Recensione ad Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico. Italo Calvino e il sogno dell’intelligenza artificiale

Andrea Prencipe, Massimo Sideri, Il visconte cibernetico. Italo Calvino e il sogno dell’intelligenza artificiale, LUISS University Press, Roma 2023, pp. 105.

Scrive risoluta M.C. Carrozza, nella Prefazione: «quest’ultima [l’intelligenza artificiale] emula abilità cognitive un tempo ritenute esclusivamente umane, suscita interrogativi profondi e addirittura spaventa, laddove non sia compresa e analizzata con competenza» (p. 10). A fronte del disorientamento comportato dalla rivoluzione digitale in atto, magari potrebbe venirci in soccorso il metodo Calvino, uno strumento «per orientarci nella modernità, per vedere il futuro e costruirlo con la nostra creatività» (Ibidem), afferma la stessa. Il presente è distrutto, e il futuro è deflagrato in miliardi di orizzonti possibili. Che fare allora? Per Carrozza, si tratta di partire dall’intreccio delle opposte tendenze e il pensiero divergente «per affrontare il cambio di paradigma» (Ibidem), accompagnati da una piena fiducia «nelle capacità umane di elaborare creativamente le infinite visioni dei futuri possibili, per costruire un mondo migliore e partire dalla capacità tipicamente umana di innovare, rivoluzionare il presente e trovare nuove strade per raggiungere soluzioni apparentemente impossibili» (pp. 10-11). L’AI può certamente cercare di emularci, di superarci, di ingannarci, ma il punto non è l‘AI; il punto siamo noi. Anzi, il problema è nostro: siamo noi il problema, non tanto l’AI.

Questa dà sicuramente delle risposte, ma a quali domande? Se accettiamo di formulare le giuste domande, l’AI non ci sostituirà. Per Carrozza, la sfida sta nell’usare in modo creativo la parola, il linguaggio (p. 14). La sfida va presa di petto, non evitata; la rivoluzione va cavalcata, non lasciarsi travolgere da essa. Si chiedono, infatti, Prencipe e Sideri: «cosa ci fa più paura: demandare ogni risposta a presunte “intelligenze” artificiali (se proprio vogliamo ostinarci a chiamarle così) o rischiare di perdere la capacità di formulare le domande giuste?» (p. 21). Si gioca «tra domanda e risposta il delicato equilibrio che si sta venendo a stratificare nella società tra sapiens e macchine» (p. 50). In altri termini, Calvino ci suggerisce un «approccio interpretativo alla realtà» (p. 26), «ci parla, incoraggiandoci a uscire da una prospettiva antropomorfa e […] antropocentrica, al fine di guadagnare un nuovo punto di osservazione sulla realtà» (p. 13), e per farlo «possiamo ricorrere a una facoltà esclusivamente umana, vale a dire l’immaginazione» (Ibidem), il calviniano «repertorio del potenziale» (Ibidem). Questo perché in fondo è la domanda la «chiave di volta dell’apprendimento del mondo e del sé» (p. 14). Ne consegue che se le AI hanno ottenuto il predominio sulle risposte, gli esseri umani debbano conservare il monopolio sulle domande, «il potere e la responsabilità di decidere e pensare le domande più creative» (Ibidem), le domande dovranno restare di «pertinenza dell’essere umano» (Ibidem). Calvino torna, dunque, utile in tempi di AI generative soprattutto per la sua mirabile riflessione sul nesso inestricabile «tra domanda e risposta» (p. 19) e sulla sua «relazione con la tecnologia» (Ibidem). L’avvento delle AI ci spinge a costruire un «ecosistema del pensiero» (p. 32) capace di tenere assieme cultura umanistica e cultura scientifica. Il nesso appare essere il linguaggio, «campo di gioco della partita tra intelligenza umana e intelligenza artificiale» (p. 46) fin dagli albori. D’altro canto, ad esempio, lo stesso Alan Turing pose come elemento dirimente la capacità delle macchine di «rispondere in modo credibile alle domande» (p. 49), e segnatamente di adoperare il linguaggio naturale in maniera sensata per un essere umano. Per mezzo della stessa lingua naturale, le intelligenze umane formulano domande e le intelligenze artificiali rispondono. Nello spazio tra le domande e le risposte sono contenuti anche «problemi e soluzioni» (p. 52). Questo significa anche che, nonostante le mirabili promesse delle AI, non siamo ancora giunti ad un cambio decisivo di paradigma. Infatti, porre domande ad un’AI «non cambia la nostra prospettiva» (p. 54). D’altro canto, non facciamo già più affidamento sulla memoria da tempo. Ed allora non è l’interrogare le AI a mutare il nostro paradigma di riferimento. E ciononostante, siccome le AI paiono affette da curiosi fenomeni di allucinazione, resta all’utente umano l’onere di vagliare l’attendibilità delle risposte. Dunque, l’orizzonte accettabile per una positiva convivenza tra uomini e macchine consiste nel restare i «padroni delle domande giuste» (p. 63), quando non anche appropriate. Bisogna, quindi, porsi la seguente domanda: quale società desideriamo plasmare con l’arrivo dell’intelligenza artificiale? In fondo, le emozioni che le AI suscitano in noi non mettono a rischio gli elementi costitutivi della vita umana, ossia l’attitudine alla ricerca, la sensazione di stupore e la molla dell’inquietudine (p. 71), gli attributi gelosi dell’umano secondo Italo Calvino. L’avvento dell’AI non cancella magicamente il dominio delle conoscenze. Anzi, senza conoscenze non pare possibile nemmeno discernere. Ma solo adoperando le tecnologie diviene possibile addestrarci al futuro. Tuttavia, questo tirocinio non è paragonabile all’addestramento degli stessi modelli di AI. Infatti, addestrare non deve mai significare «assorbire passivamente» (p. 97), ma far sì che la tecnologia sia il «nostro assistente» (Ibidem), una sorta di «maggiordomo intellettuale» (Ibidem).

Se volessimo adoperare una figura retorica per esprimere al meglio il “metodo Calvino” dovremmo senza dubbio far riferimento all’ossimoro, ossia le contraddizioni non vanno risolte, ma navigate in lungo e in largo. In altre parole, è necessario «conquistare parzialità per comprendere l’intero» (p. 99), dalla parzialità è possibile allargare lo sguardo per abbracciare una visione dell’intero. Accanto alla coesistenza degli opposti, lo stesso metodo recupera altresì la figura retorica della sineddoche, ovvero l’«essere parte per il tutto» (Ibidem).

In conclusione, il “metodo Calvino” è «incentrato sulla contrapposizione domanda-risposta» (p. 100), con il pregio di guidare l’esplorazione «dei margini tra domande umane e risposte cibernetiche» (Ibidem). In questo senso, l’intelligenza artificiale generativa «costituisce un’opportunità importante» (Ibidem). Ad esempio, nei luoghi educativi ha la capacità di favorire i processi di apprendimento, a patto però di essere utilizzata in modo da «integrare ed aumentare, piuttosto che sostituire, il nostro pensiero» (p. 101). Ed effettivamente è una precisazione doppiamente importante. In primo luogo, perché evita la tendenza apocalittica di evitare l’AI in quanto, ed erroneamente, intesa come sostitutiva dell’intelligenza umana, e, quindi, dell’apprendimento. In secondo luogo, perché tende, e correttamente, ad inquadrare l’AI quale strumentazione volta a facilitare la messa in opera dei processi umani di apprendimento. L’unica condizione, però, è l’uso «appropriato dell’AI generativa» (Ibidem). C’è comunque un cambiamento che va preso in considerazione: l’apprendimento dovrebbe orientarsi dall’attuale identificazione della soluzione del problema alla «formulazione della domanda» (Ibidem). E formulare bene la domanda o prompt consente all’intelligenza umana di tenersi stretta la creatività, in una vera e propria art del domandare. Quel che l’avvento delle AI generative ci insegna è che dovremmo custodire gelosamente la nostra creatività la quale si basa sul processo opposto a quello dell’AI generativa, ovvero lo sviluppo di «risposte basate sulla ricerca della massimizzazione delle probabilità che due o più concetti – o puntini – siano stati già connessi» (p. 102).

Al termine della presente recensione, però, bisogna portare alcune brevi considerazioni. Il quadro delineato dagli autori appare decisamente ottimistico come, peraltro, dovrebbe essere l’atteggiamento di fondo di chi studia i fenomeni senza lasciarsi prendere troppo dalle proprie sensazioni. Tuttavia, questo sfondo ottimistico è situato, e, dunque, non può essere considerato valido in eterno. Ciò significa che il quadro complessivo non può essere troppo negativo se ci riferiamo all’attuale livello tecnologico dell’AI, ma non può impegnarci anche per il futuro dal momento che nulla possiamo attenderci sull’evoluzione della tecnologia. Di conseguenza, fintantoché l’AI è generativa, ovvero si basa sul costrutto prompt-risposta, il “metodo Calvino” descritto nel testo è senza dubbio stimolante oltre che incoraggiante. Ma cosa accadrà quando l’AI avrà superato la struttura domanda-risposta? Allora, e per davvero, dovremo cambiare forse il nostro paradigma di pensiero e di apprendimento se vorremo sopravvivere.