La persona come fondamento della democrazia. Una lettura di María Zambrano

Introduzione

Nel saggio del 1958, Persona e democrazia (ristampato nel 1988), María Zambrano attesta la speranza e la fede in un nuovo umanesimo, nel quale si realizzi, e il quale realizzi, quella che la stessa filosofa chiamerà la Storia umanizzata, nella quale potrà compiersi la società umanizzata, «facendo in modo che la storia non si comporti come un’antica divinità che esige un sacrificio senza fine».1 Umanizzata nel senso di una reintegrazione in sé della complessità della vita umana, della stessa concezione dell’umano, verso la liberazione della persona, verso una sua più partecipe integrazione. Nella ristampa del 1988, il sottotitolo si presenta come La storia sacrificale: nelle analisi che Zambrano fa della Storia, è evidente come questa incomba sull’uomo e come questo la consideri quel destino inesorabile che, in un certo qual modo, patisce. L’umano subisce la Storia, e questa richiede – soprattutto se si va ad analizzare l’esperienza del ‘900, con tutti i suoi drammi e le sue tragicità – quel gioco tragico che è l’antitesi tra idolo e vittima; questa dualità è per l’appunto sacrificale: esige il sacrificio di qualcuno. «L’idolo è ciò che pretende di essere adorato o riceve adorazione. Idolo è ciò che si nutre di questa adorazione o devozione smisurata e, una volta che gli viene a mancare, finisce per crollare. È un’immagine distorta del divino, un’usurpazione. Ogni persona convertita in idolo […] vive un inganno» (PD, p. 45). L’idolo richiede vittime che lo adorino, che lo idolatrino; le vittime richiedono il sacrificio dell’idolo, la sua caduta. È la tragedia in cui l’idolo si fa vittima, mentre la vittima si innalza a nuovo idolo e in quella precaria fase di uguaglianza sociale, che ha solo la parvenza di un’uguaglianza, sorge un nuovo idolo. L’esempio che riporta la filosofa spagnola è quello della Rivoluzione francese, dove la vittima (cioè il popolo), destituisce l’idolo per eccellenza rappresentato dalla monarchia; portando a termine la condanna a morte di quest’ultima ristabilisce una parvenza di uguaglianza, fino a che sarà il popolo stesso a farsi nuovo idolo. Dopo questa fase, l’idolo-popolo si fa vittima per un nuovo idolo: Napoleone. La storia sacrificale si sarebbe potuta interrompere, e quindi si sarebbe potuto uscire dalla contraddizione idolo-vittima – dice Zambrano – se l’uomo europeo avesse accettato e fatto suo il sacrificio ultimo di Cristo, in cui dio (idolo) e vittima sono la stessa cosa – lì si sarebbe conclusa la tragicità del sacrificio della storia.

Ciò che viene evidenziato da Zambrano è che,

La storia deve cessare di essere rappresentazione, spettacolo impersonato da maschere, per entrare piano piano in una fase umana, nella fase della storia fatta solo per necessità, senza idoli né vittime, secondo il ritmo del nostro respiro (PD, p. 47).

La sua speranza risiede nel superamento della storia sacrificale per poter arrivare a vivere una storia etica, «una storia da vivere in modo etico» (PD, p. 27), verso la realizzazione della società umanizzata che è rappresentata, per lei, dalla democrazia e di cui ci offrirà un nuova definizione. L’Occidente, nella sua visione, non è il luogo del tramonto, come venne descritto da O. Spengler nel suo saggio Il tramonto dell’Occidente, bensì è il luogo dell’alba, della possibile rinascita; il luogo dell’avvenire della democrazia: è il risveglio dall’incubo del totalitarismo -- da ogni assolutismo -- in cui non ci siano più divinizzazioni di idoli, in cui la persona possa trovare il suo luogo naturale, quasi nativo, il luogo del suo puro essere, quello stato in cui è più di un semplice individuo. Infatti la democrazia è il luogo della persona in cui essa è soggetto attivo e vitale. La persona, all'interno di un ordinamento democratico può essere pienamente persona: la vitalità della persona viene ad essere fondamentale nel suo vivere in democrazia – nel suo vivere la democrazia.

Nel presentare i temi del saggio verranno evidenziate le antitesi fondamentali che intercorrono tra essi: la prima è Persona vs Personaggio, la seconda Democrazia vs Demagogia, l’ultima Popolo vs Massa. Queste antitesi, rappresentate graficamente, determinano il seguente percorso argomentativo:

Persona vs Personaggio

Convivere vuol dire sentire e sapere che la nostra vita, seppure nella sua traiettoria personale, è aperta a quella degli altri, non importa che siano nostri vicini o meno (PD, pp. 18-19).

L’apertura è la condizione essenziale della persona, ma Zambrano offre un’importante definizione che racchiude in sé tanto l’apertura, quanto la necessità della solitudine:

È [la solitudine] la condizione essenziale della persona umana, che sentiamo così chiusa in sé. Siamo soliti avere l’immagine immediata della nostra persona come di una fortezza al cui interno siamo rinchiusi, ci sentiamo un “se stesso” incomunicabile, ermetico, dal quale a volte vorremmo scappare o che vorremmo aprire a qualcuno […]. La persona vive in solitudine e, per questa stessa ragione, quanto più intensa è la vita personale, tanto maggiore è il desiderio di aprirsi e addirittura di riversarsi su qualcosa: è ciò che si chiama amore […]. È essenziale alla solitudine personale l’ansia di comunicazione, e anche qualcos’altro a cui non sappiamo dare nome. Questo recinto […] lo possiamo infatti pensare come la parte più vitale di noi: là, nel fondo ultimo della nostra solitudine, sta fisso come un punto, un po’ elementare eppure solidale con tutto il resto, ed è proprio qui che non ci sentiamo mai interamente soli. Sappiamo che esistono altri “qualcuno” come noi, altri “uno” come noi. La perdita di questa coscienza di vivere in analogia con gli altri, di essere un’unità in una dimensione in cui ne esistono altre, porta alla follia (PD, p. 19).

La ricostruzione della persona e della sua “condizione/situazione” fatta dalla filosofa non è sistemica, bensì è organica, vitale, si potrebbe anche utilizzare l’espressione “pulsante”. Più avanti scriverà:

La persona include l’io e lo trascende, mentre l’io è veglia, attenzione […]. La persona è una forma, una maschera con cui affrontiamo la vita […]. Questa persona è morale, davvero umana quando porta dentro di sé la coscienza, il pensiero, una conoscenza precisa di sé e un ordine preciso, quando si situa in un suo ordine prima di ogni relazione e di ogni azione, quando accoglie il più intimo dei sentimenti, la speranza (PD, p. 81).

Infatti, «la persona è qualcosa di più dell’individuo. È l’individuo dotato di coscienza, che ha consapevolezza di sé e si concepisce come valore supremo, come ultima finalità terrestre» (PD, pp. 106-107). La persona per Zambrano è nel tempo, per questo «la persona è imprevedibile» (PD, p. 131), tende verso il futuro, è in-tensione verso il futuro. La persona «unifica in un certo senso il tempo» (PD, p. 137), vivendo in tempi multipli vive di presenze e di equilibrio, è in un equilibrio dinamico: infatti riesce ad unire «passato e futuro in un presente vivo, come un’ampia, profonda pulsazione. Essendo infatti il tempo il nostro ambiente vitale per eccellenza, dovremmo saperlo respirare come l’aria» (PD, p. 25). La persona partecipa al tempo, è nel tempo, vive il tempo, è presente nel tempo della Storia e vive il tempo per «pressione del futuro» (PD, p. 20): vivere è possibile perché si sente il futuro, sentendosi provenire da un passato. L’ora della persona è la sintesi dello “star provenendo” e del “ciò che sta per arrivare”. Con-viviamo all’interno del tempo e solo col tempo, però «viviamo il tempo in maniera diversa in ognuna delle forme fondamentali di convivenza» (PD, p. 21), ecco che i nostri tempi multipli si sintetizzano nella presenza storica della persona: la storicità della persona nel suo viversi nel tempo, nelle possibilità differenti della vita, prosegue nello scorrere della Storia; la storicità della persona è nella Storia.

Dall’argomentazione di Zambrano risulta ormai chiaro come siano essenziali alla persona -- al divenire pienamente persona -- l’apertura e la solitudine; così per darsi apertura è necessaria la solitudine: «persona significa solitudine. Una solitudine all’interno della convivenza» (PD, p. 130). Il luogo della persona è la convivenza all’interno della democrazia, e nel suo essere nella sua solitudine, grazie al suo essere nella sua solitudine. Se si volesse accostare a tutto ciò un’immagine si potrebbe ricorrere, con le opportune modifiche richieste dal caso, a quella husserliana che vede l’io come una monade dotata di finestre: chiusa ma comunicante. È necessario adesso precisare, come il concetto zambraniano di solitudine non deve essere inteso in termini di esclusione dagli altri, come un chiudersi per non riaprirsi più: la solitudine è ri-conoscersi, conoscersi, essere sé stessi, trovare la più intima intimità con sé, soltanto essendo con sé stessi -- essendo se stessi -- è possibile la piena apertura agli altri . Diventa, quindi, essenziale anche l’ansia di comunicazione, l’ansia di apertura, il bisogno d’altri per essere pienamente persona. La solitudine assume, perciò, i tratti della fiducia di sé, che non è esclusivamente amor proprio, quindi ego-centrismo o narcisismo. Per vivere pienamente la comunità, e vivere pienamente nella comunità, è fondamentale conoscersi per far spazio in sé ad altri, tutti gli altri.

Essere nella Storia comporta, tuttavia, quasi la necessità di crearsi un , un personaggio, indossando una maschera che il più delle volte non è quella della persona. «L’uomo non può vivere senza un’immagine precisa di se stesso» (PD, p. 69), l’essere umano è capace di fantasia, di sognare e di sognarsi diverso, forse anche migliore, è capace, altresì, di volere, ma il volere si traduce spesso in un impeto di potere. Quando si arriva al potere, dice Zambrano, è necessario «disfare» (PD, p. 71) il sogno di sé stessi, distaccandosi dal potere acquisito e non indossando la maschera dell’idolo. La Storia consegna delle maschere da indossare, seguire la maschera è più facile che essere pienamente persona. Il personaggio che diventiamo eccede il potere, «eccede i limiti della condizione umana» (PD, p. 73), il potere è illimitato, assoluto: sciolto, libero di potere (come se fosse senza resistenza), di dover-essere-il-personaggio. Il personaggio è idolatrato, divinizzato: la divinizzazione richiede «una vittima e un complice», poiché «nessuno può divinizzarsi da solo» (PD, p. 73). Si serve degli altri per farsi innalzare ad idolo delle folle, adula per farsi idolatrare – ecco come la Storia si fa sacrificale, in quanto è divinizzazione solo nel processo dialettico di idolo-vittima. «La divinizzazione produce necessariamente e inevitabilmente crimine […] solo il male può mantenere l’assolutismo di una persona. È chiaro, però, che quella persona, il soggetto della divinizzazione, sparisce come persona […], si converte in qualcosa di anonimo e impersonale» (PD, p. 73). La persona è la vittima, l’essere umano dietro la maschera incarnata è la vittima, così come lo è la folla che ha acclamato il personaggio ad idolo. L’idolo, perciò, è assoluto, (si) vive nell’assolutismo, «tutto ciò che l’uomo vuole, prima lo sogna. E come succede nei sogni, lo rende assoluto» (PD, p. 61). Zambrano distingue due tipologie di assolutismo: uno spontaneo, che viene dal solo volere; l’altro che «racchiude questo volere in una teoria, in un sistema, in un metodo» (PD, p. 64). L’assolutismo metodico si converte in tendenza a distruggere; i totalitarismi del ‘900 (e non solo) seguono le regole di questo tragico gioco: quando ci si sofferma su questo sogno di potere, quando non ce ne se distacca in tempo si finisce per incarnarlo, e quando si va ad incarnare il potere e la sua naturale pretesa di distruzione, non si disfa «l’immagine di noi stessi che eccede i limiti della condizione umana» (PD, p. 73). La persona è la vittima sacrificale della divinizzazione, e del conseguente assolutismo: il personaggio richiede uno sforzo d’animo, di volontà costante, richiede costanza e capacità di superare sé stesso; in questo sacrificio l’essere umano ha raggiunto «un oblio completo delle proprie necessità e dei propri limiti» (PD, p. 82). Ecco che la patologia di cui soffrirà la vittima sarà identificata con l’alienazione: «essere alienati […] significa non riconoscere se stessi, non riuscire ad essere fedeli alla propria condizione essenziale» (PD, p. 79), questa è stata resa perversa dal personaggio incarnato. L’io-voglio del personaggio è l’io-posso -- cioè io-devo -- che è io-sacrifico: io mi sacrifico in questo voler diventare l’idolo sognato. Il volere del personaggio implica il suo potere, il quale si tramuta in quel sentimento di dover-fare che diventa poi l’azione stessa, compiuta. Questa è un sacrificio: l’io del personaggio si sacrifica, si sacrifica l’essere umano che sta dietro al personaggio. Sacrificarsi è voler diventare l’idolo sognato. Zambrano perciò, scrive: «L’assolutismo è il nostro più grande peccato, perché in esso e con esso neghiamo la stessa cosa che desideriamo: che la persona umana si realizzi interamente» (PD, p. 70).

Democrazia vs Demagogia

Zambrano illustra una visione di democrazia non canonica, in un certo qual modo anche critica delle visioni definite “tradizionali”, infatti scrive:

Raggiungeremo l’ordine democratico solo con la partecipazione di tutti in quanto persone, il che corrisponde alla realtà umana, e l’uguaglianza di tutti gli uomini, “dogma” fondamentale della fede democratica, dovrà essere uguaglianza tra persone umane, non tra qualità o caratteri, perché uguaglianza non significa uniformità. È, al contrario, il presupposto che permette di accettare le differenze, la ricca complessità umana e non solo quella del presente, ma anche quella dell’avvenire. È la fede nell’imprevedibile (PD, p. 174).

La democrazia è accordo di differenze, è convivenza tra differ-enti; è il luogo naturale della persona, il luogo in cui la persona può esprimersi e volersi completamente, in cui l’io si sceglie persona, e, così facendo, riconosce anche gli altri come persone.2 La democrazia è il tempo e il modo della convivenza umana, infatti è «il regime dell’unità delle molteplicità, e pertanto del riconoscimento di tutte le diversità, di tutte le situazioni differenti» (PD, p. 171), unità che non è omogeneizzazione, né con-fusione. Riconoscere le differenze è rispettarle, accoglierle, tenerne conto e proteggerle se minacciate da rivolte mosse da una logica dell’identità e del dominio: la minaccia più mortale è l’assolutismo, il totalitarismo, il quale teme la pluralità, così come teme il tempo che si fa nuovo, mentre cerca di trattenere sia il tempo sia il cambiamento; è la forma della permanenza di uno stato di annichilimento, di una con-fusione. «La società o lo stile di vita democratico è infatti la liberazione e la dissoluzione di ogni assolutismo» (PD, p. 169), scrive Zambrano. Quest’ultimo è un ordine architettonico – ordine della staticità – del potere, il quale si configura come dominio da mostrare per farsi idolatrare;3 la democrazia, invece, è come l’ordine musicale, è come una sinfonia, «bisogna ascoltarla, riprodurla ogni volta; dobbiamo in un certo senso rifarla, o contribuire alla sua realizzazione: è un’unità, un ordine che viene a crearsi davanti a noi e dentro di noi. Esige la nostra partecipazione. Dobbiamo entrare a farvi parte per poterlo cogliere appieno» (PD, p. 173). L’ordine architettonico è dato una volta in maniera assoluta e resta ancorato in una staticità che simboleggia il potere; l’ordine musicale, invece, è un flusso che tende verso il tempo che scorre e per essere tale va sempre riascoltato, per farlo vivere va sempre riprodotto, e ad ogni ascolto verrà colta qualche sfumatura in più. Per essere sinfonia c’è bisogno tanto di chi suona quanto di chi ascolta: entrambi partecipano.

Il vivere nella democrazia è un vivere etico nella sua completezza e complessità: quando si è persona lo si è in modo morale – la persona è morale – , quando si è persona si include nella sfera morale, della persona stessa, la società tutta in quanto partecipazione, cioè contributo alla realtà tutta – «la società [è] a immagine e somiglianza della persona» (PD, p. 160), ecco la società umanizzata del nuovo umanesimo, ecco la democrazia. Questa è un cammino senza fine, per l’appunto una sinfonia ri-nascente, un movimento mai statico su sé stesso, mai un momento assoluto: ogni oggi, ogni presente/ ogni presenza, è sempre una conquista per il futuro.

Al suo opposto abbiamo la demagogia, la quale si configura come quel processo di «adulazione del popolo» (PD, pp. 150-151), essa incita al restare-nel-momento-assoluto, a fissarsi nella situazione assoluta del tempo, senza cambiamento; è ancorata nel tempo passato e trascina il presente nel suo assoluto, annebbiando il futuro, nascondendolo e mascherandolo da passato. La demagogia sta al personaggio come la democrazia sta alla persona. Pertanto, Zambrano sostiene che la demagogia è stata «uno dei peggiori mali di questi tempi» (PD, p. 150), quei tempi dei totalitarismi che hanno sottomesso la forza vitale del popolo, sostenendo la nascita della massa, assecondando lo stesso processo di massificazione: assecondandolo e sfruttandolo. Il personaggio richiede la divinizzazione da parte di qualcun altro-da-sé, una vittima che lo acclami rompendo una situazione statica e, nella sua illusione, ne propone un’altra senza alludere ad essa: la situazione che ora il personaggio, avendone l’autorità, propone è una situazione statica come quella in cui esso è stato acclamato, per poterla cambiare. Egli propone una situazione nuova ma non allude -- ecco qui l’illusione -- alla staticità della situazione, al suo essere senza via di fuga, al suo essere degradante. Il personaggio è acclamato dalla massa mentre acclama la massa – il personaggio è il demagogo. Esso acclama la massa promettendo una rivoluzione, ma la situazione che egli propone è inerme come la precedente. Trattiene il tempo promettendo un cambiamento. «La demagogia degrada il popolo a livello di massa» (PD, p. 152) così da poterlo dominare, servendosi di questo stato ipertrofico di un popolo ormai reso inerme e paralizzato, alienandolo dalla sua responsabilità e dalla coscienza che ha di sé come popolo.

A questo punto, prima di trattare i concetti-concreti di “popolo” e di “massa”, si vuole proporre un accostamento tra la democrazia descritta da Zambrano, e il “concetto” di comunità presente nel pensiero del filosofo tedesco Martin Buber. Nel suo saggio Io e Tu, pubblicato nel 1923, egli scrive:

la vera comunità non nasce dal fatto che le persone nutrono sentimenti reciproci (anche se non senza questi), ma da queste due cose: che tutti siano in una reciproca relazione vivente con un centro vivente, e che siano tra loro in una vivente relazione reciproca […]. La comunità si costruisce a partire dalla vivente relazione reciproca.4

Questi tre termini sono penetranti anche nella visione della filosofa spagnola: la democrazia è la sinfonia di queste tre note che da sole non possono stare. Vivente è la persona; la relazione reciproca è la convivenza. «La persona si manifesta entrando in relazione con altre persone»,5 scrive Buber, con altri Tu nella comunità. La comunità è la società umanizzata, è la democrazia vivente, e vitale.

La comunità […] consiste nel non essere più semplicemente uno vicino all’altro, ma nell’essere uno presso l’altro di una molteplicità di persone che, anche se si muove insieme verso un fine comune, ovunque fa esperienza di una reciprocità, di un dinamico essere di fronte, di un flusso dall’io al tu: comunità è là ove la comunità avviene.6

La comunità è solidarietà, come lo è anche nella democrazia zambraniana. Opposta alla comunità abbiamo la collettività, cioè la massa, la quale non è solidarietà, ma solo, come scrive Buber, «affastellamento».7

Popolo vs Massa

Il soggetto della democrazia è “la convivenza delle persone nella partecipazione”: il popolo. Questo può essere descritto come la sinfonia delle persone che partecipano alla democrazia. La realtà del popolo e il suo valore, scrive l’autrice, «consistono semplicemente nel fatto che è composto di uomini, di essere umani, e che la realtà umana vi appare senza alcun bisogno di aggiunte. L’uomo del popolo è semplicemente l’uomo. E la sua figura è la prima apparizione della persona umana, libera da qualsiasi personaggio e maschera» (PD, p. 143). L’uomo semplicemente uomo, è il sub-stratum della Storia umanizzata e della società umanizzata, la quale è e fa la Storia – comunità che vive, esseri umani che vivono. Il popolo è radicale: è la radice che assorbe la vita dalla realtà e che alla realtà della democrazia dona la vita. Il popolo è vitalità; vitalità della pienezza della propria realtà, della propria unità. Il popolo è unità vivente senza violenza, dice Zambrano, è interamente reale. La culla del popolo nella Storia è il Medioevo, nel quale emerge questa nuova struttura, che, per la filosofa, è la conseguenza – per così dire naturale – dell’emergere della persona in seno al cristianesimo: «la persona umana emergeva, si innalzava, svegliandosi come da un sogno» (PD, p. 144). Si destava e guardava intorno a sé, guardava alla convivenza con gli altri, e da qui istituisce la sua partecipazione al popolo, nel popolo. Così la persona, e il popolo stesso, «prende la giustizia nelle sue mani» (PD, p. 145), opponendosi al personaggio – ai personaggi – e ad ogni maschera che era tenuto ad indossare. Nel suo vivere in questa unità appaiono delle differenze che non andranno a minarla, bensì la andranno a nutrire: sono le differenze che rendono il popolo vivente e vitale.

Anche per Zambrano, nella democrazia il popolo elegge delle minoranze (delle élites), la cui esistenza dipende dall’esistere del popolo, che sta di-fronte al personaggio che domina in quel tempo. L’autrice, nella sua trattazione, delinea una sorta di cronologia delle minoranze: «il primo momento in cui emergono le minoranze è quando il popolo non può proseguire nel suo tradizionale modo di agire […]: è allora che la minoranza lo risveglia. Fa sì che percepisca se stesso, che acquisti coscienza della sua forza e dei suoi diritti. È il momento rivoluzionario» (PD, p. 162), le minoranze sono responsabili davanti al popolo, sono al servizio del popolo. A questo momento ne sussegue un altro in cui la minoranza «continua a dirigersi al popolo e continua a risvegliarlo, eppure lo teme e non crede in lui» (PD, p. 163), da qui guarda il passato con nostalgia, guarda al non tanto lontano personaggio che ha perduto il dominio, perciò, «sono ancora le minoranze a “inventare” l’ideologia fascista, o meglio al plurale, tutte le ideologie totalitarie» (PD, p. 163). In questa fase non trovano più davanti a sé il popolo, piuttosto si trovano ad interfacciarsi con la massa – la degenerazione del popolo. È il tempo della demagogia e della resurrezione del sacrificio, della restaurata dualità idolo-vittima, la rinascita dell’assolutismo.

La massa è una materia grezza, uno “starsene lì” come materia: significa una degradazione perché allontana la realtà-popolo, che è una realtà umana, dall’aspetto in cui la realtà umana raggiunge il suo splendore, la possibilità di vivere come persona (PD, p. 152).

La massa è anonimato -- passività supina --, la con-fusione del popolo che si perde, reso inerte, non più partecipe della realtà, della Storia e della vita politica, fino a subire queste dimensioni. «La massa copre il popolo fino a renderlo invisibile» (PD, p. 163), è la situazione negativa della democrazia, è la situazione della demagogia. La massa è la realizzazione dell’annientamento della democrazia: la nascita di nuovi idoli. La demagogia sarebbe perciò inconcepibile senza la presenza, l’esistenza, della società di massa, nella quale avvengono due processi che di primo acchito potrebbero sembrare contraddittori (forse la contraddizione stessa è la dinamica della massa): da una parte accade un processo di de-individualizzazione, dove l’essere umano viene privato del suo essere unico, del suo stesso essere persona, e della possibilità di realizzarsi come persona; dall’altra parte si presenta il fenomeno dell’ego-centrismo, dove l’eremita di massa8 si rinchiude su di sé, sperando nella sua unicità, si ipertrofizza e come Io-individuo guarda a sé, e a sé vuole ricondurre il Tutto – ecco il totalitarismo. L’uomo della massa è de-individualizzato e, al contempo, è estremamente chiuso sul suo ego, non sapendo, però, di essere stato massificato: ha l’illusione della propria libertà.


  1. M. Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, tr. it. C. Marseguerra, SE, Milano, 2020, p. 14. D’ora in avanti indicato come PD nel testo. ↩︎

  2. «Non è possibile scegliere se stessi come persone, senza fare contemporaneamente la stessa scelta anche per gli altri. E gli altri sono tutti gli uomini», ivi, p. 175. ↩︎

  3. Il simbolo che la stessa autrice utilizza per mostrare questa caratteristica è il palazzo-pantheon di San Lorenzo del Escorial, con la sua struttura imponente e dominatrice. ↩︎

  4. M. Buber, Il principio dialogico e altri saggi, tr. it. A. M. Pastore, a cura di A. Poma, San Paolo, Milano, 2014, p. 90, corsivo mio↩︎

  5. Ivi, p. 103. ↩︎

  6. Ivi, p. 218. ↩︎

  7. Ibidem↩︎

  8. G. Anders, L’uomo è antiquato, I. Considerazioni sull’anima nell’epoca della seconda rivoluzione industriale, tr. it. L. Dallapiccola, Bollati Boringhieri, Torino 2007, p. 85. ↩︎