Il dolore come Befindlichkeit: un nuovo modo di concepire l’analitica ontologico-esistenziale heideggeriana alla luce della lettura della raccolta Über den Schmerz

L’importanza del dolore e della sua innata necessaria autenticità

Il dolore come Befindlichkeit si definisce come un elemento innovativo all’interno del percorso heideggeriano della Seinsfrage che può essere introdotto tramite una delineazione indicataci da Über den Schmerz, la raccolta di appunti pubblicata dalla Martin Heidegger Gesellschaft nel 2019. La Seinsfrage è l’indagine che prende inizio proprio da Sein und Zeit, dal riportare in auge il problema dell’essere che viene trattato da Heidegger come uno svelamento, come ἀλεθήια. «L’ ἀλεθήια come disvelamento va nella direzione di ciò che è la Lichtung»1. Quest’ultimo termine indica il mostrarsi dell’essere, una verità che non è adeguatio rei et intellectus ma è un fenomeno autentico in cui è possibile scorgere l’essere stesso. L’analisi del dolore si svolge secondo il metodo fenomenologico che parte da ciò che appare, verso ciò che è più originario. Si tratta di andare alla ricerca di ciò che rende possibile che ciò che è nella modalità in cui si dà (e non altrimenti). È proprio attraverso questa tipologia d’indagine che il dolore si esplica nella sua estrema versatilità al fine di chiarificare i testi più discussi e oscuri del filosofo di Messkirch, come ad esempio i Beiträge zur Philosophie o Unterwegs zur Sprache, che esemplificano la difficoltà della lettura del secondo Heidegger che mantiene nelle proprie opere, anche nel modo di scrivere, il senso profondo della ricerca dell’Essere che spesso non si svolge attraverso un percorso predefinito e ravvisabile tra gli infiniti temi trattati nel cammino filosofico del pensatore tedesco.

Lo scopo di questo articolo è di mostrare il dolore come possibilità di compaginare le modalità di ricerca sulla Seinsfrage e di come esso costituisca una via privilegiata affinché possa avvenire una comprensione più completa e dunque meno contradditoria dell’incedere heideggeriano, in particolar modo in riferimento allo Heidegger posteriore alle Kehre [svolta]. Ad una prima lettura degli studi dopo la svolta, si potrebbe pensare ad un cambio repentino e rapsodico della ricerca heideggeriana, al contrario di Essere e Tempo, il cui scopo è espressamente ontologico e l’analitica esistenziale si profila come una metodologia ermeneutico-fenomenologica al fine di individuare il senso dell’essere. Dopo l’opera del 1927, i testi heideggeriani non posseggono più la sistematicità dell’Hauptwerk ma si avventurano apparentemente verso altri campi di ricerca, quali la tecnica, la poesia, lettura dei grandi filosofi greci ecc… Seppur il sostrato ontologico sia sempre facilmente reperibile in ogni testo heideggeriano, un forte attaccamento alla fattualità-ermeneutica, al reale, al darsi dell’Esserci come essere-nel-mondo, sembra invece essere abbandonato.

Il dolore al contrario dimostra come questa Befindlichkeit, sia un modo strutturale di essere dell’Esserci che palesa la riconciliazione rimasta finora sottesa tra ontologia, analitica esistenziale, linguaggio, fenomenologia, Zeitlichkeit [temporalità dell’esistenza] e Temporalität [temporalità dell’essere]. Nei grandi testi, in particolar modo nei Beiträge zur Philosophie e Unterwegs zur Sprache, l’autore dedica al dolore alcune emblematiche ed ermetiche righe, che riconducono ad un leit motiv che emerge se appellato, e rivela ciò che altrimenti sarebbe rimasto nell’oscurità. Ma perché il dolore è così fondamentale nella comprensione? Perché ha un carattere così prioritario? É proprio in questo punto che il dolore mostra la sua forza di apertura perché mantiene per sua stessa natura, il contatto con l’ermeneutico fattuale, a quell’essere-nel-mondo dell’Esserci. Il dolore come vedremo è una possibilità sempre presente per l’Esserci, che rischia in ogni momento di patire il dolore, sia esso fisico o psichico. Questa possibilità di essere sempre richiamato alla sua propria autenticità definisce il dolore come Befindlichkeit eminente che costituisce un accesso privilegiato all’essere dell’ente nella sua totalità e dunque come apertura alla Seinsfrage.

Il punto di snodo del pensiero heideggeriano è di ricomprendere le modalità di comprensione ed interpretazione effettuate durante l’indagine, per approdare ad una tematica ontologica che non si delinea mai come mero pensiero speculativo ma già sempre come fine di un’indagine fenomenologica che dalla struttura dell’Esserci come essere-nel-mondo penetra a fondo cogliendo ciò che rende necessario ciò che appare, facendo sì che il Sein si sveli nella modalità peculiare dell’Ereignis. L’Evento è la condizione attraverso la quale l’essere si manifesta, si lascia schiudere per poi ritrarsi, rendendo il darsi dell’essere già sempre sfuggevole e ritraente per il Dasein che tenta di carpire l’apparire della Lichtung, secondo un fenomeno più originario. L’Esserci si trova sempre nella condizione di precomprensione ambientale preveggente, avendo accesso ad un’apertura parziale dell’essere nella sua totalità, poiché essere-nel-mondo e sapersi rapportare agli enti, implica comprendere come questi si diano nella rete di significanti degli enti, significati proprio dalla totalità dell’essere dell’ente. Ma questa schiusura non è sufficiente affinché l’essere si sveli, è necessario che si proceda verso un fenomeno più originario che mostri l’essere non solo parzialmente, come nel caso degli enti utilizzabili, ma nella sua totalità. «L’ontologia è possibile soltanto come fenomenologia»2. Questo è il fil rouge della filosofia heideggeriana.

Über den Schmerz dimostra proprio come il dolore si configuri come una via privilegiata secondo molteplici aspetti per concedere l’accesso all’essere. La Seinsfrage intrapresa in Sein und Zeit si perpetua sul piano ermeneutico fenomenologico nella maggior parte delle più grande opere heideggeriane, tra cui i Zollikoner Seminare, Grundbegriffe der aristotelischen Philosophie, Zu Ernst Jünger che dimostrano come l’impatto fenomenologico (e non solo) del dolore, inteso sia come semplice pathos che come Befindlichkeit, in grado di rimettere l’Esserci a se-stesso nell’effettività dell’esser-rimesso, costituisca un passo fondamentale nell’incedere filosofico.

Questo articolo metterà preliminarmente in luce, prendendo come principale riferimento Über den Schmerz, come il dolore costituisca una via fondamentale di apertura dell’essere dell’Esserci e di come di fatto si costituisca non solo come una Befindlichkeit ma come la più eminente. L’articolo avanzerà e sosterrà l’ipotesi che il dolore possa assumere una funzione fondamentale nella ri-comprensione delle opere di Heidegger e di come in particolar modo, il rapporto tra linguaggio e dolore, che sembrano allontanare il filosofo da un approccio ermeneutico-fattuale, possa essere compreso solo in un’ottica di continuità metodologica. Un dolore che apre al linguaggio che a sua volta può essere compreso come apertura solo perché riporta immancabilmente l’Esserci presso il proprio essere autentico che la poesia mantiene nella sua Lichtung. Se non nel dolore e come continuo ritorno nel fattuale che riporta la ricerca ad un accesso privilegiato all’unico ente che si domanda sul senso dell’essere, l’indagine heideggeriana perde della propria configurazione ontologica fondamentale e si disperde in una rapsodia di percorsi che sembrano interrompersi senza dare frutti. Il dolore permette di ricomprendere questo incedere come dei Riß [fenditure], rammentando che l’Ereignis è per sua natura ritraente nel suo svelarsi e per isomorfismo l’indagine non può che lasciare-essere e, secondo il metodo fenomelogico, far sì che dal fattuale ermeneutico si dia ciò che più originariamente rende manifestabile ciò che appare.

Il dolore come Befindlichkeit si caratterizza come apertura fondamentale, la cui forza penetrante muove dall’essere spaziale dell’essere-nel-mondo dell’Esserci. Lo Schmerz affonda le sue radici nella Leiblichkeit del Dasein, di cui l’Esserci sa di poter esser colpito. Attraverso il concetto di Leiblichkeit espresso nei Seminari di Zollikon3 si chiarisce la differenza tra il corpo inteso come insieme di parti inanimate, che costituiscono una macchina il cui funzionamento generale è dato dalla somma della singolarità delle parti [Körper] e il corpo invece compreso come presentificazione della corporeità in cui l’Esserci si dà come essere-nel-mondo spaziale, in quanto dunque rapporto fenomenico dell’esser-presente del Ci. Il dolore ha in comune con la morte la declinazione dell’onnipresenza dell’accadere di questa Möglichkeit presso cui l’Esserci già sempre soggiorna. Il dolore può affliggere l’Esserci in qualsiasi momento – lo stesso essere-nel-mondo del Dasein costituisce una condizione sufficiente affinché l’Esserci possa percorrere questa possibilità. Il dolore che verrà poi considerato da Heidegger sotto molteplici aspetti, molti dei quali privilegiano il carattere ontologico-metafisico, ha la sua Ursprung [origine] proprio nel fisico, nell’ermeneutico-fattuale all’interno del quale l’Esserci si districa e che costituisce per la Seinsfrage un terreno particolarmente fruttuoso. «Il fisico non scende mai dal suo trono»4. Questa affermazione così perentoria coadiuva la comprensione delle radici profondamente fenomenologiche dello Schmerz, che primariamente si annuncia in quanto avverso [das Widrige].

Ciò che assale, che non lascia tregua, appare come il carattere stesso del dolore. Il dolore è dunque ciò che è avverso, che assilla l’uomo in gradi e livelli sempre cangianti, dallo sgradevole fino al feroce.5

Il darsi avverso del dolore, che può variare di modalità ed intensità, come qui accennato da Heidegger stesso, modella le variazioni del suo darsi strutturalmente legate alle declinazioni delle modalità di essere dell’Esserci. Il dolore dona un’immersione totalizzante per l’Esserci nell’Auslegung [interpretazione] dello Schmerz, l’in-vista-di-cui è l’essere-nel-mondo aperto in quanto tale nella propria Leiblichkeit. Il circolo ermeneutico all’interno del quale il Dasein è coinvolto, riporta la comprensione del fattuale verso la Jemeinigkeit, verso l’essere-autentico. La Verfallenheit è una modalità dell’Esserci nella quale esso si trova innanzitutto e per lo più solo quando può non venir essere riportato presso la propria Eingentlichkeit.6 Il dolore, a differenza della noia o dell’angoscia, può aprire il Dasein in maniera più perentoria grazie al carattere dell’avverso, che fenomenologicamente colpisce l’Esserci senza lasciare appello. Il dolore, proprio come la morte, riporta alla Leiblichkeit il Dasein, che non può che essere riportato presso il proprio esser-nel-mondo e il Se-stesso con una violenza, che permette di essere sedata solo a costo di nullificare le modalità percettive del soggetto (si fa riferimento ai rimedi medici utilizzati al fine di ridurre la percezione del dolore del paziente come morfina ecc.).

Über den Schmerz ci costringe nella lettura al riferimento a molteplici opere di Heidegger stesso, che, rilette attraverso una luce filtrata attraverso il dolore come Befindlichkeit, mostrando quanto il leit motiv dell’essere-nel-mondo, della Leiblichkeit e dell’ermeneutico-fattuale costituisca il reticolato sul quale l’intero impianto della Seinsfrage si basa. Da qui ne consegue dell’importanza del dolore, che permette uno squarcio verso ciò che è più originario, rivelando la Not [necessità] dell’Esserci. L’apertura ontica o ontologica dell’Esserci risulta essere la via privilegiata per accedere all’essere dell’Esserci, che a sua volta viene definito come ente privilegiato sull’indagine del Seins. Il lasciarsi scoprire dell’essere è dunque legato alla possibilità della Not dell’Esserci, coappartenente alla Notwendigkeit dell’essere, che può rivelarsi quanto più autenticamente e in maniera accecante quanto più la Befindlichkeit riesce a squarciare il livellamento delle possibilità e a riportare, come il dolore, verso la possibilità più propria del Dasein. È l’effetto straniante del dolore, nel silenziare e sospendere il valore degli enti, che spezza la rete di significanti abilmente e fittamente intricata tessuta dal Man. Le modalità di darsi del dolore sono variegate e si differenziano per intensità e richiamo più o meno perentorio al Dasein.

Il primo stadio in cui fenomenologicamente incontriamo il dolore è sicuramente quello fisico che innanzitutto si declina come un’interruzione del rimando tra l’essere-nel-mondo dell’Esserci, la sua spazialità come Leiblichkeit e gli enti del suo mondo. Tanto più l’intensità del dolore aumenta, tanto più la totalità dell’essere dell’ente estromette gli enti che circondano il Dasein, al fine di concepire il corpo come Körper e vivere il proprio essere-nel-mondo riportandolo non sull’appagatività degli enti ma sulla corporeità che ora si manifesta come causa dell’interruzione del rimando. Il dolore palesa l’Entfernung [distanza] necessaria affinché il Dasein nel Man non si identifichi con gli enti all’interno del proprio circolo ermeneutico, permettendo che il Dasein non si autointerpreti come «fatto tra i fatti», riuscendo a discernere all’interno della totalità della rete degli enti l’autentico dalla Verfallenheit.

Le fasi del dolore: dal dolore fisico alla schiusura originaria del Dasein

È proprio in Über den Schmerz che Heidegger continua la propria indagine sull’essere attraverso la considerazione del dolore in un percorso che si muove parallelamente all’inchiesta condotta nei Seminari di Zollikon. Il dolore colpisce sia il fisico che l’anima (la Psyché). Questa Befindlichkeit, al contrario delle altre, già per sua immediata conoscenza si articola in molteplici modalità che possono far immergere il Dasein in un nuovo circolo ermeneutico più o meno originario. Nonostante il dolore assuma questa importanza fondamentale, non è oggetto da parte del filosofo di Messkirch di una sistematizzazione. Si avanzano dunque in questo articolo tre differenti stadi in cui il dolore può colpire il Dasein: il dolore fisico, il dolore psichico/psichiatrico e il dolore mortale.

Il primo stato del dolore si dà immediatamente alla comprensione comune: il Dasein viene colpito dal dolore fisico. Esso dunque riconosce il proprio corpo come una scissione, vive la differenza tra Leiblichkeit e Körper. Tanto più il dolore è intenso, quanto più il modo di essere-nel-mondo dell’Esserci va a coincidere con il proprio corpo. La parte che duole viene riconosciuta come esterna al corpo stesso. La divisione della Leiblichkeit del proprio essere-nel-mondo si configura in base alla differenziazione con cui l’Esserci prima si rapportava agli enti – ora l’essere-nel-mondo si riduce alla comprensione del proprio essere in quanto si riscopre l’impossibilità dell’utilizzo di utilizzabili che prima si trovavano nell’essere-alla-mano dell’Esserci. È proprio quella parte che "fa male" che delineandosi come l’interruzione del rimando, dà la possibilità all’Esserci di restringere il mondo stesso del Dasein al proprio Körper. Nelle cure, nella ricerca della causa, il dolore mostra quanto la profonda differenziazione tra Körper e Leiblichkeit assuma un’importanza fondamentale. La concezione di corpo inteso come un ingranaggio, formato da tante parti che compongono una macchina (visione medica) entra in netto contrasto con la visione della Leiblichkeit nel momento in cui il Dasein riconosce come compromesso il proprio essere-nel-mondo e di come questo destabilizzi profondamente l’Esserci tanto da poter determinare un ritorno a ciò che è autentico. L’oggettualizzabilità della concezione scientifica non funziona sull’Erlebnis del dolore poiché essa dimentica che il darsi delle possibilità dell’Esserci è l’essenza dell’Esserci stesso. La Vorhandeneit e la Zuhandenheit degli enti del mondo del Dasein sono compromesse, l’esser-libero dell’Esserci viene tralasciato per un essere-aperto verso il mondo che ha come significanti gli enti appartenenti al proprio corpo, estraniando il Ci dall’inautentico, costringendolo con perentoria violenza, al proprio essere-nel-mondo una tra le strutture originarie del Ci.

Pensato rigorosamente e visto in modo vero, è seriamente il farsi presente dell’assalire avversante di tale ambito che viene pensato per quello che è. Il dolore pone di fronte al fisico e al fisiologico, e perciò si ritiene soddisfacente e comprensibile quel chiarificare che, nel darsi dell’assalire, ha in la propria origine.7

È in questo passo che Heidegger, grazie al richiamo perentorio del dolore inteso nel suo proprio carattere avverso-assalente, sottolinei come sia proprio nell’impossibilità di sfuggirvi che lo Schmerz si esplichi nella propria potenza estraniante. Il dolore paralizza l’agire del Ci all’interno del mondo, in cui l’esser-colmato dagli enti si tramuta in un esser-lasciati-vuoti. Per quanto l’Esserci provi a distrarsi, l’essere avverso, assillante del dolore riporta con un richiamo inappellabile e continuo il Ci presso Sé-stesso, facendo sì che esso volga il proprio sguardo verso il Se-stesso. Il dolore paralizza l’agire dell’Esserci e le possibilità del suo articolarsi come essere-nel-mondo, così come modifica la percezione dello scorrimento del tempo per l’Esserci, proprio perché le possibilità del Ci sono limitate. Il rapporto tra esser-nel-mondo ed esser-per-la-cura mostra sia l’originaria perentorietà con la quale il dolore porta al Se-stesso sia l’intimo rapporto tra Schmerz e Zeitlichkeit. L’esser-per-il dolore dell’Esserci cambia l’apertura che esso ha con il tempo, come il Ci è paralizzato con le proprie possibilità così appare lo scorrere del tempo, che svela l’incapacità dello scacciatempo di placare il richiamo delle strutture più autentiche.

Sin dal suo primo stadio dunque il dolore, strania l’Esserci dal suo essere-nel-mondo in quanto Verfallenheit per richiamarlo al proprio esser-qui autentico, alla propria corporeità che per lo più viene ignorata a favore di un darsi come un ente tra enti. Questo punto si caratterizza come fondamentale poiché mette in risalto un aspetto peculiare di questa Befindlichkeit: al contrario della noia o dell’angoscia, il dolore è una Befindlichkeit che non può essere attenuata dal modificarsi e dell’evolvere dell’apparato tecnico. Soprattutto il darsi della noia del primo tipo si è ormai diradato, avendo ormai quasi ognuno la possibilità di disperdersi in un nuovo mondo fatto di significanti in cui l’Esserci può riprendere ad essere totalmente immerso. Nel momento dell’attesa dunque il Dasein non sta davvero aspettando perché il suo esser-qui nel mondo (che in teoria dovrebbe venir portato a sé autenticamente dal negarsi dell’ente che viene atteso, da cui l’Esserci viene tenuto-in-sospeso) viene unicamente traslato in un mondo differente, un mondo tecnologico che però rispetta le condizioni per cui il suo darsi è effettivamente un mondo completo – la rete dei significanti è di per sé coerente, si schiude ad un nuovo modo di darsi dell’essere dell’ente nella sua totalità e si può dare solo attraverso una comprensione ambientale preveggente degli enti che ne fanno parte, enti che rimandano già sempre tra loro. Il dolore è una Befindlichkeit ancora molto attuale, una tra le poche che può garantirci il nostro esser autentico al di là dei richiami che il mondo odierno ci offre, perché è molto più impiantato sulla struttura fenomenologica del Dasein del Da-sein, riportando l’Eingentlichkeit dell’Esserci prendendo le mosse da un piano ermeneutico-fattuale – piano da cui la ricerca heideggeriana non si allontana mai poiché l’essere-nel-mondo del Ci è la struttura esistenziale che caratterizza il Da-sein stesso. L’apertura verso l’essere per l’Esserci è proprio il Da-sein, ciò che dona la possibilità all’Esserci di aprirsi alla schiusura del Sein stesso.

La seconda fase del dolore è il dolore psichico, un dolore fenomenologicamente più originario. Qui si nota come questi stadi non siano uno consecutivo all’altro: il dolore non deve attenersi ad un iter al fine di divenire sempre più originario ma può semplicemente colpire una struttura originaria del Dasein, rendendo così questa Befindlichkeit sempre più pericolosa per la Verfallenheit che può essere sottratta al Ci in molteplici modalità e con penetrante forza. Anche in questo stadio emerge l’importanza nell’indagine heideggeriana della compenetrazione tra σῶμα e ψυχή. Ancora una volta, i Seminari di Zollikon si delineano come un testo che preannuncia e poi approfondisce la compenetrazione di queste due dimensioni. L’indagine sulla patologia psichiatrica, che viene perseguita tramite una metodologia fenomenologica, prevede una necessaria considerazione della modificazione del rapportarsi al mondo dell’Esserci come una modificazione delle strutture fondamentali del Dasein per rispondere ad un trauma al quale consegue la creazione di un mondo, per cui non c’è comprensione comune con gli altri Esserci dei significanti, ma non per questo non coerente con l’apertura alla totalità dell’essere dell’ente del Dasein inteso come paziente psichiatrico. Il dolore psichico/psichiatrico mostra una nuova apertura del darsi della totalità dell’essere dell’ente e dunque ad un nuovo modo di concepire l’essere degli enti in nuova schiusura meno originalmente intesa come precomprensione ambientale preveggente. In questa parte appare fondamentale sottolineare come il darsi originario tra ψυχῇ e σῶμα, trattato con particolare attenzione ne I concetti fondamentali della filosofia aristotelica,8 si dà come modalità di comprensione del principio costitutivo dell’apertura della totalità dell’essere dell’ente e dell’Auslegung [circolo interpretativo] in cui il Ci ha la possibilità di esser-progetto.

L’Esserci afflitto da patologia psichiatrica apre il proprio Riß secondo la modificazione esistenziale delle strutture fondamentali del Ci, particolarmente affette dal trauma che rende impossibile l’apertura secondo un darsi condiviso della precomprensione ambientale preveggente e dunque del commercio con gli enti e gli altri Esserci. In questa completa modificazione dell’essere-nel-mondo, l’Esserci si rapporta agli enti con un aver cura sempre fondato sulla Zeitlichkeit propria ma non necessariamente autentica. Il Ci è al di là della Verfallenheit ma è allo stesso tempo intrappolato nel proprio dolore psichico/psichiatrico che può ottundere il senso dell’essere-al-mondo come esistenziale – proprio perché il soggetto è stato schiacciato dal peso dell’esistenza auto-fondativa che risponde con una creazione di una totalità dell’essere dell’ente coerente ma inaccessibile agli altri Ci che ancora condividono un’apertura sul mondo. L’aver-cura degli enti avviene secondo le modalità offerte dall’apertura del Riß e secondo la Zeitlichkeit in quanto mostrarsi più o meno originario verso il Se-stesso del Dasein. La forza dello Schmerz può rivelarsi in questo caso come potenzialmente distruttrice perché non ogni Dasein può sostenere l’esser-gettato nelle possibilità. Ed è proprio l’originarietà del dolore esistenziale, che è così intrinsecamente unito all’esistenza stessa che non sembra essere possibile darli separatamente, che rende questa Befindlichkeit allo stesso tempo salvifica e dannante per il Dasein, che può liberarsi dal peso della propria esistenza solo accentandolo e riappropriandosi della propria Jemeinigkeit e gettandosi in possibilità autentiche oppure rimanere schiacciato dalla pesantezza del nulla. In questo tipo di dolore si può accedere al dolore mortale, il dolore che ci riporta al nostro essere-per-la-morte attraverso un’ermeneutica di ciò che ha causato le modificazioni che hanno prodotto la patologia stessa, ritornando al proprio essere-per-la-morte senza venirne annichiliti e conducendo dunque alla creazione di un mondo che esaspera o rimuove le cause prime della follia.

Il terzo tipo di dolore è il dolore mortale – l’articolazione del dolore che più è affine all’apertura ontologica dell’Esserci al fine di continuare la propria indagine sulla Seinsfrage. Ciò che avviene in maniera perentoria per il dolore è, in questa modalità, un totale distacco dalla Verfallenheit e dal mondo che circonda il Ci. Il circolo ermeneutico nel quale è immerso non può venire compreso nemmeno dagli Esserci che lo circondano poiché non possono comprendere l’apertura nella quale esso si trova. Nella comprensione comune, che rende anche il linguaggio una modalità di apertura del Ci con gli altri esserci nel con-essere e nell’essere-nel-mondo, il darsi in maniera autentica dell’Esserci non può venire compreso. L’Esserci morso dal dolore mortale, è impregnato della propria Jemeinigkeit [il suo proprio essere autentico] e ciò causa la chiusura quasi totale dell’essere degli enti da parte degli altri Esserci per la totalità nella quale è immerso il Dasein che patisce il dolore mortale. Per esso sarà impossibile rapportarsi inautenticamente nel con-essere con gli altri Esserci, come invece questi perpetuano a darsi innanzitutto e per lo più. Il dolore così annichilente non lascia spazio se non al Se-stesso, che in maniera assoluta e incontrastabile richiama l’Esserci presso l’autenticità facendo sì che la chiamata della coscienza non possa rimanere senza risposta da parte del Dasein. Come tutte le Befindlichkeit che riportano così risolute al Se-stesso, il dolore impedisce che l’esser-colmati dalle fattualità possa inibire la forza dell’esser-lasciato-vuoto dal commercio con gli enti che inevitabilmente intrattengono il Ci nel mondo, impigliandolo nei significanti. Qui Zeitlichkeit, Dasein e strutture esistenziali dell’Esserci si danno in un sinolo che è l’unica possibilità di comprendere questo fenomeno in maniera originaria.

Come precedentemente accennato, il dolore dà la possibilità di accedere al dolore mortale, sia attraverso il dolore fisico che quello psichico/psichiatrico. L’allontanamento dal commercio degli enti avviene in maniera differente tra il primo e il secondo tipo: il primo si allontana per incomprensibilità con gli altri Esserci e dunque la chiusura del con-essere che conduce al Se-stesso, mentre il secondo apre un nuovo essere-nel-mondo della totalità dell’essere dell’Esserci, affermando attraverso l’alterità che la fondazione di quest’ultimo è nulla e che di fatto si fonda sull’Esserci stesso che, se non schiude una parte della totalità dell’essere degli enti, si perde in un solipsismo fondato sui traumi che lo hanno coinvolto così profondamente da creare una rete di significanti su misura, anche a costo di non poterla far aprire nel con-essere. Il dolore imperante impedisce di intrattenersi anche temporalmente con il commercio degli enti, causando una dilatazione nell’attimo che incatena alla struttura esistenziale più originaria della cura che si articola proprio nella Zeitlichkeit stessa. Se il commerciare con gli enti non rende possibile il disperdersi della Cura in singoli enti (che di per sé non rientrano nemmeno del prendersi cura ma semplicemente nel darsi fattuale della Verfallenheit), l’essere-per-la-cura si rivolge a sé stesso, senza appelli e senza distrazioni. L’Einheit [unitarietà] del fenomeno originario del dolore, nella sua modalità più autentica, dimostra quanto questa Befindlichkeit possa mostrare il darsi del Sein mantenendo una potenza di indagine ontologica proprio perché profondamente impiantata nell’ermeneutico fattuale, una parte del darsi dell’esistenza non trascurabile nella Seinsfrage. Questa Befindlichkeit dimostra come «Questo rimando è l’annuncio delle possibilità che giacciono inutilizzate»9. È l’aprirsi del vuoto, che nelle patologie psichiatriche si palesa talvolta creando la patologia stessa, che intimorisce e che induce il Ci in una Verfallenheit così acuta. L’ aver-cura si dimostra incompatibile e senza oggetto nel commercio con gli enti e se rivolto al Se-stesso si dimostra inconsistente poiché autofondato. L’aver-cura si dà nel progetto di un Esserci che deve progettarsi nel suo esser-gettato non più negli enti ma nel Se-stesso autentico, in cui l’essere degli enti appare nel suo esser nullo. La Zeitlichkeit è ciò che rende possibile il darsi progettuale, ciò che più autenticamente permette il darsi dell’esistenza.

La potenza del dolore emerge già dal secondo stato del darsi dello Schmerz proprio perché è già palese nel secondo stadio che questo provoca il Riß [fenditura] che squarcia l’Aufriß [squarcio, fenditura ontologicamente intesa], ricongiungendo l’ontico all’esistenziale e infine all’ontologico. Per chiunque si chiedesse dunque perché il dolore costituisca una via di accesso privilegiata all’indagine sull’essere, è necessario focalizzare la risposta sull’importanza del mantenimento dell’ordine della fattualità all’interno della Seinsfrage perché in Heidegger è sempre chiaro che il fenomeno originario della Lichtung si accompagna ad un darsi in un unicum del mostrarsi del fenomeno. L’analitica esistenziale e la ricerca del senso dell’essere assume completamente una nuova connotazione dopo la lettura di Über den Schmerz. In questa raccolta si legge infatti «Nicht den Schmerz menschlich denken, sondern den Menschen schmerzlich»10.

Il dolore: dal Riß dell’essere verso il fondamento dell’Esserci dischiuso dall’essere-nel-mondo come λόγος

Il dolore, che in particolar modo nel secondo Heidegger come Unterwegs zur Sprache viene considerato come elemento di un’indagine prettamente ontologica in cui il linguaggio si caratterizza come apertura dell’essere, si caratterizza come un modo di concepire l’Esserci e l’uomo. Non è mai il dolore in sé per sé al centro dell’indagine ma è lo Schmerz come possibilità di apertura dell’Esserci al fine di svelare la Cura, come preambolo al darsi dell’essere dell’essere. Così come nell’analitica esistenziale di Essere e Tempo l’Esserci si dà costitutivamente come essere-per-la-morte in quanto possibilità più propria, incondizionata ed insuperabile, allo stesso tempo il dolore si declina come un modo altrettanto originario di comprendere il darsi delle possibilità autentiche dell’Esserci. Il poter-essere autentico dell’Esserci deve essere ricompreso nel dolore poiché in Über den Schmerz, Heidegger mette in luce quanto lo Schmerz conduca verso la determinazione (Be-stimmung) del proprio esser gettato nel mondo, di quanto il dolore imponga al Dasein il proprio ist da. Al di là dell’economia della sofferenza, che non è che una pallida risposta all’originaria domanda del senso della sofferenza come struttura dell’Esserci nel quale egli non può non essere nella possibilità di patire, la domanda sul Dolore si struttura come fondamentale nell’indagine esistenziale-ontologica perché si caratterizza come Entreißt [strappo] sia dalla Verfallenheit sia come Aufriß. In Über den Schmerz Fortriß, Aufriß, Riß sono termini essenziali che riportano il pensare dolorosamente l’Esserci ad una dimensione ontologica – la Befindlichkeit dello Schmerz può aprire, fendere al fine di mostrare ciò che è più originario sia la struttura dell’Esserci del proprio poter-essere temporalizzato esistenzialmente nell’essere-per-la Cura, sia come mostrarsi dell’ aletheia in quanto darsi-ritraente in cui la Notwendigkeit si palesa per un attimo che incanta e incatena rendendo possibile il salto oltre la rete di significanti inautentici del mondo.

Nell’apertura, che lo spezzamento del dolore compagina conducendo nella radura è l’Essere. L’esser-tagliente della curvatura del dolore contiene il custodire dell’Essere. Il dolore è il segno della custodia che apre alla radura, nella quale l’inizio ritraentesi è custodito e dove la verità è. Nell’esperienza del dolore in quanto spezzamento si fa evento il mutamento dell’essenza (Wesen) della verità.11

In queste righe Heidegger pone l’accento su come il Riß del dolore compagini ciò che è essenzialmente presente nell’Essere, la Bergung dell’Essere si svela nella potenza in cui il dolore è in grado di palesare il ritraente darsi del Seins nel mostrarsi della Not dell’esistenza. Il dolore è turbamento, è avverso alla tranquillizzazione del Dasein. Schmerz e Angst sono due Befindlichkeit che si compenetrano, si danno in maniera complementarmente spiazzante, disturbante per il Man. L’angoscia esperita dal Dasein può darsi anche come angoscia del dolore (dalla prima alla terza fase in cui questo può colpire l’Esserci) che al contrario delle altre Befindlichkeit analizzate smuove sinceramente la Verfallenheit del Ci sin dal primo stadio. Angoscia e dolore non possono darsi l’una senza l’altro poiché nulla come il dolore e come la struttura esistenziale dell’essere-per-il dolore del Dasein rammenta all’Esserci stesso il proprio essere-per-la-morte e il progettarsi autentico secondo le possibilità più proprie del Ci. La noia, la meraviglia e le altre Grundbestimmung non richiamano così perentoriamente l’Esserci tanto quanto il dolore. Questo infatti costringe il Dasein a rimettersi alla propria Not che significa giungere mai alla totale completezza ontologica, raggiungibile solo nella morte, sia come originario esser-colpevole che, si ricorda, non è una semplice colpevolezza. «L’idea formale esistenziale di "colpevole" va quindi definita così: esser-fondamento di un essere che è determinato da un "non", cioè esser-fondamento di una nullità»12.

L’indigenza fondativa dell’Esserci mostra il nulla che costituisce l’essere dell’ente. La Not indica il carattere costitutivamente mancante dell’Esserci che necessita e lo Schmerz palesa attraverso il Riß questa costituzione del Dasein dell’esser insitamente manchevole, esser-fondamento di una nullità. L’Esserci nel proprio esser progetto si mostra in quanto essenzialmente nullo. Il dolore apre alla Not dell’Esserci, la necessità del Dasein viene mostrata, lasciando aperto questo squarcio e dando la possibilità all’indagine di proseguire nel proprio percorso esistenziale-ontologico. L’Esserci è nel mondo, il logos è una possibilità di essere nel mondo che costituisce l’essere-nel-mondo e il con-essere del Dasein. Da questo dunque il dolore può essere definito come una via privilegiata attraverso la quale interpretare delle modalità autentiche del Dasein per proseguire nella Seinsfrage, tra cui naturalmente il darsi del dolore attraverso la poesia, che intesa come λόγος dà la possibilità di mostrarsi al linguaggio attraverso un modo non scientificizzato ed ontico del λόγος stesso, lasciandolo libero di darsi senza le categorizzazioni imposte dal linguaggio scientificizzato. Lo Schmerz è innanzitutto Riß, è apertura, squarcio capace di mostrare ciò che più originariamente è.

Questa apertura si declina all’interno della ricerca heideggeriana anche come studio del linguaggio, in cui il λόγος che è già sempre un modo di darsi dell’essere come possibilità originariamente autentica per l’essere-nel-mondo per il Ci, conduce il Dasein verso la Lichtung. Per far sì che il risuonare del Seins possa essere udito, è necessario che si dia un silenzio originario, un richiamo all’autentico oltre il parlare scientificizzato e vuoto che oggettiva l’ente, ma un silenzio che permette all’essere di aprirsi secondo il darsi ritraente proprio dell’essere stesso. Il linguaggio in quanto annunciante, schiudente, dà la possibilità di aprirsi non nel venir provocato ma nell’esser-cullato nel già detto, nella possibilità di ricondurci attraverso la parola che già è stata pronunciata, di avventurarci nel carattere più proprio del linguaggio, nella pienezza del Dire originario. Lasciarsi prendere dal linguaggio stesso è un’esperienza complessa per il Dasein. Per un suo ritorno autentico verso l’essere, il linguaggio infatti impone che gli vada lasciata la parola e soprattutto che il λόγος si dia nell’accezione più vicina di quanto il pensiero greco ci abbia potuto offrire: un λόγος che è ragione ma non per questo razionalità imposta all’ente che si tramuta nel calcolo che strettamente conduce a vuote considerazioni (quanto meno per quanto specificamente riguarda lo svelamento dell’essere dell’ente). L’essenza del linguaggio va lasciata nel suo aprirsi a partire dalla parola stessa, nel rispetto di quella riservatezza, rinuncia e sobrietà a cui Heidegger stesso avverte di porre attenzione nel percorso verso lo scoprimento dell’essere.

Ma che è il dolore? Il dolore spezza. É lo spezzamento. Ma esso non schianta in schegge dirompenti in tutte le direzioni. Il dolore, sì, spezza, divide, però in modo che anche insieme tutto attira a sé, raccoglie a sé. Il suo spezzare, in quanto dividere che riunisce, è al tempo stesso quel trascinare, teso in opposte direzioni, che diversifica e congiunge ciò che nello stacco è tenuto distinto. Il dolore è ciò che congiunge nello spezzamento che divide e aduna. Il dolore è la connessura dello strappo. Questa è la soglia. La soglia regge il frammezzo, il punto in cui i Due si staccano e s’incontrano. Il dolore salda lo spezzamento della dif-ferenza. Il dolore è la dif-ferenza stessa.13

In questo passo il dolore viene espresso in Winterabend nelle modalità in cui si dà la Rettung come ciò che strappa, stravolge, ciò che prepotentemente irrompe nelle strutture dell’Esserci per schiudere a ciò che è più originario, rendendo possibile la trascendenza dalla rete di significanti inautentici della Verfallenheit. Questo Fortriß non è mai però uno strappo che divide e nel suo spezzare causa una separazione incolmabile di ciò che rende svelato. Al contrario, esso si articola in uno spezzamento di ciò che rende impossibile la comprensione dell’originario in quanto tale, producendo una divisione illusoria dei fenomeni che quanto più si danno inautenticamente tanto più sembrano allontanarsi dal senso dell’essere che li rende significanti. Il dolore è ciò che riunisce e compagina, ciò che rende possibile la connessione originaria, in cui la Unter-schied [differenza] è proprio ciò che è sotto, ciò che dà senso rivelandosi per cenni. Il chiamare per brevi e fugaci svelamenti, l’appellare per mezzo del silenzio che lascia essere ciò che già è detto è chiamare nella differenza, in ciò che è nella quiete riservata per la possibilità di darsi nel mondo in quanto Unter-schied che riempie lo iato con ciò che dona senso sia agli elementi tra cui si frappone sia alla differenza stessa. È nel dolore che l’Esserci si riscopre in quanto spezzabile, in quanto possibile ente che può trascendere dal mondo che lo circonda, in quanto divisibile dagli enti con i quali l’Esserci stesso si era identificato fino a disperdersi ed indentificarsi con il senso che egli stesso attribuiva loro.

Il dolore permette di accedere alla Lichtung, al mostrarsi autentico del Seins che si dà scevro da ogni costrizione o categorizzazione, nel cui silenzio si può sentire il lontano risuonare del richiamo dell’appello dell’essere – un silenzio innanzitutto e per lo più affollato dal sinuoso richiamo dei significanti vuoti degli enti deietti che imperterriti disperdono l’Esserci in modo che il Dasein si distragga ed esca dal Se-Stesso. La Seinsfrage parte sempre dal Dasein, che è l’ente interrogato proprio perché è già preliminarmente immerso in una precomprensione ambientale preveggente che gli permette di rapportarsi agli enti, i quali, ricordiamo, assumono senso solo in quanto si dà un’apertura parziale della totalità dell’essere dell’ente. Lo Schmerz è Fortriß, è schiusura delle strutture più autentiche dell’Esserci poiché le possibilità in cui il Dasein si articola sono progettazione del darsi esistenziale inteso come Zeitlichkeit che si dà estaticamente, in un impossibile compimento della completezza ontologica, raggiungibile solo con il percorrimento della possibilità più propria e più estrema. Il dolore si articola dunque sia come Fortriß che come Aufriß che rispettivamente schiudono alla Notwendigkeit e alla Not. La necessita e la necessarietà riflettono il carattere essenzialmente manchevole dell’essere e di conseguenza dell’esistenza stessa poiché essa si declina come la progettualità di un Esserci fondata sul niente e che proprio per questo essere-per-la-colpa originario si schiude alla necessarietà del Seins – la verità autentica dell’essere stesso. Riconoscere il carattere abissale come carattere della fondatezza significa che il niente attraversa e costituisce l’essere dell’ente. Il niente non è un nulla assoluto intendibile sia nell’accezione parmenidea – di un nulla di cui non si può parlare né si può pensare – né tantomeno ciò che è mancante, un vuoto da riempire che nulla può fondare. La fatica del concetto heideggeriano è quella di pensare l’essere come fondamento che è abissale perché è niente, non è un ente oggettivabile, non è un archetipo che funge da base alla struttura del mondo. L’essere fonda un fondamento così forte perché non è un ente. Si ricerca dunque una fondatezza che fonda proprio perché non è un super-ente, in una forza inaggirabile del non appartenere alle categorie strutturalmente fondanti. Il filosofare è all’insegna della necessità che spinge a saltare dentro (ein-spruch) all’essere stesso.

Ogni necessarietà si radica in una necessità. La filosofia in quanto prima ed estrema meditazione sulla verità dell’Essere e sull’Essere della verità ha la sua necessarietà > > nella prima ed estrema necessità.14

Il filosofare è sempre una ricerca ontologica, la Seinsfrage, un’indagine che ci conduce al pensare ciò che è più originario e il dolore va oltre il dualismo corpo-mente facendo sì che l’ermeneutico-fattuale costituisca una parte fondamentale della ricerca verso l’essere. Nella stessa analisi del dolore notiamo che dolore fisico e mentale non sono differenti, non hanno un’origine in due paradigmi diversi ma sono entrambi impiantati nella fenomenologia del corpo ed essenzialmente basati sulla struttura fondamentale dell’In-der-welt-sein che inevitabilmente si lega con le costituzioni più originarie dell’Esserci come il Se-stesso e l’apertura dell’essere dell’ente in quanto tale. Filosofare non vuol dire distaccarsi dal mondo ma al contrario lasciarsi prendere dell’essere, lasciarsi conquistare dell’apertura senza un’imposizione categoriale o in un’identità con l’ente fattuale. Filosofare vuol dire far sì che l’essere si sveli, andare a ricercare ciò che originariamente dà senso agli enti ma ancora di più all’Esserci. Filosofare è cercare di comprendere la necessità dell’esistenza e la necessarietà dell’essere.

Sommario

La domanda sull’essere [Seinsfrage] caratterizza la ricerca heideggeriana dal suo notevole esordio (Essere e Tempo) fino ai Wegmarken, un’indagine che talvolta rapsodicamente, talvolta in maniera più ordinata, punta allo scoprimento del Sein. La raccolta Über den Schmerz apporta un notevole contributo nell’esaminare e considerare il dolore come una modalità di schiusura fondamentale. Le esplicazioni e riferimenti che Heidegger scrive su questa nuova Befindlichkeit mostrano un nuovo modo di leggere e interpretare l’indagine stessa. In questo articolo si illustra in primo luogo come il dolore sia un’apertura fondamentale sia ontologica che esistenziale, che riesce a rendere accessibili parti della lettura heideggeriana finora rimaste oscure. Si propone in seguito una strutturalizzazione di questa Befindlichkeit secondo tre fasi fenomenologicamente sempre più originarie: il dolore fisico, il dolore psichico/psichiatrico e il dolore mortale. Infine il dolore viene ripreso come possibilità di schiudimento all’Essere più originario, non scientificamente categorizzato, nel darsi del λόγος autentico della poesia.


  1. M. Heidegger, L’essenza del fondamento, in Segnavia, p. 121. ↩︎

  2. Heidegger, Sein und Zeit (1927), tr. It. a cura di F. Volpi, Essere e Tempo, Longanesi, Milano 1971, p. 51. ↩︎

  3. Questo concetto si trova già espresso a pagina 38 dei Seminari di Zollikon per poi accompagnarne quasi ogni capitolo successivo. M.Heidegger, Zollikoner Seminare (1987), tr. it. a cura di E. Mazzarella, A. Giugliano, Seminari di Zollikon, Guida, Napoli 2000. ↩︎

  4. M.Heidegger, Zollikoner Seminare, Protokolle-Gespräche-Briefe, hrsg von M.Boss, Frankfurt a.M. 1987, tr.it a cura di A. Giugliano, E. Mazzarella, Guida Editori, Napoli, 2000, p. 109. ↩︎

  5. Traduzione mia. Testo originale: «Das Anfallende, Nie-Ablassende erschient selbst als der Charakter des Schmerzes. Der Schmerz ist so das Widrige, das in den wechselnden Graden und Stufen, die vom Unangenehmen bis zum Bösartigen reichen, den Menschen bedräng» (M.Heidegger, Über den Schmerz, hrsg. D.Koch, K.Neugebauer, Auftrag Martin-Heidegger-Gesellschaft 2019, p. 31). ↩︎

  6. Per Eigentlichkeit si intende il concetto di autenticità che l’Esserci ritorna a Se-stesso, ricomprendendosi in quanto Esserci dall’esser-gettato secondo la Zeitlichkeit, che costituisce la condizione necessaria affinché l’Esserci possa essere gettato «di roccia in roccia». Essere lanciato di roccia in roccia è un riferimento che Heidegger fa a Hölderlin il quale scrive „Es schwinden, es fallen / Die leidenden Menschen / Blindlings von einer / Stunde zur andern, / Wie Wasser von Klippe / Zu Klippe geworfen, / Jahr lang ins Ungewisse hinab.“ F. Hölderlin, An die Parzen, in: Sämtliche Gedichte, Deutscher Klassiker Verlag im Taschenbuch, Band 4, Frankfurt 2005, S. 197. ↩︎

  7. Traduzione mia. Testo originale: «Streng gedacht und wahrhaft gesehen, wird gerade dieser Bereichim Verfolg der Vergegenwärtigung des widrigen Anfalles erst als dieser, der er ist, gedacht. Der Schmerz bietet erst das Physiologische und Physische dar und deshalb hält man das Erklären, das auf dieses aus der Gegebenheit des Anfalles schon klar zurückgeht, für befriedigend und verständlich» (M. Heidegger, Über den Schmerz, p. 32). ↩︎

  8. M.Heidegger, Grundbegriffe der aristotelischen Philosophie (1924), tr.it. Concetti fondamentali della metafisica aristotelica, a cura di G. Gurisatti, Adelphi, Milano, Digital Edition. ↩︎

  9. M. Heidegger, Essere e Tempo, p. 186. ↩︎

  10. M. Heidegger, Über den Schmerz, p. 51. ↩︎

  11. Traduzione mia. Testo originale: «Im Offenen, das der Riß des Schmerzes lichtend-fügt, west das Seyn. Die Schärfe der Rundung des Schmerzes enthält die Bergung des Seyns. Der Schmerz ist das Zeichnen der lichtenden Bergung, in der der abschiedliche Anfang gewahrt ist und die Wahr-heit west. In der Erfahrung des Schmerzes als des Risses ereignet sich der Wandel des Wesens der Wahrheit» (M.Heidegger, Über den Schmerz, p. 40). ↩︎

  12. M.Heidegger, Essere e Tempo, p. 338. ↩︎

  13. Traduzione tratta da M. Heidegger, In cammino verso il linguaggio, trad. it di A.Varacciolo, Mursia, Milano, 2019, p. 39. Testo originale: «Doch was ist Schmerz? Der Schmerz reißt. Er ist der Riß allein, er zerreißt nicht in auseinanderfahrende Splitter. Der Schmerz reißt zwar auseinander, er scheidet, jedoch so, daß er zugleich alles auf sich zieht, in sich versammelt. Sein Reißen ist als das versammelnde Scheiden zugleich jenes Ziehen, das wie der Vorriß und Aufriß das im Schied Auseinandergehaltene zeichnet und fugt. Der Schmerz ist das Fugende im scheidend sammelnden Reißen. Der Schmerz ist die Fuge des Risses. Sie ist die Schwelle. Sie tragt das Zwischen aus, die Mitte der zwei in sie Geschiedenen. Der Schmerz fugt den Rißes Unter-Schiedes. Der Schmerz ist der Unter-Schied selber» (M.Heidegger, Unterwegs zur Sprache, p. 24, In die Schweizer Neuausgabe der Dichtungen von G. Trakl, besorgt von Kurt Horwitz. Zürich 1946). ↩︎

  14. Traduzione tratta da M. Heidegger, Contributi alla filosofia, Adelphi, Milano, 2019 a cura di A. Iadicicco. Testo originale: «Alle Notwendigkeit wurzelt in einer Not. Die Philosophie als die erste und äußerste Besinnung auf die Wahrheit des Seyns und das Seyn der Wahrheit hat ihre Notwendigkeit in der ersten und äußersten Not» (M.Heidegger, Beiträge zur Philosophie, Klostermann, Frankfurt am Main, 1989, Gesamthausgabe Band 55, p. 45). ↩︎