Recensione a Vier Orientierungsaufgaben der Aufklärung. I und II. Eine differenzierte Anthropologie nach den Menschenbildern der kulturellen Mentalitätsschichten. Friedensordnungen als Lebensformen

Albrecht Kiel, Vier Orientierungsaufgaben der Aufklärung. I und II. Eine differenzierte Anthropologie nach den Menschenbildern der kulturellen Mentalitätsschichten; Friedensordnungen als Lebensformen, LIT, Berlino 2022, pp. 375 e 187.

L’impressione è che certi libri si possano oramai pubblicare solo in Germania. Ciò non tanto perché solo lì si può trovare -- o sperare di trovare -- un pubblico di lettori almeno interessato ad avere certi tomi nella propria biblioteca, ma perché quasi solo lì si può sperare di trovare un editore propenso ad accogliere nel proprio catalogo certi volumi che recano due caratteristiche non necessariamente favorevoli al mercato: la mole e la difficile classificabilità. Il libro di Albrecht Kiel ne è un sorprendente esempio. Quasi seicento pagine suddivise in due tomi presentano, tramite una prosa fluida, una notevole quantità di temi, saperi, nozioni, e prospettive disciplinari che vanno dall’antropologia alla sociobiologia, dalla fisica alla psicologia, dalla storia culturale alla filosofia, dall’ecologia alla politica. Il modello sembrerebbe essere una morfologia della storia culturale del mondo à la Spengler. Non si sa, però, quanto l’accostamento a Spengler potrebbe rallegrare l’autore dell’opera in oggetto. Il titolo che essa reca, infatti, lascia intuire una lontananza programmatica dal metodo e soprattutto dalla Stimmung, dalla tonalità intellettuale spengleriana. Più che verso una diagnosi e verso una profezia, il lavoro di Kiel sembra essere orientato a definire una metodologia di ricerca e pensiero che possa aiutare a soddisfare un’ esigenza di orientamento all’interno dell’orizzonte culturale odierno, dominato da ideologie «bastarde» (I, p. 300), ideologismi (I, pp. 300-304), antinomie e distopie provenienti dal mondo scientifico, economico-finanziario, politico e tecnologico, dalle tecniche genetiche agli effetti distorti della globalizzazione in termini di equilibri ambientali, sociali e demografici, dalle oligarchie plutocratiche al «capitalismo della sorveglianza» (II, pp. 117-138). Posto di fronte al compito di specificare i contenuti e il senso di quell’esigenza di orientamento, l’autore scopre le carte fin dalle prime pagine del Vorwort: a Kant si deve per primo la traslazione della categoria di orientamento dall’ambito geografico a quello riflessivo-teoretico, a partire dallo scritto del 1786 Was heißt: sich im Denken orientieren?.

Il perimetro di azione e la linea di indirizzo sembrerebbero dunque presto dette: è l’Illuminismo come tradizione di pensiero a cui si chiede oggi di trovare argini a certi fenomeni degenerativi ed evidentemente preoccupanti per la sensibilità dell’autore che coinvolgono tanto il modo della autocomprensione del soggetto, come orizzontale e consumatore, quanto le forme della convivenza, aggregative più che comunitarie. All’Illuminismo vengono dunque demandati quattro compiti gravosi che trovano poi formulazione nella trattazione analitica e articolata che anima le pagine del lavoro. Sfidando il rischio della inadeguatezza e della eccessiva semplificazione, essi possono essere ricondotti a quattro parole chiave: conoscenza, educazione, integrazione culturale e Weltpolitik. Duplice è il criterio d’ordine di questi compiti: vi è un evidente criterio gerarchico che procede dalla dimensione individuale a quella collettiva, secondo una scala del raggio di ricaduta degli strumenti cognitivi e riflessivi che prevede gradi di crescente ampiezza ed estensione, dal singolo al mondo; vi è poi un criterio che riguarda la direzione dell’azione riflessiva e che, secondo l’esplicitazione di Kiel stesso, alterna il movimento verso l’esterno, ove si costituisce il rapporto con gli oggetti e l’orizzonte del mondo sia esso naturale e culturale, con il movimento che procede verso l’interno. Si viene così a creare una dinamica duale imprescindibilmente relazionale e impregnata di concretezza.

Si intercetta qui un punto peculiare dell’impostazione di Kiel, che è matrice sia della originalità del suo lavoro sia della difficoltà di riportarlo a denominatori, anche disciplinari, trasparenti.

La lettura rivela come la sua comprensione dell’Aufklärung sia ben più ampia rispetto alle fonti canoniche. Confessato il richiamo all’input originario di Kant, è poi altra la fonte che ispira il procedere dell’analisi ed è un autore la cui associazione all’Illuminismo, a torto o a ragione, non è evidente né lineare né altresì priva di contestazioni. Studioso di Karl Jaspers e di aspetti anche poco frequentati dalla critica, come la sua Sprachphilosophie, Kiel ritrova nel pensiero di Jaspers, in particolare quello dedicato alla Logica e alla Verità, gli stimoli e le categorie per provare a formulare «nuovi criteri di orientamento in una realtà diventata problematica e ambigua» (I, p. 7).

Molti sono i richiami anche terminologici e concettuali a Jaspers nel corso del libro e nella struttura del discorso: dal tema della comunicazione all’idea di una Weltphilosophie, dalla differenziazione di intelletto e ragione alla distinzione euristica e metodologica tra scienza e filosofia, dalla critica ai “cattolicismi” di ogni tipo al tema della fede filosofica, dalla metafisica alle cifre, dal tragico alla coppia autorità-eccezione. È, tuttavia, nel principio di autocomprensione, da cui obbligatoriamente il metodo di pensiero fluisce, che si riconosce in maniera più chiara e anche fruttuosa la traccia jaspersiana o, meglio, ciò che Kiel assume da Jaspers come eredità e modello. Jaspers, infatti, appare a Kiel come un pensatore «sistematico formato alla scuola della psichiatria» (I, p. 10). Si tratta di una definizione che non solo contribuisce a immettere nel dibattito, problematizzandolo, un aspetto del pensiero di Jaspers – la sua presunta sistematicità – che, similmente al debito illuministico, potrebbe non sembrare del tutto privo di obiezioni, e che quindi permette di avvicinarsi all’universo d’opera del pensatore in modo innovativo e anche alleggerito di preconcetti; essa permette, soprattutto, di distillare dall’opera jaspersiana un contenuto promettente anche per gli scenari filosofici, culturali, sociali ed esistenziali dell’oggi, che è poi l’obiettivo, ci pare, del voluminoso lavoro di Kiel.

Kiel sottolinea e rimarca come la formazione di Jaspers da medico e psicologo e la sua sensibilità per la sofferenza e la malattia lo salvò dal rischio, percorso invece da molti filosofi, di rendere i concetti dei contenitori vuoti, intellettivamente accattivanti ma astratti e sganciati dall’esperienza umana. Concreto appare invece a Kiel il pensiero di Jaspers, perché – con atto feuerbachiano e marxiano, anche se il nome di Feuerbach non compare nella trattazione, mentre Marx è ridotto al marxismo e per questo sottoposto a critiche anche ingenerose – egli avrebbe «posto lo spirito dalla testa sui suoi piedi antropologici» (I, p. 15).

«Solo dalla pratica sociale può essere conseguito un sapere di orientamento per la “autentica” filosofia» (I, p.12). Questo sarebbe stato il merito principale di Jaspers, meritevole perciò di essere traslato dal terreno del rapporto psicoterapeutico medico-paziente a quello della psicologia sociale e culturale, come ambito in cui far maturare quel sapere utile a fornire un orientamento, frutto dell’integrazione tra i saperi, anche in tempi, quali il nostro, di crisi, disorientamento e confusione. Kiel usa a riguardo parole incisive: «Per la madre che mette al mondo un bambino, per l’educatore che lo rende adatto alla vita e per i terapeuti che lo devono guarire dalle neurosi, la verità è sempre concreta» (I, p. 12).

Jaspers non fece esperienza della genitorialità, ma fu certamente educatore e terapeuta e allenò sul campo dell’esperienza personale, diretta e indiretta, la sensibilità per le situazioni problematiche e anche irragionevoli della storia e della vita, dalla malattia al totalitarismo. Da questo punto di vista, il lavoro di Kiel potrà forse anche apparire difficile da definire, sfuggente in certi passaggi o talvolta forzato in certe prese di posizione, ma ha un duplice merito: da un lato, quello di fornire una lettura innovativa del pensiero di un autore che dimostra, anche nelle ambiguità che reca e nei dissidi che procura, di poter essere una voce meritevole di richiamo e studio nel contesto del nostro tempo, o – come forse Jaspers accetterebbe e come forse Kiel avrebbe piacere a dire – nel nostro orizzonte; dall’altro, il pregio di rilanciare, secondo percorsi di discorso ampi e spesso inattesi, la questione non tanto della attualità o meno dell’Illuminismo, ma della sua fruttuosità per i nostri tempi e, più in generale, del suo significato, al di là del fenomeno storico circoscrivibile in una data epoca, come variabile ricorrente e perdurante della storia sociale, della storia culturale, e di tutte le altre storie.