Ex-sistere e pro-gettare nella dimensione interpersonale dialogica: dalla natura all’ordinamento

L’imprescindibile intersoggettività come essenzialità umana

Questa è la realtà della responsabilità: rendere conto che ci è stato affidato un essere che ci dà fiducia.1

«Ubi societas, ibi ius» è il brocardo che consolida, attraverso la sua forma essenziale, e che ricava per sua medesima deduzione, la necessità e la giustificazione del suo stesso significato esemplificato; riscontrabile e identificabile nella figura dell’ordinamento giuridico stesso. Avvalendosi della stessa logica, ne consegue, inevitabilmente, che, effettuando lo stesso ragionamento empirico, prima ancora della costituzione dell’ordinamento, e alla base della formazione stessa della società, il fatto che dove ci siano gli esseri umani vi sia, innanzitutto, relazione, sancita dal dialogo, motiva e legittima il conseguente e successivo istituire stesso.

Nel venire alla vita, l’essere umano, per avere consapevolezza del proprio Io, nonché per identificarsi, effettivamente, come tale, si dischiude all’Altro senza il quale il processo di autoriconoscimento non sussisterebbe, e non sarebbe possibile nel confinamento, anzi non lo si avvertirebbe nemmeno. Essendo un essere pensante, l’essere umano, mediante la presa di coscienza e la razionalità, avverte che la natura presenta delle mancanze, che ha, invero, un limite oltre il quale l’uomo si innalza, va oltre, per determinarsi, compiendo il passaggio dalla natura alla cultura,2 ovvero dal vivere all’esistere. La prima istituzione, successiva all’aver preso coscienza della propria condizione umana, mediante l’identificazione e l’incontro con l’Altro, nonché, inoltre, procedere con l’analisi dell’esistenza, è il linguaggio. Tale strumento rappresenta la prova indiscussa e inevitabile della socialità dell’animale di Aristotele, nonché l’evidente riscontro che giustifica la presenza di una lingua di appartenenza con cui comunicare, esternarci, mostrar-si e rivelarsi all’Altro. In aggiunta, rappresenta il fine per cui le parole, con significato concordato all’unanime, sono state istituite, come artificio umano non presente in natura; proprio in quanto, pur essendo che ogni singolo Io abita in un corpo solo, limitato da esso, ciò non costituisce un vincolo per l’isolamento bensì stimola un aprirsi verso l’Altro come esigenza, una tendenza spontanea che porta a costituire gli istituti dell’ordinamento e che risultano, oramai, un fondamento imprescindibile e allo stesso tempo ineliminabile, derivanti dall’essere in relazione, quest’ultima anch’essa necessaria e consolidata. In modo tale, quanto esplicitato si rafforza, ulteriormente, nella consequenzialità fornita dal sillogismo: «all’inizio è la relazione» e la «relazione è reciprocità».3 Perciò, si ha cognizione della storia, intesa come un insieme di atti riguardanti l’essere umano, prodotta da egli stesso mediante la volontà, esclusivamente come deduzione ed effetto dell’interazione comune interpersonale che porta, come risultato, un agire dinamico e, allo stesso tempo, introspettivo per pro-gettare innanzi, al di fuori. Dunque, innanzitutto, occorre tenere presente che il passaggio dallo stato naturale è possibile poiché si prende consapevolezza di ciò che ci accomuna, per condizione, primariamente, ma ciò implica in modo necessario lo stabilire un modo per rendere tale questo riconoscimento, comunicarlo, tenendo a mente che l’animale non può dire “Io”:4 esclusivamente l’uomo può produrre il linguaggio e attribuirgli un valore significativo in modo tale che sia lo strumento per inscrivere il proprio senso.5 Allo stesso modo la natura non ha tempo, anch’esso è istituito: la duplice distinzione, affermata, tra tempo umano e un tempo spaziale, rappresentano, in realtà, una produzione umana con l’eccezione che al tempo umano, soprattutto la sfera del futuro, correlata al progettare, è conferito un senso, una possibilità, non logico-matematica come può essere il tempo che trascorre tra due eventi naturali, in quest’ultimo caso un’utilità meramente umana in quanto gli altri esseri viventi non umani non ne hanno concezione né metodo per avvertirne la necessità nel loro ecosistema. Successivamente poniamo l’attenzione sul logos che, propriamente, si fonda su i due significati: «pensiero» e «parola», che tuttavia si raccolgono in uno, fino a coincidere tranne che per la loro manifestazione: il primo è, infatti, un discorrere interiore secondo ragione, il secondo è l’espressione o esternazione del pensiero, cioè il suo contenuto, che in questo esprimersi si concretizza realizzando la sua finalità di avere un senso non solo per l’Io ma anche per l’Altro, in quanto, quest’ultimo, motivazione stessa del processo. Di conseguenza, si attua, unicamente, in quanto vi è un fine che giustifica il suo stesso sussistere, e risiede nell’Altro. Difatti, l’instaurazione del dialogo comporta l’unione con il nomos, in funzione del quale esso viene esercitato, ed entrambi costituiscono, essendo istituiti, un indissolubile legame di entrambi con l’Io.6

Porre al di fuori, innanzi a sé nel Tu

Si inizia a delineare, perciò, il ragionamento per cui, se il rapporto dialogico è, e significa, esternarsi, uscire dalla propria dimensione confinante, lo è, intrinsecamente, anche l’esistere e il progettare di ogni singolo Io, in prospettiva di un senso ricercato al di fuori e non dentro di sé. Lo si evince a partire dall’etimologia di questi due vocaboli, massima espressione dell’esistenzialismo. L’etimologia del verbo «esistere», dal latino ex-sistere ovvero “porre” (sistere) “fuori da” (ex), è riferita al concetto di «emergere da» e sapersi distinguere dalla propria specie e rappresenta il fondamento su cui Kierkegaard costruisce il suo pensiero. Il singolo uomo si mostra e riesce a distinguersi dalla specie alla quale appartiene poiché possiede aspetti peculiari che gli conferiscono una insostituibilità, denotando la sua unicità dai suoi stessi simili, pur mantenendo le caratteristiche generali, cioè i connotati naturali della propria specie. Oltrepassando la questione di appartenenza e riconoscimento dell’essere umano, inevitabilmente, si può desumere che la propria esistenza è tale in quanto posta fuori da noi, in modo automatico ed ormai intrinseco; e la si manifesta attraverso degli atti destinati a un qualcuno. Quindi il Tu risulta essere uno stimolo che porta ad agire, ma agire significa esercitare e affermare la propria esistenza e la propria presenza, o meglio, il proprio Esserci. D’altronde, si ricorda il principio per il quale “divento io nel tu; diventando io, dico tu”.7 Esistere vuol dire manifestare il proprio io, condurlo al di fuori, verso l’Altro, affinché sia riconosciuto, avvertito, e ciò rappresenta la sua finalità stessa. Invero, paradossalmente, si deve convenire, perfino, che la logica di Sartre, seguendo il suo orientamento, può fondarsi e incentrarsi sul singolo come senso in risposta all’Altro, seppur visto come un limite, ma giustificante, sullo spunto del pensiero del giurista Bruno Romano.8 Per esistere occorre la cognizione dell’Altro, in quanto nell’esistere stesso converge il tema del senso e della chiamata i quali sono giustificati dall’essere in relazione. Quest’ultimo punto tende ad essere equivalente, e in esso trovare appoggio, nella nozione «essere nel mondo» nella quale l’Esserci sussiste e esiste. Di conseguenza, essere nel mondo, inteso come co-trovarsi in esso, è equivalente, per l’essere umano, all’essere in relazione, dal quale non può essere separato in quanto, siccome nulla di ciò che si trova nell’universo è estraneo all’uomo,9 essendo un essere pensante e tendente alla ricerca, unicamente, ancora una volta, perché c’è qualcuno con il quale il mondo coappartiene. Quindi, nel venire alla vita, l’essere umano compie ed effettua il mutamento da una condizione statica, quale il mero contemplare e vivere, quest’ultimo comune a tutti i viventi non umani, andando oltre, si innalza, dunque, verso la possibilità, ovvero la creazione, per presa di coscienza della sua potenzialità in cui è richiesta una scelta da effettuare la quale subisce l’influsso del Ci e del Tu. D’altronde, ex-sistere può essere inteso anche come «oltrepassare la realtà semplicemente-presente in direzione della possibilità».10 Di più facile intuizione è l’etimologia del verbo progettare dal latino tardo «proiectare», derivato di proiectus, participio passato di proicere, “gettare” (iacere) “avanti” (pro), stessa radice, inevitabile, di “proiettare” inteso come “protendersi e tendere verso”. Questo suggerisce l’esigenza che l’essere umano ha nel non chiudersi in sé stesso ma che tende, invece, spontaneamente, ad aprirsi verso l’esterno, dove si incontra con l’Altro, congiungendosi con esso, formando un insieme che coesiste allo stesso modo in condizione di parità. L’analisi della correlazione tra il progettare rispetto all’unico tempo che ci appartiene, corrispondente al presente, porta come conclusione il fatto che quest’ultimo risulti, in realtà, “povero di senso”;11 in quanto, essendo in esso, governiamo solo, benché imprescindibile, le nostre azioni in vista di ciò che abbiamo proiettato nel futuro. Ma il senso di pro-gettare di ex-sistere è giustificato perché c’è qualcuno nel proprio e personale Ci. Tale considerazione trova consolidamento nella tesi di Hartmann per cui: la libertà dell’uomo è il potere di dare senso, che solo egli detiene e può esercitare.12

La ratio

È notevole come l’Altro sia, come comprovato sopra, la misura necessaria in base alla quale è regolata, di conseguenza, ogni interpretazione, ogni legittimazione: termine che enfatizza la giustificazione d’essere di ogni istituzione che disciplina ogni comportamento. Se per comprendere sé stesso ed istituire, l’essere umano ha bisogno, essenzialmente in modo necessario, di avvertire il proprio essere nel mondo, a sua volta, stando alle premesse, nonché rispettando una rigorosa coerenza, consequenzialmente, essendo il mondo tale proprio come formazione umana, l’essere-assieme, dipende anche dagli Altri, per cui la suddetta comprensione comporta che quest’ultimi possano disporre delle possibilità dell’Esserci, quindi orientarlo in una data direzione, influire sul singolo Io. L’esserci si progetta a partire dal mondo ma non rappresenta una modalità universale in quanto varia in base al Ci che denota ogni essere umano, l’epoca, i luoghi, i costumi, gli usi; nonché dei singoli che si rapportano con l’Esserci che plasmano il suo potenziale da in-scrivere, anch’esso denotato da dinamicità, al di fuori di sé. Tale esplicazione fa riferimento all’Esserci che si comprende a partire dal suo mondo, certamente, e il con-Esserci degli altri è incontrato, in varie forme.13 L’Io e il Tu risultano accomunati dal co-esserci nel mondo, in cui il Ci è rimando continuo al relativismo in cui si è stati gettati. La gettatezza è casuale mentre, invece, il pro-gettare ha un senso specifico, unico che sussiste, che giustifica il presente. Tuttavia, pur non avendo avuto disposizione del nostro esserci trovati, paradossalmente è l’unico di cui disponiamo, l’unico in nostro possesso, il quale determina il nostro modo di esistere e progettare, per cui, si evince che la singola persona, «che voglia o no ammetterlo, che voglia o no prenderlo sul serio, appartiene alla comunità in cui è nata o in cui è capitata».14

Trascendere il vivere, oltre l’esistere

La fisiologia è solo un aspetto che l’essere umano condivide con gli altri esseri viventi non umani. L’innesto che rende possibile il passaggio, del quale si è più volte accennato, risiede nell’Altro. La questione che si pone, a seguito di tale ragionamento, è il come si instaura tale rapporto, in quanto il dialogo è uno strumento che attua il principio intrinseco ad esso. È opportuno, dunque, soffermarsi sull’origine del principio; poiché, nel momento in cui l’essere umano decide di trascendere il vivere, ciò è la conseguenza di un incontro che avviene con un riconoscimento, e quest’ultimo risulta tale come instaurazione di una connessione mediante il volto dell’altro alla quale seguirà poi il dialogo. Qualcuno che è al di fuori di me, che quindi avverto, percepisco. L’impor-si dell’Altro è concepito come trascendenza per arrivare ad esistere, ad istituire, per entrambi. Quindi il singolo oltrepassa il suo egoismo, del quale non può avere concezione a priori senza un parallelo con diverse situazioni che gli permettano di comprendere le differenze, nel momento in cui, tramite il volto che ha di fronte, si muove verso il Tu. Ciò rappresenta una valorizzazione della propria dimensione singola dell’esistenza15 alla quale viene donato il senso mediante il Tu nel proprio Ci, quindi, tendenzialmente, variabile e con un insieme di combinazioni infinite che determinano l’unicità dell’Io nella sfaccettatura irregolare scelta e della gettatezza che gli è propria. Difatti “trascendere”, dal latino, al pari di “esistere” e “progettare”, rappresenta un caposaldo dell’esistenzialismo e, al pari degli altri, è conferito a tale termine una dinamicità in fieri. Composto da “trans” ossia “oltre” e “scandere” “salire”; si evince immediatamente come tale operazione sia eseguita al di fuori della propria individualità in vista da qualcosa da raggiungere. Per cui si trascende, compiendo il passaggio dalla natura alla cultura, dalla propria condizione originaria al di fuori e al di sopra di un’altra realtà, istituita mediante il senso ed istituita, invero, soprattutto per una comunità, un insieme di singoli Io, definiti tali in relazione al fatto che l’Io non pone l’Altro, ma, a prescindere, l’Altro è fuori di me.16 La presupposizione che il singolo ponga il principio, inteso come origine assoluta del mondo, sostenuta da Stirner, è inesatta e si può fare riferimento a quanto segue:

l’Io nel raccogliersi sfugge ai pericoli degli elementi, ma non per questo si autocostituisce: l’apologia dell’Io solo, il raccoglimento prevede come sua condizione l’anteriorità dell’alterità che lo accoglie; l’Io costruisce la sua dimora in un mondo già abitato da Altri.17

Se ne desume, ancora una volta, come la co-appartenenza sia una situazione oramai consolidata, nella quale Ci si trova e Ci si viene a trovare, sulla base che l’essere umano risulta smarrito, dopo aver preso la cognizione che in questo angolo della natura, è una piccola prigione in cui si trova confinato,18 circoscritto; tale condizione, come si è visto, l’essere umano la trascende, appunto per tale motivazione che con riesce a completare l’uomo, per cui egli si deve pro-tendere oltre, dato che la natura è imperfetta per l’essere umano dotato del pensiero. Pertanto, Grazie all’Autrui che si rivela e si dona nell’epifania del volto, l’Io è chiamato ad uscire dal chiuso della totalità e dall’egoismo, dal monologo e dal silenzio, scoprendo la sua autentica libertà come originata da Altri e a questo destinata: l’Io è per-Altri e la responsabilità.19 «L’Io si disinteressa di sé nell’urgenza della destinazione della relazione ad Altri».20

Inoltre, è possibile dedurre come, in modo consequenziario, i nessi tra le questioni affrontate siano uno dipendente dall’altro, ovverosia: il senso risulta essere determinato del Ci di ogni singolo essere umano in relazione al co-essere nel mondo, il dialogo permette di stabilire tali concatenazioni mediante l’impiego di parole e quindi di un linguaggio, quindi si esce dal silenzio e dal confinamento per stabilire un rapporto verso l’Altro, trascendendo la natura; così come il singolo Io, in relazione al Tu, esiste e progetta in un determinato modo, peculiarmente sfaccettato ed irriproducibile, piuttosto che in un altro. Questo suo agire, al quale si conferisce il senso, è in-vista-di corrispondente al Tu, in un’ottica che non può essere disgiunta da quest’ultimo bensì, al contrario, che deve procedere all’unisono verso l’esterno della rispettiva individualità di ciascuno. Si può dedurre che, necessariamente, il singolo è un soggetto creativo senza esser creatore, un cogito ferito, che riconosce di non avere in sé stesso il proprio centro e rinuncia ad ogni ambizione autofondativa21 al fine di realizzare un senso che sia comune che possa co-appartenere a più Tu, che giustifichi, per l’appunto, l’esistere dell’Io e la fondazione della comunità. Il passaggio, in aggiunta, dall’individualismo al personalismo è tale da segnare, ulteriormente, la logica instaurata, per il fatto che l’individuo viene identificato come il centro di ogni esperienza in modo che tutto esista per lui, in direzione di lui, in funzione di lui, ma così facendo l’io, non più definibile come tale, perde sé stesso, facendo ritorno alla condizione narcisistica originaria del mero vivere, per la quale l’Io, non riconoscendo l’Altro, non sa nemmeno capire e comprendere se stesso,22 semplicemente perché non avrebbe un metro di confronto necessario, innanzitutto, per il suo autoriconoscimento. Per cui: non è possibile effettuare un prolungamento del singolo come prolungamento del sé. A conferma di ciò, è pur vero che nel caso specifico del dominio di un regime, il volere del dittatore è l’estensione del proprio sé verso l’esterno. Ebbene il senso, seppur moralmente iniquo e inautentico, è incentrato su un duologo23 al posto del dialogo, ma allo stesso modo è in-vista-di qualcuno, cioè i dominati che giustifica il sussistere intrinseco. Discordante, evidente, la posizione di Sartre il quale identifica l’Altro come un limite del monopolio dell’Io, dato che impedisce la propria autofondazione.24

Tuttavia è da considerare che, il singolo chiuso in sé non può avere cognizione nemmeno di sé stesso senza l’Altro e quindi la questione narcisistica riduttiva non si presenta. Reciprocità e riconoscimento sono tali da sviluppare nel singolo Io una soggettività autentica, responsabile delle proprie azioni nella relazione con gli altri25 che abbia, quindi, un senso. Il senso è un incidere nel proprio progettare che motiva quest’ultimo, però si è alla ricerca di un senso che legittimi il nostro volere proprio poiché il «per l’Altro» viene prima del per sé,26 altrimenti la questione non solo non si porrebbe ma non esisterebbe nemmeno come, del resto e allo stesso modo, anche la domanda che l’essere umano si chiede nel suo relazionarsi «che senso ha? ».27

Esse per essentiam

Tale domanda è il fondamento che rappresenta la causa dell’esistere così come del progettare, ed è tale da essere ricercata all’esterno nella relazione con l’Altro. Per contemplare la risposta che soddisfa la domanda sopra riportata occorre, prima di tutto, ribadire come, l’essere umano non essendo iniziatore del mondo, quest’ultimo non gli è anzitutto dato,28 in quanto gettato nel Ci che forma l’essenza; il suo Esserci non è una tabula rasa.29 È evidente, di per sé, che l’Altro contribuisce a formare il Ci, come, del resto, permette anche, e ulteriormente, di realizzare il compimento30 dell’Io e che lo realizza a tal proposito. Nonché, guardando da un insieme, quindi in modo complessivo, il Ci è una dimensione dell’essere eterno31 e lo si riscontra nelle abitudini e nelle consuetudini di una comunità, di un popolo e che sono un elemento sussistente, difatti, nell’eternità, che non comincia il singolo, in quanto vi è gettato casualmente, però è costituito come eredità dalle generazioni precedenti e non sorprende la conclusione di come essi siano co-istituiti da una pluralità per un fine unitario, pro futuro, perché, appunto, c’è qualcuno. In ragione per cui, la libertà dell’Io, esercitata nel progettare fuori di sé, risulta essere legata ad Altri.32 L’esercitare il potere di dire Io è possibile in quanto il singolo è «richiamato a sé» da un Desiderio, che lo distoglie dal contemplare statico; però è evidente che il desiderio può essere legato a motivi fisiologici, il che lo accomuna agli animali, provenendo dall’interno; così come può stagliarsi oltre e cioè, fuori dalla propria individualità, realizzandosi come desiderio cosciente di costituire quest’essere come Io e a rivelarlo come tale, spingendolo a dire: “Io”.33 Si connota essere come una sollecitazione reciproca e, inoltre, come qualcosa che inizia a sussistere nel momento di realizzazione cosciente e razionale per cui si avverte il Desiderio, essendo quest’ultimo la “presenza manifesta dell’assenza” d’una realtà che si è imposta davanti all’essere umano dall’esterno di sé: quindi voler farsi “riconoscere” significa voler farsi accettare come un “valore” positivo, ossia, precisamente, farsi “desiderare”.34 Come, del resto, l’esistenza non è altro che essere-interrogati35 in un rapporto Io-Tu, quindi necessariamente esterno. Inoltre, essendo differente dagli altri esseri viventi non umani, l’essere umano è l’unico che, per poter sviluppare il suo raziocinio, necessita dell’intervento dell’Altro, per cui si evince che il Tu dà senso al mondo.36 Correlato a tale analisi, si può definire ulteriormente che, non essendo iniziatori di mondo, di conseguenza, l’impossibilità, in inerenza al senso, di inventarlo, poiché il significato non può essere né conferito né dato, ma solamente scoperto. Anzi, in nessun caso viene inventato.37 Possiamo definire tale processo come una maieutica praticata dal Tu per far emergere il senso della nostra essenza, tenendo sempre presente che il senso non è mai meramente soggettivo, non potrebbe nemmeno sussistere in una condizione di chiusura narcisistica, in quanto sempre inserito nel-mondo.38 L’essere umano è capace di aprirsi al mondo e ciò significa elevarsi dalla sua condizione originaria,39 è uscire da essa, un pro-tendersi continuo nel proprio essere-nel-mondo. Difatti, a sostegno di ciò, nonché a conferma, possiamo porre la questione in altri termini: ulteriormente si afferma che, corrispondente all’idea illustrata, l’essere umano è in grado di comportarsi come un essere illimitatamente aperto al mondo. Diventar uomini significa elevarsi, in forza dello spirito, fino a potersi aprire al mondo.40 Tale operazione, compiuta dall’Io, è necessariamente dinamica, proiettata all’esterno della propria individualità, superandola mediante la congiunzione dell’essere con il fare allo scopo di creare e, essendo a questo punto all’interno di un mondo già iniziato, mantenere e conservare le istituzioni di una comunità che ha compiuto l’inevitabile e irretrattabile passaggio dalla natura alla cultura. All’interno delle istituzioni, delle consuetudini si sviluppa l’Io, attraverso la mediazione del Tu, applica la sua creatività, e il suo domandare. La correlata dinamicità consiste nella conquista dell’innalzarsi al di fuori attraverso la relazione interpersonale.41

Et alia

Attraverso la suddetta analisi, il ragionamento, consolidato nel suo meccanismo, è risultato evidente; nonché ripreso e affiancato notevoli volte nel corso dell’esposizione, permettendo di indagare minuziosamente la dinamicità di due dimensioni fondamentali e proprie dell’Io, che lo coinvolgono nell’esterno della sua individualità la quale, quest’ultima, viene meno in ragione di un riconoscimento reciproco con un Tu. L’instaurazione all’unisono di un linguaggio, logos in cui tra le varie accezione42 vi è anche quello di significato per cui il senso delle parole è essere condivise in un’ottica di medesima attribuzione di significato, per sussistere in questo essere-esterno nonché di apertura verso l’Altro, è il mezzo fondamentale che porta al passaggio dalla natura alla cultura e all’istituire stesso del mondo come lo conosciamo: un perpetuarsi di ciò che non abbiamo iniziato, trovandoci già in un inizio, ma struttura portante, oramai imprescindibile corrispondente alle istituzioni, le quali rappresentano le fondamenta portanti che sorreggono il contratto sociale conseguito per un co-essere-nel-mondo in ragione di un senso poiché c’è qualcuno nella gettatezza. Si può, ragionevolmente, ribadire che la realizzazione dell’esistenza può effettuarsi solamente attraverso la realizzazione di un significato che però è collocato sempre al di fuori di essa,43 nonché, si rileva e aggiunge, in applicazione della linea di ragionamento coerentemente sostenuta e applicata, giustificato nella sua intrinseca fondatezza che lo pone in essere, da un Tu. Di conseguenza si consolida, in tali termini, l’etimologia della parola esistere come uscire, a questo punto, non solo verso l’esterno ma dalla propria individualità in un incontro Io-Tu, un esser-ci che domanda relazionandosi. Questo trascendere sé stessi, in quello che Frankl identifica come volontà di significato, è inteso come una tensione spontanea conseguente all’essere entrato in relazione, ed è sollecitato, appunto, da una relazione dialogica interpersonale per cui si tende verso, quindi all’esterno di sé, a realizzare un senso44 per qualcuno oppure, in senso ampio a essere universale, nel co-essere nel mondo, per la comunità alla quale si appartiene; ma resta pur sempre un senso collettivo e non individuale. Una realizzazione che si mantiene dinamica per essere raggiunta e mantenuta, non solo conseguita; in quanto ciò implicherebbe una deriva di ritorno, un retrocedere di chiusura per cui, quindi, il senso non è e non sarà mai meramente soggettivo, proclama Frankl, con una connotazione spregiativa, poiché è sempre inserito nel-mondo.45 Mediante il dischiudersi si giunge, perciò, a un dinamismo progressivo e continuo di autotrascendenza nell’incontrare il mondo46 nel quale si è gettati, una realtà che si fa propria. Il mondo è esterno al singolo, non si trova in esso, e perciò il senso non si trova nell’essere umano ma al di fuori di sé, in quanto occorre tenere a mente, come si è giunti a dimostrare, che «esistere vuol dire essere rivolti intenzionalmente verso qualche cosa che non è per nulla se stessi, bensì un trascendente, al di là dello spazio limitato della singola esistenza»47 e ciò consolida e accredita il ragionamento sezionato che porta a questa dovuta e necessaria conclusione. Il procedimento che porta a questo è stato dimostrato, ponderato ed esplicato consequenzialmente in un sillogismo sfaccettato ma che porta alle conclusioni sperate e racchiuse nella questa frase sopracitata.

Il fatto che, in seguito all’innesco, vi sia la tendenza a interiorizzare ciò che proviene dal di fuori è la caratteristica ulteriore che contraddistingue l’essere umano dagli animali, eppure anche quest’ultima categoria a modo suo esegue lo stesso meccanismo, ebbene la linea netta è scandita dal coinvolgimento della coscienza, dell’articolazione del pensiero, la quale provvede a sancire il divario, che consente un’apertura di orizzonti di senso48 in grado di liberare l’Io fuori dall’Essere in seguito alla gettatezza. Il tema del fattore esterno risulta essere prevaricante, nonché incompatibile con qualsiasi centralizzazione narcisistica; per cui essa può essere teorizzata e analizzata come ragionamento che, però, in concreto non è applicabile: l’egoismo assoluto di Stirner è possibile concepirlo perché c’è l’Altro, altrimenti, non sarebbe nemmeno logico parlare di egoismo in quanto una cosa che è unica non ha classificazione o distinzione, essa è. Lo stesso meccanismo trova reiterazione per quanto riguarda le religioni, le lingue, non vi è un monopolio esclusivo tale da non ricorrere a una identificazione distinta. La gettatezza ci conduce, sempre, a un co-essere-nel-mondo, che significa, primariamente, coesistere nella qualità del reciproco ascoltarsi delle parti del dialogo,49 inesauribile e centrale nel porre questioni di senso. In merito, invece, alle istituzioni esse sono inamovibili per le ragioni già esemplificate; per quanto riguarda il senso, esse sono fondamentali per perseguire un disegno scelto, concepito come uno scopo formativo dell’esistenza individuale, nel mondo disciplinato dalle istituzioni della coesistenza.50 Appare chiaro come il dialogo sia la dimensione irrinunciabile più rilevante in quanto consente di essere aperti alla possibilità della possibilità51 e che quindi le istituzioni sono forme finite, formate una volta per tutte, ma aperte alle esigenze del Ci.

L’uomo è costantemente fuori di sé stesso: solo proiettandosi e perdendosi fuori di sé, egli fa esistere l’uomo e, d’altra parte, solo perseguendo fini trascendenti egli può esistere. […] Non nel rivolgersi verso sé stesso, ma sempre cercando fuori di sé uno scopo, — che è quella liberazione, quell’attuazione particolare, — l’uomo si realizzerà precisamente come umano.52

Per cui, in ragione di quanto considerato, si è giunti alla conclusione per la quale, mediante quanto illustrato, comprovato e sostenuto, si può, perciò, affermare che esse est percipi, ergo essere-assieme, nonché esistere in modo dinamico fuori dalla pura presenza. Si può essere percepiti solo dall’esterno, mediante l’instaurazione di un rapporto dialogico interpersonale Io-Tu, quindi di reciproco rinascimento, corrispondente al principio dal quale scaturisce il mondo istituito per come lo conosciamo. Infine, si riporta la massima per cui risulta essere fondamentale l’Altro e quindi è possibile affermare come la sussistenza della reciprocità dell’Io e del Tu, nel loro essere essenziale l’uno all’altro affinché si possa esercitare il linguaggio,53 primariamente, formulare legge e applicare il diritto, dunque il linguaggio formativo ed espressivo del pensiero sia la matrice della formazione dell’ordinamento. Comportando, in tal modo, il voler manifestarsi e avvertito come un bisogno, una tendenza risultante proprio dell’essere-assieme e ciò è, di per sé, spontaneo. Il Tu è tutte le ragioni dell’Io, per le quali quest’ultimo tende alla ricerca del proprio senso tramite le azioni dell’esistere e del progettare verso, nel futuro, fuori di sé dove, inevitabilmente, incontra il Tu e quindi le due situazioni, essendo quest’ultima l’origine dell’altra, si trovano in un rapporto di coesione nel loro coincidere e avanzare assieme. Questo meccanismo comporta la possibilità e, d’altronde, solo la morte è impossibilità di tutte le nostre possibilità,54 per cui, esercitando la scelta, si incomincia ad inscrivere il senso irripetibile e ciò è un evento necessario dell’essere.55 Sebbene ciò non sia essenziale dal punto di vista vitale per il nostro organismo, lo si avverte come una tendenza a riempire di senso ciò che la natura di per sé non fornisce e coinvolge questa operazione dello spirito, in quanto, nello stato naturale, l’essere umano se ne sta inessenziale in un mondo a lui essenzialmente estraneo.56 L’ordinamento, comprendente le istituzioni, è un ente orientato al senso,57 necessariamente, in quanto fondamentalmente retto e mantenuto da esso che lo legittima in modo tale che esso, nella sua struttura, sia un organo di garanzia e cioè duraturo nel tempo una volta instaurato nel suo Ci. Si connotano i caratteri dell’assolutezza come colonna portante; all’interno del quale i singoli Io contribuiscono ad esso mediante la ricerca del proprio senso: ma se è vero che un senso solo se c’è un Tu, allora la ricerca, la realizzazione, la compiutezza di esso si muove verso ed anche all’interno dell’ordinamento e, inoltre, a consolidare la sua base per cui; ecco il senso dell’istituire leggi per tutelare i fragili o migliorare l’ordinamento stesso: vi è un senso comune, cioè rivolto per tutti e a tutti, ma anche un senso del singolo che lo compie in vista di; il senso dell’ordinamento è lo strumento mediante cui gli essere umani, nel co-essere, si avvalgono per conservare la società in cui vivono58 e per realizzare, poi, il proprio senso di valore a differenza degli enti non umani che fluiscono nella molteplicità59 dell’irrazionalità; al contrario, nel passaggio alla cultura si custodisce l’essenza60 dell’ordinamento in sé il quale quest’ultimo non si limita ad accadere,61 ma il suo istituire è ponderato per disciplinare ciò che si trova all’esterno dell’Io, e nasce come un progetto dell’Io, per esaltare e mantenere il co-essere. Difatti, l’attività dell’essere umano è ontologica, in base alla quale è determinante verso e ed è l’apertura stessa entro cui l’ente si presenta e non solo meramente l’esistenza dei singoli interna all’ente.62 Il senso si ricerca al di fuori della propria individualità, rende umani, e costituisce l’impulso esterno che porta alla dinamicità del fenomeno dell’esistere e del progettar, declinato, in ambito giuridico, attraverso l’atto del porre, l’istituire.


  1. M. Buber, Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, p. 234. ↩︎

  2. B. Romano, Diritto e gioco: il singolo Io, Giappichelli, Torino 2022, p. 2. ↩︎

  3. M. Buber, Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 2011, p. 70. ↩︎

  4. M. Heidegger, Introduzione all’estetica, Carocci, Roma 2008, p. 49. ↩︎

  5. B. Romano, Diritto e dialogo tra l’’unico’ di Stirner e la ’parola detta’ di Buber, Giappichelli, Torino 2021, p. 4. ↩︎

  6. B. Romano, Diritto e gioco: il singolo Io, Giappichelli, Torino 2022, p. 13. ↩︎

  7. M. Buber, Il principio dialogico e altri saggi, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993, p. 67 ↩︎

  8. B. Romano, Diritto e gioco, op. cit. alla nt. 6, p. 6 ↩︎

  9. Seneca, Le consolazioni, Rizzoli, Milano 2021, p. 151. ↩︎

  10. G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 21. ↩︎

  11. B. Romano, La legge del testo. Coalescenza di logos e nomos, Giappichelli, Torino 1999, p. 5. ↩︎

  12. N. Hartmann, Ontologia dei valori, Morcelliana, Brescia 2011, p. 107. ↩︎

  13. M. Heidegger, Essere e tempo, Mondadori, Segrate 2021, p. 151. ↩︎

  14. M. Buber, La domanda rivolta al singolo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2011, p. 261. ↩︎

  15. E. Levinas, L’aldilà del versetto. Letture e discorsi talmudici, Guida, Napoli 1986, p. 59. ↩︎

  16. R. Vinco, «Ripartire dal volto dell’altro. Spunti di riflessione sul pensiero di Emmanuel Lévinas», Esperienza e teologia, 1997, n 4, p. 102. ↩︎

  17. S. Labate, Libertà e Gratuità nel Pensiero di Emmanuel Lévinas, in La dignità della libertà, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma 2003, p. 218. ↩︎

  18. B. Pascal, Pensieri, Albatros, Roma 2020, p. 173. ↩︎

  19. S. Labate, Libertà e Gratuità nel Pensiero di Emmanuel Lévinas, op. cit. alla nt. 17, p. 223. ↩︎

  20. E. Lévinas, Etica e Infinito. Dialoghi con Philippe Nemo, Castelvecchi, Roma 2014, p. 96. ↩︎

  21. D. Jervolino, Ricœur. L’amore difficile, Studium, Roma 1996, p. 27. ↩︎

  22. R. Vinco, «Ripartire dal volto dell’altro. Spunti di riflessione sul pensiero di Emmanuel Lévinas», cit. alla nt. 16, p. 98. ↩︎

  23. A. Kaplan, Il duologo. La vita del dialogo, Morcelliana, Brescia 2021, p. 49. ↩︎

  24. A. Danese, L’io dell’Altro. Confronto con Paul Ricœur, Marietti, Genova 1993, p. 69. ↩︎

  25. M.C.C. Vendra, «La relazione d’alterità e la libertà meta-conflittuale. Prospettive di Emmanuel Lévinas e Paul Ricœur», Lo Sguardo rivista di filosofia, 2013, n. 12. ↩︎

  26. L. Pialli, Fenomenologia del fragile: Fallibilità e vulnerabilità tra Ricœur e Lévinas, ESI, Napoli 1998, p. 54. ↩︎

  27. B. Romano, Diritto e dialogo, op. cit. alla nt. 5, p. 2. ↩︎

  28. G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, op. cit. alla nt. 10, p. 28. ↩︎

  29. Ivi, p. 30. ↩︎

  30. M. Buber, Il principio dialogico e altri saggi, op. cit. alla nt. 1, p. 70. ↩︎

  31. E. Severino, Risposta alla Chiesa, in Essenza del Nichilismo, Adelphi, Milano 1982, p. 348. ↩︎

  32. E. Lévinas, Altrimenti che Essere o al di là dell’Essenza, Jaca Book, Milano 1983, p. 114. ↩︎

  33. A. Kojève, Introduzione alla lettura di Hegel, Adelphi, Milano 1996, p. 17. ↩︎

  34. Ivi, p. 34. ↩︎

  35. V.E. Frankl, Sul senso della vita, Mondadori, Segrate 2022, p. 14. ↩︎

  36. Ivi, p. 18. ↩︎

  37. D. Bruzzone, Autotrascendenza e formazione, Vita e Pensiero, Milano 2001, p. 173. ↩︎

  38. D. Bruzzone, Viktor Frankl, Fondamenti e applicazioni della logoterapia, Carocci, Roma 2012, p. 67. ↩︎

  39. M. Scheler, La posizione dell’uomo nel cosmo e altri saggi, Fabbri, Milano 1970, p. 182. ↩︎

  40. Ivi, p. 183. ↩︎

  41. L. Avitabile, Legalità e giustizia in Feuerbach e Radbrunch, Giappichelli, Torino 2021, p. 104 ↩︎

  42. V.E. Frankl, Senso e valori per l’esistenza: la risposta della logoterapia, Città Nuova, Roma 1998, p. 24. ↩︎

  43. V.E. Frankl, Fondamenti e applicazioni della logoterapia, Società Editrice Internazionale, Torino 1977, p. 47. ↩︎

  44. V.E. Frankl, La sfida del significato. Analisi esistenziale e ricerca di senso, Erickson, Trento 2005, p. 59. ↩︎

  45. Ivi, p. 51. ↩︎

  46. E. Fizzotti, Nuovi orizzonti di ben-essere esistenziale. Il contributo della logoterapia di V.E. Frankl, Editrice Las, Roma 2005, p. 180. ↩︎

  47. E. Fizzotti, Logoterapia per tutti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002, p. 144. ↩︎

  48. M. Heidegger, Che cos’è la metafisica, Adelphi, Milano 2001, p. 30. ↩︎

  49. B. Romano, Filosofia della forma e del diritto: 10 tesi iniziali, op. cit., p. 3. ↩︎

  50. Ivi, p. 4 ↩︎

  51. Ibidem↩︎

  52. J.-P. Sartre, L’esistenzialismo è un umanismo, Mursia, Milano 2016, p. 85. ↩︎

  53. B. Romano, Diritto e gioco, op. cit. alla nt. 2, pp. 2-3. ↩︎

  54. M. Recalcati, La luce delle stelle morte, Feltrinelli, Milano 2022, p. 22. ↩︎

  55. M. Heidegger, Che cos’è la metafisica, op. cit. alla nt. 48, p. 79. ↩︎

  56. N. Hartmann, Ontologia dei valori, op. cit. alla nt. 12, p. 110. ↩︎

  57. Ivi, p. 114. ↩︎

  58. P. Rescigno, Introduzione al diritto privato, in Diritto privato, a cura di E. Gabrielli, Giappichelli, Torino 2021, p. 9. ↩︎

  59. B. Romano, Dalla metropoli verso internet, Giappichelli, Torino 2017, p. 6. ↩︎

  60. M. Heidegger, Segnavia, Adelphi, Milano 1987, p. 273. ↩︎

  61. B. Romano, Scienza giuridica senza giurista, Giappichelli, Torino 2006, p. 94. ↩︎

  62. G. Vattimo, Introduzione a Heidegger, op. cit. alla nt. 10, p. 112. ↩︎