Il concetto di “vera vita” nel pensiero leopardiano

L’arte di vivere felicemente

Fondamentale per comprendere l’importanza della dimensione del vivere nel pensiero leopardiano, ritengo sia il Dialogo di un fisico e di un metafisico. L’operetta si apre con il fisico che afferma di aver trovato il libro de «L’arte di vivere lungamente» .1 Al che il metafisico risponde: «Fa una cosa a mio modo. Trova una cassettina di piombo, chiudivi cotesto libro, sotterrala, e prima di morire ricordati di lasciar detto il luogo, acciocché vi si possa andare, e cavare il libro, quando sarà trovata l’arte di vivere felicemente».2 Già in apertura troviamo quello che considero il concetto chiave, ovvero «l’arte di vivere felicemente».3 Nella battuta del metafisico viene anche sottolineato come «l’arte del vivere felicemente» sia di maggiore importanza rispetto a quella del «vivere lungamente». Il perché l’una sia anteposta all’altra viene spiegato qualche battuta dopo, quando, sempre il metafisico, afferma: «Perché se la vita non è felice, che fino a ora non è stata, meglio ci torna averla breve che lunga».4 L’errore del fisico sta nel considerare la vita di per sé un bene, e quindi non dedicarsi alla ricerca attiva della felicità, quando invece è quest’ultima ciò che rende la vita degna di essere vissuta. Il fatto che la vita in sé non sia un bene è dimostrato, secondo Leopardi, dal fatto che «moltissimi ai tempi antichi elessero di morire potendo vivere, e moltissimi ai tempi nostri desiderarono la morte in diversi casi, e alcuni si uccidono di propria mano».5 Ecco quindi spiegato il motivo per cui l’aver trovato il libro de «L’arte di vivere lungamente» non risolve il problema dell’umanità, in quanto quello dell’immortalità non è il problema fondamentale. Il metafisico per far comprendere meglio ciò al fisico, racconta la «favola» del saggio Chirone «che era dio, coll’andar del tempo si annoiò della vita, pigliò licenza da Giove di poter morire, e morì. Or pensa, se l’immortalità rincresce agli Dei, che farebbe agli uomini».6 È quindi un errore cercare l’immortalità, o voler prolungare il tempo della vita, come invece fa il fisico, in quanto la questione è di vivere felicemente il tempo che ci è dato, e non invece prolungare il tempo dell’infelicità. Un altro esempio che il metafisico fa è quello di una

specie d’uomini, la vita dei quali si consumasse naturalmente in ispazio di quarant’anni, cioè nella metà del tempo destinato dalla natura agli altri uomini; essa vita in ciascheduna sua parte, sarebbe più viva il doppio di questa nostra: perché, dovendo coloro crescere, e giungere a perfezione, e similmente appassire e mancare, alla metà del tempo; le operazioni vitali della loro natura, proporzionalmente a questa celerità, sarebbero in ciascuno istante doppie di forza per rispetto a quello che accade negli altri […] di modo che essi avrebbero in minore spazio di tempo la stessa quantità di vita che abbiamo noi. La quale distribuendosi in minor numero d’anni basterebbe a riempirli, o vi lascerebbe piccoli vani […] e gli atti e le sensazioni di coloro, essendo più forti, e raccolte in un giro più stretto, sarebbero quasi bastanti a occupare e a vivificare tutta la loro età.7

Da ciò il metafisico tornerà poco oltre a ribadire, ancora una volta, che «non il semplice essere, ma il solo essere felice, è desiderabile».8 Nonostante le argomentazioni del metafisico, però, il fisico non è convinto e continua a sostenere «che la vita sia più bella della morte, e do il pomo a quella, guardandole tutte due vestite»,9 non comprendendo quello che il metafisico ha provato fino a quel momento di fargli capire. Nell’ultima battuta il metafisico ritorna sulla questione dell’arte del vivere felicemente in opposizione a quella del vivere lungamente, e afferma: «Ma se tu vuoi, prolungando la vita, giovare agli uomini veramente; trova un’arte per la quale sieno moltiplicate di numero e di gagliardia le sensazioni e le azioni loro. Nel qual modo, accrescerai propriamente la vita umana, ed empiendo quegli smisurati intervalli di tempo nei quali il nostro essere è piuttosto durare che vivere, ti potrai dar vanto di prolungarla».10 Quindi bisogna dare profondità alla vita e alle sue sensazioni, e non semplicemente prolungarla, secondo Leopardi. Questo concetto lo si può trovare espresso anche nel pensiero 351 dello Zibaldone dove l’autore scrive: «conviene che il filosofo si ponga bene in mente, che la vita, per se stessa non importa nulla, ma il passarla bene e felicemente, o se non altro, anzi soprattutto, il non passarla male e infelicemente. E perciò non riponga l’utilità in quelle cose che semplicemente aiutano, conservano ec. la vita, considerata quasi fosse un bene per se stessa, ma in quelle che la rendono un bene, cioè felice da vero» (Z351-352, 25 novembre 1820). Per tornare all’operetta morale di cui stiamo trattando, nelle ultime righe il metafisico ribadisce un’ultima volta proprio ciò, affermando: «Ma piena d’ozio e di tedio, che è quanto dire vacua, dà luogo a creder vera quella sentenza di Pirrone, che dalla vita alla morte non è divario. Il che se io credessi, ti giuro che la morte mi spaventerebbe non poco. Ma in fine, la vita debb’esser viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio».11 Ecco che in conclusione dell’operetta troviamo espresso quello che personalmente ritengo il concetto fondamentale della filosofia di Leopardi, ovvero la «vera vita». Quest’ultima è contrapposta alla semplice vita, o esistenza, ovvero la vita di quegli uomini che si lasciano trasportare dagli eventi e che durano la vita piuttosto che viverla. Albert Camus, nel Il mito di Sisifo, scriverà, sostenendo qualcosa di simile: «per tutti i giorni di una vita senza splendore, siamo portati dal tempo: ma viene sempre il momento in cui dobbiamo portarlo».12 La chiave per trasformare «una vita senza splendore» in una «vera vita» è quello di rendersi padroni del proprio tempo vitale. Questo è esattamente quello che Leopardi prova ad affermare nel dialogo appena trattato, ovvero che la felicità deriva dal vivere la vita, e non semplicemente dalla vita di per sé.

L’infinito agire dell’essere umano

Ma come si può passare dal semplicemente “durare la vita”, al viverla autenticamente? Il ponte che permette il passaggio tra le due dimensioni è l’agire. Ciò appare chiaro nel momento in cui si legge il pensiero 4185 dello Zibaldone, datato 13 luglio 1826. In questo Leopardi comincia scrivendo: «Pare affatto contraddittorio nel mio sistema sopra la felicità umana, il lodare io sì grandemente l’azione, l’attività, l’abbondanza della vita» (Z4185, 13 luglio 1826). Questo però accade in quanto:

Riconosciuta la impossibilità tanto dell’esser felice, quanto del lasciar mai di desiderarlo sopra tutto, anzi unicamente; riconosciuta la necessaria tendenza della vita dell’anima ad un fine impossibile a conseguirsi; riconosciuto che l’infelicità dei viventi, universale e necessaria, non consiste in altro né deriva da altro, che da questa tendenza, e dal non potere essa raggiungere il suo scopo; riconosciuto in ultimo che questa infelicità universale è tanto maggiore in ciascuna specie o individuo animale, quanto la detta tendenza è più sentita; resta che il sommo possibile della felicità, ossia il minor grado possibile d’infelicità, consista nel minor grado possibile di tal sentimento. […] Resta un solo rimedio: la distrazione. Questa consiste nella maggior somma possibile di attività di azione, che occupi e riempia le sviluppate facoltà e la vita dell’animo (ibid.).

Con ciò lo stesso Leopardi afferma come il suo sistema sia favorevole all’azione, in quanto distoglie dalla vanità del tutto, e consente all’uomo, tenendosi impegnato, di vivere. Un altro pensiero dello Zibaldone che può essere collegato a quest’ultimo è il numero 1988. In questo Leopardi scrive:

L’uomo che a tutto si abitua, non si abitua mai alla inazione. Il tempo che tutto alleggerisce, indebolisce, distrugge, non distrugge mai né indebolisce il disgusto e la fatica che l’uomo prova nel non far nulla. […] La nullità, il non fare, il non vivere, la morte è l’unica cosa di cui l’uomo sia incapace, e alla quale non possa avvezzarsi. Tanto è vero che l’uomo, il vivente, e tutto ciò che esiste, è nato per fare, e per fare tanto vivamente, quanto egli è capace, vale a dire che l’uomo è nato per l’azione esterna ch’è assai più viva dell’interna (Z1988, 26 ottobre 1821).

In queste righe è persistente il rievocare la dimensione del fare, del vivere, che si richiamano vicendevolmente di continuo, sottolineandone quindi la correlazione. Sempre su questo tema potrebbe anche essere letto il pensiero 332 dello Zibaldone, dove Leopardi scrive: «La verità non si è mai trovata nel principio, ma nel fine di tutte le cose umane; il tempo e l’esperienza non sono mai stati distruttori del vero, e introduttori del falso, ma distruttori del falso e insegnatori del vero» (Z332, 16 novembre 1820). Da ciò quindi si può dire che il senso delle cose non è da ricercare nel principio, in quanto, nel pensiero leopardiano, la Natura non risponde mai (e se risponde è una risposta negativa) alla richiesta dell’uomo del perché dell’esistenza.13

Se il senso delle cose non va cercato nel principio, ma nel fine, questo può significare che il senso della vita dell’uomo sta nella vita stessa e nel suo essere vissuta. In questo senso mi pare che possa essere letta l’affermazione di Sartre ne L’esistenzialismo è un umanismo che recita: «la vita non ha senso a priori. Prima che voi la viviate, la vita di per sé non è nulla, sta a voi darle un senso, e il valore non è altro che il senso che scegliete».14 Lo stesso Sartre, del resto, arriva a definire l’esistenzialismo come una «dottrina d’azione»,15 ed è proprio questa dottrina che ritengo si possa già individuare in Leopardi. Esattamente come filosofi più classicamente definibili come “esistenzialisti”, Giacomo Leopardi con il suo pensiero riconosce il non-senso del tutto, e partendo da ciò invita l’essere umano ad agire e vivere (ecco quindi che ritroviamo il concetto di «dottrina d’azione», espressione con la quale Sartre definisce l’esistenzialismo) affinché possa vivere una vera vita, e crearsi un senso. Di gusto leopardiano ritengo che siano anche le parole che Sartre scrive ne La nausea, quando sostiene che «La vita ha un senso se ci si sforza di dargliene uno. Bisogna soprattutto agire».16 A questo può essere collegato, in parte,17 anche ciò che Dostoevskij scrive in Memorie dal sottosuolo, quando afferma: «L’uomo è un animale prevalentemente creatore, destinato […] ad aprirsi eternamente e incessantemente una strada, anche verso non importa quale direzione […] e che la cosa principale non è dove essa vada, bensì il fatto che essa prosegua purchessia, e che il bravo bambino che egli è non trascuri l’arte dell’ingegnere e non si lasci andare a un ozio rovinoso, essendo appunto l’ozio, come ben si sa, il padre di tutti i vizi».18 Anche qui troviamo quindi quella dimensione del fare, come aspetto che contraddistingue l’essere umano e che deve diventare quindi il suo compito esistenziale. Detto in altre parole, il fatto che un senso nelle cose non ci sia, deve spingere l’uomo a crearselo.19 A questo riguardo Antonio Negri, nel suo Lenta Ginestra, scrive: «Solo la sua presenza [dell’uomo] dà o toglie, trova o no, il significato del mondo. L’uomo è gettato in questo mondo, e praticamente, attraverso il senso e il trasfigurarsi e il procedere del senso fino alla facoltà dell’immaginazione, costruisce il significato del mondo».20 Con ciò viene quindi sottolineato che il significato del mondo è qualcosa di prettamente umano,21 e non c’è un senso assoluto che il mondo abbia. Tutto questo ragionamento parte dalla premessa secondo la quale «il principio delle cose, e di Dio stesso, è il nulla» (Z1341, 18 luglio 1821). In conclusione dello stesso pensiero dello Zibaldone in cui si sostiene la nullità di Dio, Leopardi arrivava ad affermare: «è distrutto Iddio» (ibid.). Qualche pensiero oltre però, sembrerebbe superare questa affermazione. In particolare al pensiero 1791 possiamo leggere: «Si può dire […] che il mio sistema non distrugge l’assoluto, ma lo moltiplica; cioè distrugge ciò che si ha per assoluto, e rende assoluto ciò che si chiama relativo. Distrugge l’idea astratta ed antecedente del bene e del male, del vero e del falso, del perfetto e imperfetto indipendente da tutto ciò che è; ma rende tutti gli esseri possibili assolutamente perfetti, cioè perfetti per se, aventi la ragione della loro perfezione in se stessi» (Z1791, 25 settembre 1821). In questa citazione ritroviamo ancora una volta che un senso antecedente, o a priori (richiamandomi ad una delle citazioni di Sartre), della vita secondo Leopardi non c’è. Questo però non deve condannare l’essere umano alla disperazione, ma deve indurlo a creare da sé il suo senso alla vita e al mondo.22 Come nell’ultima citazione riportata dello Zibaldone, infatti, affermare che l’assoluto è moltiplicato, significa che ogni relativo diventa conseguentemente assoluto nella sua relatività. Proprio per questo motivo l’uomo ha il potere di creare un senso, proprio in quanto ognuno è l’assoluto della sua vita, e che solo per mezzo del fare può darle un senso. Se invece attendiamo che qualcuno o qualcosa risponda alle nostre domande di senso rimarremo sempre in attesa di una risposta che non arriverà. Sempre Antonio Negri afferma sul tema che alla vita «il suo senso lo dà il soggetto che soffre e si ribella».23 La ribellione quindi avviene nei confronti del non-senso del tutto, al quale l’uomo, proprio per mezzo della sua ribellione, dà un senso. Tutto ciò mi porta ad affermare che per Leopardi il senso della vita sta nella vita stessa. Proprio su questo tema ritengo interessante quello che scrive Severino quando afferma che «Il fatto stesso, il puro fatto dell’esistenza è la ragione ultima, perché altrimenti tale ragione dovrebbe collocarsi al di fuori dell’esistenza».24 Come ho già avuto modo di mostrare precedentemente però, Leopardi scrive che «Dio stesso, è il nulla» (Z1341, 18 luglio 1821). Allora, seguendo il ragionamento impostato da Severino, il fatto che non ci sia nulla al di là delle cose («Noi non possiamo concepire nulla al di là della materia» (Z1619, 3 settembre 1821)) che dia un senso ad esse, significa che il senso delle cose sta nelle cose stesse e che quindi il senso della vita è la vita stessa. Volendo riprendere quello che Leopardi afferma nello Zibaldone, l’assenza di un perché assoluto rende valido ogni perché relativo, rende cioè valido ogni senso creato dall’essere umano. Ogni uomo è quindi libero di creare il senso della sua vita proprio in quanto ogni essere umano è l’assoluto della propria esistenza. Proprio sul tema della libertà che ha l’uomo di creare il suo senso della vita ritengo che ci sia un altro punto di contatto con il pensiero di Sartre, e in particolare per come l’autore francese presenta l’esistenzialismo nel testo L’esistenzialismo è umanismo. In questo scritto Sartre afferma, richiamandosi a sua volta a Dostoevskij, che l’esistenzialista è colui che accetta autenticamente le conseguenze della morte di Dio, e che quindi riesce a sopportare il fatto che «l’uomo è libertà».25 Sartre sostiene infatti: «Dostoevskij ha scritto: “Se Dio non esiste tutto è permesso”. Ecco il punto di partenza dell’esistenzialismo. Effettivamente tutto è lecito se Dio non esiste e di conseguenza l’uomo è “abbandonato” perché non trova, né in sé né fuori di sé, possibilità d’ancorarsi. […] L’uomo è condannato ad essere libero».26 Proprio su questo punto ritengo che ci possa essere una similitudine fra Sartre e Leopardi. Infatti entrambi sottolineano come il tema della morte di Dio debba spingere l’uomo a prendere sulle proprie spalle la responsabilità della propria vita. Sempre sul tema infatti si può leggere un altro pensiero di Leopardi contenuto nello Zibaldone che recita: «Da che nessuna verità o falsità, negazione o affermazione è assoluta, com’io dimostro, tutte le cose sono dunque possibili» (Z1645, 7 settembre 1821).

L’inattività del Cristianesimo e la negazione della vita

Una volta evidenziata l’importanza che la dimensione del fare ha per Leopardi, proprio su questo punto si inserisce la sua critica nei confronti del Cristianesimo. Questa la si può individuare al pensiero 253 dello Zibaldone dove l’autore scrive: «il Cristianesimo debba aver reso l’uomo inattivo e ridotto invece all’essere contemplativo […] ed è certo che lo spirito del Cristianesimo in genere portando gli uomini, come ho detto, alla noncuranza di questa terra, se essi sono conseguenti, debbono essere necessariamente inattivi in tutto ciò che spetta a questa vita, e così il mondo divenir monotono e morto» (Z253, 29 settembre 1820). Sempre sul tema della critica al Cristianesimo possiamo trovare al pensiero 428 scritto: «il Cristianesimo non aveva insegnato all’uomo che la vita è ragionevole, e ch’egli deve vivere, se non insegnandogli che deve indirizzar questa ad un’altra vita, rispetto alla quale solamente, è ragionevole questa vita: e che questa sarebbe necessariamente infelice» (Z428, 18 dicembre 1820). In Leopardi, invece, «Il processo di apprensione metafisica è essere dentro, e insieme un agire dentro, l’essere».27 Non bisogna quindi rinunciare a questa vita e ai suoi piaceri, come invece insegna il Cristianesimo (per come interpretato da Leopardi), puntando ad un’altra vita dopo questa. Questo perché un’altra vita non c’è, e se noi sopprimessimo questa vita perderemmo l’unica cosa che abbiamo. Da ciò Negri arriva a definire il pensiero di Leopardi come una «metafisica tutta intramondana».28 Con l’espressione “metafisica intramondana” Negri intende una filosofia in cui «La trascendenza fa parte della trama del senso, è un risultato del suo movimento: l’astratta dinamica dell’immagine si svolge in fissità trascendente. Il senso del trascendente è immanente alla vita».29 Ancora una volta siamo quindi ricondotti al fatto che la filosofia di Leopardi ci suggerisce che al di là delle cose non c’è niente da trovare e conseguentemente il senso di quelle cose sta solo in quelle cose. Sempre su questo tema, al pensiero 1427 dello Zibaldone, Leopardi scrive: «Il mondo non può sussistere s’egli non ha se stesso per fine» (Z1427, 31 luglio 1821). Conseguentemente l’uomo deve arrivare a comprendere proprio ciò, ovvero che il fine del mondo e della vita sono essi stessi. Ciò che rimane all’uomo non è quindi quello di cercare un senso al di fuori di queste due dimensioni, ma di vivere intensamente la vita, riuscendo solo in questa maniera a darle un senso che altrimenti non avrebbe. Se infatti l’uomo non facesse così, ricordando il Dialogo di un fisico e di un metafisico, «la morte la supera incomparabilmente di pregio».30 Questo è quello che porta anche Gaetano Lettieri ad affermare che per Leopardi il Cristianesimo «è nemico della vita, del mondo, della società, è appunto religione nichilistica».31 Sempre collegato alla critica del Cristianesimo in quanto spinge alla non-azione, possiamo leggere il pensiero 2381 dello Zibaldone. In particolare il pensiero muove una critica contro la vita monastica, e in apertura troviamo scritto: «Giovanette di quindici o poco più anni che non hanno ancora incominciato a vivere, né sanno che sia vita, si chiudono in un monastero, professano un metodo di esistenza, il cui unico scopo diretto e immediato si è impedire la vita. E questo è ciò che si procaccia con tutti i mezzi» (Z2381, 2 febbraio 1822). Già in apertura viene introdotto il tema di fondo della critica. Continuando nella lettura, Leopardi scrive: «Oltreché escludendo assolutamente l’attività, escludono la vita, perché il moto e l’attività è ciò che distingue il vivo dal morto: e la vita consiste nell’azione; laddove lo scopo diretto della vita monastica anacoretica ec. è l’inazione e il guardarsi dal fare, l’impedirsi di fare» (ibid.). Ecco che in questa citazione ritroviamo la correlazione fra l’azione, e quindi l’agire, e la vita. Da qui Leopardi torna sulla critica di fondo che muove al Cristianesimo, che spinge ad allontanarsi dalla vita, quando invece il suo pensiero invita ad abbracciarla e a viverla. Più avanti infatti l’autore si immagina che siano le monache e i monaci a parlare, e fa dire loro:

io non ho ancora vissuto, l’infelicità non mi ha stancato né scoraggiato della vita; la natura mi ha chiamato a vivere, come fa a tutti gli esseri creati o possibili: né solo la natura mia, ma la natura generale delle cose, l’assoluta idea e forma dell’esistenza. Io però conoscendo che il vivere pone grandi pericoli di peccare, ed è per conseguenza pericolosissimo per se stesso, e quindi per se stesso cattivo (la conseguenza è in regola assolutamente), son risoluto di non vivere, di fare che ciò che la natura ha fatto, non sia fatto, cioè che l’esistenza ch’ella mi ha dato, sia fatta inutile, e resa (per quanto è possibile) nonesistenza (Z2382, 2 febbraio 1822).

In questa citazione troviamo un tema a cui avevo accennato precedentemente, ovvero che la Natura crea l’uomo affinché viva. I monaci però scegliendo di isolarsi nei monasteri, compiono una scelta di vita opposta a quello che la Natura ha dato loro, e quindi scelgono di non vivere, arrivando appunto a quella che Leopardi definisce come «nonesistenza». Questo accade in quanto il Cristianesimo considera la vita come un male in quanto porterebbe a peccare. Proprio per questo motivo, Leopardi arriva a far dire alla monaca: «s’io mi potessi ammazzare sarebbe parimenti meglio» (ibid.).

Arrivato a questo punto sembrerebbe però che Leopardi incappi in una contraddizione. Lo stesso autore nei suoi testi più volte ritorna sulla questione del suicidio affermando come questo sia l’unica soluzione, razionalmente parlando, alla sofferenza della vita. Esemplare in questo senso è il celebre passo del giardino ospitale, ovvero Z4174-4177, dove l’autore, dopo aver affermato l’infelicità universale, chiude il pensiero affermando che «il non essere sarebbe per loro [riferito a tutti gli esseri viventi] assai meglio che l’essere» (Z4177, 22 aprile 1826). Quindi, come può Leopardi da un lato criticare il Cristianesimo in quanto sembrerebbe condurre alla «nonesistenza», e allo stesso tempo lui per primo affermare che il non-essere è meglio dell’essere, senza cadere in contraddizione? Ritengo che la chiave per rispondere a questa domanda stia nel fatto che all’interno delle sue opere Leopardi sottolinea ripetutamente come il conoscere la verità porterebbe l’uomo a cercare la non-esistenza. Quindi Leopardi sostiene la tesi della non-esistenza in quanto ha svelato l’arcano. Ma allo stesso tempo, lo stesso autore riconosce che è meglio rimanere ignoranti piuttosto che arrivare a conoscere la verità della vanità, in quanto a quel punto l’essere umano dedicherebbe la sua esistenza alla ricerca della «nonesistenza», venendo così a delineare una situazione paradossale. Il conoscere la verità della vanità del tutto, porterebbe infatti l’uomo a non avere più illusioni, e quindi, come scrive l’autore: «Tolta la religione e le illusioni radicalmente, ogni uomo, anzi ogni fanciullo alla prima facoltà di ragionare […] si ucciderebbe infallibilmente di propria mano» (Z216, 18-20 agosto 1820). Di conseguenza se l’essere umano ascoltasse l’invito di Leopardi, ovvero di non perseverare in questa folle ricerca della verità, quello che gli rimarrebbe da fare sarebbe seguire ciò che la natura gli dà come suo compito, ovvero esistere. Il messaggio di Leopardi quindi sulla non-esistenza è solo da considerarsi da un punto di vista strettamente razionalistico. Le illusioni, infatti, saranno fatte rinascere nell’uomo da parte della Natura, proprio per fare in modo che continui a vivere, successivamente all’essere umano non rimane altro che abbracciare questo sentimento dell’esistenza datogli dalla natura e vivere. Il Cristianesimo invece rimane sempre della tesi del fuggire la vita, indipendentemente dalla prospettiva che si consideri. In un passo dello Zibaldone troviamo scritto infatti: «Lo scopo di essa e dell’essenza del Cristianesimo si è il fare che l’esistenza non s’impieghi, non serva ad altro che a premunirsi contro l’esistenza: e secondo essa il migliore, anzi l’unico vero e perfetto impiego dell’esistenza si è l’annullarla quanto è possibile all’ente» (Z2384, 2 febbraio 1822). Leopardi invece riconosce che la natura è più forte dell’uomo e conseguentemente il desiderio di vivere, l’amor proprio, comunque rinasceranno e quindi l’uomo sarà comunque spinto all’esistenza. Quello che suggerisce quindi Leopardi è di abbracciare questo sentimento dell’esistenza, in quanto appunto al di là di questa non c’è nient’altro, se quindi ci privassimo dell’unico bene che abbiamo non faremmo altro che perderlo, senza guadagnarci nulla.32

La giovinezza come tempo del fare

Su questo punto ritengo interessante richiamarmi al pensiero CIV dei Pensieri. Il tema di fondo del pensiero è quello dell’educazione, che Leopardi definisce come «un formale tradimento ordinato della debolezza contro la forza, della vecchiezza contro la gioventù».33 Questo in quanto i «vecchi» dicono ai «giovani»: «Non vi curate di vivere oggi; ma siate ubbidienti, soffrite, e affaticatevi quanto più sapete, per vivere quando non sarete più a tempo. Saviezza e onestà vogliono che il giovane si astenga quanto è possibile dal far uso della gioventù».34 Il risultato è quindi che gli «educatori» con la loro professione «cerchino di privare, i loro allievi del maggior bene della vita, che è la giovinezza».35 In questo pensiero è contenuto, ancora una volta, la dimensione dello sfruttare il tempo che si ha, in quanto al di là di questo non c’è altro che l’uomo debba cercare. Conseguentemente c’è un forte invito nei confronti del giovane che nel fiore dei suoi anni deve vivere appieno la vita e godersi il suo tempo, per quanto possibile, in quanto una volta passato non potrà tornare indietro. Il pensiero si conclude infatti affermando:

Frutto di tale cultura malefica, o intenta al profitto del cultore con rovina della pianta, si è, o che gli alunni, vissuti da vecchi nell’età florida, si rendono ridicoli e infelici in vecchiezza, volendo vivere da giovani; ovvero, come accade più spesso, che la natura vince, e che i giovani vivendo da giovani in dispetto dell’educazione, si fanno ribelli agli educatori, i quali se avessero favorito l’uso e il godimento delle loro facoltà giovanili, avrebbero potuto regolarlo, mediante la confidenza degli allievi, che non avrebbero mai perduta.36

In questa citazione, oltre al tema che stiamo affrontando, possiamo evidenziare anche come Leopardi scriva che «la natura vince», indipendentemente da quello che l’uomo provi a fare per sovvertirne l’ordine. Viene dunque ribadito che quello che l’uomo deve fare non è provare a cambiare l’ordine dell’universo, in quanto uscirebbe comunque sconfitto dallo scontro con la natura.

Sempre sul tema della giovinezza e del vivere il tempo che ci è dato si possono leggere i pensieri che vanno dal 2157 al 2159 dello Zibaldone, i quali si aprono con:

Ho paragonato le occupazioni di un mercadante con quelle di un giovinastro che si spassa colle donne, e trovatele della strettissima importanza, anzi queste più importanti di quelle. […] Quel filosofo che per puro amore dell’umanità, suda dietro ad un’opera di morale o di politica, o d’altro soggetto della più grande utilità, o si affatica nella speculazione della natura, del cuore umano ec.; quel ministro zelante e integerrimo del maggior monarca immaginabile, che travaglia giorno e notte unicamente per il bene della maggior nazione e della maggior possibile quantità di uomini (se pur si trovano tali filosofi, e tali cortigiani); questi tali che cosa cercano essi? La felicità degli uomini. E la felicità che cos’è? il piacere. E qual piacere maggiore che i giovanili? Dunque le occupazioni di costoro non sono più importanti di quelle del giovinastro che mette a profitto i vantaggi dell’età più favorita dalla natura e destinata a godere (Z2157-2159, 24 novembre 1821).

La base che regge tutto il discorso è la teoria del piacere di Leopardi.37 Come riportato nella citazione, infatti, proprio in quanto nel piacere consiste la massima felicità per l’essere umano, il giovane che può goderne massimamente deve farlo. Sempre sul tema dei giovani e dell’“azione vitale”,38 possiamo leggere i pensieri che vanno dal 3837 al 3842. In questi possiamo trovare descritta la situazione in cui un giovane viene «ributtato dal mondo». L’autore scrive che «un tal giovane trasporta e rivolge bene spesso tutto l’ardore e la morale e fisica forza o generale della sua età, o particolare della sua indole, o l’uno e l’altro insieme, tutta, dico, questa forza e questo ardore che lo spingevano verso la felicità, l’azione, la vita, ei la rivolge a proccurarsi l’infelicità, l’inattività, la morte morale» (Z3837, 5 novembre 1823). Ritengo importante questa citazione in quanto è messo in luce come «la felicità, l’azione, la vita» siano tre dimensioni che si richiamano a vicenda, e come l’altra faccia della stessa medaglia siano, rispettivamente, «l’infelicità, l’inattività, la morte morale». Ancora una volta è forte nel pensiero di Leopardi un richiamo all’azione, e più in generale alla dimensione dell’agire, come ciò che permette di essere felice all’uomo e conseguentemente di vivere una vera vita.

Di come la dimensione del fare sia fondamentale nel pensiero di Leopardi, si può leggere nel saggio Lenta ginestra. Saggio sull’ontologia di Giacomo Leopardi di Antonio Negri. Continuo è all’interno del suo saggio il richiamo alla dimensione del fare/agire come categoria centrale nella filosofia del recanatese. In particolare il saggio si pone l’obbiettivo di mettere in luce l’ontologia di Giacomo Leopardi (che è il sottotitolo del saggio, appunto). Le varie tematiche trattate all’interno del libro, infatti, vengono sempre ricondotte alla dimensione ontologica, cercando di mostrare in particolare come in Leopardi il nucleo dell’ontologia sia quello del fare e agire. Fin da subito, ad esempio, Negri scrive: «In Leopardi l’ontologia del tempo è immediatamente etica. Che cosa significa questo? Significa che il tempo, nel quale siamo immersi, è il tempo del fare».39 Anche il tempo quindi, secondo Negri, nel pensiero leopardiano non è una dimensione che possiamo considerare come esterna a noi, ma in realtà è la nostra dimensione propria in cui l’essere umano si deve calare per fare, trasformandolo quindi da tempo subito a tempo del fare.40 In una citazione a cui mi ero richiamato precedentemente, Negri sostiene che «Il processo di apprensione metafisica è essere dentro, e insieme un agire dentro, l’essere».41 La conseguenza di ciò è che «La verità consiste nella determinazione e nel finito. […] Il vero è il fatto, è il finito».42 A questo punto risulterà forse più chiara la citazione a cui mi ero richiamato precedentemente che recitava: «La verità non si è mai trovata nel principio, ma nel fine di tutte le cose umane» (Z332, 16 novembre 1820). Di conseguenza in Leopardi, secondo Negri, anche la dimensione trascendente viene ricondotta a quella immanente, e quindi la metafisica viene ridotta all’ontologia. Ecco spiegato nuovamente perché il vero è il fatto, nel senso che oltre il fatto (e quindi la cosa) non c’è nulla, e quindi solo ciò che è è, mentre tutto il resto non è. La verità diventa ciò che l’uomo ha fatto in passato e ciò che fa oggi.

Sempre per comprendere meglio l’importanza che il concetto di vita ha in Leopardi, possiamo leggerlo in una frase contenuta in apertura del Dialogo della Natura e di un’anima. All’inizio del dialogo viene descritta la situazione in cui la Natura crea un’anima e le dice: «Vivi, e sii grande e infelice».43 Perché questa frase è così importante? Perché ritengo che in essa sia riassunta una buona parte della filosofia di Leopardi. La prima cosa infatti che la Natura dice all’anima è «vivi», e non “esisti”, quindi fin dal principio viene sottolineato come la dimensione del vivere sia una categoria fondamentale del pensiero leopardiano. Viene evidenziato insieme come il primo compito che la natura dà al vivente è quello di vivere. Successivamente le dice «e sii grande», e da sottolineare è che l’essere grande è posto dopo il vivere, quindi la conseguenza del vivere autenticamente è essere e sentirsi grande. Infine è detto «e infelice», che sembrerebbe negare tutto quello che è stato affermato fino a questo momento, ma ritengo invece che evidenzi con ciò la necessaria infelicità per la vita umana. Però questa non cancella le due affermazioni precedenti, ma sta a sottolineare la necessità dell’infelicità, ovvero del fatto che la vita umana non è perfetta e non è una condizione di felicità assoluta, ma che per forza di cose prima o poi si scontrerà con la vanità e con la conseguente infelicità. Come detto, però, ciò non cancella il primo e fondamentale invito al vivere e sentirsi grandi. Sempre da ricordare è infatti la frase che chiude il Dialogo di un fisico e di un metafisico, ovvero che «la vita debb’esser viva, cioè vera vita; o la morte la supera incomparabilmente di pregio».44 Rimane che l’invito alla vita è sempre presente e fondamentale nel pensiero di Leopardi. Riguardo la connessione tra la dimensione del vivere e l’infelicità, Negri scrive che bisogna «Vivere l’infelicità del mondo, anziché semplicemente conoscerla: su questa falsariga la filosofia non solo si apre ma il suo aprirsi assume necessariamente quella direzione che è propria della sua più alta dignità».45 Appare ora chiaro il motivo per cui l’infelicità e la vera vita non si escludono a vicenda, ma anzi, sono l’una la premessa dell’altra. Solo accentando la necessaria infelicità umana si può arrivare a vivere una vera vita.

Come fiori profumati in un deserto di senso: il valore dell’azione vitale

Volendo ampliare il discorso mi richiamo al Dialogo di Plotino e di Porfirio: in chiusura del dialogo c’è un richiamo alla dimensione del vivere, ma in questo caso viene aggiunta anche un’altra tematica. Nella battuta finale del dialogo Plotino, dopo aver invitato Porfirio a non commettere l’atto estremo in quanto farebbe solo star male le persone che tengono a lui, afferma:

Vogli piuttosto aiutarci a sofferir la vita, che così, senza altro pensiero di noi, metterci in abbandono. Viviamo, Porfirio mio, e confrontiamoci insieme: non riusciamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie. Sì bene attendiamo a tenerci compagnia l’un l’altro; e andiamoci incoraggiando, e dando mano e soccorso scambievolmente; per compiere nel miglior modo questa fatica della vita. La quale senza alcun fallo sarà breve. E quando la morte verrà, allora ci dorremo: e anche in quest’ultimo tempo gli amici e i compagni ci conforteranno: e ci rallegrerà il pensiero che, poi che saremo spenti, essi molte volte ci ricorderanno e ameranno ancora. 46

Ecco quindi che in questa citazione non c’è solo l’invito a «compiere nel miglior modo questa fatica della vita», ma a ciò si aggiunge il fatto che gli uomini per farlo devono aiutarsi fra di loro. Viene quindi introdotto quello che ne La ginestra sarà chiamata la «social catena»47 (v. 149), ovvero il fatto che gli uomini sono in una condizione comune fra di loro, tutti sono cioè soggetti all’ infelicità esistenziale. Gli esseri umani dovrebbero conseguentemente, secondo Leopardi, riconoscere la comunanza del dolore e piuttosto che farsi la guerra tra di loro, muovere in rivolta contro la natura «che veramente è rea»48 (v. 124), in una «guerra comune»49 (v. 135). La chiave quindi affinché gli uomini si uniscano fra di loro è il dolore, ciò ne La ginestra viene descritto coi versi: «E quell’orror che primo / Contro l’empia natura / Strinse i mortali in social catena»50 (vv. 147-149). Proprio dall’essere consci del dolore, dell’orrore e della vanità del tutto può iniziare la rivolta umana. In questo senso la ginestra è anche simbolo di ciò.51 Lettieri scrive che la ginestra «rimane segno di eccedenza del bello, del buono, del giusto […] rispetto al nulla che consuma ogni cosa».52 Nella prima strofa, infatti, troviamo descritta la situazione: «Qui su l’arida schiena / Del formidabil monte / Sterminator Vesevo, / La qual null’altro allegra arbor né fiore, / Tuoi cespi solitari intorno spargi / Odorata ginestra / Contenta dei deserti»53 (vv. 1-7). Quindi la ginestra, ovvero l’essere umano in questo caso, sa della vanità del tutto, ma ciò non le impedisce di essere «contenta». Anzi, in un certo senso è proprio ciò che le permette di esserlo e di godere appieno della sua vita. Continuando nella lettura del testo poetico, intorno alla fine della prima strofa troviamo scritto: «Or tutto intorno / Una ruina involve, / Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi / I danni altrui commiserando, al cielo / Di dolcissimo odor mandi un profumo, / Che il deserto consola»54 (vv. 32-37). La ginestra, consapevole di vivere in un mondo dove ogni cosa è desinata a perire a causa della sua intrinseca vanità, non smette tuttavia di diffondere il suo «dolcissimo odor»55 (v. 36), e proprio in questo gesto risiede la sua capacità di «consolar il deserto»56 (v. 37). Cacciari commentando il canto leopardiano scrive: «Nel suo deserto, anzi: quando finalmente la sua solitudine è capace di deserto e lì resiste come la ginestra, egli giunge a contemplare questa idea. E soltanto il naufragare in essa rende la vita degna di essere vissuta».57 Anche Cacciari evidenzia come il riconoscere la condizione esistenziale del deserto in cui l’essere umano si trova, è la base da cui bisogna partire per arrivare a poter vivere autenticamente e appieno la vita stessa. Questo è quello che mi porta ad affermare, citando Negri, che «La vita della ginestra è precaria quant’altre mai, ma è reale, è vera».58 Questo lo si può affermare proprio in quanto la ginestra è l’affermazione della vera vita di fronte all’indifferenza del mondo e alla vanità del tutto. Possiamo ritrovare ciò anche nell’ultima strofa del canto dove Leopardi scrive: «E tu, lenta ginestra, / Che di selve odorate / Queste campagne dispogliate adorni, / Anche tu presto alla crudel possanza / Soccomberai del sotterraneo foco, / Che ritornando al loco / Già noto, stenderà l’avaro lembo / Se tue molli foreste. E piegherai / Sotto il fascio mortal non renitente / Il tuo capo innocente»59 (vv. 297-306). Il fiore del deserto sa che un giorno morirà, ma questo non gli impedisce di avere la sua dignità nella sua breve vita. Difatti il canto prosegue: «Ma non piegato insino allora indarno / Codardamente supplicando innanzi / Al futuro oppressor; ma non eretto / Con forsennato orgoglio inver le stelle, / Né sul deserto, dove / E la sede e i natali / Non per voler ma per fortuna avesti; / Ma più saggia, ma tanto / Meno inferma dell’uom, quanto le frali / Tue stirpi non credesti / O dal fato o da te fatte immortali»60 (vv. 307-317). La dignità della ginestra non sta solo nel fatto che emana profumo, ma che emana profumo conscia della sua finitudine, e senza che questo si trasformi in superbia o arroganza, o dall’altro lato in commiserazione. Il tema della caducità viene ampiamente trattato da Antonio Prete, il quale definisce il pensiero di Leopardi come un pensiero proprio della finitudine, questo in quanto «sa stare, semplicemente, nel cerchio breve del suo stesso respiro, nell’onda di un profumo che conosce la sua impalpabile alleanza con la sparizione».61 Chiaro è in questa citazione il richiamo da parte di Prete all’immagine della ginestra, la quale pone le sue radici, come abbiamo visto, proprio nella coscienza della propria finitezza. Sempre Prete, nel suo saggio, parlando in questo caso del paesaggio lunare, scrive:

Le maschere della natura per un momento si dileguano, abbandonano il teatro dell’interrogazione affannosa. Sul palcoscenico piove una luce non artificiale: è la luce del giorno e della notte. In quella luce l’esistenza appare nella sua semplice verità, nel suo esserci, qui, con il respiro delle cose e degli uomini, dei corpi celesti e delle stagioni. La natura è la vita: la sua pulsazione, il suo tumulto di sensazioni. Anche la caducità è un passaggio di questa vita. Mai Leopardi ha privilegiato da così vicino il fiorire, spostando il deserto sullo sfondo: il deserto come orizzonte del fiorire. 62

Ecco che anche Prete mette in luce come il deserto di senso in cui la ginestra, e quindi l’uomo, si trova è ciò in cui bisogna mettere le radici per poter fiorire. Fuor di metafora, l’essere umano deve comprendere e abbracciare la sua finitudine affinché possa vivere una vera vita. Infatti finché l’uomo non comprende che morirà, non può cominciare a vivere autenticamente, in quanto proietterà sempre in una dimensione altra e futura la vera vita. E forse nell’attimo in cui abbracciassimo la nostra morte, riusciremmo a dare un valore maggiore all’adesso riuscendo a vivere autenticamente, potendo quindi essere felici. Emanuele Severino a tal proposito scrive «essere esistenti, cioè caduchi e finiti».63 Anche Severino mette dunque in luce come la dimensione dell’esistenza sia essenzialmente caratterizzata dalla caducità e dalla finitezza, e che quindi l’essere umano deve comprendere e accettare queste due dimensioni. Possiamo quindi ripetere che per Leopardi le due categorie (dell’esistenza e della caducità) coincidono, e conseguentemente possiamo dire che per poter vivere autenticamente riuscendo quindi a creare un senso alla mia esistenza, dobbiamo essere consci della finitezza della nostra esistenza. Ecco che quindi viene spiegato il motivo per il quale il concetto di vanità è fondamentale per comprendere il concetto di vita vera in Leopardi, proprio in quanto la vanità è la base da cui partire per poter costruire per l’uomo la vera vita.

Le illusioni come fondamento della vita vera

Di massima importanza nel sistema leopardiano sono le illusioni. Queste sono ciò che permette all’uomo di continuare a vivere anche una volta conosciuta la vanità del tutto. Oltre ad avere questo ruolo fondamentale, le illusioni, e quindi anche la facoltà loro propria ovvero l’immaginazione, sono anche strettamente legate al concetto di vera vita. Questa importanza viene sottolineata nel testo di Negri, quando l’autore scrive:

affermazione dell’immaginazione […] rende viva la vita e porta al piacere. Nulla si risolve: l’immaginazione non costruisce un mondo felice – ma un mondo vero, dove le illusioni sono discriminate e realisticamente ricondotte al nullo sapore della verità – questo pur lo concede l’immaginazione. Il paradosso del reale è qui posto con forza estrema: nel reale noi abbiamo bisogno di illusioni, per vivere e per avere piacere, ma queste illusioni non possiamo sublimarle – non possiamo mediarle – solo riconducendole al reale, affermando il loro valore di negazione, specifico ed indistruttibile, noi riconquistiamo, meglio, costruiamo la nostra verità.64

In questa citazione vengono collegate fra di loro le dimensioni delle illusioni, della vita e della verità. Interessante è infatti notare come Negri parli del costruire la propria verità. Ritroviamo il tema della verità, in questo caso però la verità non è qualcosa da trovare, ma qualcosa da costruire. Questo può essere collegato a sua volta alla tematica dell’agire. Per mezzo dell’agire, infatti, l’uomo crea, o costruisce, la verità. In questo senso precedentemente mi richiamavo al pensiero di Sartre quando affermava che è l’uomo a dover dare un senso alla vita, in quanto questa di per sé non ce l’ha. Ritengo che lo stesso si possa dire per Leopardi. Sempre Negri, infatti, scrive: «Che cos’è dunque l’ontologia di Leopardi? È questo lavoro dell’etico, che si pone sul margine estremo dell’immaginazione, su quella trama che si stende fra soggetto e mondo – come continua interrogazione vitale e continua costruzione di vita».65 Anche qui torna la dimensione della costruzione di vita, e questa può essere collegata alla citazione precedente, ovvero che la «continua costruzione di vita» vada di pari passo con la costruzione della verità. Nel senso che è vivendo e agendo che l’uomo crea la sua verità, e che può arrivare alla fine della sua esistenza conscio di aver vissuto una vera vita, e di non essere semplicemente esistito. Non a caso, sempre Negri scrive che «L’essere non è una potenza formale ma una direzione di vita. Stare nell’essere è conquistare il mondo».66 A questa citazione se ne potrebbe collegare un’altra di Severino, quando scrive: «L’essere in quanto essere è gioia».67 Provando a interpretare i termini severiniani, potremmo dire che il vivere in quanto vivere è gioia, nel senso che proprio in quanto oltre a questa non si pone null’altro da cercare, questo deve far realizzare all’uomo che la sua felicità sta nel suo essere, e nel suo vivere veramente, e non in qualcosa di altro. Per tornare sul tema dell’immaginazione e di come questa sia in stretta connessione con la vita vera, Antonio Negri scrive che in Leopardi è presente una nuova «definizione dell’immaginazione. Essa è azione, intenzione di vita e rottura della morta inerzia».68 Con ciò viene quindi evidenziato non solo l’importanza che l’immaginazione ha nel sistema filosofico di Leopardi, ma di come questa sia fortemente legata al tema del vivere la vita. Sempre per sottolineare la forte connessione tra le dimensioni dell’immaginazione e della vita, prendo ad esempio il sentimento dell’amore che viene considerato da Leopardi una delle illusioni maggiori. Proprio per questo motivo infatti l’autore, in uno dei primi pensieri dello Zibaldone, scrive: «Io non ho mai sentito tanto di vivere quanto amando, benché tutto il resto del mondo fosse per me come morto. L’amore è la vita e il principio vivificante della natura, come l’odio il principio distruggente e mortale» (Z59). Appare quindi chiaro il fatto che le illusioni siano fondamentali affinché l’essere umano viva, e di come a maggior ragione l’amore, essendo «l’inganno estremo»69 (v. 2) sia dichiarato dallo stesso Leopardi come l’illusione che lo fa sentire maggiormente vivo.

Proprio in quanto la natura ci fa per vivere, dobbiamo tornare ad essere esseri naturali. Dobbiamo abbracciare il sentimento che la natura ci dà fin dalla nascita, dobbiamo cioè comprendere che siamo nati senza altro fine che quello di vivere (dal punto di vista della natura). Il concetto di “essere naturale” si può trovare espresso ancora da Antonio Prete quando scrive: «La vita delle cose, la vita sensitiva o non sensitiva, è la nostra stessa vita. A essa apparteniamo: come il volo all’aria, come l’acqua al mare. La natura è l’esistenza stessa. Essere naturale è stare in questo amore dell’esistenza per se stessa».70 Con questa citazione Prete si richiama al pensiero 3813 dello Zibaldone, che ritengo fondamentale inserire per comprendere il tema che sto trattando. Il pensiero si apre con: «L’amor della vita, il piacere delle sensazioni vive, dell’aspetto della vita ec. delle quali cose altrove, è ben consentaneo negli animali. La natura è vita. Ella è esistenza. Ella stessa ama la vita, e procura in tutti i modi la vita, e tende in ogni sua operazione alla vita» (Z3813, 31 ottobre 1823). Questa è la base su cui si regge il ragionamento leopardiano, ovvero che la natura coincide con la vita e con il desiderio di essa. Allo stesso tempo proprio questa è la chiave per comprendere perché la vera vita è migliore della semplice esistenza. Proseguendo nella lettura Leopardi scrive:

S’ella non procurasse la vita con ogni sua forza possibile, s’ella non amasse la vita quanto più si può amare, e se la vita non fosse tanto più cara alla natura, quanto maggiore e intensa e in maggior grado, la natura non amerebbe se stessa […]. Quello che noi chiamiamo natura non è principalmente altro che l’esistenza, l’essere, la vita, sensitiva o non sensitiva, delle cose. Quindi non vi può esser cosa né fine più naturale, né più naturalmente amabile e desiderabile e ricercabile, che l’esistenza e la vita, la quale è quasi tutt’uno colla stessa natura, né amore più naturale, né naturalmente maggiore che quel della vita (ibid.).

Ritengo che questo passo possa essere letto, ancora una volta come una critica all’antropocentrismo. Difatti l’essere umano deve comprendere di non essere il figlio prediletto della natura, ma di essere parte di essa esattamente come tutto il resto delle cose. Di conseguenza, nel momento in cui riconosce di essere parte della natura anch’egli, allora questa deve essere la base per abbracciare la vita, cioè noi stessi. Siamo quindi tornati al tema dell’amor proprio, quel sentimento prettamente umano,71 che spinge l’essere umano a cercare sempre ciò che lo fa stare meglio. Proprio questa è la base per comprendere perché l’uomo deve abbracciare la vita per essere felice, e questo è ciò che Leopardi scrive nel prosieguo del testo:

(La felicità non è che la perfezione, il compimento e il proprio stato della vita, secondo la sua diversa proprietà ne’ diversi generi di cose esistenti. Quindi ell’è in un certo modo la vita o l’esistenza stessa, siccome l’infelicità in certo modo è lo stesso che morte, o non vita, perché vita non secondo il suo essere, e vita imperfetta ec. Quindi la natura, ch’è vita, è anche felicità). E quindi è necessario alle cose esistenti amare e cercare la maggior vita possibile a ciascuna di loro. E il piacere non è altro che vita ec. E la vita è piacere necessariamente, e maggior piacere quanto essa vita è maggiore e più viva. […] Quindi ciascuno essere, amando la vita, ama se stesso: pertanto non può non amarla, e non amarlo quanto si possa il più. […] Sicché l’uomo, l’animale, ec. ama le sensazioni vive ec. ec. e vi prova piacere, perch’egli ama se stesso (ibid.).

L’altra faccia della medaglia che dimostra come la natura, e quindi la vita, sia la fonte della nostra felicità sta nel fatto che noi siamo infelici in quanto alienati dalla natura. Queste sono le stesse parole che Leopardi utilizza in Z814 quando scrive: «Noi siamo del tutto alienati dalla natura, e quindi infelicissimi» (Z814, 19 marzo 1821). Ecco spiegato il perché la vera vita è ciò che procura la felicità autentica, secondo Leopardi, all’essere umano. Proprio in quanto “essere” umano il suo compito è quello di essere, ovvero di vivere, e nel momento in cui adempierà al suo compito l’uomo potrà dirsi felice in quanto ha raggiunto il «compimento e il proprio stato della vita» (Z3814, 31 ottobre 1823).


  1. Giacomo Leopardi,Operette morali, Feltrinelli, Milano, 1981, p. 106. ↩︎

  2. Ibid↩︎

  3. Ibid↩︎

  4. Ibid↩︎

  5. Ivi, p. 107. ↩︎

  6. Ivi, p. 107-108. ↩︎

  7. Giacomo Leopardi, Operette morali, cit. alla nt. 1, p. 109. ↩︎

  8. Ibid↩︎

  9. Ivi, p. 110. ↩︎

  10. Ivi, p. 110-111. ↩︎

  11. Ivi, p. 111. ↩︎

  12. Albert Camus, Il mito di Sisifo (1942), trad. it. di A. Borelli, Bompiani, Milano, 1980, p. 16. ↩︎

  13. Su questo tema, vedasi ad esempio il Dialogo della Natura e di un Islandese. ↩︎

  14. Jean-Paul Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo (1946), trad. it. di M. Schoepflin, Pagvs Edizioni, Treviso, 1993, p. 77. ↩︎

  15. Ivi, p. 80. ↩︎

  16. Jean-Paul Sartre, La nausea (1938), trad. it. di B. Fonzi, Einaudi, Torino, 1965, p. 161. ↩︎

  17. Affermo che può essere collegato “in parte” Dostoevskij al discorso che sto portando avanti, in quanto comunque Dostoevskij rimane sempre uno scrittore credente, e come conseguenza Dio è presente nel suo orizzonte di riferimento. Quindi “in parte” perché comunque la citazione riportata da Memorie del sottosuolo, indica la stessa direzione che sto provando a seguire leggendo Leopardi, ma ciò non cancella le differenze di fondo fra i due autori. ↩︎

  18. Fëdor M. Dostoevskij, Memorie dal sottosuolo (1864), trad. it. di I. Sibaldi, Mondadori, Milano, 2017, p. 48-49. ↩︎

  19. Utilizzo qui il termine “creare” richiamandomi al significato della parola, ovvero “fare dal nulla”. Sempre da tenere a mente è infatti il concetto di “solido nulla” che è la base su cui si struttura il pensiero leopardiano. ↩︎

  20. Antonio Negri, Lenta Ginestra. Saggio sull’ontologia di Giacomo Leopardi, SugarCo Edizioni, Milano, 1987, p. 128. ↩︎

  21. Con l’espressione “prettamente umano” intendo dire che il significato della vita, per l’uomo, è dato come compito all’uomo. Nel senso che l’uomo deve creare da sé un significato alla sua esistenza, trasformandola quindi in vita. L’espressione non è da intendersi quindi in senso antropocentrico, visione più volte viene criticata da Leopardi. ↩︎

  22. Interessante è notare come però lo stesso Leopardi nello Zibaldone scriva: «A goder della vita, è necessario uno stato di disperazione» (Z2555, 6 luglio 1822). Il pensiero suggerisce però di come sia possibile godere autenticamente del piacere della vita solo una volta che si sia compresa la vanità di ogni cosa. Il pensiero è infatti richiamato dall’autore ad un altro passo, Z2528-2529, in cui l’autore sostiene: «Bisogna disprezzare i piaceri, contar per nulla, per cosa di niun momento, e indegna di qualunque riguardo e custodia, i propri vantaggi […]. In questo solo modo si può goder qualche cosa» (Z2528-2529, 30 giugno 1822). ↩︎

  23. Antonio Negri, Lenta Ginestra, cit. alla nt. 20, p. 146. ↩︎

  24. Emanuele Severino, Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, BUR, Milano, 2006, p. 106. ↩︎

  25. Jean-Paul Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, cit. alla nt. 14, p. 49. ↩︎

  26. Ivi, p. 48-49. ↩︎

  27. Antonio Negri, Lenta Ginestra, cit. alla nt. 20, p. 44. ↩︎

  28. Antonio Negri, Lenta Ginestra, cit. alla nt. 20, p. 70. ↩︎

  29. Ivi, p. 115. ↩︎

  30. Giacomo Leopardi, Operette morali, cit. alla nt. 1, p. 111. ↩︎

  31. Gaetano Lettieri, Dulce naufragium. Desiderio infinito e ateofania in Leopardi, Marsilio, Venezia, 2024, p. 44. ↩︎

  32. Questo si potrebbe dire essere il pari di Pascal, ma al contrario. Ovvero dal momento in cui l’esistenza di Dio è negata da parte di Leopardi, tutto quello che può accadere all’uomo è di perdere l’unica cosa che ha, cioè la sua vita finita. Mi spiego meglio, dal momento in cui è esclusa a priori la possibilità di una vincita infinita (seguendo il ragionamento pascaliano), l’unica cosa che può capitare è di perdere il finito, quindi dalla prospettiva leopardiana rimane solo la possibilità di scommettere su questo, in quanto è l’unica alternativa possibile. ↩︎

  33. Giacomo Leopardi, Pensieri, CIV, Adelphi, Milano, 2021, p. 91. ↩︎

  34. Ivi, p. 91-92. ↩︎

  35. Ivi, p. 92. ↩︎

  36. G. Leopardi, Pensieri, CIV, cit. alla nt. 32, p. 93. ↩︎

  37. Questo ci viene suggerito dallo stesso autore, il quale in un pensiero dello Zibaldone scrive: «Dalla mia teoria del piacere si conosce per qual ragione si provi diletto in questa vita, quando senza aspettare nè desiderarne vivamente nessuno, l’animo riposato e indifferente, si getta, per così dire, alla ventura in mezzo alle cose, agli avvenimenti, e agli stessi divertimenti ec.» (Z1580, 28 agosto 1821). ↩︎

  38. Con l’espressione “azione vitale” intendo qui proprio il fatto che l’azione, e quindi la dimensione dell’agire, sia quella che rende la vita viva. ↩︎

  39. Antonio Negri, Lenta Ginestra, cit. alla nt. 20, p. 28. ↩︎

  40. Con ciò appare forse più chiaro il collegamento che avevo fatto precedentemente, quando mi ero richiamato ad Albert Camus quando ne Il mito di Sisifoaffermava di “dover portare” il tempo della propria vita, e non esserne affetti. ↩︎

  41. Antonio Negri, Lenta Ginestra, cit. alla nt. 20, p. 44. ↩︎

  42. Ivi, p. 56. ↩︎

  43. Giacomo Leopardi, Operette morali, cit. alla nt. 1, p. 87. ↩︎

  44. Ivi, p. 111. ↩︎

  45. Antonio Negri, Lenta Ginestra, cit. alla nt. 20, p. 101. ↩︎

  46. Giacomo Leopardi, Operette morali, cit. alla nt. 1, p. 225. ↩︎

  47. Giacomo Leopardi, Canti, BUR, Milano, 1989, p. 181. ↩︎

  48. Ibid↩︎

  49. Ibid↩︎

  50. Ibid↩︎

  51. Scrivo qui “anche” in quanto nel sistema filosofico leopardiano la ginestra è simbolo dell’ultrafilosofia, come sottolineato da Severino ne Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi↩︎

  52. Gaetano Lettieri, Dulce naufragium, cit. alla nt. 30, p. 197. ↩︎

  53. Giacomo Leopardi, Canti, cit. alla nt. 45, p. 177. ↩︎

  54. Ivi, p. 178. ↩︎

  55. Giacomo Leopardi, Canti, cit. alla nt. 45, p. 178. ↩︎

  56. Ibid↩︎

  57. Massimo Cacciari. Magis amicus Leopardi, Edizioni Saletta dell’Uva, Caserta, 2005, p. 94. ↩︎

  58. Antonio Negri, Lenta Ginestra, cit. alla nt. 20, p. 279. ↩︎

  59. Giacomo Leopardi, Canti, cit. alla nt. 45, p. 186. ↩︎

  60. Ibid↩︎

  61. Antonio Prete, Finitudine e Infinito. Su Leopardi, Feltrinelli, Milano, 1998, p. 9. ↩︎

  62. Ivi, p. 64. ↩︎

  63. Emanuele Severino, Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età della tecnica: Leopardi, BUR, Milano, 2022, p. 98. ↩︎

  64. Antonio Negri, Lenta Ginestra, cit. alla nt. 20, p. 206. ↩︎

  65. Ivi, p. 129. ↩︎

  66. Ivi, p. 119. ↩︎

  67. Emanuele Severino, Cosa arcana e stupenda, cit. alla nt. 23, p. 453. ↩︎

  68. Antonio Negri, Lenta Ginestra, cit. alla nt. 20, p. 90. ↩︎

  69. Giacomo Leopardi, Canti, cit. alla nt. 45, p. 153. ↩︎

  70. Antonio Prete, Finitudine e Infinito, cit. alla nt. 59, p. 64. ↩︎

  71. Mi rendo conto che dire “prettamente umano” poco dopo aver scritto della critica all’antropocentrismo potrebbe sembrare contraddittorio. Ciò che scioglie la contraddizione però è il fatto che Leopardi parla sempre dell’essere umano, e quando parla degli altri esseri (o quando arriva ad affermare il male universale) utilizza sempre forme ipotetiche, di conseguenza quando dico prettamente umano è in quanto è lo stesso Leopardi a suggerirmi di essere certo solo della condizione umana, in quanto umani noi stessi, mentre degli altri esseri, quali animali e cose possiamo solo supporre, rimanendo sempre ancorati ad un punto di vista umano però, di conseguenza non possiamo avere certezza. ↩︎