Introduzione
Uno dei possibili punti di vista sull’evoluzione storica della psicoterapia potrebbe essere considerato l’atteggiamento del terapeuta di fronte al no a un’interpretazione, o più genericamente al rifiuto rispetto a uno specifico intervento terapeutico. Inversamente, la diversità di significato che assume una simile negazione dal punto di vista del paziente costituisce una caratteristica fondamentale della psicoterapia.
La mia tesi principale, al riguardo, è che il no può assumere un valore completamente differente nei diversi contesti teorico-clinici, implicando un diverso rapporto rispetto alla visione metafisica, all’approccio epistemologico e alla concezione della verità sottese al modello psicoterapeutico. Ciò rimane sostenibile sia se metafisica, epistemologia e significato della verità sono esplicitati dall’autore del modello, sia che questo non avvenga (in realtà, si può presupporre che più spesso si possa parlare di idee implicite, ma non per questo meno fondanti). Questa tesi si richiama al principio già enunciato da Sonu Shamdasani sul rapporto fondamentale tra ogni psicoterapia e la sua metafisica di sfondo. In questo senso ogni azione psicoterapeutica sarebbe strettamente legata alla comunicazione di una specifica ontologia o visione del mondo.1 Se si considera la storia della psicoterapia, intesa nel senso più ampio,2 si può notare come questa idea trovasse un’applicazione pratica letterale nelle filosofie post-aristoteliche, il cui senso teorico era inscindibile dall’elemento etico. Stoicismo, Epicureismo e Cinismo proponevano filosofie di vita che costituivano forme di cura dei problemi esistenziali, basate su concezioni del mondo che le fondavano. Per proporre solo un esempio, l’atomismo e la descrizione degli dèi come indifferenti al destino umano erano strettamente legati alla proposta epicurea sulla condotta umana di fronte alla vita e di fronte alla morte. In tempi più recenti, se è difficile che la propria filosofia dell’esistenza sia chiaramente esplicitata da un teorico della psicoterapia, le sue idee implicite non sono in generale meno influenti. La teoria della libido di Freud, se non si innestasse su una visione stoica dell’esistenza, avrebbe probabilmente suggerito che la terapia della nevrosi non potesse prescindere dalla sfrenata soddisfazione della sessualità, cosa che molti avversari a torto gli imputarono e che solo alcuni seguaci hanno in effetti proposto. Lo stesso vale per l’epistemologia di sfondo. Il realismo cui Freud aderisce, certamente per la maggior parte della propria vita, sostiene la sua idea che la psicoanalisi sia l’unica teoria possibile nell’ambito della psicologia dinamica;3 l’atteggiamento cautamente prospettivista dell’ultimo Freud4 si lega invece all’idea che la psicoanalisi non sia l’unica psicoterapia possibile, anche se senz’altro la migliore.5 Sembra altrettanto chiaro che il prospettivismo implicito di Jung, mutuato presumibilmente da Nietzsche6 (Innamorati, 1991, 2013; Trevi, Innamorati, 2000), ha favorito l’ipotesi che ogni teoria fosse legata necessariamente alla personalità del suo proponente, e che i diversi modelli psicoterapeutici dovessero trovare una forma di convivenza (Jung, 1913; 1921). Altri esempi relativi a teorie più recenti verranno proposti nel corso di questo scritto.
Il no del paziente all’interpretazione (o all’intervento terapeutico) dovrebbe essere considerato in relazione a un altro problema: l’atteggiamento che assumono il teorico e i suoi follower di fronte al rifiuto della teoria. Notoriamente Freud (1914), considerava la mancata accettazione della psicoanalisi da parte del mondo scientifico del suo tempo come una forma di resistenza. Utilizzando lo stesso termine per descrivere la riluttanza del singolo a riconoscere i contenuti del proprio inconscio e l’incredulità dell’ambiente culturale di fronte alle teorie psicoanalitiche, Freud metteva quindi per così dire sul lettino non solo i suoi pazienti, ma anche tutti gli scettici, ai quali non risparmiava nemmeno l’accusa di antisemitismo strisciante.7 D’altronde si può ricordare che Jung8 rovesciò l’argomento di Freud, affermando che gli psicoanalisti ortodossi non potevano comprendere Jung perché l’inconscio ebraico e quello ariano avevano caratteristiche completamente diverse (e scegliendo, tra l’altro, il momento peggiore per scriverlo: gli inizi della Gleichstaltung nazista). Questa infelice uscita di Jung è un’espressione dell’incredulità, che spesso ha colto i teorici della psicoterapia di fronte all’impressione che le proprie argomentazioni appaiono soggettivamente così evidenti da risultare impossibili da rifiutare. Forse, l’esempio più significativo al riguardo può essere considerata la convinzione maturata da Melanie Klein, per cui Sigmund Freud avrebbe senz’altro sostenuto le posizioni kleiniane contro quelle di sua figlia Anna, perché le prime dovevano necessariamente risultargli più convincenti e più coerenti con le proprie.9
Ulteriore questione, infine, riguarderebbe il no che oppone la realtà alla teoria. Freud ebbe presente l’ammonimento di Charcot per cui «la teoria è una buona cosa, ma non impedisce ai fatti di esistere».10 In questo senso, da una parte Freud11 sostenne apertamente la possibilità di continuare a utilizzare un’ipotesi di lavoro, qualora fosse apparsa euristicamente utile, anche contro dati di esperienza inizialmente contrari; d’altra parte – e questo gli viene riconosciuto anche da un suo feroce critico come Grünbaum12 (1984) – fu spesso pronto a lasciar cadere teorie di fronte a difficoltà ritenute ormai insormontabili. Le svolte del pensiero freudiano sono in effetti diverse: abbandonata la teoria di Charcot sull’ereditarietà della nevrosi,13 Freud disconobbe quasi subito l’ipotesi del trauma sessuale infantile14 e introdusse in seguito la teoria della sessualità infantile perversa-polimorfa;15 quella dell’istinto di morte;16 il modello strutturale;17 la concezione dell’angoscia come segnale:18 tutto per adattare l’edificio della psicoanalisi teorica a nuove evidenze empiriche, a suo avviso incompatibili con i propri modelli precedenti.
La negazione in Freud e Jung
Il problema del significato della negazione, intesa come Verneinung,19 viene da Freud approfondito per la prima volta in un saggio anche intitolato a questo concetto nel 1925;20 ma soprattutto in uno dei suoi ultimi e più significativi scritti: Costruzioni nell’analisi. Freud spiega come il no di un paziente possa spesso costituire più una conferma che una smentita all’interpretazione proposta dall’analista (soprattutto quando tale interpretazione viene anticipata, attraverso il meccanismo della proiezione). Per esempio:
“Ora Lei penserà che io voglia dire qualcosa di offensivo, ma in realtà non ho questa intenzione”. Comprendiamo che questo è il ripudio, mediante proiezione, di un’associazione che sta or ora emergendo. Oppure: “Lei domanda chi possa essere questa persona del sogno. Non è mia madre”. Noi rettifichiamo: dunque è la madre. Ci prendiamo la libertà, nell’interpretazione, di trascurare la negazione e di cogliere il puro contenuto dell’associazione. È come se il paziente avesse detto: “Per la verità mi è venuta in mente mia madre per questa persona, ma non ho voglia di considerare valida questa associazione”.21
Altrettanto significativa, nello stesso senso, sembra quel tipo di reazione che esprime non solo il rifiuto, ma la distanza del paziente anche solo dalla possibilità di pensare l’interpretazione proposta.
Eccola: “Questo non l’ho mai pensato” (o “a questo non avrei mai pensato”). Senza timore di sbagliare tale espressione può essere così tradotta: “È vero, in questo caso Lei ha colto proprio l’inconscio”. Purtroppo questa formula che all’analista giunge così gradita si ha occasione di ascoltarla più frequentemente in seguito a singole interpretazioni che non in seguito alla comunicazione di più ampie costruzioni.22
In Costruzioni nell’analisi, Freud si preoccupa anche di rispondere alla possibile critica per cui, se un sì è una conferma e se un no può costituire la prova di una resistenza da parte del paziente, a conti fatti lo psicoanalista lavorerebbe secondo il vecchio adagio per cui heads I win, tails you lose. Freud, dunque, comprendeva alla fine del suo percorso teorico la necessità di attribuire un significato obiettivo al no del paziente, al punto da proporre un criterio duplice. In primo luogo, la tonalità affettiva della risposta all’interpretazione acquisiva un’importanza maggiore rispetto al suo contenuto: un no pronunciato con disagio o indignazione suonava una conferma, al contrario di un no indifferente (mentre al contrario un sì indifferente poteva, paradossalmente, suscitare forti dubbi sul valore dell’interpretazione). Freud sosteneva comunque che solo il prosieguo dell’analisi potesse consentire di giudicare la validità di un’interpretazione. Il criterio ultimo doveva essere idealmente costituito dall’emersione di un ricordo precedentemente «rimosso».23 Esistevano, però, anche criteri induttivi provvisori sufficientemente validi, allorché degli indizi «confluivano» tutti nella stessa direzione, come avviene nel caso in cui si dia significativa correlazione di associazioni prodotte dal paziente con il contenuto dell’interpretazione (ciò risultava particolarmente significativo agli occhi di Freud, se tali associazioni si riferivano a episodi della vita passata del paziente stesso). Da questo punto di vista «particolarmente impressionante» sarebbe stato il caso della conferma indiretta «che, avvalendosi di un atto mancato, si insinua nella formulazione di un dissenso», incrinandone così la credibilità in modo assolutamente irreversibile. Aveva scritto in precedenza Freud:
Ha un effetto rasserenante il lapsus verbale che serve ad ottenere una conferma durante una disputa, cosa molto gradita al medico durante il suo lavoro psicoanalitico. Mi accadde una volta di dover interpretare, con un mio paziente, un sogno in cui compariva il cognome “Jauner”. Il sognatore conosceva una persona così chiamata ma non si riusciva a trovare il motivo per cui essa faceva la sua comparsa nel contesto del sogno, così che osai affacciare l’ipotesi che potesse essere soltanto per il suo cognome, che ha un suono simile all’insulto Gauner [farabutto]. Il paziente protestò immediatamente e con vigore, ma commise un lapsus e così facendo confermò la mia ipotesi perché si servì una seconda volta della stessa sostituzione iniziale. Rispondendo: “La Sua ipotesi mi sembra troppo ardita” disse jewagt anziché gewagt [ardito]. Quando gli feci notare il lapsus, si rassegnò ad accettare la mia interpretazione.24
In sintesi, il vero valore della risposta del paziente sarebbe stato giudicato in seguito alla confluenza o meno dell’interpretazione con elementi in seguito affiorati nel corso dell’analisi.25 Al contrario di Freud, Jung non offrì un criterio per giudicare il valore del possibile rifiuto di un’interpretazione da parte di un paziente, limitandosi ad affermare che un’interpretazione, per essere valida, deve trovare l’accordo tra analista e analizzando. Fin da una conferenza del 1913, uno Jung ancora non del tutto affrancato da Freud aveva, del resto, affermato che imporre un’interpretazione è impossibile, perché «nella psicoanalisi noi dipendiamo interamente del paziente e dalla sua capacità di giudizio».26 Questo principio viene ribadito varie volte, per esempio allorché Jung scrive che «si può affermare di avere compreso solo quando il paziente è d’accordo con la nostra interpretazione. Capire senza aver fatto i conti con il paziente è una faccenda rischiosa per tutti e due» (1945, 43). Questa differenza di atteggiamento di fronte alla possibilità della negazione rispecchia una profonda diversità di atteggiamento rispetto alla validità del proprio modello, alla metafisica di riferimento e al significato del criterio di verità. Per quanto Freud proponga un’epistemologia aperta dal punto di vista metodologico, nell’unica occasione in cui esplicita la propria visione,27 la sua metafisica è esplicitamente realista: egli afferma di presupporre solo il realismo scientifico come base per la teoria psicoanalitica;28 utilizzando un avverbio che, se oggi parrebbe colpevolmente distratto, era del tutto comprensibile nel clima scientifico in cui Freud si muoveva. Freud rimane convinto che l’analisi possa ricostruire la verità “storica” dei fatti e quindi la sua concezione della verità è una concezione classica corrispondentista. Nella concezione corrispondentista la verità è intesa come corrispondenza tra la realtà e il modello della realtà da noi pensato, secondo la tradizione logico-filosofica – che è inaugurata dalla filosofia di ambiente socratico (essenzialmente con Aristotele) e culmina con il Circolo di Vienna, cioè con il positivismo logico.
Per quanto largamente dominante nel corso della storia della filosofia, la concezione corrispondentista è oggi talmente discussa che anche un’esposizione delle diverse teorie riguardo alla verità difficilmente può essere obiettiva. Mi rifarò qui alla sintesi proposta da Paul Horwich nell’ormai classico libro intitolato appunto Verità.29 Schematicamente si può affermare che esistono quattro concezioni fondamentali della verità: oltre alla verità come corrispondenza, Horwich elenca la verità come coerenza, la verità come efficacia e, più che una singola quarta concezione, un gruppo di concezioni definibili deflazioniste (riconducibili alle posizioni relativiste estreme e non suscettibili di essere qui approfondite).30 Secondo la posizione coerentista un enunciato è considerato vero se non è contraddetto da dati di cui già accettiamo la validità, o che consideriamo elementi fattuali. Un’epistemologia coerentista considera (almeno provvisoriamente) vera una teoria che spiega il maggior numero possibile di fatti, senza entrare in contraddizione con sé stessa nei suoi enunciati (coerenza interna) e senza entrare in contraddizione con teorie appartenenti a discipline scientifiche confinanti accettate dalla comunità dei ricercatori (coerenza esterna). Chi pensa alla verità come efficacia, invece, ritiene vero un enunciato a partire dalle sue conseguenze. In una visione epistemologica così impostata, una teoria è considerata vera se funziona, ovvero se a partire da essa è possibile costruire modelli efficaci (sia nel senso della capacità di prevedere eventi, sia nel senso della capacità di applicazioni pratiche). Se Freud, come si è detto, è implicitamente un corrispondentista, Jung oscilla tra la concezione della verità come coerenza e la concezione della verità come efficacia. Le due diverse epistemologie che si richiamano alle diverse concezioni della verità si riflettono sulla diversa modalità di formulare concetti teorici, ma anche sui contenuti dei concetti teorici stessi. Si pensi alla diversità della concezione del simbolo. Per Freud il simbolo ha, in generale, un significato univoco. L’oggetto allungato è un simbolo fallico e l’oggetto cavo rimanda all’organo genitale femminile.31 Per Jung il simbolo non può essere esaurito dalla sua definizione verbale. Se lo è, se acquisisce un significato univoco, perde valore, diventa da simbolo vivo, simbolo morto.32 Per Freud la psicoanalisi costituisce una teoria scientifica perché si fonda su qualcosa di definitivamente accertato: l’esistenza dell’inconscio, e aspira a costituire un modello unico e univoco del proprio oggetto di investigazione. Jung afferma invece che nel campo della psicoterapia «a ciascun metodo e a ciascuna teoria va riconosciuto un certo credito»,33 perché ogni metodo e ogni teoria possono contare su alcuni successi e alcuni riscontri empirici:
Noi ci troviamo perciò nei riguardi della psicoterapia in una situazione paragonabile a quella della fisica moderna che per esempio, a proposito della luce, possiede due teorie contraddittorie. E come la fisica non trova insormontabile questa contraddizione, così anche in psicologia la possibilità che si diano molti punti di vista non dovrebbe far ritenere le contraddizioni insuperabili né le diverse concezioni del tutto soggettive e quindi incomparabili.34
Nel momento in cui, in Psicologia dell’inconscio, Jung confronta la psicologia individuale di Adler e la psicoanalisi di Freud, egli mostra come ambedue possano spiegare in modo apparentemente altrettanto coerente gli stessi eventi. Alla fine dell’esposizione afferma di sentirsi come quel Cadì che, chiamato a decidere su chi avesse ragione in un litigio, commentò alle parole del primo litigante: «hai parlato bene, hai ragione» e alle parole del secondo: «hai parlato bene, anche tu hai ragione».35 In Sulla questione dei tipi psicologici, Jung aveva sostenuto di ipotizzare che Adler spiegasse meglio la psicologia introversa e Freud la psicologia estroversa, ma ipotizzava una psicologia futura che avrebbe tenuto conto di entrambi gli atteggiamenti.36 In Tipi psicologici, invece, preconizzava la futura nascita di altre psicologie del profondo, dato che il numero dei tipi censito da Jung era passato da due ad almeno ventiquattro e ogni tipo avrebbe potuto dare origine a una diversa psicologia del profondo. Ipotizzava inoltre, che punti di vista diversi dal proprio avrebbero potuto ipotizzare tipologie psicologiche diverse, creando una fuga prospettica verso un numero di teorie psicologiche indefinito (e la storia della psicoterapia sembra offrire una conferma a questa ipotesi).37 Vorrei aggiungere che Jung affermava di utilizzare in casi differenti modelli differenti. Si può però supporre che non si trattasse di una scelta casuale, né basata sulla semplice presunzione di efficacia nel caso specifico. Si può invece ritenere che la coerenza con la metafisica di riferimento del paziente costituisse un elemento fondamentale. Per quanto non si trovi un’affermazione completamente esplicita di questo negli scritti di Jung, si consideri quanto egli dice in Lo yoga e l’Occidente (1936),38 a proposito della pratica della disciplina indiana fuori dal contesto culturale di nascita. Jung afferma che un occidentale non dovrebbe praticare lo yoga, fondamentalmente perché non può condividerne la filosofia: se si pratica lo yoga senza neanche sapere il significato del prana, del respiro dell’universo secondo la prospettiva induista, ciò che si fa è in sostanza privo di valore.
Tutto questo ci fa tornare alla questione del no all’interpretazione nella prospettiva freudiana e in quella junghiana. Il rifiuto di un’interpretazione, dal punto di vista di Freud, ha una valenza molto più forte. In un’ottica corrispondentista, negare il valore di un’interpretazione in accordo con la teoria e in accordo con la raggiungibile verità storica degli eventi significa, in sostanza, mettere in crisi il modello teorico-clinico di riferimento. Dal punto di vista junghiano, se il modello di riferimento viene messo in discussione, a prescindere dal diverso valore attribuibile alla verità in quanto tale, ciò può al massimo aprire alla possibilità di passare a un modello di riferimento diverso, che può comunque essere utilizzato se più coerente con quello precedentemente preso in considerazione. Il background metafisico freudiano può spiegare perché Freud possa sembrare così mal disposto a rinunciare a interpretazioni per lui convincenti in casi come quello di Dora o quello dell’Uomo dei Topi, per quanto le interpretazioni stesse dovessero risultare discutibili ai suoi interlocutori.39 Il cosiddetto Uomo dei Lupi dichiarò in un’intervista (molti anni dopo l’analisi), che in realtà quelli apparsi nel suo sogno non erano veramente lupi, ma cani e che la sua osservazione non era semplicemente stata raccolta da Freud.40 L’atteggiamento junghiano sembra essere diverso. Oltre ad utilizzare lui stesso modelli diversi dal proprio nella psicoterapia,41 almeno in un caso documentato Jung riconobbe che un paziente avrebbe tratto maggiore giovamento da un’analisi con Freud che da un’analisi con lui stesso. Scrisse, infatti, a Freud per indirizzargli questo paziente, malgrado i rapporti con il patriarca viennese fossero ormai interrotti da molti anni.42
Psicoanalisi e psicoterapia dopo Freud e Jung
Come è noto, la psicoanalisi post-freudiana, soprattutto in seguito alla crisi epistemologica indotta dall’attacco del positivismo logico,43 ha perso la fiducia nel carattere univoco della visione freudiana, perdendo anche la fiducia nell’epistemologia guidata dalla concezione corrispondentista. Le varie visioni ermeneuticiste della psicoanalisi operano in questa direzione. Donald Spence, per la prima volta in modo esplicito, affermò la necessità di passare dall’idea di verità storica all’idea di verità narrativa (cioè di passare da una visione corrispondentista a una visione coerentista).44 Robert Holt si inserì in questo solco asserendo la necessità di proporre modelli psicoanalitici almeno compatibili (cioè coerenti) con le teorie consolidate appartenenti ai campi scientifici confinanti (la psicologia dello sviluppo sperimentale, per esempio).45 Carlo Strenger propose il doppio criterio della coerenza interna della teoria e della coerenza esterna con i dati delle discipline sperimentali.46 Lewis Aron, ricostruendo l’evoluzione del modello relazionale in psicoanalisi, affermò chiaramente che tale evoluzione si fondava sul passaggio dall’epistemologia tradizionale a un’epistemologia post-moderna (il che potrebbe implicare persino un’apertura verso una concezione deflazionista della verità).47 Con questo tipo di background epistemico, la storia passata del paziente diviene il frutto di una co-costruzione e il suo no diventa un semplice passaggio verso un approdo condiviso. Per motivi differenti, in una tradizione che parte dalla cosiddetta Psicologia dell’Io inaugurata da Anna Freud48 e Heinz Hartmann,49 il no viene considerato inevitabile se l’interpretazione è troppo profonda, ovvero se attinge a strati dell’inconscio troppo lontani dalla coscienza. Questo è il motivo per cui è necessario trovare il tempo debito dell’interpretazione. Gli interventi dell’analista devono riguardare gli strati più superficiali della psiche (l’Io, appunto, e non l’Es) e in questo senso hanno senz’altro maggiore possibilità di essere accettati senza resistenze. Con Heinz Kohut, fondatore della Psicologia del Sé, il problema in un certo senso si rovescia: determinati pazienti non devono essere posti di fronte a certe interpretazioni proprio per il rischio che le accettino. Nella fattispecie, il paziente che soffre di disturbo narcisistico di personalità sviluppa un transfert idealizzante nei confronti del terapeuta: Kohut afferma che tale transfert deve essere mantenuto a lungo perché funzionale a un’esperienza riparativa del paziente, che deve lo sviluppo dei suoi problemi all’assenza di una figura genitoriale che potesse, durante la sua infanzia, assecondare la necessaria idealizzazione da parte del figlio.50
Nell’ambito della scuola delle relazioni oggettuali, il cui esito è l’odierna psicoanalisi relazionale, la verità dell’interpretazione assume un significato relativamente secondario dal punto di vista terapeutico, rispetto all’esperienza dell’analisi in quanto tale. Senz’altro il contenuto interpretativo può risultare paradossalmente irrilevante. Scrive ad esempio Winnicott:
Io penso che interpreto soprattutto per far conoscere al paziente i limiti della mia comprensione. Il principio è che è il paziente, e solo il paziente, ad avere le risposte. Noi possiamo o meno renderlo capace di avere un senso globale di quello che si sa o di diventare consapevole con accettazione.51
Al polo opposto possiamo collocare Jacques Lacan, per il quale nell’analisi del nevrotico, l’analista deve mantenere sempre la posizione di «soggetto supposto sapere».52 Vale a dire che deve sempre essere considerato dall’analizzante il latore della verità sul suo inconscio. Se la perde, l’analisi perde di significato; onde l’interpretazione è sempre allusiva e non corre mai il rischio di essere fattualmente smentita. In altri contesti psicoterapeutici, il valore di verità dell’interpretazione può cambiare in modo profondo, esprimendo ulteriori variazioni epistemologiche. Considererò due casi limite, nei quali l’aspetto dell’utilità costituisce in sostanza l’unico criterio di valutazione per l’attività del terapeuta.
Nella tecnica della REBT (Rational Emotive Behavior Therapy) di Albert Ellis, il focus dell’intervento è costituito dalle convinzioni del paziente considerate dannose per la sua vita dal terapeuta. La tecnica del disputing consiste nel mettere in discussione le convinzioni del paziente considerate irrazionali.53 Ellis utilizzava anche il disputing negativo: la possibilità offerta al paziente di mettere in discussione le convinzioni proposte dal terapeuta come razionali. Il paziente, cioè, veniva messo nelle condizioni di mettere alla prova la possibilità che le proprie convinzioni funzionassero meglio di quelle del terapeuta.54 In questo quadro, Ellis prevedeva esplicitamente il caso dello yes, but patient, cioè del paziente che si oppone al cambiamento delle convinzioni considerate patogene. L’intervento di Ellis non era focalizzato, a questo punto, sul falsificare tali convinzioni, ma piuttosto sul chiedere al paziente a che cosa tali convinzioni gli servissero, contrapponendo, a tale utilità presunta, le conseguenze pratiche di un cambiamento di prospettiva.55 Di fatto, Ellis adottava una strategia utilitarista senza abbandonare un’epistemologia implicitamente corrispondentista. Per Ellis, infatti, il disputing è finalizzato a far comprendere al paziente una verità considerata obiettiva: esiste una visione “giusta” e una visione “errata” su come vanno le cose. Diverso è, per esempio, l’atteggiamento di Vittorio Guidano che è guidato da un’epistemologia costruttivista: nella sua visione nulla garantisce che la prospettiva del terapeuta sulla realtà si contrapponga a una visione erronea del paziente. Non si può quindi parlare di un vero e proprio disputing finalizzato alla resa di quest’ultimo di fronte a una verità obiettiva. Il criterio di accettabilità per i giudizi diventa solo la possibile condivisione.56 Nella psicoterapia familiarista abbondano gli interventi di tipo paradossale, nei quali per esempio viene prescritto il sintomo, in altre parole anziché interpretare una determinata condotta come patogena e determinate convinzioni come sbagliate, si insiste perché i pazienti ripetano quella condotta e rafforzino le convinzioni pregresse (il modello di Milano insistette particolarmente su questa strada).57 Ai fini di questo paper vorrei ricordare solo la modalità di azione di Whitaker, che soleva provocare la famiglia con cui interagiva, spesso affermando che lavorare con lui come terapeuta sarebbe stato inutile. Questo tipo di intervento preveniva il no dei membri della famiglia, dando per scontato che sarebbe giunto, assecondandolo. L’idea di fondo era che nelle condizioni in cui la famiglia si trovava, il livello di contrapposizione tra i punti di vista era tale da rendere impossibile un dialogo che partisse da presupposti comuni. In sostanza, il lavoro poteva partire quando erano gli stessi membri della famiglia a chiedere al terapeuta di poter adottare la sua prospettiva sul mondo, non essendo le proprie in grado di imporsi su quelle altrui.58 Non bisogna peraltro dimenticare che all’origine del modello sistemico c’è una declinazione particolare del modello coerentista della verità. Bateson coniò il concetto di doppio legame, inteso come comunicazione contraddittoria da parte dell’emittente, che il ricevente non può né decodificare in maniera obiettiva, né definire come incodificabile, salvo ottenere il biasimo dell’emittente.59 In questo senso, i problemi psicopatologici di una persona sarebbero legati all’impossibilità di ricevere comunicazioni delle quali sia possibile definire la verità, intesa appunto come elemento di coerenza del messaggio.60
Conclusioni provvisorie
Riassumendo quanto si è finora esposto, il no da parte del paziente può assumere valori e significati differenti dal punto di vista del terapeuta. Può essere accettato, rifiutato, discusso, previsto, evitato, considerato parte del processo, considerato parte della resistenza alla cura. Questi atteggiamenti sono stati visti direttamente in relazione con la visione generale del terapeuta rispetto al proprio modello di riferimento. Di fatto, l’atteggiamento del terapeuta (e in particolare del teorico della psicoterapia) di fronte al no sembra rimandare a una serie di antinomie fondamentali. Nella contrapposizione tra Freud e Jung: da una parte la scelta di un criterio obiettivo, per stabilire se il rifiuto del contenuto interpretativo sia o meno riconducibile a una resistenza, può essere considerato un punto di forza in ordine alla dimostrabilità dell’interpretazione (e in subordine della teoria sottostante). Dall’altra, considerare l’accettazione del paziente il criterio ultimo per decidere, può essere considerato positivo dal punto di vista della possibilità dialogica (Jung usa talora il termine «dialettica») nel rapporto analitico. Nelle psicoterapie più recenti, l’abbandono di epistemologie forti rende in un certo senso le teorie e le pratiche psicoterapeutiche più elastiche, ma di fatto le rende impermeabili a qualsiasi critica che non sia dell’ordine dell’efficacia. La qual cosa rappresenta al momento un’impasse fondamentale, dato che nessuna forma di psicoterapia, tra quelle scientificamente accreditate, sembra dover essere definitivamente scartata né alcuna sembra avere i numeri per affermarsi definitivamente sulle altre. Anche perché i metodi di misurazione, per il momento, sembrano rivolti unicamente a rilevare la remissione dei sintomi psicopatologici, né sembra esservi un assenso unanime sulla loro capacità di misurare.61 In un certo qual modo non resta che augurarsi la possibile futura costruzione, già auspicata da Jung,62 di una psicologia complessa, che tenga conto di tutti i diversi punti di vista nell’ambito del campo psicoterapeutico e li unifichi. Tuttavia, a fronte di un’apparente totale incompatibilità delle ontologie e delle epistemologie di sfondo, una tale impresa sembra ancora più lontana rispetto a quando venne proposta per la prima volta.
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S. Shamdasani, Psychotherapy in society: Historical reflections. In G. Eghigian (a cura di), The Routledge History of Madness and Mental Health. Routledge, London 2017, pp. 363-378. ↩︎
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R. Foschi, M. Innamorati, Storia critica della psicoterapia, Raffaello Cortina, Milano 2020. ↩︎
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S. Freud, Per la storia del movimento psicoanalitico (1914). Tr. it. in OSF, vol. 7. ↩︎
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S. Freud, Costruzioni nell’analisi (1937). Tr. it. in OSF, vol. 11. ↩︎
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S. Freud, Introduzione alla psicoanalisi (Nuova serie di lezioni) (1932). Tr. it. in OSF, vol. 11. ↩︎
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M. Innamorati, Jung, Carocci, Roma 2013; M. Trevi e M. Innamorati, Riprendere Jung, Bollati Boringhieri, Torino 2000. ↩︎
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S. Freud, Autobiografia (1924). Tr. it. in OSF, vol. 10. ↩︎
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C.G. Jung, Situazione attuale della psicoterapia (1934). Tr. it. in OCGJ, vol 10/1. ↩︎
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P. Grosskurth, Melanie Klein: Her World and Her Work. Knopf, New York 1986. ↩︎
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S. Freud, Charcot (1893). Tr. it. in OSF, vol. 2. ↩︎
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S. Freud, Metapsicologia (1915). Tr. it. in OSF, vol. 8. ↩︎
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A. Grünbaum, I fondamenti della psicoanalisi (1984). Tr. it. il Saggiatore, Milano 1989. ↩︎
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S. Freud, Le neuropsicosi da difesa (1894). Tr. it. in OSF, vol. 2. ↩︎
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Se ne ha traccia in una lettera di Freud del 1897 (Lettere a Wilhelm Fliess. Tr. it. Boringhieri, Torino 1986). ↩︎
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S. Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale (1895). Tr. it. in OSF, vol. 4. ↩︎
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S. Freud, Al di là del principio di piacere (1920). Tr. it. in OSF, vol. 9. ↩︎
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S. Freud, L’Io e l’Es (1922). Tr. it. in OSF, vol. 9. ↩︎
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S. Freud, Inibizione, sintomo e angoscia (1925). Tr. it. in OSF, vol. 10. ↩︎
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Freud attribuisce un diverso significato a Verleugnung, ovvero “disconoscimento” o “diniego”. Si tratta in questo caso di un meccanismo di difesa che porta il soggetto a opporsi all’evidenza di dati di realtà incontrovertibili. ↩︎
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S. Freud, La negazione (1925). Tr. it. in OSF, vol. 10. ↩︎
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S. Freud, La negazione, cit. p. 197. ↩︎
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S. Freud, Costruzioni nell’analisi, cit. p. 547. ↩︎
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Ivi, p. 549. ↩︎
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S. Freud, aggiunta del 1907 a Psicopatologia della vita quotidiana. Tr. it. in OSF, vol. 4, p. 135n. ↩︎
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Un’accesa controversia epistemologica su questo tema è stata aperta da Grünbaum, 1984; 1993. ↩︎
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C.G. Jung, Saggio di esposizione della teoria psicoanalitica (1913). Tr. it. in OCGJ, vol. 4. ↩︎
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S. Freud, Metapsicologia. ↩︎
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S. Freud, Nuove lezioni. ↩︎
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P. Horwich, Verità (1990). Tr. it. Laterza, Roma-Bari 1994. ↩︎
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Per esempio, per Peter Strawson la verità di una proposizione è un attributo performativo; per lo stesso Horwich la verità è semplicemente ridondanza: se io affermo che l’enunciato A è vero sto (1) affermando A; (2) affermando di affermare A etc. In sostanza affermare la verità di A significa evitare la fuga infinita di «affermare di affermare...» che si renderebbe necessaria. ↩︎
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S. Freud, L’interpretazione dei sogni. Tr. it. in OSF, vol. 3. ↩︎
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Per una sintesi del pensiero junghiano sul simbolo, si veda J. Jacobi, Complesso Archetipo Simbolo (1957). Tr. it. Boringhieri, Torino 1971. ↩︎
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C.G. Jung, Principi di psicoterapia pratica (1935). Tr. it. in OCGJ, vol. 16, p. 8. ↩︎
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Ibidem. ↩︎
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C.G. Jung, Psicologia dell’inconscio (1943). Tr. it. in OCGJ, vol. 7. ↩︎
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C.G. Jung, Sulla questione dei tipi psicologici (1913). Tr. it. in OCGJ, vol. 6. ↩︎
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C.G. Jung, Tipi psicologici (1921). Tr. it. in OCGJ, vol. 6. ↩︎
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C.G. Jung, Lo yoga e l'occidente (1936). Tr. it. in OCGJ, vol. 11. ↩︎
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Si vedano al riguardo, p. es., M. Borch-Jacobsen e S. Shamdasani, Dossier Freud (2012). Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 2012; P.J Mahony, Cries of the Wolf Man. International Universities Press, New York 1984; Id. Freud e Dora (1996). Tr. it. Einaudi, Torino 1999. ↩︎
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Si veda K. Obholzer, The Wolf-Man: Conversations with Freud’s Patient – Sixty Years Later. Continuum, New York 1982. ↩︎
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C.G. Jung, Ricordi, sogni, riflessioni (1961). Tr. it. il Saggiatore, Milano 1965. ↩︎
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Si veda l’ultima lettera, del 1923, indirizzata da Jung a Freud, in Lettere tra Freud e Jung. Tr. it. Boringhieri, Torino 1974. ↩︎
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Si veda S. Hook (a cura di), Psicoanalisi e metodo scientifico (1959). Tr. it. (parziale) Einaudi, Torino 1967. ↩︎
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D.P. Spence, Verità storica e verità narrativa. Significato e interpretazione in psicoanalisi (1982). Tr. it. Martinelli, Firenze 1987. ↩︎
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R.R. Holt, Ripensare Freud (1984). Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1994. ↩︎
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C. Strenger, Between Hermeneutics and Science: An Essay on the Epistemology of Psychoanalysis. International Universities Press, Madison 1991. ↩︎
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L. Aron, Menti che si incontrano (1995). Tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2004. ↩︎
-
A. Freud, L’Io e i meccanismi di difesa (1936). Tr. it. In Opere, vol. 1, Boringhieri, Torino 1972, pp. 149-265. ↩︎
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H. Hartmann, Psicologia dell’Io e problema dell’adattamento (1939). Tr. it. Boringhieri, Torino 1966. ↩︎
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H. Kohut, La cura psicoanalitica (1984). Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1986. ↩︎
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D.W. Winnicott L’uso di un oggetto e l’entrare in rapporto attraverso identificazioni (1968). Tr. it. in Gioco e realtà. Armando, Roma 1974, pp. 151-164; alla p. 152. ↩︎
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Cfr. J. Lacan, Il seminario. Libro XI: I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi (1964). Tr. it. Einaudi, Torino 1979. ↩︎
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A. Ellis, New approaches to psychotherapy techniques. In «Journal of Clinical Psychology» (1955), 11, pp. 207-260. ↩︎
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A. Ellis. The revised abcs of rational-emotive therapy. In Journal of Rational-Emotive and Cognitive-Behavior Therapy (1991), 9, pp. 139-172. ↩︎
-
A. Ellis e J. Whiteley, Theoretical and Empirical Foundations of Rational-Emotive Therapy. Brooks/Cole, Pacific Grove 1979. ↩︎
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V.F. Guidano, Il Sé nel suo divenire. Verso una terapia cognitiva post-razionalista. Bollati Boringhieri, Torino 1992. ↩︎
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Si veda M. Selvini Palazzoli, L. Boscolo, G. Cecchin, G. Prata, Paradosso e controparadosso (1975). Raffaello Cortina, Milano 2003. ↩︎
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Si veda P. Bertrando, D. Toffanetti, Storia della terapia familiare: Le persone, le idee. Raffaello Cortina, Milano 2000, pp. 124-129. ↩︎
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G. Bateson., D.D. Jackson, J. Haley, J.H. Weakland (1956), Verso una teoria della schizofrenia (1956). Tr. it. G. Bateson, Verso un’ecologia della mente. Adelphi, Milano 1976, pp. 244-274. ↩︎
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Cfr. P. Watzlawick, J.H. Beavin e D.D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana (1967). Tr. it. Astrolabio, Roma 1971. ↩︎
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Per una discussione sul cosiddetto «verdetto del Dodo», per cui «tutti hanno vinto e tutti meritano un premio», si rimanda all’ultimo capitolo di R. Foschi, M. Innamorati, Storia critica della psicoterapia. ↩︎
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C.G. Jung, Tipi psicologici. ↩︎
