Il superamento pragmatista della dicotomia fatto/valore

Introduzione

Che vi sia una netta dicotomia tra fatti e valori è uno dei dogmi dell’empirismo. Secondo questa concezione, che da Hume giunge fino al pensiero contemporaneo attraverso l’opera di Russell, Ayer, Carnap e Stevenson, fatti e valori occupano due luoghi epistemici distinti.1 I giudizi fattuali, in quanto verificabili e falsificabili empiricamente, riguardano le aree di razionalità «pura» e omogenea e sono ancorati naturalisticamente al mondo. Essi ineriscono i «veri» problemi gnoseologici, quelli in cui si esplicitano i nostri vincoli con la «realtà» e che hanno a che fare con la spiegazione, la previsione scientifica, l’oggettività. Gli enunciati di valore, invece, non essendo truth apt, sarebbero da relegare nella sfera di ciò che è semplicemente «soggettivo»,2 emotivo, relativo, opinabile, malleabile, «ambiguo», ovvero in quegli ambiti sub-razionali e non puri che riflettono alcuni atteggiamenti o certe posizioni individuali o sociali immuni dalla verifica e dalla falsificazione.3 Desumere conclusioni dai fatti è infatti l’«epitome» della razionalità.4

Secondo la Weltanschauung riduzionista elaborata dall’empirismo la scienza non sembra lasciare spazio alle affermazioni di valore. Questa concezione della conoscenza si fonda sul presupposto che la scienza, vertendo sui fatti, sia neutra, oggettiva e, di conseguenza value-free. Secondo gli empiristi, i «fatti» rispondono ad un logos, ad una legge che è connessa ad un criterio di commisurazione.

Nel pensiero contemporaneo, un impegno atto ad infrangere i perniciosi dualismi che hanno costituito i «problemi» della tradizione filosofica occidentale, lo possiamo ascrivere al pragmatismo: un movimento volto a smascherare i dualismi e a dissolvere le difficoltà da questi creati.5 Secondo i pragmatisti, la relazione tra attività conoscitive e atteggiamenti valutativi non può più essere intesa nei termini di un’opposizione tra scienza ed etica, tra fatti e valori. Pragmatisti come Peirce, James, Schiller, Dewey, Clarence I. Lewis, Morton White, Rorty e Putnam, ritengono che non sia più possibile concepire la dicotomia fatto/valore nei termini di un’opposizione binaria tra la sfera della cognizione e la sfera della valutazione, ossia come due campi semantici che occupano «luoghi» epistemici distinti. Secondo costoro, la relazione tra conoscenze di fatto e determinazioni di valore non può più essere inglobata entro confini «spaziali di inclusione ed esclusione»,6 che reinstaurano una lunga catena di analoghe contrapposizioni come quella tra descrittivo e normativo o quella tra analitico e sintetico, o quella tra pragmatico ed epistemico.

Mentre molti tra i più influenti filosofi contemporanei, da Carnap a Quine, da Reichenbach a Popper, da Habermas a Bernard Williams sostengono fermamente l’assoluta opposizione tra fatti e valori,7 i pragmatisti classici e contemporanei invece ci invitano ad interrogarci su quali siano i rapporti tra questi due ambiti epistemici reciprocamente indispensabili e a cercare di superare tale dicotomia per mezzo di strumenti che siano capaci di rendere la nostra razionalità più integrata ed inclusiva: una razionalità in grado di ripristinare i contatti organismici con il «mondo della vita» attraverso l’elaborazione di nuove connessioni.8

La dicotomia fatto/valore in Hume e Kant

Nel dibattito filosofico moderno il locus classicus della netta dicotomia tra descrizioni di fatto e giudizi di valore, di solito, si fa risalire al noto e problematico slogan del Trattato sulla natura umana di Hume: nessun deve può essere derivato da un è.9 Sebbene alcuni interpreti sollevino obiezioni sulla plausibilità di interpretare in questo modo la cosiddetta «legge di Hume», tuttavia è questa l’accezione in cui è stata interpretata da alcuni esponenti del positivismo logico — che hanno condiviso con Hume l’idea di una morale fondata sul sentimento e di un’epistemologia fenomenalista — fino ad alcune delle più recenti espressioni del pensiero contemporaneo.10 Alla base della tesi humiana vi sarebbe l’idea che i valori (il filosofo scozzese impiega il termine «morale») non possono essere derivati dai fatti, poiché vi è una distinzione irriducibile fra proposizioni con funzione eminentemente descrittiva e proposizioni con funzione eminentemente prescrittiva. Ne segue che, per Hume, gli enunciati fattuali non implicano conclusioni di tipo morale.11

Nonostante la tesi della non-derivabilità dei valori dai fatti venga accettata dalla maggior parte degli interpreti, tuttavia i motivi che Hume avrebbe addotto per sostenerla non sono condivisi da chi lo cita in modo così favorevole. L’idea che la tesi non sia una questione eminentemente logica, ma che invece presupponga una «metafisica sostanziale» lo possiamo evincere dal fatto che Hume non la considera come una tesi inerente soltanto alla validità di certe forme di inferenza, simile a quella secondo cui «non si può desumere “p&q” da “p o q”».12 Se tale tesi inerisse soltanto ai canoni delle inferenze formali, vieterebbe di derivare «Dovete fare x nelle tali circostanze» da «Per voi fare x nella tali circostanze è buono e astenersi dal farlo nelle tali circostanze è male», in quanto non stiamo derivando un deve da un è, ma un deve da un deve.13 Per Putnam, infatti, la legge di Hume non si fonda sulle inferenze formali delle affermazioni ma sulla «comprensione» del loro contenuto. A suo avviso, Hume assume una dicotomia metafisica tra «questioni di fatto» e «relazione di idee» che sancisce la non-derivabilità del «deve» dall’«è».14

Le «questioni di fatto» si basano su quella che Milgram chiama una «semantica pittorialista».15 Questa concezione si fonda sul presupposto che l’unico modo in cui un’idea può rappresentare una «questione di fatto» è «rassomigliando» ad essa. Per Hume appunto le idee non sono solo visive, ma anche tattili, olfattive, ecc., ossia riflettono le percezioni sensoriali.

Se le premesse della sua legge si basano su queste argomentazioni, allora egli non solo può escludere la derivabilità del prescrittivo dal descrittivo, ma può anche affermare che non ci sono «questioni di fatto» relative alla virtù, al giusto, ecc. Dal suo punto di vista, morale e ragione, volizione e dimostrazione, valore e scienza sono due piani distinti e non si può passare dall’uno all’altro mediante una derivazione logica. La «semantica pittorialista» humiana non permette che ci possano essere questioni di fatto concernenti la virtù perché, se così fosse, rileva Putnam, la proprietà della virtù sarebbe raffigurabile nel modo in cui lo è la proprietà di essere un armadio.16

Le idee, conclude Putnam, possiedono proprietà che non sono soltanto pittoriche, ma che ineriscono invece alle emozioni, ai sentimenti. Visto che questi ultimi sono le uniche «proprietà possedute dalle “idee” che, secondo Hume, rimangono a disposizione per spiegare perché invece ci sembra che sussistano tali questioni di fatto», appare evidente che gli elementi costitutivi delle nostre «idee» che corrispondono a giudizi di virtù non siano nient’altro che «sentimenti» provocati in noi dalla «“contemplazione” delle azioni rilevanti, a causa della “particolare struttura” delle nostre menti».17

Secondo Hume, le verità sono o di ragione o di fatto: le verità matematiche o logiche appartengono al primo tipo, le asserzioni empiriche ordinarie al secondo. Le affermazioni morali e le affermazioni politiche ed estetiche, invece, non appartengono a nessuno dei due tipi di verità. Per Hume, infatti, le discussioni inerenti alle valutazioni oggettivamente valide, che di solito sono ascritte all’etica e all’estetica, sono soltanto nonsensi o un modo di focalizzare l’attenzione sugli atteggiamenti emozionali di approvazione o disapprovazione di un soggetto a rispetto a un oggetto b.18

Questa concezione, spesso chiamata anche «teoria emotivistica dei valori», comporta che, da osservazioni empiriche di eventi oggettivi, non possiamo trarre conclusioni descrittive. Di conseguenza, per Hume, i giudizi di valore riguardano la sfera dell’emotivo, dei sentimenti e si differenziano da quelli della scienza che invece desumono le loro conclusioni dai fatti. Questo significa che la sua «legge» non si basa sulla derivazione logica, ma scaturisce da un’architettonica gnoseologica di stampo empiristico che riconduce la sfera razionale alla conoscenza sensibile, alla dimostrazione e la sfera morale ai vizi, alle passioni, alle virtù, ecc.

Pur muovendo da premesse diverse da quelle di Hume (Kant respinge la pretesa humiana che la morale sia espressione del sentimento, sostenendo che essa è il luogo dove si esercita la razionalità), tuttavia un implicito richiamo alla legge humiana e a quella che doveva divenire l’odierna dicotomia fatto/valore lo troviamo anche in Kant.

Sulla scia di Hume, egli sostiene che la morale non deriva da un processo conoscitivo, poiché i limiti e le possibilità del conoscere sono distinti dalle finalità e dai mezzi della morale. Nella Fondazione della Metafisica dei costumi infatti sostiene che la Filosofia pratica è completamente isolata e indipendente da qualsiasi scienza della «realtà», naturale o soprannaturale che sia.19 Il principio del deve è a priori e non lo possiamo derivare dall’è, ossia da elementi empirici, poiché, afferma Kant, non «si potrebbe immaginare nulla di peggio per la moralità che la pretesa di ricavarla da esempi»,20 ossia dall’esperienza. È per questo che egli si propone di «purificare» la metafisica dei costumi da ogni elemento empirico, pur senza confinare i giudizi morali e di valore nel regno del sentimento. Del resto, per Kant, è indubbio che «una legge, per avere valore morale, cioè per valere come principio di obbligazione, deve comportare una necessità assoluta».21

Ma, nel sostenere la non-derivabilità dei giudizi morali e di valore dai fatti, Kant sembra che faccia appello ad un’esigenza intrinseca alla conoscenza. Si domanda infatti «se la natura della scienza non richieda che si separi sempre con cura la parte empirica dalla parte razionale e se alla fisica propriamente detta (empirica) non debba essere anteposta una metafisica della natura e all’antropologia pratica una metafisica dei costumi, l’una e l’altra accuratamente purificate da ogni elemento empirico, col proposito di conoscere quanto la ragion pura sia in grado di fare nell’uno e nell’altro caso e da quali sorgenti essa attinga questo suo insegnamento a priori».22

Per questo molti interpreti sono indotti a ritenere che, per Kant, i giudizi di valore hanno il carattere di imperativi più o meno espliciti da cui non si possono inferire verità di fatto. Da questo punto di vista, affermare «Rubare è sbagliato» è un modo per dire «Non rubare». Diversamente dalle proposizioni espresse all’indicativo, questo tipo di proposizioni non sono suscettibili di essere o vere o false. L’uso dell’imperativo, infatti, implica che siamo chiamati a ragionare su chi pone l’obbligazione e sull’oggetto cui essa si riferisce. Al riguardo, Kant cerca il soggetto nel regno della ragione che parla alle creature razionali con la legge del dovere necessario, ossia che si esprima mediante l’imperativo categorico. Nonostante riconosca un carattere razionale alle istanze della morale, egli tuttavia non ascrive le asserzioni morali alle verità di ragione o a quelle di fatto, ma alle verità sintetiche a priori,23 ossia a verità diverse da quelle empiriche.

Ayer e Carnap sulla dicotomia fatto/valore

Dopo Kant, è con gli empiristi logici che una versione dilatata della «legge di Hume» trova i presupposti più favorevoli per la sua affermazione. Sulla scia di Kant, essi sostengono che le asserzioni metafisiche e morali non appartengono né alle verità di ragione né a quelle di fatto, anche se escludono che esistono delle verità sintetiche a priori. Con Hume, inoltre, sostengono che i giudizi di valore, diversamente dai giudizi di fatto, non sono suscettibili di verifica empirica e, quindi, non sono né veri né falsi: sono soltanto espressione di sentimenti o di forme imperative ed esclamative ingannevoli,24 che non possono essere giustificati da un punto di vista razionale, poiché non sono oggettivi,25 ma riflettono lo stato emotivo di colui che parla.

Sarebbe certamente fruttuosa una ricerca che analizzi singolarmente le diverse posizioni assunte dagli empiristi logici riguardo ai giudizi di valore. Ma non è questa la sede opportuna per procedere a questo esame analitico; in ciò che segue focalizzeremo la nostra attenzione soltanto sulle concezioni sostenute da Ayer e Carnap. Del resto, le loro posizioni esemplificano in modo adeguato la prospettiva emotivista e non-cognitivista che gli empiristi logici sostengono a proposito dei valori.

In Language, Truth and Logic Ayer afferma che i termini etici, quali «buono», «giusto», «bello», «brutto», ecc., in quanto espressioni di sentimenti, non aggiungono niente alla descrizione del contenuto fattuale, se non lo stato volitivo di chi li enuncia. Dal suo punto di vista, i giudizi etici o di valore non sono analizzabili, poiché non possono essere tradotti in giudizi di fatto empirici. Essi sono puri e semplici «pseudo-concetti» che esprimono soltanto i sentimenti e le attitudini (credenze e desideri) di colui che parla oppure mirano a sollecitare l’azione degli interlocutori.26 La distinzione tra verità o falsità applicabile ai giudizi fattuali o analitici non può essere impiegata per i giudizi di valore, poiché essi non possiedono un significato cognitivo.

Per Ayer i giudizi morali esprimono soltanto approvazione o disapprovazione. Dire: «Hai agito male rubando quel denaro» è un modo per dire: «Hai rubato quel denaro». Asserendo che quest’azione è male, non fornisco alcun altro elemento informativo sulla realtà: manifesto soltanto il mio biasimo morale nei confronti del fatto. È come se avessi detto con tono particolarmente ripugnante: «Tu hai rubato quel denaro» o l’avessi scritto con gli esclamativi, dove il tono di ripugnanza o gli esclamativi non aggiungono nient’altro, se non il sentimento di ripugnanza, al significato dell’enunciato.27

Se poi generalizzo l’asserzione precedente dicendo: «Rubar denaro è male», produco analogamente un’affermazione che non ha alcun contenuto fattuale, ossia non è suscettibile di verità o falsità, poiché non è significativa «nel senso letterale della parola»,28 è come se avessi detto: «Rubar denaro!!!», dove gli esclamativi manifestano il mio sentimento di disapprovazione morale.29

Secondo Ayer i giudizi morali o di valore non esprimono soltanto le emozioni di chi li enuncia, ma servono anche a suscitare sentimenti e a stimolare l’azione. Poiché non rivelano una verità su un dato di fatto, tali giudizi, però, non possono essere formulati in proposizioni verificabili empiricamente.30 Dal punto di vista di Ayer, non c’è un «senso logico» o «scientifico» in cui le «ragioni sostengono i giudizi morali» o di valore,31 poiché le affermazioni normative e valutative sono soltanto nonsensi o pseudo-proposizioni; esse non sono né esprimono proposizioni significanti.

Sebbene segua un percorso più articolato, Carnap non si discosta molto dalle posizioni di Ayer. Fortemente influenzato dalla concezione neokantiana del valore di Rickert,32 all’inizio della sua speculazione filosofica Carnap sostiene il carattere conoscitivo dei giudizi di valore. In Der logische Aufbau der Welt, infatti, il mondo è costituito di fatti e di valori, dove quest’ultimi svolgono un ruolo preminente nella costituzione stessa del mondo: «La costituzione dei valori, scrive Carnap, non si effettua movendo dai gradi già trattati degli oggetti spirituali o di quelli psichici altrui, ma si ricollega a un livello precedente del sistema di costituzione. Si devono distinguere diversi tipi di valori, per esempio, tra gli altri, i valori etici, estetici, religiosi, biologici (nel senso più ampio, inclusi quelli tecnici, economici, dell’igiene dell’individuo e della razza)». E continua: «La costituzione dei valori con certi dati vissuti, le “esperienze vissute di valore”, presenta per più aspetti un’analogia con la costituzione delle cose fisiche mediante le “esperienze vissute di percezione”… per la costituzione dei valori etici, si debbono prendere in considerazione (tra le altre) l’esperienza della coscienza morale, l’esperienza del dovere o della responsabilità, e simili; per i valori estetici, l’esperienza del piacere (estetico) o di altri atteggiamenti che si realizzano nella contemplazione artistica e nell’esperienza della creazione artistica, ecc. La struttura dell’esperienza del valore, nei diversi tipi di valore, viene in particolare esaminata dalla fenomenologia del valore».33

L’esclusione dei valori dalla sfera cognitiva si può ravvisare, per la prima volta, in una conferenza tenuta da Carnap nell’ottobre del 1929 alla Bauhaus di Dessau. Nell’affermare la netta dicotomia tra fatti e valori, in questa conferenza egli abbandona le concezioni del valore contenute nell’Aufbau e abbraccia le tesi «non-cognitiviste»34 degli empiristi logici. Egli sostiene che la valutazione non sia una forma di conoscenza relativa ad un fatto, ma un atteggiamento personale.

Il non-cognitivismo circa i valori viene ribadito in Überwindung der Metaphysik durch logische Analyse der Sprache.35 In quest’opera Carnap sostiene che la forma dichiarativa solitamente usata nei giudizi di valore36 — come ad esempio, «uccidere è male» — è fuorviante, poiché induce erroneamente a pensare che un’affermazione di valore sia una proposizione suscettibile di essere o vera o falsa, mentre equivale ad un comando, il cui valore è quello degli imperativi o degli esclamativi: «non uccidere!»37

L’impossibilità di costituire delle proposizioni esprimenti un giudizio di valore e la loro conseguente esclusione dalla sfera razionale viene sottolineata da Carnap quando, basandosi sulla dicotomia sintetico-analitico, distingue le scienze in reali (fisica, biologia, psicologia, storia, ecc.) e formali (logica, matematica). Le prime si basano unicamente su enunciati sintetici, le seconde invece solo su enunciati analitici. Non appartenendo né al primo né al secondo tipo di enunciati, i giudizi di valore non hanno alcun rapporto logico con le proposizioni della scienza, poiché non possono essere desunti da enunciati empiricamente verificabili. Così per Carnap, le «fittizie proposizioni» della filosofia dei valori sono soltanto «pseudo-proposizioni»38 prive di senso che, non avendo alcun contenuto logico, non sono suscettibili di verità o falsità.39 Esse esprimono soltanto sentimenti e volizioni.

In The Unity of Science Carnap respinge le questioni inerenti «la base di validità degli standard morali (principi di valore) e la base della specificazione di norme valide»40 in conseguenza del principio che sono metafisiche. L’esclusione dell’etica e dei giudizi di valore dalla sfera della conoscenza lo induce ad asserire che tutti i problemi non scientifici sono «una confusione di… pseudo-problemi». Al riguardo scrive: «tutte le affermazioni appartenenti alla Metafisica, all’Etica regolativa e all’Epistemologia (metafisica) hanno questo limite, sono di fatto inverificabili e, di conseguenza, non scientifiche. Nel circolo di Vienna, sulla scorta di Wittgenstein, eravamo soliti descrivere queste affermazioni come non sensi. Questa terminologia deve intendersi come implicante una distinzione logica, ossia non psicologica: il suo uso intende asserire solo che le affermazioni in questione non possiedono una certa caratteristica logica comune a tutte le affermazioni scientifiche proprie».

Con ciò Carnap non intende «asserire l’impossibilità di associare concezioni o immagini a queste affermazioni logicamente invalide»; vuole piuttosto sottolineare che «si possono associare concezioni a qualsiasi serie di parole composta arbitrariamente: e le affermazioni metafisiche sono riccamente evocative di associazioni e sentimenti sia nei loro autori che nei loro lettori».41

L’entanglement di fatti e valori nel pragmatismo

L’idea che i giudizi di valore non siano altro che «epiteti emotivi o mere interiezioni»42 e che siano completamente diversi dai giudizi conoscitivi è uno dei leitmotiv dell’empirismo logico che viene infranto dai pragmatisti. «Recentemente — afferma Dewey — è apparsa una scuola di teorici» che sostiene con vigore l’inammissibilità di «vere e proprie proposizioni (e/o giudizi) intorno ai valori»,43 poiché esse hanno delle proprietà che le differenziano radicalmente dai giudizi fattuali e, di conseguenza, li ritengono privi di fondamento.

Per gli empiristi logici, i giudizi di valore, poiché non possono essere sottoposti al criterio empirico di significanza, non hanno un significato cognitivo.44 Essi, pertanto, non possono essere interpretati come asserzioni. Il fatto che spesso appaiono nella forma grammaticale di enunciati dichiarativi, e non in quella più propria di imperativi, ha indotto molti autori ha considerarli erroneamente come enunciati cognitivi.

Secondo gli empiristi, infatti, la mancanza di una netta separazione tra fatti e valori comporta una serie di «fraintendimenti» nelle discussioni relative alle questioni morali della vita personale. Se invece poniamo una netta divisione tra descrittivo e prescrittivo, tra scienza e valori, allora possiamo delimitare, una volta per tutte, il criterio più appropriato per ogni tipo di giudizio.

Tali criteri, affermano gli empiristi logici, servono a stabilire che, per quanto concerne i giudizi fattuali, abbiamo bisogno di presentare argomenti di evidenza empirica, quali il riferimento naturalistico alle cose nel mondo, l’oggettività, la commensurabilità, ecc., mentre per i giudizi di valore di solito ricorriamo a dinamiche più «soggettive» quali la persuasione, i sentimenti, le volizioni, gli obblighi, gli stili di vita, le norme, le credenze morali, religiose, la formazione culturale, ecc.45 

Questa suddivisione, secondo gli empiristi, risponde allo scopo di separare il cognitivo dal non-cognitivo, la «scienza» dalla «non-scienza», l’opinabile dall’inopinabile e, soprattutto, vuole mostrare che niente vale come «oggettivo» al di fuori della sfera della scienza naturale.

Per gli empiristi logici, scrive Dewey, non c’è un «terreno comune fra le concezioni e i metodi che sono ritenuti come validi in tutte le questioni fisiche e quelli che sembrano essere i più importanti per le attività umane».46 Giacché le proposizioni scientifiche riguardano dati di fatto e le relazioni tra di essi, e poiché «tali proposizioni costituiscono la materia cui vien riconosciuto un eminente carattere scientifico, sorge inevitabilmente la questione se siano possibili proposizioni scientifiche circa la direzione della condotta umana, circa qualsiasi situazione in cui entri l’idea del “dovrebbe”, e, se sì, di quale specie siano e su quali basi poggino».47

Se guardiamo alle scienze fisiche, chimiche, ecc., ci sembra, afferma Dewey, che esse non includano asserzioni che esprimono «fatti o concezioni di valore». Ma «ogni deliberata e ben progettata condotta umana, individuale o collettiva, sembra essere influenzata, se non controllata da stime del valore o del pregio dei fini da perseguire».48

Nel prendere le distanze dagli assunti che hanno indotto gli empiristi logici a sostenere una netta divisione tra giudizi scientifici e giudizi di valore,49 Dewey fa rilevare che i pragmatisti confutano l’idea che, «tra i giudizi morali e fisici c’è una tale differenza intrinseca che il controllo dell’attività giudicatrice in un caso non offre alcuna base per inferirne la possibilità di un simile controllo nell’altro».50 Per Dewey la rigida separazione tra fatti e valori si dissolverà dalle credenze umane soltanto quando capiremo che «non solo la scienza è un valore (giacché essa è l’espressione e l’appagamento di uno speciale desiderio ed interesse umano), ma è il mezzo supremo della valida determinazione di tutte le valutazioni in tutti gli aspetti della vita umana e sociale».51 A suo avviso, infatti, i fenomeni valutativi sono radicati «nei modi biologici di comportamento e traggono il loro concreto contenuto dall’influenza delle condizioni culturali»52 e sociali.

I pragmatisti non contestano che per certi scopi potrebbe essere utile tracciare linee di confine o di demarcazione, più o meno importanti, fra differenti tipi di discorso. Essi però respingono tutti i dualismi filosofici che implicano una profonda separazione metafisica, ontologica e epistemologica. Ridimensionando la dicotomia tra fatti e valori appare evidente che, in alcuni ambiti, è utile tracciare una distinzione fra giudizi di valore e altri tipi di giudizi, così come, in certi altri è utile distinguere i giudizi della fisica dai giudizi che invece non appartengono alla sfera della fisica. «Ma niente di metafisico segue dall’esistenza di una distinzione fatto/valore in questo senso (modesto)».53 Per Putnam, l’aspetto più nefasto della dicotomia fatto/valore è che essa ha «corrotto il nostro pensiero, sia nel campo del ragionamento etico che nella descrizione del mondo» impedendoci così di vedere come fatti e valori siano sempre più interconnessi.54

Dal punto di vista storico, l’eliminazione dei valori dalla scienza dei fenomeni non umani è abbastanza recente. Scrive Dewey: «per molto tempo, fino al XVI e XVII secolo, la natura si supponeva essere quel che è, a causa della presenza in essa dei fini, che in quanto fini, rappresentavano l’essere completo o perfetto. Si credeva che tutti questi cambiamenti naturali lavorassero indefessamente per attuare questi “fini”, in quanto mète verso le quali essi si movevano per propria natura. La filosofia classica identificava ens, verum e bonum. Tale identificazione era considerata un’espressione della costituzione della natura, cioè dell’oggetto della scienza naturale. In tale contesto né si richiedeva, né trovava posto qualsiasi distinto problema della valutazione e dei valori, poiché quelli che sono ora denominati valori erano ritenuti integralmente incorporati nella stessa struttura del mondo. Ma quando le considerazioni teleologiche furono successivamente eliminate dalle varie scienze naturali, da ultimo dalla fisiologia e dalla biologia, il problema del valore si impose come un problema a sé stante».55

È con l’empirismo humiano che si afferma nel pensiero moderno quello che Putnam chiama «l’ultimo dogma dell’empirismo»,56 ossia la «presunta» eterogeneità tra giudizi descrittivi e giudizi valutativi. I pragmatisti rompono con la tradizione humiana sostenendo che soltanto quando la scienza sarà intrisa di valori cadrà uno dei più potenti dualismi della modernità, ovvero la divisione tra scientifico e morale tra fatti e valori. Al riguardo Dewey afferma che «non vi è niente dal punto di vista metodologico… che divida i “giudizi di valore” dalle conclusioni raggiunte dalla ricerca astronomica, chimica o biologica».57 Secondo il filosofo americano, infatti, la presunta opposizione tra fatti e valori si dissolverà soltanto quando comprenderemo che è alla base di ogni giudizio sia descrittivo che prescrittivo vi è lo stesso procedimento logico.

Per i pragmatisti, i giudizi di valore sono «empirici per natura», poiché hanno una scientificità e una legittimità conoscitiva riconducibile alla «sfera del metodo scientifico».58 A loro avviso, ogni asserzione oggettivamente vera è normativa, poiché «il valore e la normatività permeano tutta l’esperienza».59

Fatti, conoscenza e valori — afferma Schiller – sono compenetranti e interdipendenti. A suo avviso non solo i valori permeano tutta l’esperienza, ma la conoscenza stessa è una forma di valore. Per il pragmatista di Oxford, il fatto senza il valore è una pura astrazione: «i 'Fatti' rivelano di essere 'Valori', e la concezione del 'Valore' diventa più fondamentale di quella di 'Fatto'». «Le nostre valutazioni pervadono… tutta… l’esperienza e interessano ogni 'fatto'».60 I «giudizi sui valori – afferma Dewey – sono giudizi sulle condizioni e sui risultati di oggetti esperiti; giudizi su ciò che dovrebbe regolare la formazione dei nostri desideri, affetti e godimenti».61

Noi possiamo affermare il «carattere più o meno valutativo» di un giudizio, ma, per i pragmatisti, nessun tipo di giudizio, neanche il più fattuale, è privo di valore.62 «Poiché la scelta di realtà che servano da soggetto determinato e di idee che servano da predicato di possibilità (o fine intenzionale) è necessariamente implicita in ogni giudizio, l’operazione di valutazione è inerente al giudizio come tale».63

Per i pragmatisti, il collasso della dicotomia fatto/valore sradica l’idea di una razionalità monologica, ossia l’idea che solo ciò che è fattuale è razionale, oggettivo e, dunque, ha un logos. Tutto quel che riguarda le emozioni, le volizioni e le opinioni è, invece, soggettivo e perciò non rientra nella sfera dell’oggettività, della razionalità, del logos. Nel rompere con una cultura fondata su «inquietanti» opposizioni binarie, i pragmatisti ci propongono di superare «l’opposizione» tra scienza e valori mediante strumentalità logico-linguistiche più inclusive che mostrano come, in ogni elaborazione teorica, fatti e valori risultano sempre più interdipendenti o addirittura convergenti.64


  1. G. Corradi Fiumara, Connessione tra fatti e valori in una prospettiva wittgensteiniana, in R. Egidi — M. Dell’Utri, — M. De Caro (a cura di), Normatività, fatti, valori, Quodlibet, Macerata 2003, p. 23. ↩︎

  2. Solitamente, «“soggettivo” in un significato più tradizionale risulta contrapposto a “corrispondente a quel che si dà là fuori”, e in tal modo significa qualcosa di simile a “un prodotto soltanto di quel che c’è all’interno”» (R. Rorty, La filosofia e lo specchio della natura, , tr. it. di G. Millone — R. Salizzon, Milano, Bompiani 1986, p. 258). ↩︎

  3. Alla base di questa rigida dicotomia tra giudizi fattuali e giudizi di valore vi sono due opposte visioni: il realismo e l’anti-realismo, il cognitivismo e il non-cognitivismo, il naturalismo e l’anti-naturalismo. ↩︎

  4. H. Kincaid — J. Dupré — A. Wylie, Value-Free Science? Ideals and Illusions, Oxford University Press, Oxford-New York 2007, pp. 5-6. ↩︎

  5. Cfr. J. Dewey, Rifare la filosofia, tr. it. di S. Coyaud, Donzelli, Roma 1998, p. 16. Si veda inoltre R. Rorty, Scritti filosofici I, Laterza, Roma-Bari 1994, p. 169. ↩︎

  6. G. Corradi Fiumara, Connessione tra fatti e valori in una prospettiva wittgensteiniana, in R. Egidi — M. Dell’Utri, — M. De Caro (a cura di), op. cit., p. 23. ↩︎

  7. Per quanto concerne la Is/Ought Dichotomy di Hume si veda il capitolo J.B. Callicott, Hume’s Is/Ought Dichotomy, in J.B. Callicott, In Defense of the Land Ethic, SUNY Press, New York 1989. ↩︎

  8. Cfr. G. Corradi Fiumara, Connessione tra fatti e valori in una prospettiva wittgensteiniana, in R. Egidi — M. Dell’Utri, — M. De Caro, op. cit., p. 30. Suggestioni al riguardo le possiamo trovare anche in G. Corradi Fiumara, Il processo metaforico. Connessioni tra vita e linguaggio, Il Mulino, Bologna 1998, p. 163. ↩︎

  9. Così suona il passo di Hume: «In ogni sistema morale che ho finora incontrato, ho sempre trovato che l’autore procede per un po’ nel consueto modo di ragionare, e afferma l’esistenza di Dio o si esprime riguardo alle questioni umane; e poi improvvisamente trovo con una certa sorpresa che, invece delle abituali copule è e non è incontro soltanto proposizioni connesse con un deve, o non deve. Questo cambiamento è impercettibile; ma è comunque molto importante. Infatti, dato che questo deve, o non deve, esprime una certa nuova relazione o affermazione, è necessario che siano osservati e spiegati; e allo stesso tempo è necessario spiegare ciò che sembra del tutto inconcepibile, ossia che questa nuova relazione possa costituire una deduzione da altre relazioni completamente diverse. Ma siccome gli autori di solito non usano questa precauzione, mi permetto di raccomandarla ai lettori» (D. Hume, Trattato sulla natura umana, tr. it. di P. Guglielmoni, Bompiani, Milano 2005, p. 929 (libro III, parte 1, sez. 1). ↩︎

  10. Cfr. al riguardo A.C. MacIntyre, Hume on “Is” and “Ought”, «The Philosophical Review», 68 (1959), pp. 451-468. ↩︎

  11. Nella versione di Popper, la legge di Hume afferma l’inderivabilità delle proposizioni etiche non tautologiche – imperativi, finalità ecc. – dalle proposizioni fattuali (K. Popper, What Can Logic Do for Philosophy, «Aristotelian Society», 22 (1948), Supplementary Volume: Logical Positivism and Ethics, p. 154). Prior invece sostiene che essa affermi l’inderivabilità delle proposizioni etiche da quelle non-etiche (A. N. Prior, Logic and the Basis of Ethics, Clarendon Press, Oxford 1949, p. 33). Secondo Carcaterra, né la formulazione di Popper né quella di Prior colgono il nucleo della tesi di Hume. Il filosofo scozzese, infatti, non contrappone etico a fattuale o a non-etico, ma a conoscitivo. Hume alla morale contrappone la ragione che non è un tipo di conoscenza, ma la conoscenza tout court (Cfr. G. Carcaterra*, Il problema della fallacia naturalistica*. La derivazione del dover essere dall’essere, Giuffrè, Milano 1969, pp. 9-11). ↩︎

  12. H. Putnam, Fatto/valore. Fine di una dicotomia, op. cit, p. 18. ↩︎

  13. Ivi, p. 19. ↩︎

  14. Ibidem↩︎

  15. Cfr. E. Milgram, Ethics Done Right: Practical Reasoning as a Foundation for a Moral Philosophy, Cambridge University Press, Cambridge-New York 2005, cc. 6-7. ↩︎

  16. H. Putnam, Fatto/valore. Fine di una dicotomia, op. cit., 19. ↩︎

  17. Ivi, pp. 19-20. ↩︎

  18. Cfr. G.H. v. Wright, Valutazioni o come dire l’indicibile, in R. Egidi — M. Dell’Utri — M. De Caro (a cura di), Normatività, fatti, valori, op.cit., pp. 3-14. ↩︎

  19. Cfr. I. Kant, Fondazione della Metafisica dei costumi, tr. it. di R. Assunto, Laterza, Bari 1990, p. 97. ↩︎

  20. Ivi, p. 32. ↩︎

  21. Ivi, p. 5. ↩︎

  22. Ibidem↩︎

  23. Cfr. G. Carcaterra*, Il problema della fallacia naturalistica,* op. cit., p. 18. Pur non essendo verità logiche, per Kant le affermazioni morali sono verità sintetiche a priori. ↩︎

  24. Cfr. H. Reichenbach, La nascita della filosofia scientifica, tr. it. di D. Parisi — A. Pasquinelli, Il Mulino, Bologna 1974, c. 17. ↩︎

  25. Il dibattito sull’oggettività dei valori è perennemente infettato dalla questione su dove si trovino i valori. Al riguardo Hume afferma: «Esaminate, per esempio, il delitto di ingratitudine… Cercate, dunque, prima, dov’è la materia di fatto che qui chiamiamo delitto; indicatelo; determinate il tempo della sua esistenza; descrivetene l’essenza o la natura; indicate il senso o la facoltà cui esso si manifesta…Iil delitto di ingratitudine non è qualche fatto particolare dell’individuo, ma nasce da una complicazione di circostanze le quali, quando si presentano ad uno che le consideri, eccitano il sentimento di biasimo…» (D. Hume, Ricerca sui princìpi della morale, in D. Hume, Opere, Laterza, tr. it. di M. Dal Pra, Bari 1971, vol. II, pp. 303-304). ↩︎

  26. Cfr. A.J. Ayer, Linguaggio, verità e logica, tr. it. di G.A. De Toni, Feltrinelli, Milano 1961, c. IV, si veda in modo particolare p. 138. ↩︎

  27. Cfr. ivi, p. 136. ↩︎

  28. Nelle opere successive, Ayer affermerà che i giudizi morali non sono privi di significato, ma sui generis (A.J. Ayer, Saggi filosofici, tr. it. di P. Ganguzza, Marsilio, Padova 1967, p. 195 ss.) ↩︎

  29. A.J. Ayer, Ivi, p. 136. Cfr. al riguardo G. Carcaterra*, Il problema della fallacia naturalistica,* op. cit., pp. 39-40. ↩︎

  30. A.J. Ayer, Ivi, p. 158. ↩︎

  31. A.J. Ayer, Saggi filosofici; op. cit., p. 199. ↩︎

  32. Per quanto concerne le importanti somiglianze tra l’opera System der Philosophie di Rickert e Der logische Aufbau der Welt di Carnap cfr. T. Mormann, Werte bei Carnap, «Zeitschrift für philosophische Forschung», 60 (2006), pp. 169-189. ↩︎

  33. R. Carnap, La costruzione logica del mondo, tr. it. di E. Severino, UTET, Torino 1997, pp. 357-358. ↩︎

  34. Carnap si definisce un «non-cognitivista», anziché un «emotivista», poiché il termine «emotivismo», a suo avviso, viene spesso usato per riferirsi ad «impulsi emotivi momentanei», invece che ad «atteggiamenti». Per Carnap il termine «emotivista è «appropriato solo se viene inteso nel senso ampio in cui Stevenson parla di “significati emotivi”» in Ethics and Language (P. A. Schilpp (a cura di)*, La filosofia di Rudolf Carnap*, tr. it F. Bercelli, Il Saggiatore, Milano 1974, v. II, p. 980). ↩︎

  35. R. Carnap, Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio, tr. it. di A. Pasquinelli in A. Pasquinelli (a cura di), Il Neoempirismo, UTET, Torino 1969, pp. 504-532. ↩︎

  36. Carnap non parla di giudizi di valore, ma di affermazioni dell’«etica regolativa» o certe volte dell’«etica normativa» (H. Putnam, Fatto/valore. Fine di una dicotomia, op. cit., p. 23). ↩︎

  37. «La norma “non uccidere” grammaticalmente ha la forma imperativa, e non sarà quindi considerate un’asserzione. Ma Il giudizio di valore «uccidere è male», sebbene, come la norma, sia mera espressione di un desiderio, grammaticalmente ha la forma di una proposizione dichiarativa. Questa forma ha indotto molti filosofi a ritenere erroneamente che un asserto di valore sia davvero una proposizione dichiarativa e debba essere o vero o falso. Pertanto, essi adducono ragioni a sostegno dei loro stessi asserti di valore e cercano di dimostrare che gli asserti dei loro avversari non sono validi. Ma, in realtà, un asserto di valore non è altro che un comando espresso in una forma grammaticale ingannevole. Esso può avere degli effetti sulle azioni degli uomini, e questi effetti possono essere o non essere in accordo con i nostri desideri; ma l’asserto stesso non è né vero, né falso. Esso non asserisce nulla e non può essere dimostrato, né si può dimostrare la sua non validità» (R. Carnap, Philosophy and Logical Syntax, K. Paul, Trench, Trubner, London 1935, p. 24). ↩︎

  38. R. Carnap, Sintassi logica del linguaggio, tr. it. di A. Pasquinelli, Silva, Milano 1961, pp. 376-377. ↩︎

  39. Cfr. R. Carnap, Formalwissenschaft und Realwissenschaft, «Erkenntnis», 5 (1935), pp. 30-37. ↩︎

  40. R. Carnap, The Unity of Science, Kegan, London 1934, pp. 23-24. ↩︎

  41. Ivi, pp. 26-27. Qui Carnap si riferisce al Wittgenstein del Tractatus↩︎

  42. J. Dewey, Teoria della valutazione, tr. it. di F. Brancatisano, La Nuova Italia, Firenze 1963, p. 3. Nell’analizzare la concezione deweyana dei valori, White afferma che Dewey «non ha mai prestato una seria attenzione» all’interpretazione emotivistica degli empiristi logici (M.G. White, La rivolta contro il formalismo, tr. it. di A. Prandi, Il Mulino, Bologna 1956. tr. it, p. 294). Riguardo le teorie che circolavano al suo tempo riguardo i valori Dewey afferma: «Se analizzo lo scoraggiamento che ho provato recentemente discutendo sui valori, credo che esso derivi dalla sensazione che siano stati fatti pochi passi avanti nella determinazione delle questioni o dei problemi fondamentalmente implicati» (J. Dewey, Some Questions About Value (1944), in The Later Works of John Dewey, 1925-53, a cura di J.A. Boydston, Southern Illinois University Press, Carbondale (Illinois) 1988, vol. 15, p. 101). ↩︎

  43. J. Dewey, Ivi, p. 107. Sebbene non li nomini mai, qui Dewey si riferisce certamente agli empiristi logici. ↩︎

  44. Gli empiristi logici abbandonano il criterio di significanza empirica, ossia dell’idea che un predicato fattuale significativo deve essere un predicato osservativo, per sostituirlo con concetti come quelli di «potere predittivo ed esplicativo», di «semplicità formale», di «grado di conferma» in relazione «all’evidenza disponibile di un dato sistema di enunciati» (C.G. Hempel, The Concept of Cognitive Significance: A Reconsideration, «Dadalus: Proceedings of the American Academy for Arts and Sciences» 80 (1951), pp. 61-77). ↩︎

  45. Cfr. Ibidem↩︎

  46. J. Dewey, Teoria della valutazione, op. cit, p. 4. ↩︎

  47. Ivi, p. 5. «Il fatto – e non si nega che è un fatto – che l’esperienza implichi un elemento umano si ritiene sia un limite per una filosofia che pone l’esperienza come primaria negli affari umani e come loro unico oggetto; e che per questo essa non ammette proposizioni riguardo a cose come l’origine della vita sulla terra o gli eventi di ère geologiche anteriori che precedono la comparsa dell’uomo e quindi, di necessità, l’esperienza umana. Questo è un problema che ogni filosofia empiristica deve affrontare; essa può evitare la sfida soltanto a suo danno. Il problema infatti non è limitato all’empirismo; l’esistenza dell’esperienza è un fatto, ed è un fatto che gli organi dell’esperienza, il corpo, , il sistema nervoso, le mani e gli occhi, i muscoli e i sensi sono i mezzi con cui accediamo al mondo non-umano. Sembrerebbe quindi che la filosofia che nega la possibilità che le cose sperimentate e i processi dell’esperienza costituiscano una strada conducente nel mondo naturale dovesse essere dominata dal postulato implicito che tra la natura e l’uomo, e quindi tra la natura e l’esperienza umana, c’è una soluzione di continuità» (J. Dewey, Nature in Experience (1940), in The Later Works of John Dewey, 1925-1953, cit., vol. 14, pp. 143-144). ↩︎

  48. J. Dewey Teoria della valutazione, op. cit., p. 4. ↩︎

  49. «Spesso – afferma Dewey – appaiono articoli che discutono la relazione tra fatto e valore. Se l’argomento discusso sotto questo titolo riguardasse la relazione dei fatti di valore con altri fatti, non ci sarebbe la supposizione di unicità appena ricordata. Ma chiunque legga gli articoli dedicati alla discussione di questo problema noterà che è una questione o un problema proprio perché si sostiene che le proposizioni riguardanti i valori sono in qualche modo di tipo unico, essendo intrinsecamente distinte dalle proposizioni sui fatti. Nella confusione in cui al momento versa l’argomento, non riesco a pensare a nulla che possa essere più chiarificatore che un’esplicita affermazione relativa ai motivi fondanti da cui deriva l’assunzione che le proposizioni riguardanti i valori non sono proposizioni sui fatti spazio-tempo, insieme alla discussione esplicita delle conseguenze di tale posizione. Se si ponesse la questione del rapporto tra le proposizioni geologiche con le proposizioni astronomiche, o tra le proposizioni della meteorologia e quelle proposizioni della teoria delle comete, non verrebbe in mente a nessuno che il 'problema' non sia che quello della connessione tra due insiemi di fatti. Sono convinto che nulla contribuirebbe a chiarire meglio l’attuale insoddisfacente stato della discussione sul valore quanto un’affermazione definita ed esplicita delle ragioni per cui si suppone che, riguardo al valore, la cosa sia diversa (J. Dewey, Some Questions About Value (1944), in The Later Works of John Dewey, 1925-53, cit., vol. 15, p. 106). ↩︎

  50. J. Dewey, Logical Conditions of a Scientific Treatment of Morality (1903), in The Middle Works of John Dewey, 1899-1924, a cura di J.A. Boydston, Southern Illinois University Press, Carbondale (Illinois) 1976, vol. 3, p. 5. ↩︎

  51. J. Dewey, Teoria della valutazione, op. cit., p. 104. ↩︎

  52. Ivi, p. 97. ↩︎

  53. H. Putnam, Fatto/valore. Fine di una dicotomia, op. cit., p. 24. ↩︎

  54. Ivi, p. 3; tr. it., p. 7. ↩︎

  55. J. Dewey, Teorria della valutazione, op. cit, p. 5. ↩︎

  56. H. Putnam, Fatto/valore. Fine di una dicotomia, op. cit., p. 160. ↩︎

  57. J. Dewey, The Field of Value, in R. Lepley (a cura di), Value: A Cooperative Inquiry, Columbia Univeristy Press, New York 1949, p. 77. ↩︎

  58. Ch. Morris, Pragmatism and Logical Empiricism, in P. A. Schilpp (a cura di), The Philosophy of Rudolf Carnap, Open Court, La Salle (Illinois) 1963, p. 96. ↩︎

  59. H. Putnam, Fatto/valore. Fine di una dicotomia, op. cit., pp. 35-36. ↩︎

  60. F.C.S. Schiller, Humanism: Philosophical Essays, Macmillan, London 19122, p. 10. Cfr. A. Santucci, Storia del pragmatismo, Laterza, Bari 1992, p. 98. ↩︎

  61. J. Dewey, La ricerca della certezza. Studio sul rapporto tra conoscenza e azione, tr. it. di E. Becchi — A Rizzardi, La Nuova Italia, Firenze 1966, p. 274. ↩︎

  62. G. Morra, Il problema morale nel neopositivismo, Lacaita, Manduria-Bari-Perugia 1962, p. 118. ↩︎

  63. J. Dewey, Logica. Teoria dell’indagine, Einaudi, Torino 1974, v. 1, p. 228. ↩︎

  64. Cfr. R.M. Calcaterra, Pragmatismo: i valori dell’esperienza. Letture di Peirce, James e Mead, Carocci, Roma 2003, p. 77. ↩︎