Editoriale: Per l’umano

Le riflessioni che seguono vogliono essere un tentativo di guardare la realtà nella sua manifestazione più drammatica o, se si vuole, dall’anticamera della tragedia. Per fare ciò mi sembra opportuno guardare un po’ indietro, appena trent’anni fa, e ri-leggere un manifesto («Dichiarazione per un’etica mondiale») approvato e pubblicato a Chicago dal Parlamento delle religioni mondiali il 4 settembre del 1993. Mi limito a riportare qualche passaggio, ma invito a leggere per intero il testo.1

Per chi non è più giovanissimo si tratterà di riportare alla memoria le idealità e le aspirazioni di un mondo proiettato al 2000 e che cercava di costruire un ethos unificante capace di superare le contraddizioni e le difficoltà della lacerazione del mondo. L’ethos non è l’etica, ma la precede come suo orizzonte di costituzione e di possibilità, come suo ambiente, come intenzionalità e teleologia. La frantumazione non si è risolta, ma si è scavata in maniera ancora più radicale e in questo momento il mondo ha l’aspetto di un puzzle con tutte le sue tessere disarticolate e di cui non si vede il disegno finale. L’umanità, almeno nei panni dei suoi governanti, ha di nuovo nostalgia della guerra. È tragicamente paradossale quanto l’umanità sta vivendo in questo particolare momento storico. Da un lato la memoria che rievoca l’ottantesimo anniversario dello sganciamento della prima bomba atomica con il suo tremendo carico di distruzione e di morte (1945); dall’altro una corsa frenetica e irresponsabile all’aumento dell’armamento nucleare in funzione di deterrenza. Di fronte al carico di morte di 250 000 esseri umani e alla distruzione provocata dalla potenza nucleare, allora, nel momento della disperazione, si disse "mai più!". Oggi, con sconcertante miopia, si torna a riproporre l’ipotesi del reimpiego dell’arma nucleare come strumento per imporre nuovi equilibri, fondamentalmente per il primato economico, dimenticando però che questa affermazione oggi ha il colore dell’autodistruzione.

Leggiamo qualche passaggio del documento tristemente profetico di trent’anni fa:

Il mondo è in agonia. Questa agonia è così devastante ed urgente che siamo sollecitati a dare un nome alle sue manifestazioni perché la profondità di questo dolore sia resa chiara. La pace ci sfugge… il pianeta viene distrutto… i vicini vivono nella paura… donne e uomini sono resi estranei gli uni agli altri… i bambini muoiono! Questo è orribile!

Dopo la denuncia, il documento del 1993 proseguiva:

Il nostro mondo sta facendo l’esperienza di una crisi radicale: una crisi globale in campo economico, ecologico, politico. La mancanza di una visione lungimirante, il groviglio dei problemi irrisolti, la paralisi politica, una leadership politica mediocre con scarso intuito e scarsa preveggenza, ed in generale un senso troppo esiguo del bene comune, sono evidenti dappertutto: troppe risposte vecchie a sfide nuove. Centinaia di milioni di esseri umani sul nostro pianeta soffrono sempre di più per la disoccupazione, la povertà, la fame e la distruzione delle loro famiglie. La speranza di una pace durevole tra le nazioni si allontana da noi… I bambini muoiono, uccidono e sono uccisi. Un numero sempre maggiore di paesi è turbato dalla corruzione politica ed economica. C’è una crescente difficoltà a vivere insieme pacificamente nelle nostre città a motivo di conflitti sociali, razziali ed etnici, dell’abuso di droghe, del crimine organizzato, e anche dall’anarchia… Il nostro pianeta continua ad essere saccheggiato senza pietà. Il collasso dell’ecosistema ci minaccia.

Questa era la denuncia che il parlamento delle religioni mondiali metteva in luce. Un processo sempre più allarmante di disumanizzazione è quanto sperimentiamo oggi. Fuori da ogni vuota retorica, siamo sull’orlo del baratro, ma manca la consapevolezza della drammaticità del tempo della fine come possibilità della fine del tempo. Questo dato costituisce la differenza rispetto a solo qualche anno fa. Come ricordavamo in un precedente intervento, oggi possiamo "sperimentare" nella tecnologia delle armi gli immensi progressi della scienza. Nel "mai più!" che risuonava all’acme della tragedia della seconda guerra mondiale si annunciava una volontà di pace che vedeva nella non violenza la nuova via per realizzarla. Oggi è possibile celebrare il "Gandhi day", la giornata mondiale della non violenza, mentre dal cielo piovono missili e droni che producono distruzione e morte. Il 1948, con la dichiarazione universale dei diritti umani, ha segnato l’inizio dell’età dei diritti; in realtà la dichiarazione è rimasta per lo più disattesa.

Al di là di sterili denunce, il mondo è scosso da conflitti che stanno mostrando il fallimento della capacità di costruire forme di convivenza e di socialità. L’esperienza traumatica e lacerante dei conflitti che contrappongono la Confederazione Russa all’Ucraina e Israele ai Palestinesi danno la misura del fallimento di quell’ethos condiviso che sembrava garantito. Siamo invece di fronte al fallimento dell’umano. La ricerca di nuove forme di socialità, di nuove prospettive di giustizia, da un lato mostra la tensione dell’umanità verso nuovi percorsi, dall’altro però si traduce come compimento di una nuova barbarie di cui parlavo in un precedente editoriale e a cui mi permetto di rimandare.

Come filosofi abbiamo oggi il dovere di ripensare l’umano nella sua natura, ma anche nei modi della sua socialità. Dobbiamo imparare nuovamente a vivere insieme, a con-vivere in un mondo-ambiente che non è solo fattualmente di tutti, ma deve anche essere l’orizzonte in cui ciascuno trova il proprio compimento di senso in quanto gestore responsabile di questo mondo. Detto in maniera sintetica questa dovrebbe essere la modalità etica di abitare il mondo e al tempo stesso il contributo alla costruzione di quell’ethos mondiale di cui parlavamo. In questo contesto e con questa intenzionalità un ruolo non secondario lo svolgono le religioni non soltanto di identificazione e quindi di coesione, ma anche di appello di trascendenza che consente alle differenze di stare insieme. Attingendo alla tradizione cristiana: all’inizio del discorso della montagna, nelle beatitudini, si dice che «gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio». Non c’è altra identità. Da qui passa la possibilità del futuro.


  1. «Dichiarazione per un’etica mondiale», Stiftung Weltethos, https://www.weltethos.org/wp-content/uploads/2023/08/Decl_italian.pdf↩︎