche, correlativamente, tutti gli stadi dell’essere per l’ego, e anche l’ego stesso come agente. Nell’immediatezza, gli atti sono pre-temporali e ad essi corrispondono “tratti” staccati del flusso vitale, nel senso che essi sono intenzioni dell’ego verso obiettivi [”]pre-intenzionati”.73

Ritornando alla questione fondamentale che abbiamo affrontato all’inizio di questo saggio, possiamo in conclusione chiederci: il mutamento temporale è metafisicamente reale perché fondato su un presente eterno che si trasforma incessantemente, oppure questo mutamento è soltanto un’illusione la cui base è costituita dai nostri vissuti di coscienza, i quali forniscono una forma ad una serie di eventi che esistono a-tensionalmente ?74

L’identità è costruita di relazioni tra parti o tra stadi che non sono essi stessi identici gli uni agli altri in alcun modo,75 ma che presuppongo una struttura temporale costante e continuamente fluente.

Il criterio, dunque, per stabilire una certa permanenza dell’Io è lo stesso che ci permette di delineare una certa esistenza del corpo e non di un corpo qualsiasi ma di questo mio corpo in particolare. La stessa memoria non può garantire una tale certezza: potremmo condividere con gli altri gli stessi ricordi, esattamente simili, ma per distinguere qualitativamente i vari ricordi abbiamo necessariamente bisogno d’introdurre un corpo, non un corpo qualsiasi, ma quello che ci inserisce all’interno della realtà vivente.76 È questo elemento che permane e persiste nel tempo e nello spazio, come datore di senso e di significato, coagulando in sé dimensioni spaziali e temporali insieme, perché un corpo non può darsi solo in uno spazio, o in una persistenza di parti spaziali, ma anche in un tempo o nell’estensione di alcun parti temporali. Esso persiste pur assumendo parti spaziali e fasi temporali diverse, che fungono, potremmo dire in modo tensionale, da tratti essenziali o “relazioni” che servono a legare insieme in modo appropriato le varie fasi spazio-temporali, come avviene nel caso della continuità o della causalità spazio-temporale.77 Ecco perché l’identità della persistenza, come illusione fondamentale, non deve necessariamente fondarsi su un elemento costituente che rimane identico nelle successioni continue e asimmetriche delle parti temporali o dei tratti spaziali di un qualcosa in generale; mentre essa è una conseguenza del radicamento nel mondo di un corpo vivo, che opera o funge spazio-temporalmente, attraverso rapporti tra varie sue parti che non sono sempre le stesse, ma possono modificarsi o addirittura non essere sempre presenti.

A questo punto dovremmo intendere il presente come una dimensione in cui si muove il nostro corpo vivo — insieme al nostro “Io”, in cui ci muoviamo noi —, indipendentemente dalle distinzioni temporali di presente, passato e futuro, ma in una totalità di fasi temporali (a-temporalmente) e dunque, noi passiamo da una fase temporale presente ad una passata quando il mio corpo si muove cinesteticamente da una parte temporale ad un’altra. Il nostro destino sembrerebbe quello di inseguire il presente e non di viverlo pienamente. Inseguire il presente significa fisicamente inseguire il tempo, mediante il corpo, in quanto il passaggio da una fase all’altra è anche e soprattutto un passaggio di tipo spaziale: passare da unità temporali iniziali ad altre, a quelle successive, o da quelle future a quelle presenti, è sempre una modalità di attraversamento corporeo e quindi cinestetico del tempo.78


  1. J.E. McTaggart, «The unreality of time», Mind, 1908, n. 18, pp. 457-84. Ripubblicato anche in ID., The nature of existence, University Press, Cambridge 1927, vol. I (tr. it. L’irrealtà del tempo, a cura di L. Cimmino, Rizzoli, Milano 2006). ↩︎

  2. Ovvero “dipendente dalla mente”: Cfr. F. Orilia, Filosofia del tempo, 1ª ed., Carocci, Roma 2012, p. 52. ↩︎

  3. Cfr. M.J. Cresswell, «Modality and Mellor’s McTaggart», Studia logica, 1980, n. 24, pp. 163-170. ↩︎

  4. A tal proposito cfr. D. Mancuso, «Dai futuri contingenti all’irrealtà del tempo», Isonomia, 02/08/2004, http://www.uniurb.it/Filosofia/isonomia/2004mancuso.pdf↩︎

  5. Una declinazione di questa teoria è quella appunto del fatalismo logico (cfr. Nina Emery, Ned Markosian and Meghan Sullivan, «Time», in The Stanford Encyclopedia of Philosophy, Fall 2024 ed., a cura di Edward N. Zalta & Uri Nodelman, https://plato.stanford.edu/archives/fall2024/entries/time) che spesso viene associata ad una forma di determinismo fisico, secondo il quale le leggi di natura in un qualsiasi momento determinano fisicamente gli avvenimenti in un qualsiasi altro momento, passato o futuro che sia. Cfr. F. Orilia, Filosofia del tempo, cit. alla nt. 2, pp. 60-62. ↩︎

  6. Ivi, p. 65. ↩︎

  7. Cfr. ivi, p. 67. ↩︎

  8. Cfr. ivi, pp. 108-09. ↩︎

  9. Cfr. ivi, pp. 79-82. Molto interessante è a mio avviso per lo studio che qui viene presentato la versione del passatismo di McCall che introduce al posto della dimensione del futuro delle possibilità alternative o non realizzate che sono tra di loro in un rapporto di contraddizione, nel senso che quando una di loro si realizzerà per poi recedere nel passato, l’altra alternativa sarà eliminata dal novero ontologico. Cfr. S. McCall, Model of the Universe, 1ª ed., Oxford University Press, Oxford and New York, 1994. ↩︎

  10. Un esempio di questo approccio è la soluzione proposta alcuni anni fa da Edward Casey, che individuava nello spazio fisico un possibile punto di congiunzione tra presente e passato: se così fosse, la memoria degli eventi non andrebbe cercata nella mente ma negli stessi oggetti materiali — una pagina di diario, una fotografia, un souvenir legato ad un momento particolare. Cfr. E.S. Casey, «Keeping the past in mind», Review of Metaphysics, 1983, n. 37, pp. 77-95. ↩︎

  11. Cfr. D. Mancuso, «Dai futuri contingenti all’irrealtà del tempo», cit. alla nt. 4. ↩︎

  12. Cfr. ib↩︎

  13. Cfr. C. Rovelli, «Preface», in The Times Are Many, in Einstein vs. Bergson. An enduring quarrel on Time, a cura di A. Campo e S. Gozzano, De Gruyter, Berlin-Boston 2022, p. VII. ↩︎

  14. M. Dorato, Che cos’è il tempo? Einstein, Gödel e l’esperienza comune, 1ª ed., Carocci, Roma 2013, p. 130. ↩︎

  15. Ivi, p. 33. ↩︎

  16. Cfr. ivi, p. 20. ↩︎

  17. Si è ripreso in generale l’esempio che viene riportato in H. Bondi, Relativity and common sense, 1ª ed., Dover, New York 1962; tr. it., pp. 117-ss. ↩︎

  18. Nella rappresentazione analitico-geometrica si parla di diagramma di Minkowski in quanto lo stesso introdusse lo spazio quadridimensionale per comprendere meglio la teoria einsteiniana. L’unificazione di spazio e tempo in un tutto quadridimensionale sostituisce la rappresentazione “dinamica” della fisica classica, in cui i moti seguono una sequenza temporale di configurazioni spaziali a tre dimensioni con una rappresentazione “statica”, in base alla quale ogni punto dello spazio-tempo ha un determinato contenuto temporale per chi osserva i fenomeni, tanto da eliminare la concezione della classica “freccia del tempo” di matrice newtoniana. Cfr. M. Morganti, Filosofia della fisica, 1ª ed., Carocci, Roma 2016, p. 82. ↩︎

  19. H. Bondi, Relativity and common sense, cit. alla nt. 17, p. 129. ↩︎

  20. Cfr. M. Morganti, Filosofia della fisica, cit. alla nt. 18, p. 83. ↩︎

  21. Cfr. ivi, p. 185. ↩︎

  22. Cfr. ivi, pp. 186-187. ↩︎

  23. Cfr. C. Rovelli, La realtà non è come ci appare. La struttura elementare delle cose, 1ª ed., Raffaello Cortina ed., Milano 2014, p. 64. ↩︎

  24. Cfr. ib↩︎

  25. Cfr. C. Rovelli, Che cos’è il Tempo? Che cos’è lo Spazio?, 2ª ed., Di Renzo editore, Roma 2014, p. 19. ↩︎

  26. È quanto affermato perentoriamente da Rovelli, in id., p. 44. ↩︎

  27. Cfr. M. Dummet, Truth and Past, Columbia University Press, New York 2004. ↩︎

  28. Cfr. C. Rovelli, «Preface», in Einstein vs. Bergson. An enduring quarrel on Time, cit. alla nt. 13, p. VIII. ↩︎

  29. I. Kant, Kritik der reinen Vernunft, 2ª ed., 1787, Akademie-Ausgabe (AA), «Kants Gesammelte Schriften», 29 voll., vol. III, § 24, pp. 119-120; tr. it. a cura di G. Colli, 2ª ed., Bompiani, Milano 1989, p. 185. ↩︎

  30. Ivi, p. 187. ↩︎

  31. Ivi, pp. 189-190. ↩︎

  32. Cfr. ivi, p. 192. ↩︎

  33. Cfr. supra, nt. 29. ↩︎

  34. La dottrina husserliana del tempo (cfr. E. Husserl, Zur Phänomenologie des inneren Zeitbewusstseins, in «Husserliana» (Hua) X, a cura di Rudolf Boehm, The Hague, Martinus Nijhoff 1969) è stata definita anche presentismo specioso perché si basa sull’esperienza, ovvero sull’esperienza del presente, che ha una sua durata e che si rende manifesta attraverso l’esibizione alla coscienza di cambiamenti interni che seguono le “B-relazioni” del prima, del dopo e dell’adesso, come cambiamenti interni ai contenuti dell’esperienza. F. Orilia, op. cit., pp. 134-135. ↩︎

  35. Cfr. E. Husserl, Analysen zur passiven Synthesis. Aus Vorlesungs- und Forschungsmanuskripten, in Hua XI, a cura di Margot Fleischer, The Hague, Martinus Nijhoff 1966; tr. it. a cura di V. Costa, La Scuola ed., Milano 20161, pp. 67-69. ↩︎

  36. Cfr. ivi, p. 75. ↩︎

  37. Cfr. ivi, p. 69. ↩︎

  38. Cfr. supra, nt. 34. ↩︎

  39. In tutte queste riflessioni e soprattutto in quelle che seguono farò implicito riferimento alle fondamentali ricerche di S. Gallagher, The Inordinance of Time, Northwestern University Press, Evanston 1998 e Id., How the Body Shapes the Mind, Clarendon Press, Oxford-New York 2005. ↩︎

  40. E. Husserl, op. cit., p. 81. ↩︎

  41. Ivi, p. 76. ↩︎

  42. ib↩︎

  43. Cfr. ivi, p. 77. ↩︎

  44. Ivi, p. 78. ↩︎

  45. Cfr. ivi, pp. 78-79. ↩︎

  46. Ivi, p. 84. ↩︎

  47. Cfr. ivi, p. 121. ↩︎

  48. Cfr. ivi, p. 87. ↩︎

  49. Cfr. ivi, pp. 88-89. ↩︎

  50. Ivi, p. 92. ↩︎

  51. Ivi, p. 95. ↩︎

  52. Cfr. ivi, pp. 202-204. ↩︎

  53. Ivi, 210. ↩︎

  54. Ivi, p. 217. ↩︎

  55. Il riferimento è ovviamente a Kant: cfr. ivi, p. 218. ↩︎

  56. Cfr. ivi, p. 219. ↩︎

  57. ib↩︎

  58. ib↩︎

  59. Cfr. ivi, p. 220. ↩︎

  60. Ivi, pp. 222-23. ↩︎

  61. Cfr. ivi, pp. 298-99. ↩︎

  62. Ivi, p. 231. ↩︎

  63. Cfr. ivi, p. 234. ↩︎

  64. ib↩︎

  65. Cfr. ivi, p. 280. ↩︎

  66. Cfr. ivi, pp. 284-85. ↩︎

  67. Cfr. ivi, p. 288. ↩︎

  68. Cfr. ivi, p. 326. ↩︎

  69. Cfr. ivi, p. 241. ↩︎

  70. Cfr. E. Husserl, Zur phänomenologischen Reduktion. Texte aus dem Nachlass (1926-1935), in Husserliana XXXIV, a cura di Sebastian Luft, Dordrecht, Kluwer 2002, p. 179. ↩︎

  71. Ib↩︎

  72. Cfr. ivi, p. 180. ↩︎

  73. Cfr. ivi, pp. 180-181. ↩︎

  74. Cfr. L.N. Oaklander, «Time and identity», in L.N. Oaklander, Time, Change and Freedom. Introduction to Metaphysics, Routledge, London-New York 1995, pp. 55-114; tr. it. a cura di G.I. Giannoli, Armando, Roma 2009, p. 103. ↩︎

  75. Cfr. Ivi, p. 100. ↩︎

  76. Cfr. Ivi, pp. 96-97. ↩︎

  77. Cfr. Ivi, p. 100. ↩︎

  78. Qui Oaklander sembrerebbe condividere una teoria a-tensionale dell’identità personale in cui il tempo viene assunto in senso sostanzialistico. Cfr. Ivi, pp. 113-115. ↩︎