Recensione ad Alberto Giovanni Biuso, Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer

Alberto Giovanni Biuso, Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2004, 113 pp.

Come gli oggetti tecnologici di cui trattano, anche i libri che affrontano argomenti relativi alle IA e al digitale rischiano di avere un’obsolescenza pianificata e di diventare quindi inattuali nel giro di pochi anni. Non è il caso di Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer di Alberto Giovanni Biuso che pure è stato pubblicato vent’anni fa. Le ragioni di questa giovinezza dipendono dalla postura filosofica con cui l’autore si accosta all’argomento che non si occupa infatti di macchine e di computer per sondarne strutture e funzionamenti ma per ritrovare la dimensione umana che alberga in quella che fino a due decenni fa era forse soltanto l’alba del nuovo mondo che adesso tocca invece lo zenit.

L’autore si assume il compito di «comprendere che qui sono in gioco non un qualsiasi progresso o un qualsiasi pericolo tecnico — per quanto entrambi possano apparire formidabili — ma una messa in gioco dell’identità della mente e, con essa, del posto dell’uomo nell’essere» (p. 27). Da qui l’interesse non per le manifestazioni empiriche dell’Intelligenza Artificiale ma per la sua essenza che non si coglie mediante calcoli e sequenze matematiche di zero e uno bensì attraverso un esercizio di pensiero rigoroso, vale a dire filosofico. E proprio perché «il domandare coincide […] con la filosofia stessa»,1 l’autore fa sua la lezione di Heidegger disseminando il libro di interrogativi che, posti nella giusta maniera, aiutano a capire meglio gli argomenti messi in discussione nel libro e le piste di ricerca percorse.

Nonostante vent’anni siano moltissimi se si parla di strumenti e dispositivi tecnologici di qualsiasi genere, nonostante le ricerche sull’Intelligenza Artificiale abbiano compiuto significativi passi avanti in tale quinto di secolo, alcune ambizioni e dubbi rimangono gli stessi. Il grande impegno di Homo sapiens consiste ancora nel rendere le macchine fatte di silicio intelligenti, capaci cioè di operare e di interagire nella realtà così come farebbe un essere umano. Cose che non sanno ancora fare. L’errore di questa mancata riuscita non è però matematico bensì teoretico/filosofico e dipende dal modo di concepire la mente che Biuso definisce aristotelicamente la forma del corpo che ha la vita in potenza. Invece la teoria computazionale, ritenendo che l’attività della mente sia equiparabile a quella di un calcolatore e quindi, come tale, riproducibile, difende una posizione assai presuntuosa secondo la quale sarebbe possibile fare svolgere le attività compiute da un essere umano a una macchina che si dirà per questo motivo intelligente.

E tuttavia l’intelligenza è qualcosa di più che un’operazione sintattica e matematica, l’agire umano una prassi assai più complicata del mero eseguire, le sue scelte e decisioni qualcosa di assai più profondo del principio di non contraddizione o del modus ponens mediante cui opera invece l’Intelligenza Artificiale. L’intelligenza umana non è niente di tutto questo. Non è una sequenza ordinata di 0 e 1, nel suo operare si aggiungono come ostacolo o come risorsa le passioni — la cui centralità nella nostra esistenza è talmente importante che anche l’ordine geometrico di Spinoza ha stabilito che l’unico modo per vincerle è opporre a esse una passione più grande —, le emozioni, il contesto storico e ambientale in cui e con cui l’animale umano interagisce, si confronta, impara a significare il mondo e a perdonarlo. Di questa facoltà l’IA «è stata in grado di imitare adeguatamente le funzioni “superiori” della specie umana (la razionalità formale, l’astrazione, la computazione), ma si è rivelata tenacemente inadatta a ripercorrere il cammino che rende capace un bambino di muoversi nello spazio, afferrare gli oggetti, manipolare le cose, intuire con immediatezza il contesto in cui opera e in esso saper agire» (p. 61). A essa sfugge ancora l’inoltrepassabilità del linguaggio, delle emozioni e del corpo.

Rispetto alla data di uscita del libro è vero che in ambito linguistico l’IA ha acquisito abilità superiori e più sofisticate; l’umano è in linea di principio in grado di intavolare una discussione con una ChatGPT che sa chiedere scusa se sbaglia ma è facile credere che l’interazione che un simile agente virtuale è in grado di sostenere assomiglia molto all’esperimento della stanza cinese di Searle; qualcosa insomma che ha la fortuna di non conoscere il dolore che possono provocare certe parole ma ha la sfortuna di non riuscire a sentire il sentimento e l’amore custodito invece dietro altre. Le emozioni rimangono quel guazzabuglio del cuore umano così difficili da comprendere tanto da quel Don Lisander del XIX secolo quanto dal più recente androide Klara, protagonista del romanzo di Ishiguro, la quale non è in grado di comprendere il cuore umano e alla fine, in compagnia di Josie e dei suoi familiari, impara che c’è «qualcosa di inaccessibile dentro ognuno di noi. Qualcosa di unico e non trasferibile»,2 di non riproducibile. Questo qualcosa è la mente nel definire la quale Biuso rinuncia al riduttivismo delle scienze fisico-chimiche che la appiattiscono alla struttura biologica in cui si verificano gli impulsi elettrici, il cervello, ma evita anche l’errore cartesiano di pensare la mente senza il corpo e da esso autonoma. La mente non dipende dal corpo. La mente è il corpo che avanza nel tempo, dal tempo impara e con il tempo si corregge. Con Pavese si direbbe che è il luogo, la solitudine e il tempo che passa: «il luogo nel quale gli eventi, gli oggetti, il tempo acquistano significato, diventano semantici e in questo modo rendono possibile il mio agire nel mondo» (p. 20); la solitudine che a volte gli esseri umani sono portati a preferire spinti dall’ «amore di una madre per il proprio figlio. Un sentimento talmente nobile da superare il terrore della solitudine».3 Sempre nel romanzo di Ishiguro la signora Harris, madre di un ragazzo, Rick, che non è stato potenziato e per questo sa ancora gioire di un film al cinema e di un gelato subito dopo, aggiunge: «Ma lascia che te lo dica: ci sono tanti altri buoni motivi, in una vita come la mia, per cui uno potrebbe scegliere la solitudine».4 E i motivi sono le ragioni del cuore (esprit de finesse) che sfuggono allo spirito geometrico e che fanno sì che «persino i prodotti organici del corpo assumono significati irriducibili alla dimensione soltanto biologica, ed è questo “che fa la differenza fra una goccia di liquido che si condensa e una lacrima”» (p. 103).

Il tempo che passa, infine, vale a dire la struttura di tutto ciò che è e che nell’umano assume la forma dei ricordi, della memoria e dell’attesa. A La mente temporale (Carocci, 2009) Biuso dedicherà un particolare spazio di approfondimento che qui viene soltanto definito per mostrare la natura irriducibile e non riproducibile da un computer. La mente è il tempo biologico vissuto in modo consapevole, con attrito o con vitalità, che non si sottrae quindi alla finitudine costitutiva e di cui «il corpo è il bastione insuperabile dell’essere per la morte» (p. 86).

Proprio a causa del suo carattere finito, il corpo è ciò che alcune correnti più fanatiche intendono superare. Più nello specifico si tratta di superare il suo mortalismo e gli aspetti più deboli e limitati che rendono l’umano costitutivamente difettivo, manchevole, è vero, ma anche aperto alla possibilità di una vita più autentica e consapevole. L’abbandono della propria dimora fatta di carne segna però anche la perdita del Sé che si crede di conservare realizzando un’intelligenza artificiale: «Non saranno comunque le macchine a diventare intelligenti ed è invece assai più probabile che saranno gli umani a trasformarsi o, se si preferisce, a evolversi, in intelligenze ancora più raffinate, potenti, sintetiche» (p. 105).

Se nel 2004 l’implementazione delle tecnologie nella realtà fisica fatta dai corpi poteva essere osservata con maggiore apertura, disponibilità e potenzialità, nel 2024 l’orizzonte sempre più pervasivo con cui esse invadono il corpo con scopi che non ineriscono più alla disposizione naturalmente culturale di Homo sapiens collocherebbe su una posizione altrettanto scettica, e anche allarmata, persino tale possibilità.

I limiti dell’Intelligenza Artificiale rimangono comunque altri, essi non ineriscono a questioni tecniche ma a delle ragioni esistenziali. «Difficilmente l’intelligenza artificiale emergerà dall’accumulo di dati […] o dall’assemblaggio di circuiti o dalla miniaturizzazione spinta» (p. 43). C’è qualcosa in più nell’intelligenza della nostra specie che non è replicabile su un computer. Che non è replicabile in generale. Ed è la corporeità, la carne — direbbe Mazzarella — che ciascuno si porta addosso. Anche la clonazione, a cui Biuso accenna, che pure riproduce anche il corpo e vorrebbe mantenere la fisicità rimane comunque qualcosa di non accostabile all’identità dell’individuo clonato.

Una comprensione più vera e profonda e un cammino tecnologico più consapevole e sicuro è possibile soltanto assumendo un punto di vista diverso e non antropocentrico. Questa distanza rimane sempre presente nello sfondo filosofico dell’autore e contrassegna quella lontananza in cui Nietzsche fa consistere la saggezza del mondo.5 E una filosofia dei computer è saggia se alla fine assume come prioritaria l’«indagine su ciò che siamo, sulle nostre speranze e paure, sulla gloria e sulla fragilità del nostro corpo finito, racchiuso nel tempo che esso stesso è, aperto alla comprensione dell’infinito» (p. 106). Infinito del quale l’umano descritto da Zarathustra con cui Biuso si avvia a chiudere la sua agile ma precisa introduzione si coglierà come passaggio e come tramonto. Lo stesso che osserva Klara alla fine, in una discarica e rivolta verso il sole. Verrebbe da dire che l’unica cosa che i corpi condividono con i computer e le intelligenze artificiali sia, almeno per il momento, il destino di morte. Il Tramonto.


  1. Alberto Giovanni Biuso, recensione a «Martin Heidegger, Quaderni neri 1931-1938 (Riflessioni II-VI)», in Discipline filosofiche, 10.12.2015. ↩︎

  2. Kazuo Ishiguro, Klara e il sole, trad. it. di S. Basso, Einaudi, Torino 2021, p. 184. ↩︎

  3. Kazuo Ishiguro, Klara e il sole, cit., p. 136. ↩︎

  4. Kazuo Ishiguro, Klara e il sole, cit., p. 136. ↩︎

  5. F. Nietzsche, La Gaia scienza e idilli di Messina, Adelphi, Milano 1965, p. 37: «Non restare in pianura! / Non salir troppo in alto! / Più bella assai è l’immagine del mondo / Da mezza altezza». ↩︎