La teoria delle grandezze nella Critica della Ragion Pura

Grandezze estensive e grandezze intensive

Tutti i fenomeni, per quanto concerne l’intuizione, che è forma, hanno grandezza o quantità esprimibile in spazio e tempo. […] Tutti i fenomeni, per quanto concerne la sensazione, che è contenuto, hanno grandezza o quantità non esprimibile nello spazio e nel tempo, ma mediante il grado. Dunque, tutti i fenomeni, tanto per la forma quanto per il contenuto, sono suscettibili di venire sottoposti a determinazioni matematiche.1

L’indagine sulle grandezze dimostra immediatamente la correlazione che c’è tra la filosofia trascendentale e la scienza. La filosofia trascendentale mira alla costituzione dei fondamenti della possibilità di una scienza in generale. Il linguaggio filosofico trascendentale, secondo il suo intento, si interrompe prima che inizi quello scientifico, cioè lo precede e lo fonda, poiché è proprio questo il senso in cui la filosofia trascendentale trascende la realtà fisica. Essa non va oltre la realtà fisica, essa arriva prima, come sua condizione. Poiché è questo il senso esatto secondo cui la filosofia trascendentale ha per dominio la scienza, è da questo punto di vista che l’argomento sulle grandezze può essere oggetto di un’indagine trascendentale. Vediamo perché.

Kant affronta l’argomento sulle grandezze nell’Analitica trascendentale, in quelle due sezioni — gli Assiomi dell’intuizione e le Anticipazioni della percezione — che si collocano immediatamente dopo la deduzione trascendentale delle categorie e il capitolo sullo Schematismo dei concetti puri. Questo perché lo stesso Kant ammette che la tavola delle categorie che aveva illustrato precedentemente nell’opera deve trovare ora un’applicazione oggettiva. Dunque, la tavola dei principi ora descritta segue quella delle categorie, poiché questi principi non sono altro che «regole dell’uso oggettivo delle categorie».2 Questi principi sono quattro, corrispondono rispettivamente alle quattro classi di categorie (quantità, qualità, relazione e modalità) e sono: Assiomi dell’intuizione, Anticipazioni della percezione, Analogie dell’esperienza e Postulati del pensiero empirico in generale. Qui ci occuperemo soltanto dei primi due principi, quelli che Kant chiama principi matematici, in contrapposizione ai secondi due, che chiama invece principi dinamici. Questa distinzione non indica il fatto che i primi due siano principi appartenenti alla matematica, ma solo il fatto che la possibilità a priori della matematica si basa su di essi.3 Dunque, se i primi, che riguardano la possibilità di un’esperienza in generale, sono necessari, in quanto sono condizioni; i secondi, che invece si riferiscono alle condizioni dell’esistenza degli oggetti, sono soltanto contingenti rispetto a quelli. Questi principi matematici sono, appunto, gli Assiomi dell’intuizione e le Anticipazioni della percezione, che corrispondono rispettivamente alle classi delle categorie di Quantità e Qualità. Iniziamo con l’analisi del principio degli Assiomi dell’intuizione. Kant lo presenta così:

Il principio di questi assiomi è: tutte le intuizioni sono quantità estensive.4

Se i fenomeni contengono, almeno per quanto riguarda la loro forma, un’intuizione che sia spazio-temporale che sta ai fenomeni come condizione, allora vuol dire che questi possono essere appresi soltanto grazie a una sintesi del molteplice, cioè grazie alla composizione di un’unità sintetica, che Kant chiama omogeneo. Ora, nel momento in cui l’avere coscienza di questo omogeneo rende possibile la rappresentazione di un oggetto nell’esperienza, diviene chiaro il concetto di quantità. Cioè la rappresentazione di un oggetto è possibile solo grazie all’unità sintetica del molteplice che viene pensata sotto il concetto di una quantità. L’intuizione empirica è infatti l’apprensione di sensazioni collocate in una molteplicità spazio-temporale. Dunque, il principio degli Assiomi così presentato sembra voler mostrare come tutti i fenomeni siano delle quantità, in particolare delle quantità estensive. Ma cosa vuol dire che una grandezza è estensiva?

Chiamo quantità estensiva quella quantità in cui la rappresentazione delle parti rende possibile la rappresentazione del tutto (e quindi necessariamente la precede). Io non posso rappresentarmi una linea […] senza produrre a poco a poco tutte le sue parti cominciando da un punto. […] Esattamente la stessa cosa vale anche per le parti del tempo. […] E dal momento che in tutti i fenomeni la semplice intuizione o è lo spazio o è il tempo, allora ogni fenomeno, in quanto intuizione, sarà una quantità estensiva, giacché può essere conosciuta nell’apprensione solo mediante una sintesi successiva.5

Infatti, se rappresentiamo il tempo come una serie ordinata del tipo t1, t2, t3…, tn, questa sequenza non rappresenterà tre specifici istanti di tempo, ma solo il carattere seriale e successivo del tempo, in cui tra due istanti ne sarà sempre presente un terzo, per piccolo che sia. Una grandezza estensiva è dunque una grandezza in cui la parte rende possibile il tutto e anzi ne è condizione. Il tutto è il risultato della sintesi successiva delle parti, della loro addizione. Le grandezze estensive sono infatti grandezze di tipo additivo. Questo significa che nell’atto di misurazione di un certo fenomeno, una certa unità di misura può essere ripetutamente applicata a esso e poi sommata. Prendiamo come esempio di una grandezza estensiva la lunghezza. Il risultato della misurazione può poi essere rappresentato e riportato su una ratio scale,6 che è una scala in cui l’unità di misura può anche essere arbitraria, ma il punto di origine, ad esempio lo zero, è fisso e prescinde dal sistema di misurazione adottato. Lo zero è sempre zero in qualsiasi sistema di misurazione. In una scala di questo tipo, il rapporto tra due lunghezze l1/l2 produrrà sempre lo stesso risultato. L’additività è una caratteristica propria delle grandezze estensive, che quindi non si trova in quelle che si dicono intensive. Nonostante non abbiamo ancora parlato in maniera approfondita delle grandezze di tipo intensivo, possiamo qui fare un confronto, almeno per quanto riguarda il loro metodo di misurazione, tra le grandezze estensive e quelle intensive.

Le grandezze intensive, proprio per il fatto di non essere additive, hanno bisogno di essere misurate diversamente. In questo caso usiamo come grandezza intensiva di riferimento la temperatura. Se prendiamo una certa quantità di acqua a 50° C e la aggiungiamo a un’identica quantità alla stessa temperatura, non avremo come risultato il doppio della quantità di acqua a una temperatura di 100° C.7 Le scale di misurazione delle grandezze intensive, in questo caso, ad esempio, la scala Celsius e la scala Fahrenheit, sono costruite partendo da due punti fissi e dividendo l’intervallo tra i due per un numero di intervalli più piccoli scelto arbitrariamente. Da qui il nome di Interval scale. In questa misurazione non c’è alcuna corrispondenza empirica tra la scala di misurazione e la quantità misurata. Tuttavia, è ancora possibile trovare una corrispondenza, o quantomeno una relazione, tra due scale di riferimento differenti. Infatti, mentre il rapporto tra una temperatura misurata sulla prima scala e una misurata sulla seconda scala non è invariante, il rapporto tra due intervalli misurati sulla stessa scala rimane uguale al rapporto tra altri due intervalli misurati su un’altra scala. Ad esempio, (F1 − F2)/(F2 − F3) = (C1 − C2)/(C2 − C3). Ora, su quella sintesi successiva si fonda la geometria, i cui assiomi — per esempio quello secondo cui tra due punti passa una e una sola retta — esprimono le condizioni specifiche dell’intuizione sensibile a priori. Infatti, è grazie a questo principio dell’intelletto che la matematica pura trova la sua applicazione agli oggetti dell’esperienza. Poiché i fenomeni non sono le cose in sé stesse, e gli assiomi della geometria esprimono le condizioni dell’intuizione pura, e poiché quest’ultima rende possibile l’intuizione empirica, ne segue che la sintesi successiva degli spazi e dei tempi è ciò che rende possibile l’apprensione del fenomeno.

Se gli Assiomi dell’intuizione si riferiscono allo spazio e al tempo come forme della sensibilità, le Anticipazioni della percezione si riferiscono alla materia della sensibilità, ovvero alla sensazione. Del principio delle Anticipazioni non ci occuperemo qui nello specifico, ma possiamo parlarne ora per evidenziare e meglio comprendere la differenza tra una grandezza di tipo estensivo e una di tipo intensivo. Nella dimostrazione di questo principio, ovvero in quella parte della Critica in cui Kant — dopo aver dimostrato che le intuizioni sono quantità estensive — vuole dimostrare che la sensazione è una quantità intensiva, egli dice che i fenomeni, in quanto oggetti della percezione, non sono intuizioni pure, cioè non sono solo spazio e tempo, che infatti non possono essere, in sé stessi, oggetti della percezione. «Oltre all’intuizione, dunque, i fenomeni contengono in sé anche le materie per un qualsiasi oggetto in generale (materie con cui viene rappresentato qualcosa di esistente nello spazio o nel tempo), e cioè contengono il reale della sensazione».8 Ma dal momento che la sensazione non ha in sé stessa, ovvero nella sua apprensione immediata, l’intuizione dello spazio né quella del tempo, e dunque quelle che abbiamo chiamato grandezze estensive, è chiaro che alla sensazione non spetterà una grandezza di tal genere, bensì le spetterà una quantità intensiva.

Ora, se la sensazione, come modificazione, per piccola che questa sia, occupa un solo istante, e in sé stessa non ospita né lo spazio né il tempo; e se l’unico modo di rendere possibile la rappresentazione di un oggetto nell’esperienza è la sintesi successiva, allora il reale, che è il contenuto della semplice sensazione, non sarà possibile incontrarlo nell’apprensione. Questo reale, però, ha sempre una grandezza, che abbiamo detto essere intensiva. Dal momento che la sua apprensione, dal punto di vista della mera sensazione, avviene in un istante e non per sintesi successiva di diverse sensazioni, questa grandezza non può mai essere conosciuta direttamente nell’apparenza. L’unica possibilità che abbiamo di misurare questo reale, ovvero la grandezza intensiva della sensazione, sarebbe quello di riferirla e riportarla a una grandezza estensiva, cioè effettuare per così dire una conversione. Questo rende questa possibile misurazione sempre relativa, mai direttamente sensibile. Un esempio di questa possibile soluzione è fatto dallo stesso Kant.

I due principi precedenti, che ho chiamato principi matematici in considerazione del fatto che essi ci autorizzano ad applicare la matematica ai fenomeni, si riferivano a questi fenomeni nella loro semplice possibilità, e inseguivano in che modo essi — sia per quanto riguarda la loro intuizione che per quanto riguarda il reale della loro percezione — possano essere prodotti secondo le regole di una sintesi matematica: sia nell’uno che nell’altro caso, perciò, si possono usare le quantità numeriche, e con esse si può usare la determinazione del fenomeno come quantità. Così, per esempio, con circa 200 000 illuminazioni lunari io potrò comporre e fornire a priori in una maniera determinata — cioè potrò costruire — il grado delle sensazioni della luce solare.9

Poiché il reale di un oggetto è una grandezza intensiva, e le grandezze intensive non sono composte da parti, esse non possono essere grandezze additive o cardinali (e quindi seguire un ordine del tipo: uno, due, tre, quattro…). Una grandezza intensiva sarà piuttosto ordinale (primo, secondo, terzo, quarto…). Anche se non siamo in grado di percepire la grandezza intensiva direttamente, certamente possiamo sensibilmente stabilire che un grado sia diverso da un altro, e che quindi una temperatura di 40 gradi sia più alta di una temperatura di 20 gradi. Ma, in questo caso, i 40 gradi non rappresenteranno una temperatura che sia la somma di due temperature di 20 gradi. Questo dato si manifesterà in un solo istante, e dunque non può essere suddiviso in parti, delle quali la più piccola può essere ripetutamente applicata e moltiplicata per la descrizione di un evento.

Kant afferma che possiamo determinare a priori la luminosità del Sole a partire dal fatto che corrisponde circa a 200 000 volte quella della Luna. Ora, questa affermazione riguarda non tanto la determinazione a priori della reale luminosità del Sole, ma semplicemente una regola di una sintesi matematica che permetta una tale determinazione. Proviamo ad analizzare alcune letture di quest’affermazione.10 Il Sole è 200 000 volte più luminoso della Luna secondo la grandezza intensiva così come il diametro della Terra è 6 371 000 volte più grande di un metro secondo la grandezza estensiva, tuttavia noi non possiamo in alcun modo determinare la grandezza intensiva del Sole semplicemente moltiplicando il grado di una sensazione. Potremmo invece determinare il grado di luminosità del Sole, come sostiene Giovannelli,11 attribuendogli una grandezza estensiva che descriva il suo effetto nell’apparenza. Egli ritiene che la misurazione del Sole non richiede la somma delle grandezze, ovvero dei gradi, ma piuttosto un’equivalenza che sussiste tra delle relazioni. La legge fotometrica della distanza, che descrive il rapporto tra l’illuminamento e la distanza della superficie di misurazione dalla sorgente luminosa, afferma che l’illuminamento è inversamente proporzionale al quadrato della distanza dalla sorgente luminosa (E = I / r2).12 Ad esempio, se consideriamo due sorgenti luminose che emettono lo stesso grado di luminosità, una delle quali è situata 447 volte più distante dall’altra rispetto al nostro punto di osservazione, allora possiamo stimare che la seconda sia 200 000 volte più luminosa della prima. A conferma di questa possibile lettura, Kant stesso afferma che si può determinare il grado di — ad esempio — calore, a partire dagli effetti che produce, come l’espansione dei corpi, che poi è il funzionamento del più classico dei termometri a mercurio. Questa lettura, nonostante i suoi meriti, incontra la stessa difficoltà della prima, dal momento che la grandezza intensiva, se presa singolarmente, risulta essere priva delle intuizioni di spazio e tempo. Dunque è vero che una distanza è costituita da sole distanze, così come una lunghezza da sole lunghezze, così come ogni durata di tempo da altre durate di tempo, ma una sensazione non è costituita da tante piccole sensazioni; essa è invece immediata, unitaria, istantanea. Un’altra possibilità è quella di determinare un grado a partire da una sequenza ordinale costituita da grandezze di tipo cardinale. Questo ovviamente presuppone una corrispondenza che dovrebbe sussistere tra una sensazione e un’apparenza. Questa corrispondenza potrebbe assumere due diverse forme:

  • Se alla Luna assegniamo una sensazione a, e all’aggregato di due lune la sensazione b; dal momento che a è più vicina allo 0, assegneremo a essa il grado 1, e a b il grado 2, il che indica semplicemente il livello di approssimazione allo zero, all’interno di una sequenza.
  • Una sensazione corrisponde a un’apparenza secondo una connessione causale, quindi una cosa è più calda o più fredda a seconda del livello di espansione del mercurio all’interno della colonnina.

In entrambi i casi determineremmo le grandezze intensive attraverso la misurazione delle grandezze intensive che ci si danno nell’apparenza. A questo punto, dopo aver tentato di comprendere come il reale come oggetto della sensazione possa essere misurato empiricamente, tentiamo di analizzare e di comprendere la categoria della Realtà (Realität), e dunque comprendere cosa significhi che a una sensazione corrisponda un reale, e ancora, cosa significhi dire che un oggetto sia reale.

La categoria della realtà

La Realtà è la prima tra le categorie della classe della Qualità, e corrisponde alla forma affermativa del giudizio.13 Dunque, ogni concetto cadrà sotto la categoria della realtà nel caso in cui sia una rappresentazione positiva dell’esistenza di un oggetto, opposta alla rappresentazione di ciò che è assente in quell’oggetto, che invece cadrà sotto la categoria della negazione.14 La definizione dell’uso delle categorie più vicina a quella che a noi risulta essere più utile in questo contesto — e forse anche la più completa — è contenuta all’interno del capitolo sullo Schematismo dei concetti puri dell’intelletto.

Dunque, gli schemi dei concetti puri dell’intelletto sono le vere e uniche condizioni per procurare ai concetti un rapporto con gli oggetti, dunque un significato. Alla fine, perciò, le categorie non avranno altro uso se non un possibile uso empirico, in quanto esse, avendo come fondamento un’unità necessaria a priori, servono semplicemente ad assoggettare i fenomeni alle regole universali della sintesi, e a renderli con ciò adeguati per la connessione generale in un’unica esperienza. […] Perciò le categorie, senza schemi, sono soltanto funzioni dell’intelletto per i concetti, ma non rappresentato alcun oggetto. Un tale significato proviene loro dalla sensibilità, la quale realizza l’intelletto nel mentre lo restringe.15

Lo schematismo, nel caso specifico in cui ci troviamo, ci è utile per capire quale sia o possa essere l’oggetto al quale la categoria della realtà risulta applicabile.

Realtà, nel concetto puro dell’intelletto, è ciò che corrisponde a una sensazione in generale, e dunque è ciò il cui concetto indica in sé stesso un essere (nel tempo). E negazione è ciò il cui concetto rappresenta un non-essere (nel tempo).16

La contrapposizione, dunque, tra realtà e negazione è dovuta alla differenza che sussiste nel riempimento del tempo stesso, dunque alla differenza che sussiste, rispettivamente, tra un tempo pieno e un tempo vuoto. «Ma, dal momento che il tempo è soltanto la forma dell’intuizione, e quindi degli oggetti intesi come fenomeni, ciò che in questi ultimi corrisponde alla sensazione è la materia trascendentale di tutti gli oggetti […]».17 Ora, ogni sensazione ha un grado, una quantità intensiva secondo la quale può riempire il tempo. Dunque, la rappresentazione della Realtà come quantità passa da una variazione che si compie in quella stessa quantità nella misura in cui essa riempie il tempo. In altre parole, è un passaggio graduale dalla realtà alla negazione e viceversa.

[…] ciò che nell’intuizione empirica corrisponde alla sensazione è la realtà (realitas phaenomenon); e ciò che corrisponde alla mancanza di sensazione è la negazione = 0. Sennonché, ogni sensazione è suscettibile di una diminuzione, tanto che essa può decrescere e così, gradualmente, svanire.18

La parola Realität, in tedesco, indica l’effettiva esistenza di qualcosa. Tuttavia, il senso in cui Kant utilizza questa parola non è questo, bensì assume un significato vicino a quello della quidditas latina, che indica non l’esistenza di una cosa, bensì la determinazione qualitativa che fa essere qualcosa qualcosa e non nulla (something e non nothing).19 In generale, possiamo dire che un concetto esprime una realtà quando esplica il modo in cui un oggetto è, o in virtù di cosa esso è. La realtà, appunto, non va confusa con l’esistenza o con l’essenza di un oggetto, né con la sua attualità (Wirklichkeit).20 La realtà è dunque un predicato reale perché dice qualcosa in più rispetto alla mera esistenza di un oggetto. Essa dice appunto come, in virtù di cosa, quell’oggetto esiste. Per questo Kant non oppone alla realtà l’apparenza, ma la negazione. Questo reale è ciò che, nell’intuizione empirica, corrisponde alla sensazione. Ma quando si può dire di qualcosa che è reale?

Ciò che si accorda con le condizioni formali dell’esperienza è possibile; ciò che si connette con le condizioni materiali dell’esperienza (della sensazione) è reale.21

Infatti, se la percezione è preceduta da un concetto, quindi da una condizione formale, possiamo conoscerne solo la possibilità; ma nel momento in cui la percezione «fornisce la materia per il concetto»,22 essa diventa l’unico carattere della realtà. Sarebbe certo possibile conoscere l’esistenza di qualcosa anche prima che si dia una percezione, ma solo nel caso in cui sia possibile collegare l’esistenza con una percezione secondo i principi della connessione empirica, che sono le analogie, come il principio di causa o di reciprocità.

Quindi, fin dove giunge la percezione e quanto vi si connette secondo leggi empiriche, lì giunge anche la nostra conoscenza dell’esistenza delle cose. Se non cominciamo dall’esperienza o non proseguiamo secondo leggi della connessione empirica dei fenomeni, ci vanteremo invano di voler indovinare o indagare l’esistenza di una cosa qualsiasi.23

Nello specifico, la categoria della realtà, laddove realtà non è intesa come esistenza ma come prima categoria della qualità, ha un riferimento diretto al principio delle Anticipazioni della percezione, il secondo dei due principi matematici che qui stiamo introducendo. Nelle Anticipazioni, Kant restringe il campo di validità della categoria della realtà ai soli fenomeni, riferendo quelle anticipazioni al solo reale fenomenico, ovvero al reale che corrisponde alla sensazione. Kant insiste particolarmente sul fatto che la questione della realtà, cioè la questione riguardante ciò che divide la realtà dalla negazione, non è mai una questione di all or nothing; tant’è che egli si concentra non solo sulla realtà di un oggetto come ciò in virtù del quale esso esiste, ma anche in che misura. Ed è proprio a questo punto che si inserisce la riflessione sul grado e sulle grandezze intensive, in quanto secondo Kant la misurazione della quantità di realtà presente negli oggetti deve avvenire proprio considerando che quella realtà — come correlato della materia nella sensazione — si manifesta negli oggetti nei termini di una grandezza intensiva e non estensiva.

La realtà, dunque, non ha una dimensione spazio-temporale — sebbene è nelle sue condizioni che può manifestarsi — ma un’intensità, appunto un grado. La grandezza intensiva è infatti valida solo se applicata al reale dei fenomeni, che è oggetto della sensazione, e dunque, ancora una volta, aspaziale e atemporale. Mentre la grandezza estensiva si configura come somma, addizione successiva di unità omogenee, la grandezza intensiva, invece, si manifesta proprio come unità omogenea che si manifesta interamente in un solo istante.

[…] any multiplicity or “parts” within these magnitudes can be thought only abstractly through the imagined possibility of a continuous change from one degree of intensity to another. […] Hence the intensity of a reality cannot be made smaller or greater through division or composition, but only through continuous diminution or increase.24

Sorge spontanea la domanda su che tipo di «positive determinations»25 Kant ha in mente quando parla della realtà degli oggetti. Egli si riferisce alla sensazione, o meglio, al reale della sensazione. Questo reale nella sensazione, che possiede una grandezza intensiva, è semplicemente la qualità mostrata dalla sensazione, cioè la forma comune di quella che potremmo chiamare sensazione pura e semplice (sia essa tattile, gustativa, cromatica). Ogni colore, ad esempio il rosso, ha una grandezza intensiva, cioè un grado di intensità.26 Anche la materia che costituisce i corpi fisici è una realtà, in quanto oggetto della sensazione, e come tale possiede una grandezza intensiva. In effetti, in alcuni passi il reale del fenomeno e la materia del fenomeno sono considerati come sinonimi.27

Gli atomisti e meccanicisti, come ad esempio Boyle, rifiutano l’idea che la materia abbia una grandezza, insistendo sul fatto che ogni corpo sarebbe riducibile a un insieme di atomi solidi distanziati dal vuoto. Essi sono convinti del fatto che la densità è una proprietà intrinseca della materia e non qualcosa che in essa può darsi gradualmente. Così, la differenza di densità tra due corpi sarebbe data non dal grado di materia in essi contenuta, bensì dalla rarefazione, calcolata facendo appello alla porosità dei corpi in questione. Kant, di contro, sostiene che l’argomento meccanicista è fallace. I meccanicisti sbagliano, secondo Kant, ad assumere che la quantità di reale all’interno di un corpo, secondo il grado, sia sempre uguale e che i due corpi differiscano soltanto in base alle proprie grandezze estensive.28 Inoltre, ritiene sia ancora più sbagliata la pretesa di difendere l’argomento dell’immutabilità del grado di densità «sulla base di un presunto principio dell’intelletto».29

La materia riempie uno spazio non attraverso la sua semplice esistenza, ma attraverso una particolare forza motrice […] La materia riempie uno spazio solo attraverso una forza motrice […]. Ora però questa è una forza di repulsione. Dunque la materia riempie il suo spazio solo attraverso forze repulsive e, in verità, riempie tutte le sue parti […]. Ma la forza di un corpo esteso in virtù della repulsione di tutte le sue parti è una forza d’espansione (espansiva). Dunque la materia riempie il suo spazio solo attraverso una sua propria forza d’espansione […].30

Secondo la teoria dinamica della materia di Kant, la densità dei corpi, definita come «il grado di riempimento di uno spazio di volume determinato»,31 si stabilisce a partire dall’interazione tra la forza di attrazione e quella di repulsione. Lo spazio, «senza disseminare all’interno della materia spazi intermedi vuoti, si può supporre […] come eventualmente penetrabile e perciò riempito a gradi diversi».32

Infatti secondo il grado originariamente differente delle forse repulsive, sulle quali si fonda la prima proprietà della materia, cioè quella di riempire uno spazio, e il suo rapporto con l’attrazione originaria, può essere pensata in modo infinitamente diverso: perché l’attrazione si fonda su una quantità di materia contenuta in uno spazio dato, mentre invece la forza espansiva della stessa si fonda sul grado con cui essa lo riempie, grado che può essere specificatamente molto diverso […]. La ragione generale di ciò è: che per mezzo dell’attrazione vera tutte le parti della materia agiscono immediatamente su tutte le parti delle altre, mentre per mezzo della forza espansiva agiscono solo le parti sulla superficie di contatto […]. Soltanto da qui deriva già un grande vantaggio per la scienza della natura, perché con ciò le viene tolto l’onere di costruire un mondo con del pieno e del vuoto solo sulla base della fantasia, piuttosto possono essere pensati tutti gli spazi come pieni e tuttavia come riempiti in misura differente, per cui lo spazio vuoto perde almeno la sua necessità […].33

Ora, poiché entrambe le forze sono passibili di una variazione graduale, lo sarà anche la densità, che come tale sarà il correlato del grado, ovvero di una grandezza intensiva che la definirà. In questo senso il grado sembra un analogo, quasi un antenato di quella qualità degli elementi che è il peso specifico. Chiaramente qui questo principio non ha la stessa portata fisica di questa proprietà, ma come suo analogo trascendentale è un principio, almeno nel sistema conoscitivo kantiano, fondamentale. Concludendo, ciò che fa Kant è prima criticare una visione meccanicista delle proprietà della materia, per poi proporre una visione dinamica, per cui la materia riempie lo spazio in modo graduale e non assoluto, in cui le grandezze sono sia estensive che intensive, e in cui queste ultime svolgono un ruolo fondamentale ai fini della sensazione stessa, come sue condizioni trascendentali. Quello che Kant vuole affermare è che il fatto che la realtà abbia una quantità intensiva misurabile attraverso il grado può essere conosciuto a priori. Ciò che importa è proprio questo, cioè che a priori, il grado è una condizione vera e propria della sensazione, come se ne fosse la scintilla, e dunque la precede, non in senso causale, ma in senso trascendentale: è ciò che dà avvio alla sensazione, e di conseguenza anche all’esperienza.


  1. Luigi Scaravelli, Scritti kantiani, La Nuova, Firenze 1980, p. 79. ↩︎

  2. Immanuel Kant, Critica della ragion pura, Bompiani, Milano 2004, A161/B200. ↩︎

  3. «[…] Kant does not think of pure mathematics in the way that we might — that is, as a body of knowledge that can be developed without reference to space and time, and whose applicability to space and time is a further question. For Kant, pure mathematics is intimately related to pure space and time. For Kant, the issue of the applicability of mathematics concerns its application to objects of experience appearing in space and time, not its applicability to space and time», Daniel Sutherland, «The Role of Magnitude in Kant’s Critical Philosophy», Canadian Journal of Philosophy, Sep., 2004, Vol. 34, No. 3, pp. 411-441, Cambridge University Press, Cambridge 2004, nota 2, p. 412. ↩︎

  4. Immanuel Kant, Critica, B202. In A162, invece, il principio degli Assiomi è presentato così: «Principio dell’intelletto puro: tutti i fenomeni sono, per quanto riguarda la loro intuizione, delle quantità estensive». ↩︎

  5. Ivi, B203-B204. ↩︎

  6. Jill Vance Buroker, Kant’s ’Critique of Pure Reason’. An Introduction, Cambridge University Press, Cambridge 2006, p. 156. ↩︎

  7. Usiamo il riferimento alla scala Celsius solo ai fini dell’esempio. In realtà, in questo caso, la scala o l’unità di misura di riferimento è indifferente. ↩︎

  8. Immanuel Kant, Critica, B207. ↩︎

  9. Ivi, B221. ↩︎

  10. Si veda: Weijia Wang, «Kant’s Argument for the Principle of Anticipations of Perception», Philosophical Forum, 2018, 49 (1), pp. 61-81. ↩︎

  11. Marco Giovanelli, Reality and Negation — Kant’s Principle of Anticipations of Perception, Springer, Dordrecht 2011, p. 13. ↩︎

  12. Laddove E è l’illuminamento, I è l’intensità luminosa e r la distanza dalla sorgente luminosa. ↩︎

  13. Cfr. Tim Jankowiak, «Kant’s Argument for the Principle of Intensive Magnitudes», Kantian Review, 18, 3 (2013), pp. 387-412, p. 390. ↩︎

  14. Ibidem↩︎

  15. Immanuel Kant, Critica, B186-B187. ↩︎

  16. Ivi, A143/B182. ↩︎

  17. Ibidem↩︎

  18. Ivi, B209-B210. ↩︎

  19. Cfr. Marco Giovannelli, Reality and Negation, p. 20. ↩︎

  20. Tim Jankowiak, «Kant’s Argument for the Principle of Intensive Magnitudes», p. 390, nota 9. ↩︎

  21. Immanuel Kant, Critica, B265-B266. ↩︎

  22. Ivi, B273. ↩︎

  23. Ivi, B273-B274. ↩︎

  24. Tim Jankowiak, «Kant’s Argument for the Principle of Intensive Magnitudes», pp. 390-391. ↩︎

  25. Ibidem↩︎

  26. Cfr. Immanuel Kant, Critica, B211. ↩︎

  27. Vedi Immanuel Kant, Critica, A20/B34, A165/B207, A175/B217. ↩︎

  28. Cfr. Immanuel Kant, Critica, B215. ↩︎

  29. Immanuel Kant, Critica, A175/B216. ↩︎

  30. Immanuel Kant, Primi principi metafisici della scienza della natura, trad. it. Italo Baldo e Marta Cimenti, Piovan Editore, Abano Terme 1989, pp. 74-77. ↩︎

  31. Ivi, p. 111. ↩︎

  32. Ivi, p. 109. ↩︎

  33. Ivi, pp. 109-110. ↩︎