Jørgen Jørgensen alle prese con il suo puzzle. Alf Ross alle prese con il dilemma di Jørgensen

1. Introduzione

Immaginiamo ch’io sia colpito dal funzionamento particolare degli enunciati imperativi. Infatti, se pongo mente ad enunciati del tipo seguente:

(EI) chiudi la porta

non posso fingere che siano equivalenti agli enunciati descrittivi di stati di cose, anche se sinceramente ignoro cosa siano questi ultimi. Un loro esempio potrebbe essere il seguente:

(ED) la porta è aperta

Infatti, mentre questi ultimi descrivono ordini e posizioni delle cose reali, costituenti i ben noti stati di cose, anche se sinceramente non so cosa siano davvero questi ultimi, gli enunciati imperativi, quelli del tipo (EI), non descrivono come le cose stiano nella realtà, ma prescrivono che le cose assumano un preciso ordine, differente da quello attuale. Pertanto, mentre gli (ED) si limitano a registrare un ordine del reale, gli enunciati imperativi comandano che il reale cambi il suo ordine attuale. Volete, allora, ch’io non sia fatalmente attratto da enunciati così “particolari”? È normale che sia così, e non credo che qualcuno possa essere infine insensibile al fascino discreto di enunciati capaci di modificare la realtà (qualunque cosa essa sia!). Il funzionamento di enunciati come gli (EI) è tanto particolare quanto intrigante. Ora, nessuno può sognarsi di ritenere questo tipo di enunciati estranei alla razionalità umana. Infatti, se ordino ad un alunno di chiudere la porta, ciò non è affatto irrazionale. Anzi, sembra proprio che possegga una significanza razionale, altrimenti nessun agente umano sarebbe in grado di mandarlo ad effetto. E tuttavia l’apparenza razionale degli (EI) appare, almeno prima facie, del tutto diversa dall’apparenza razionale degli enunciati descrittivi di stati di cose. Come mai? Molto probabilmente, ma al riguardo non nutro delle convinzioni consolidate, per una ragione storica non trascurabile. Infatti, mentre gli (ED) sono stati supportati da una logica che si è sviluppata intorno al rapporto tra il soggetto descrivente, la realtà descritta e il medium linguistico per descriverla, gli (EI) non hanno avuto la stessa fortuna e sono stati riscoperti solo di recente, a logica però già sistematizzata. Di conseguenza, i profili di razionalità degli (EI) non sono stati riconosciuti, identificati e sistematizzati come invece è accaduto per gli (ED). Ciononostante, privi di una loro consistenza razionale, difficilmente gli (EI) potrebbero sperare di sortire gli effetti che, invece, producono o concorrono, in maniera preponderante, a produrre. Se un alunno non capisse cosa comando, come potrebbe eseguirlo? Dunque, gli enunciati come il modello (EI), benché di certo non esaustivo, presentano una certa razionalità soggiacente, anche se, al momento, io non sia in grado di meglio identificarla.

Allora, immaginiamo anche ch’io desideri indagare la razionalità presente nelle enunciazioni normative e che, prendendo in considerazione il linguaggio di queste ultime, mi accorga che sebbene abbiano una certa logica, di certo non possono rispettare i canoni classici della logica occidentale. Di conseguenza, pertanto, dovrò adattarmi e formulare una certa presentazione logica, anche elementare o primitiva, capace però di prendere in considerazione siffatte enunciazioni, così diverse da quelle descrittive o apofantiche. Mettiamo caso, inoltre, che gli esegeti posteriori preferiscano ignorare il mio tentativo, di formulazione di una logica elementare degli imperativi, del tutto parallela a quella classica proposizionale, e che estrapolino solo un mio dubbio iniziale inerente a come procedere nella mia analisi, e lo cristallizzino in una distinzione manichea tra la logica, da una parte, e la nonlogica, dall’altra parte, tra la verità da un lato e la nonverità dall’altro lato.

Insomma, con la prima ipotesi descriviamo l’iter seguito dal logico Jørgen Jørgensen sul finire degli anni ’30 del secolo scorso per tentare di costruire una primitiva logica degli enunciati imperativi;1 invece, con la seconda ipotesi descriviamo la ricezione storiografica del problema di partenza di Jørgensen per giungere alla formulazione di una ben precisa topica, passata alla storia come il dilemma di Jørgensen.2 Nel presente saggio, prenderemo partitamente in considerazione e la prima e la seconda ipotesi perché non c’è modo migliore per cogliere la verità delle cose che comparando e confrontando tra di loro catene argomentative differenti e, come nel caso presente, parallele. In passato ho affrontato più volte l’argomento,3 ma in questa sede desidero compiere una sintesi ricostruttiva più organica delle varie sfumature affrontate separatamente in passato.4

2. Intento

A dispetto delle opinioni al riguardo, forse, a mio modesto modo di vedere, è bene tornare alla lettera del saggio di Jørgensen, riconducendo alla verità storiografica l’interpretazione deviante successiva. L’incipit del filosofo danese è oltremodo interessante. Infatti, egli precisa da subito come il suo intento sia quello di «to initiate a discussion on the logical character of imperatives».5 Al termine degli anni ’30 del XX secolo, Jørgensen intende cominciare una discussione, possibilmente formale intorno alla natura logica degli enunciati imperativi. Ritengo non sia possibile equivocare sul tipo d’indagine che si vuol mandare ad effetto, ovvero un’analisi formale della razionalità caratteristica degli enunciati imperativi. Peraltro, il Nostro sembra anche mettere le mani avanti quando comincia col dire che desidera iniziare un’analisi di questo tipo. Ma, e qui cominciano i problemi teorici, cosa sono gli imperativi? Di sicuro non basta affermare di volerli prendere in considerazione in termini formali per individuarli epistemicamente quali oggetti precisi. Così, Jørgensen prosegue descrivendo siffatti oggetti. Gli enunciati imperativi sono enunciati «in which the main verb is in the imperative mood».6 Potremmo, pertanto, provare a definire gli enunciati imperativi come quei particolari enunciati linguistici nei quali il verbo principale si trova al modo imperativo. Il nostro esempio iniziale è quantomeno calzante, con riguardo a questa definizione jørgensensiana. Infatti, l’enunciato (EI) fa bella mostra del proprio verbo principale, guarda caso, al modo imperativo: chiudi la porta! Tuttavia, per il Nostro sono enunciati imperativi non soltanto quelli ove il verbo principale esprime un comando o un ordine, «but also requests, pleas, appeals and other linguistic expressions of willing or wishing something to be done or not to be done».7 Pertanto, potremmo ben elencare le specifiche declinazioni degli (EI) come segue:

  • (EI~C~) comandi;
  • (EI~O~) ordini;
  • (EI~R~) richieste;
  • (EI~S~) suppliche;
  • (EI~I~) ingiunzioni;
  • (EI~∞~) e così via.

Tuttavia, in realtà, a ben vedere, la differenza tra (EI~C~) e (EI~S~), ad esempio, non è di tipo logico, ma soltanto psicologico dato che presuppone una precisa interazione tra chi emette il comando o pronuncia la supplica e chi è chiamato ad eseguirlo o a soddisfarla. Per Jørgensen, infatti, la differenza risiede nella funzione comunicativa diversa nei nostri due esempi iniziali, (EI) e (ED); infatti, mentre il linguaggio imperativo mira a modificare la realtà, il linguaggio descrittivo mira a constatare come sia la realtà. Dunque, la differenza non è tra il comando o l’ingiunzione o la richiesta o altre forme del modo imperativo, ma nel differente mood tra i due tipi di linguaggio, il modo imperativo nell’esempio dell’(EI) e il modo descrittivo nell’esempio dell’(ED). É a questa diversa finalità che Jørgensen si rivolge, distinguendo diversi usi linguistici, l’enunciazione al modo imperativo e l’enunciazione al modo descrittivo. Solo a patto di aver chiaro ciò, il Nostro prosegue il suo tentativo di caratterizzare in senso logico-formale gli enunciati al modo imperativo. Ma, per farlo, deve prima affrontare un problema, un «puzzle».8 Non nascondo che a mio avviso è proprio questa constatazione ad aver un’influenza determinante sugli interpreti posteriori. In modo particolare, questi ultimi o hanno sottoposto a critica la generale impostazione jørgensiana dei rapporti tra la logica e gli imperativi oppure hanno sviluppato tecniche sofisticate di analisi linguistica degli enunciati imperativi. Un esempio molto noto di quest’ultima tendenza è stato Richard Mervin Hare con il suo monumentale The Language of Morals. Forse, si potrebbe anche ritenere importante il lavoro di Jørgensen in una prospettiva storica di filiazione dell’analitica hareana del linguaggio della morale, ma si tratta di una possibilità che non troverà qui sviluppo.

Tuttavia, non è affatto vero che Jørgensen si sia arenato alla difficoltà inerente ai diversi modi del linguaggio. Anzi, come si vedrà tra poco, la superò in scioltezza. Piuttosto, qui la parentesi sull’enigma da affrontare prima di tentare la trattazione logico-formale di cui sopra è un tributo teorico ad una difficoltà storica. Infatti, nel lontano 1910 il matematico e filosofo Jules Henri Poincaré aveva, per primo, infranto il tabù formale delle enunciazioni non descrittive degli stati di cose, segnatamente quelle della morale, salvo, però, constatare una difficoltà apparentemente insormontabile. Per Jørgensen, quest’ultima consisteva nei limiti formali del ragionamento dimostrativo il quale può garantire l’effettività del passaggio dalle premesse alla conclusione soltanto con premesse al modo descrittivo. Di conseguenza, allora, «it is impossible to infer a moral sentence from a scientific sentence».9 Siccome Poincaré è nel tempo divenuto un punto fermo nelle discussioni intorno ai rapporti tra la logica e il linguaggio imperativo,10 e poiché Jørgensen ne riporta una parafrasi, è forse opportuno fare un salto dalle parti della Senna e render conto delle effettive parole del logico francese di inizio secolo. Così scriveva Poincaré:

Se le premesse di un sillogismo sono entrambe all’indicativo, lo sarà anche la conclusione. Perché sia possibile mettere la conclusione all’imperativo, è necessario che lo sia almeno una delle premesse. […] Non è possibile concepire un sillogismo nel quale le premesse siano all’indicativo e la conclusione all’imperativo; possiamo però costruirne uno del tipo seguente: Fai questo; Quando non si fa quello, non si può fare questo; Quindi, fai quello. Ragionamenti simili non sono fuori dalla portata della scienza.11

Pare di poter meglio precisare la natura del discorso di Poincaré. Il problema è la costruzione di un ragionamento che possa dirsi valido in termini formali laddove figurino enunciati al modo imperativo al suo interno. Il problema, allora, non è il differente modo enunciativo tra gli (EI) e gli (ED), ma un abito formale consolidato da secoli e che ha sempre adoperato solamente enunciati al modo descrittivo nei suoi ragionamenti. Per poter costruire un ragionamento ove la conclusione sia al modo imperativo, dovrà figurare tra le premesse almeno un enunciato al modo imperativo. Ma in che modo? L’unico ostacolo è che non possano darsi premesse al solo modo indicativo e una conclusione al modo imperativo. Dunque, già Poincaré contemplava la possibilità di inferenze miste, per le quali, cioè, potessero venir impiegati enunciati sia al modo indicativo sia al modo imperativo. E, dunque, la morale, pur essendo diversa dalla scienza, poteva valersi di siffatti ragionamenti non fuori portata da parte della scienza. Una sorta di ragionamenti morali fondati su una ragione di tipo scientifico. Ma, se così è, allora, a quale puzzle si riferisce Jørgensen? È quantomeno curiosa la parafrasi compiuta riguardo al limite epistemico scorto da Poincaré. Infatti, il Nostro scrive:

Poincaré in his Dernières Pensées tried to demonstate the impossibility of ounding morals or ethics on science. In concentrated form it runs as follows: all scientific sentences are in the indicative mood, whereas all moral sentences are in the imperative mood. But from sentences in the indicative only sentences which are also in the indicative mood can be derived by logical inference.12

Davvero la parafrasi offerta è una forma ristretta! Infatti, Poincaré non si limitava a questa banalità, ma intravedeva già la possibilità concreta di inferenze miste. E questa, da sola, è una formidabile novità rispetto al parere dei più, peraltro riflessa nella sintesi compiuta dallo stesso Jørgensen. Il punto non è la differenza di modo enunciativo, ma la possibilità di poter dare un trattamento formale anche degli enunciati al modo imperativo. Ma è alla specifica prospettiva del Nostro che dobbiamo attenerci e deviare dal discorso di Poincaré è inevitabile. Infatti, per Jørgensen la difficoltà è che in nessun caso «a sentence in the imperative mood cannot be inferred from sentences in the indicative mood».13 Ma come mai? Questo perché «the relation of implication only holds between sentences which are capable of being either true or false».14 Lo spartiacque tra i ragionamenti della scienza e i ragionamenti della morale, almeno nella ricezione di Jørgensen del discorso di Poincaré, risiede nel fatto che mentre i primi sono verofunzionali, non lo sono i secondi. Si potrebbe obiettare che il Nostro adoperi una nozione eccessivamente ristretta di inferenza logica, ma è proprio questa nozione così elitaria ad aver orientato i posteri verso la ricezione di un dilemma riguardo a Jørgensen; laddove, a rigore, e per come vedremo tra poco, Jørgensen non sia stato affatto dilemmatico o rimasto irretito nelle maglie impenetrabili del puzzle.

Al fine di meglio comprendere la limitazione vero-funzionale riguardo al discrimine tra enunciati della scienza ed enunciati della morale, riprendiamo ancora una volta in considerazione i nostri esempi di partenza, vale a dire l’(EI) e l’(ED). Nel caso dell’(ED) il discorso è noto e facile: quando è vero o falso? Risponderemmo, rispettivamente, se descriva o meno la realtà, e segnatamente se la porta è davvero chiusa o meno. Ma nel caso del comando presente nell’(EI), come ci comportiamo? L’(EI) è vero? È falso? Fermiamoci per un attimo. Cosa fa esattamente l’(EI)? Ordina una modifica dell’ordine fattuale delle cose, e, dunque, un cambiamento di stato. Io ordino all’alunno di chiudere la porta. Presuppongo che prima fosse aperta e ora la desidero chiusa. Ma il mio comando può dirsi vero? O falso? In realtà, gli enunciati del tipo esemplificato in (EI) non sono né veri né falsi. Non avendo una realtà da descrivere, non sono suscettibili di assumere i valori di vero o di falso. Gli enunciati al modo imperativo non sono verofunzionali, vale a dire sono costituzionalmente incapaci di assumere i valori di verità. In realtà, non ha nemmeno un senso logico chiedersi se siano veri o falsi dal momento che non possono esserlo. Ma, e qui si coglie il puzzle di Jørgensen, se sono aleticamente adiafori come possono figurare all’interno di catene inferenziali? Non possono. O, almeno, non potrebbero. Ma il Nostro ha già suggerito che il problema sia di natura più psicologica che logica. In che senso? Nel senso che il problema del modo enunciativo può essere aggirato. In altri termini, il Nostro propone di tradurre il modo imperativo in modo indicativo, risolvendo tutte le difficoltà del caso. Ma prima di giungere a questa sagace soluzione, ci offre un’analisi esemplificativa dei due modi enunciativi.

Prendiamo ancora in considerazione il nostro esempio (EI). E diciamo quanto segue. L’enunciato (EI) si compone di due elementi o factors, «the imperative factor and the indicative factor».15 Ma cosa significa questa scomposizione? Se (EI) suonava con la stringa “chiudi la porta”, il fattore imperativo indica che qualche cosa sia comandata o desiderata mentre il fattore indicativo indica cosa sia comandato o desiderato. Al di là dell’apparenza poco rilevante, la scomposizione analitica è il cavallo di Troia che consente di superare l’ostacolo della non verofunzionalità per la costruzione di inferenze… miste. Infatti, se ogni (EI) consta di due fattori, allora di ciascun (EI) è possibile derivare un enunciato indicativo che lo descriva. Mentre l’(EI) di partenza resta eterogeneo alla logica, e ai suoi valori di verità, questo «derived indicative sentence is capable of being true or false»,16 e, di conseguenza, può essere utilizzato nella costruzione dei tradizionali ragionamenti logici. In questo modo, allora, le regole della logica possono essere applicate indirettamente agli (EI),17 per il tramite degli enunciati indicativi derivati. Pertanto, il mio comando di chiudere la porta diventerà qualcosa del genere che segue: The door is to be closed.18 Da ciascun (EI), allora, si deriva un (EI~D~). E l’(EI~D~), pur derivando da un (EI), e pur descrivendo quest’ultimo, non è al modo imperativo, ma al modo indicativo, e, dunque, è suscettibile di seguire le regole della logica. Superando elegantemente la difficoltà di Poincaré, in realtà non seguita sino in fondo, ma sostanzialmente travisata, Jørgensen formula alcuni esempi di ragionamenti con (EI~D~). Seguiamone uno:

(REI~D~)

  • (a) All the promises are to be kept;
  • (b) This is a promis;
  • (c) This promis is to be kept.

La stringa (c) è la conclusione del ragionamento. Come si vede, è scomparsa la modalità enunciativa imperativa, ma tanto le premesse (a) – (b) quanto la conclusione adoperano soltanto enunciati indicativi. In modo particolare, il fattore imperativo viene reso dalla formula «is to be»,19 capace di tradurre il fattore imperativo in un fattore indicativo derivato e descrivente la natura illocutiva del modo non indicativo di partenza. In modo più specifico, essa non è una proprietà, cosa che altrimenti riattiverebbe la difficoltà che qui si sta cercando di superare, ma «a kind of quasi-property which is ascribed to an action or a state o affairs when a person is willing or commanding the action to be performed, resp. The state of affairs to be produced».20 Ma (REI~D~) non è l’unico esempio avanzato dal Nostro. Infatti, il logico danese ne presenta un altro, il seguente:

(REI~DD~)

  • (a) Your love of your neighbours is to be equal to your love of yourself;
  • (b) You are to love yourself;
  • (c) You are to love your neighbours.

Anche nel caso presente, la stringa (c) è la conclusione del ragionamento. Analoghe considerazioni possono venir svolte sulla morfologia generale del ragionamento in esame. Bene, Jørgensen ci offre due esempi concreti di ragionamenti pratici che evitino il puzzle della non verofunzionalità delle enunciazioni imperative, mettendo capo a loro traduzioni al modo indicativo, di per sé suscettibili di assumere i valori logici di vero e di falso. Ma quale sarebbe l’esatto rapporto tra le enunciazioni imperative di origine e questi loro surrogati al modo indicativo? Sembra di poter asserire che per il Nostro questi ultimi mantengano intatte le proprietà logiche originali. Ma questa idea, di per sé stravagante, sarà oggetto di critiche più avanti, anche da parte di un certo conterraneo danese. Prima di procedere oltre, magari si vorrà conoscere la formulazione imperativa dei due ragionamenti al modo indicativo (REI~D~) e (REI~DD~). In verità, il Nostro non formula gli originali imperativi dei suoi due esempi indicativi, ma possiamo immaginarli, grosso modo, come segue:

(REI~I~)

  • (a) Tutte le promesse devono essere mantenute;
  • (b) Questa è una promessa;
  • (c) Questa promessa deve essere mantenuta.

(REI~II~)

  • (a) Devi amare il prossimo come ami te stesso;
  • (b) Devi amare te stesso;
  • (c) Devi amare il tuo prossimo.

Al di là della prospettiva suadente offerta, comparando, e rispettivamente, (REI~D~) con (REI~I~), e (REI~DD~) con (REI~II~), non trovate anche voi che qualcosa non funziona? In effetti, sembra proprio che le cose non tornino, e segnatamente che le formulazioni imperative di origine e le loro versioni al modo indicativo siano due enunciazioni differenti. Intendo dire che nessuna relazione logicamente apprezzabile sembra legare, e tenere assieme nella considerazione razionale presente, (REI~D~) e (REI~I~), così come, nessuna (REI~DD~) e (REI~II~). In altri termini, ci troviamo di fronte a quattro enunciazioni distinte, due al modo imperativo e due al modo indicativo. Forse consapevole di questo esito, davvero infausto per la sua analisi, il Nostro si premura di dedicare del tempo a «illustrate the relation between sentences in the imperative mood and sentences in the indicative mood».21 A tal fine, ci offre una considerazione di carattere generale sull’«origin of language».22 Sebbene questa sia stata successivamente la modalità principale seguita per affrontare i rapporti tra enunciazioni al modo imperativo e enunciazioni al modo indicativo, sarà chiaro ai più, giunti a questo punto, che la giustificazione jørgenseniana degli esempi addotti, e, più in generale, della sua proposta di soluzione del puzzle mettendo capo a descrizioni al modo indicativo degli enunciati al modo imperativo, cessa di essere prettamente logica per assumerne una natura, per così dire, ibrida, in parte logica, in parte linguistica, in parte epistemologica. Circostanza che, se da un lato può farci apprezzare la ricezione danese del neopositivismo di Wittgenstein (giusto per citarne il primo che mi sia venuto in mente), dall’altro lato, però, tradisce le attese suscitate.

Secondo Jørgensen, il linguaggio umano è una sorta di comportamento messo in atto dagli esseri umani. Detto altrimenti, gli uomini fanno cose per mezzo delle parole. Nella connessione con le cose del mondo, quelle strane cose che chiamiamo stati di cose, il linguaggio umano svolge due funzioni principali del comportamento umano, e segnatamente:

  • X) una Finalità informativa;
  • Y) una Finalità imperativa.

Con la finalità (X), il linguaggio è un mezzo per fornire o ricevere informazioni sui fatti o stati di cose (qualunque cosa questi ultimi siano). Invece, con la finalità (Y), il linguaggio funge da controllo e manipolazione dei fatti (o stati di cose). In breve, con la finalità (X), per mezzo del linguaggio, conosciamo la realtà mentre, con la finalità (Y), attraverso il linguaggio, ordiniamo la realtà. La differenza tra gli enunciati indicativi e gli enunciati imperativi, dunque, non risiederebbe nello specifico contenuto dell’enunciazione, ma nella diversa funzione che s’intende realizzare per suo mezzo. In altri termini, le due finalità, conoscitiva ed imperativa, discendono dalla volontà del locutore che decide di ottenere uno specifico risultato attraverso le parole che enuncia. La differenza tra i due modi, allora, è inerente alla diversa finalità che il parlante si prefigge di ottenere con le sue enunciazioni linguistiche. Non v’è una differenza di grado, ma solamente una diversa finalità tra i due usi o modi enunciativi. Ma se così è, e cioè se vi è unità di fonte dei tipi di enunciazione, e, quindi, di finalità linguistica o modo enunciativo, allora «the indicative sentences may have developed as a result of the efforts of the speaker to make the hearer understand the speaker wants in order that the hearer may be able to act according to the wishes of the speaker».23 Questa spiegazione condizionale dell’origine delle enunciazioni indicative, se magari può venir considerata soddisfacente dal Nostro, non può soddisfare affatto chi scrive (e presumibilmente anche chi legge).

Ma è giunto il momento, allora, di prendere in considerazione la critica che a questa elementare logica degli imperativi ha offerto un conterraneo di Jørgensen, il filosofo e giurista Alf Ross.24 Allettato dal contributo del connazionale, alcuni anni dopo Alf Ross esamina, in un articolo giustamente famoso, il tentativo compiuto da Jørgensen e giunge a considerazioni che possiamo, altrettanto giustamente, considerare degne di nota. Innanzitutto, Ross precisa come quella seguita dal connazionale sia soltanto una delle possibili strade per cercare di superare la differenza tra gli (EI) e gli (ED). È interessante, allora, osservare come il puzzle scorto sia in realtà meno forte e radicale di quanto possa sembrare dal momento che altri autori non sono rimasti irretiti nelle sue maglie. Il rapporto della logica e degli imperativi è stato sviluppato da molti autori, su tutti Mally, Menger, Grelling, McKinsey e Rand. Aggiungendovi lo stesso Jørgensen, Ross ritiene che tutti abbiano perseguito lo stesso obiettivo, ovvero «chiarire se gli enunciati non descrittivi (quelli che esprimono una richiesta, un desiderio e simili) siano suscettibili di un trattamento logico identico o analogo a quello cui vengono sottoposti gli enunciati indicativi».25 Pur scrivendo alcuni anni dopo di Jørgensen, Alf Ross riprende la medesima tematica delle inferenze logiche con enunciati al modo imperativo. Pertanto, il suo problema è: come costruire inferenze logiche che adoperino enunciati imperativi? Emerge subito una differenza, rilevante se posta a confronto con Jørgensen, vale a dire che per Ross non ha alcuna importanza la differenza di modo enunciativo tra imperativi ed indicativi. Pare di capire che ciò sia dovuto alla diversa impostazione generale del discorso. Infatti, la differenza risiede nella diversa concezione linguistica: mentre Jørgensen si concentrava sulla differenza logica tra modi enunciativi, Ross si concentra sulla differente forza enunciativa tra enunciati che descrivono ed enunciati che prescrivono stati di cose.26

Precisato questo, importante anche ai fini di una completa comprensione dell’intervento di Ross, ecco che il Nostro inciampa in Jørgensen, ovvero nel puzzle di quest’ultimo che, però, si trasfigura e diviene altro, vale a dire un vero e proprio dilemma! Come mai la difficoltà che Jørgensen scorgeva, peraltro di sfuggita, viene trasformata da Ross in una topica ben precisa? Inoltre, foriera di così tanta influenza successiva? Non ci è dato di sapere, anche se qualche ipotesi ci spinge a rilevare nella sua genesi una decisa influenza “realista” altrimenti ravvisabile nella sua più ampia dottrina giusfilosofica. Ma non è questa la sede per allargarne ulteriormente la considerazione. Allora, torniamo al puzzle… pardon, al dilemma e vediamo come lo formuli Ross (non Jørgensen!). Per il Nostro, abbiamo due distinti corni:

  • C1) o il ragionamento funziona in conformità alle leggi della logica, di per sé verofunzionale, ma gli imperativi non sono né veri né falsi, e, dunque, pare siano estranei alla logica, e, per questa ragione, non possono far parte di ragionamenti;
  • C2) o il ragionamento utilizza comunque enunciati imperativi, i quali, dunque, pare abbiano una certa logica, e, dunque, la logica non è solamente verofunzionale.

Mentre il (C1) non fa che ribadire la limitazione canonica della logica alle sole enunciazioni capaci di assumere i valori di vero e di falso (ma non potendoli assumere, sembra che le enunciazioni imperative siano estranee al dominio della logica), il (C2) conferma una generale impressione, secondo la quale i ragionamenti che adoperino enunciazioni imperative nelle premesse e nella conclusione siano comunque logici (cosa che, di per sé, spingerebbe ad allargare le maglie della logica anche alle enunciazioni non indicative). Il fatto che i due corni siano mutuamente esclusivi, fa sì che vi sia radicalità tra i due: o è vero l’uno, e falso l’altro; oppure, è vero il secondo, ma falso il primo. Un dilemma funziona proprio così, dei due corni, solo uno potrà essere sostenuto o tenuto per vero. Allora, Ross formula il dilemma di Jørgensen come segue:

Secondo la definizione comunemente accettata d’inferenza logica, non è ammissibile che un imperativo ne costituisca parte. Tuttavia, si possono produrre esempi d’inferenze, la cui logica fondatezza sembra ovvia, sebbene esse siano in parte costituite da imperativi. Inoltre, questi esempi devono considerarsi tipici del modo in cui ha effettivamente luogo il ragionamento nella vita pratica e nelle scienze che fanno uso di espressioni normative, in particolare la scienza giuridica.27

Così posti i termini tra i due corni, ha sicuramente ragione Marín quando sostiene che «Jørgensen’s dilemma is unavoidable: The classical concept of deduction, traditionally applied only to sentences susceptible of truth or falsity, must be widened, or else, the possibility of a logic of norms, of directive sentences, must be rejected».28 Anche von Wright sembra concordare con questa posizione:

Mally’s work had few, if any, repercussions in the literature. But in the late 1930s and early 1940s there was a certain amount of discussion whether a logic of norms or of imperatives is at all possible in view of the fact that imperatives – and presumably norms too – lack truth-value. In the debate two Danes took a prominent part. One was Jørgen Jørgensen, after whom the name “Jørgensen’s Dilemma” was coined. The other was Alf Ross, inventor of the famous paradox. Both the dilemma and the paradox are still active topics of current debate.29

Tuttavia, nel caso di von Wright è possibile ravvisare il medesimo equivoco di fondo: Jørgensen è confuso con il dilemma omonimo, mentre a Ross è attribuito solamente il noto paradosso ominimo.30 Dobbiamo correggere l’errore, oltre a ristabilire la verità storica: tanto il dilemma di Jørgensen quanto il paradosso di Ross sono attribuibili alla stessa persona, segnatamente il giurista e giusfilosofo Alf Ross!

A questo punto, viene commentato il tentativo compiuto da Jørgensen. Un imperativo esprime una richiesta d’azione. Dunque, contiene «una descrizione della natura della cosa richiesta».31 Di coneguenza, ciascun imperativo può venir scomposto in due fattori, uno imperativo, che esprime cosa è richiesto, e uno indicativo, che descrive il contenuto della richiesta. Il fattore indicativo, allora, può essere formulato autonomanente «in un enunciato, che descriva il contenuto della richiesta, e che pertanto sarà vero qualora la richiesta sia adempiuta».32 Se riprendiamo in considerazione l’esempio in apertura (EI), il contenuto della richiesta è descritto dall’enunciato

(EC) tu chiudi la porta.

Pertanto, tra l’enunciato (EI) e l’enunciato (EC) sembra sussista una tale relazione in virtù della quale «ad un imperativo I1 corrisponda un normale enunciato indicativo S1, contenente una descrizione del contenuto di richiesta dell’imperativo».33 Lo stesso vale all’inverso, ovvero «ad un enunciato indicativo S1 corrisponde un imperativo I1, che ha S1 come contenuto di richiesta».34 Di conseguenza, allora, si possono «costruire negazioni, disgiunzioni, congiunzioni, implicazioni, equivalenze e le alter funzioni di verità»35 senza incorrere nei limiti configurati dal corno (C1) del dilemma medesimo. Ne consegue, pertanto, e questa è la conclusione cui correttamente giunge Jørgensen stesso, dopo aver connesso gli enunciati derivati, al modo indicativo, come il nostro (EC), ai propri enunciati imperativi, al modo imperativo, come il nostro (EI), «possiamo indirettamente applicare agli imperativi la logica ordinaria».36 Non v’è, allora, nessun ostacolo ad applicare la logica agli imperativi, senza dar seguito al corno (C2) del dilemma, ovvero costruire una speciale logica degli imperativi.37

Proseguendo nella sua disamina, Ross avanza le seguenti critiche al procedimento seguito da Jørgensen:

  • 1) il procedimento è incompleto perché limitato a connettere una conclusione da una sola premessa (p.e. da I1 deriva S1), ma la struttura del ragionamento è decisamente più complessa (p.e. almeno due premesse ed una conclusione);
  • 2) Il procedimento non supera affatto il dilemma di Jørgensen, almeno nella formulazione datane dallo stesso Ross, perché non rende conto di come possa derivarsi in maniera sensata un imperativo da un altro imperativo.

La critica (1) è parzialmente condivisibile dal momento che in effetti Jørgensen si prefigge di derivare un singolo enunciato descrittivo o indicativo da un singolo enunciato imperativo, e, così facendo, riesce ad aggirare l’ostacolo del puzzle. Ma Ross vi ravvisa una difficoltà non risolta, vale a dire non riformulare affatto il ragionamento con indicativi in un ragionamento ove almeno uno dei suoi elementi costitutivi (o una delle premesse o la conclusione) sia un enunciato imperativo. Di conseguenza, Jørgensen non avrebbe meriti particolari dato che i due esempi di ragionamento che offre non hanno nulla di innovativo, limitandosi al più a ripetere la medesima dinamica, oltre che ben nota, dei ragionamenti verofunzionali con enunciati indicativi. Semmai è molto problematica la derivazione di S1 da I1. Stante queste difficoltà, Jørgensen non può nemmeno spiegare cosa significhi, in un’accezione formale, derivare imperativi da imperativi. Per meglio esplicare la difficoltà (2), Ross propone il seguente metodo di inferenza, sviluppato a partire dall’abbozzo datone da Jørgensen:

I1→S1 ↓ I2←S2

Come posso derivare S1 da I1, posso pure ottenere I2 da S2… o no? In ogni caso, sono abilitato ad asserire che I2 sia una conseguenza logica di I1? In teoria, sembra di sì, ma Ross non è affatto d’accordo. A suo dire la soluzione da dare al dilemma di Jørgensen è un’altra! Mettiamoci comodi, e andiamo a vedere quale. Il discorso di Ross ha la sua rilevanza ma soltanto in relazione ai due corni (C1) e (C2), che peraltro lui stesso ha formulato, a partire da una mera constatazione (puzzle) del connazionale Jørgensen. Dopodiché, nel corso del suo Imperatives and Logic, individua due possibili soluzioni al dilemma di Jørgensen:

  • S1) estendere il campo di applicazione della logica sino a ricomprendervi anche le inferenze pratiche, e segnatamente quelle con imperativi;
  • S2) mostrare la reale natura non logica degli esempi di inferenze pratiche con imperativi sin qui adoperati.

Commentiamo brevemente le due proposte. Innanzitutto, diciamo che le due soluzioni non sono speculari ai due corni del dilemma. Inoltre, la soluzione (S1) è, forse, la più interessante dal momento che metterebbe capo ad un allargamento del dominio della logica sino a comprendervi pure le inferenze pratiche. Ma di per sé non consente di raggiungere a breve un evidente risultato fattibile. Rimane piuttosto come un’ideale meta finale, nulla di più. La seconda soluzione, invece, è meno ottimistica della precedente dal momento che si limita a negare valore logico agli esempi sin qui analizzati di inferenze pratiche con enunciati al modo imperativo. In tale giudizio radicale, Ross mostra la sua aderenza al filone del realismo scandinavo dal momento che insiste in maniera decisa sul fenomeno psicologico che induce a considerare logiche le inferenze pratiche summenzionate.

Non resta, dunque, che sviluppare più estesamente la soluzione (S1). Per far questo, Ross propone di sostituire ai valori vero e falso dei valori analoghi ma di marcato valore normativo, che cioè tengano conto del fatto che gli enunciati al modo imperativo non possono essere né veri né falsi, e segnatamente i valori valido e invalido.38 Come i valori verofunzionali consentono alla logica di verificare il valore di verità degli enunciati indicativi, così i valori di validità e invalidità consentono alla logica di verificare il valore normativo degli enunciati imperativi. Tuttavia, questa soluzione non aggrada al Nostro il quale si premura di precisare come tali valori non possano valere in assoluto, ma soltanto all’interno di condizioni contestuali specifiche, e nemmeno in misura neanche lontanamente simile a quanto fanno i valori di vero e di falso per la logica. In quest’ultimo caso, infatti, il procedimento di verifica del valore normativo degli enunciati imperativi diverrebbe «identico all’usuale procedimento di verificazione, e non consentirebbe alcuna nuova interpretazione del sistema logico».39 Naufraga, pertanto, la prima possibilità di soluzione del dilemma. Non resta, allora, che provare con la seconda. Il suo punto di partenza è che sussista una validità oggettiva degli imperativi;40 ovvero, un tipo di validità che sia propria del solo linguaggio normativo, e, dunque, segnatamente solo degli enunciati al modo imperativo. In luogo dei valori precedenti di valido e invalido, troppo simili a quelli verofunzionali di vero e di falso, Ross propone la coppia alternativa soddisfacimento e non soddisfacimento. Per esempio: un enunciato imperativo I1 è soddisfatto se l’enunciato indicativo corrispondente S1, che descrive il contenuto della richiesta, è vero. Viceversa, non sarà soddisfatto se l’enunciato S1 sarà falso. A questo punto, Ross ritiene di aver acquisito un progresso rispetto al tentativo compiuto da Jørgensen, vale a dire che egli è in grado di esplicitare il significato dell’inferenza di un imperativo da un altro imperativo, cosa del tutto assente nel connazionale. Quindi, inferire un imperativo da un altro imperativo significa «dire qualcosa intorno alla connessione necessaria che sussiste tra i valori di soddisfacimento degli imperativi in questione».41 In realtà, la soluzione (S2), descritta da Ross, appare piuttosto deludente. E ciò per almeno due distinte ragioni. La prima è che Jørgensen viene criticato eccessivamente quando lo stesso Ross rimane vittima del tranello dell’analogia. Ma questa ragione diviene più chiara con la seconda. La seconda ragione è che questa amena correlazione, presuntivamente anche necessaria (?), tra gli enunciati I e i corrispettivi enunciati S è solamente ipotetica, non reale. Detto altrimenti, tanto Ross quanto Jørgensen sognano, ciascuno per parte propria, che tra imperativi e loro descrizioni indicative possa esserci qualche sorta di speciale legame. Ed è strano per dei positivisti… Dobbiamo, tuttavia, essere giusti con Ross. In realtà, quest’ultimo ha solamente simulato il discorso di Jørgensen per giungere alla conclusione che detta correlazione è solamente illusoria e che serve al connazionale al solo scopo di eludere «il problema, piuttosto che risolverlo».42 In effetti, notiamo anche noi che introdotta la descrizione S, gli imperativi vengono del tutto accantonati mentre la logica verofunzionale, esclusa dalla porta (puzzle), rientra dalla finestra via la logica del soddisfacimento degli imperativi. Il tentativo realizzato da Jørgensen, dunque, è «solo un circolo vizioso senza uscita».43

Ed allora come si esce dal dilemma? Con una terza soluzione! Sì, una terza. Ammettiamo che agli imperativi possano applicarsi i valori di validità e non validità. Un imperativo sarà, dunque, valido se sarà presente in una determinata persona uno stato psicologico conseguente (la coazione?) e invalido se non sarà presente detto stato cognitivo. Ne consegue, allora, che questi imperativi potranno venir convertiti in enunciati indicativi concernenti la presenza o meno dello stato psicologico conseguente all’enunciazione imperativa. In modo specifico, detti enunciati al modo indicativo avranno ad oggetto l’esistenza o non esistenza di detto stato cognitivo in una determinata persona (presumibilmente, colei che è destinataria dell’imperativo). Questa terza soluzione appare una sofisticazione rispetto alla soluzione precedente, ma davvero non consente di… andare oltre Jørgensen! Ed è lo stesso Ross a precisarlo, sia pure indirettamente, quando scrive che gli imperativi possono essere parti costitutive di genuine inferenze logiche, ma si tratta «però di una semplice traduzione d’inferenze logiche concernenti enunciati indicativi sopra quei fatti psicologici che definiscono la validità di un imperativo».44 Ogni considerazione ulteriore o una qualunque insistenza circa la natura sostanziale di una logica della validità, pari a quella verofunzionale, sarebbe erronea e condurrebbe a credere in una pseudologica.45 Quindi, il puzzle diventa un dilemma, ma senza via di scampo! Come possiamo uscirne?

3. Incongruenza

Com’è facile osservare, il contributo di Jørgensen è difficilmente sminuibile dal momento che grazie a lui si è introdotto nell’agone filosofico il problema, o puzzle, della razionalità delle enunciazioni imperative, e segnatamente della significanza di queste ultime come distinte dalle canoniche enunciazioni indicative.46 In realtà, sono presenti diversi precorrimenti ed anticipazioni storici del tentativo presente, ma Jørgensen ha l’indubbio merito di aver smosso le acque stagnanti della considerazione logica del linguaggio normativo.47 E in quest’ultima accezione, può a buon diritto venir considerato uno dei fondatori della logica deontica moderna, benché, ovviamente, non abbia affatto contribuito formalmente a costruire questo settore della logica. Ma difficilmente si potrebbe sostenere che non abbia giustificato teoricamente il discorso che la rende possibile. Prova ne sia la posizione di Pizzi che nel 1976 riduceva (pardon!) la famosissima Is-Ought Question a due problemi fondamentali:

  • α) si può ridurre «deve» a «è»?
  • β) si può derivare «deve» da «è»?48

Il problema (α) è coinciso con il programma di Jørgensen, e segnatamente «nel chiedersi se qualsiasi enunciato contenente “deve” può essere eliminato a favore di un enunciato non-prescrittivo equisignificante».49 Invece, il problema (β), a differenza del problema (α), non è un problema di analisi del linguaggio della morale, ma di derivabilità di «deve» da «è», e segnatamente valutare il fondamento, ovvero la correttezza formale, di ragionamenti che facciano uso di enunciati imperativi o prescrittivi. È un problema logico, non di analisi del linguaggio imperativo o prescrittivo, benché non sia del tutto possibile compiere quest’ultima in totale assenza di logica o di strumenti logici. Questo secondo problema, a parere di Pizzi, attiva la logica deontica, ovvero quella particolare «classe di calcoli logici nel cui linguaggio è assunto come termine primitivo un simbolo per la nozione di “deve”50». A questo punto, il Nostro rende conto della logica deontica salvo rendersi conto delle effettive limitazioni formali ivi presenti, e segnatamente la natura proposizionale del linguaggio formale adoperato e la costituzionale ambiguità delle formule deontiche, le quali possono stare tanto per enunciati descrittivi di norme quanto per enunciati prescrittivi veri e propri. Di conseguenza, concludeva la sua presentazione aprendo alla possibilità, più teorica che reale, di uno sviluppo di linguaggi più potenti51 oppure ricorrendo a notazioni formali triadiche o diadiche (in luogo della usuale prospettiva monadica), consentendo, a quel punto, di render conto della logica che presiede ai ragionamenti con enunciati imperativi.52 Al netto delle considerazioni che, con il senno di poi, si potrebbero fare, Pizzi ha senza dubbio centrato il nocciolo della questione presente in Jørgensen: trasformare gli enunciati imperativi in analoghi indicativi equisignificanti (anche dal punto di vista formale), in virtù dei quali poter superare il puzzle ed attivare una logica che possa proficuamente applicarsi agli enunciati imperativi nonostante che questi ultimi siano eterogenei alla logica stessa, e per le ragioni orami note.

Tuttavia, non è per questo, che a tutta prima è effettivamente un merito, che il Nostro viene ciclicamente tirato in ballo nella storia della logica deontica; è, piuttosto, per un demerito e, come mostreremo a breve, un fraintendimento che, tuttavia, ha conseguito un riconoscimento formale tale da valere come costrutto storiografico riconosciuto. Ricordate il puzzle? Bene, praticamente ignorando il tentativo compiuto da Jørgensen, è stato inventato il dilemma di Jørgensen, una topica che ha interessato, e non poco, i filosofi della morale, ma anche i filosofi del diritto, e che è servita in funzione negativa circa le possibilità di darsi di una logica deontica. Al riguardo, non posso che concordare con le parole del recentemente scomparso Grana secondo cui «Il dilemma di Jørgensen, che pone in discussione la legittimità stessa della logica deontica, viene riproposto da studiosi che non sono disposti a tollerare i paradossi nella logica deontica e che non credono alla possibilità razionale della stessa».53 A dire il vero, il destro alla presente interpretazione circa il ruolo negativo del dilemma di Jørgensen viene a Grana dalla considerazione circa l’enorme e perturbante numero di paradossi cui incorre la logica deontica. E in questo senso, davvero l’eccessivo numero di incongruenze desta delle preoccupazioni circa la consistenza stessa della logica deontica. Ma il presente saggio non riguarda quest’ultima, ma il dibattito tra Jørgensen e Ross. Ed è curioso osservare come ambedue abbiano contribuito allo sviluppo della logica deontica, pur non occupandosene direttamente nel triennio 1938-1941. Ora, dal discorso sviluppato dal primo emerge con una certa forza la necessità di rendere possibile un’analisi formale della logica degli imperativi, che di per sé è un’estensione della classica in genere limitata a logica delle sole enunciazioni indicative. Ma questa “necessità” ha anche valore deontico o normativo? Cioè, oltre che ad essere necessario, è anche obbligatorio? Al di là del mero gioco di parole messo in campo, quel che intendo dire è esattamente quanto segue: oltre ad essere una necessità, è possibile farlo? In questo modo, si attivano una serie di argomenti che possiamo brevemente riassumere nell’elenco che segue:

  • i) la necessità di un’analisi formale della logica degli enunciati imperativi è soltanto ideale dal momento che vige una differenza tra la logica degli imperativi e la logica degli indicativi;
  • ii) la necessità di un’analisi formale della logica degli enunciati imperativi è obbligatoria stante la connessione modale della logica delle modalità aletiche e delle modalità deontiche;
  • iii) la necessità di un’analisi formale della logica degli enunciati imperativi è reale, ma di tipo diverso dall’analisi formale della logica degli enunciati indicativi.

La tesi (i) sostiene, brevemente, che il bisogno di dare un’analisi formale delle enunciazioni imperative è di carattere teorico, non effettivo, perché la logica assume connotazioni ed istanziazioni diverse riguardo ai suoi oggetti; una cosa è la logica delle enunciazioni indicative e un’altra cosa è la logica delle enunciazioni imperative. Coloro che si riconoscono in questa tesi, o che possiamo raccogliere sotto l’etichetta (i), in genere sono considerati degli irrazionalisti normativi. E la spiegazione di ciò è piuttosto semplice. Infatti, sostenere che la logica degli imperativi sia diversa dalla logica degli indicativi significa, in buona sostanza, asserire una forma di irrazionalismo normativo dal momento che continua a sfuggire alla logica il senso delle enunciazioni normative. Ovviamente, non giudico il particolare percorso che conduce questi autori ad un tale esito, ma la meta finale che depone contro un’estensione della logica. La tesi (ii) sostiene, in breve, che la necessità di un’analisi formale delle enunciazioni imperative è dovuta dal momento che la logica modale e la logica deontica condividono una medesima origine.54 Per meglio comprendere questa tesi, è opportuno aprire una parentesi che prometto breve intorno alla logica delle modalità. Via Frege e Kripke, la logica modale diviene proposizionale, ovvero si avvia verso una considerazione formale che prenda in considerazione il modo delle proposizioni.55 Di conseguenza, viene messo in campo un tipo di analisi formale che prenda in considerazione la modalità enunciativa o i modi di enunciazione linguistica. Successivamente, si scorge un’analogia tra i modali aletici (possibile, necessario, indifferente) e i modali deontici (permesso, obbligatorio, facoltativo).56 Ma proprio a causa di questa connessione, si deve mandare ad effetto un’analisi formale della logica degli enunciati imperativi. Che è proprio la tesi (iii), ovvero di un’analisi formale della logica degli imperativi che sia effettiva ma diversa dall’analisi formale della logica degli indicativi. E, si badi bene, qui analisi formale può venir contratta in logica. Dunque, quel che sostiene l’ultima tesi è che la logica degli imperativi esiste, ma va considerata di tipo diverso dalla logica degli indicativi. In qualche modo, allora, attraverso il puzzle di Jørgensen e il dilemma inventato da Ross, stiamo sviluppando il campo per una logica degli imperativi consistente e in nulla dipendente dalla logica degli enunciati al modo indicativo. Ma possiamo sostenere che siffatta logica dovrebbe essere indipendente dallo specifico modo d’enunciazione? Questo ci riporta alle questioni di fondo insite tanto nel puzzle quanto nel dilemma, e segnatamente:

  • X) la logica è davvero eterogenea alle enunciazioni imperative?
  • Y) è veramente possibile una logica non vero-funzionale?

I vari autori, pur riferendosi ad entrambe le questioni, hanno maggiormente insistito sulla prima, dedicando poco spazio alla seconda. Sinceramente, la tesi (X) non la trovo particolarmente feconda dal momento che si limita a rimarcare una difficoltà, senza approdare a o rendere possibili effettivi progressi conoscitivi. Invece, la testi (Y), pur rimanendo problematica, è più stimolante. O, perlomeno, la trovo maggiormente interessante. Non inganni l’avverbio; infatti, se un trattamento formale delle enunciazioni imperative non può prescindere da una logica diversa da quella che prende in considerazione le enunciazioni indicative, possiamo costruire una logica non vero-funzionale?57

Quel che la tesi (Y) fa, e per davvero, è problematizzare, in senso filosofico, le possibilità stesse di una logica deontica in quanto logica delle enunciazioni imperative ma non vero-funzionale. Non è un caso, allora, che i detrattori, a vario titolo, della logica deontica abbiano recentemente (ri)scoperto il dilemma di Jørgensen:58 si tratta solamente del tentativo di screditarne il compito, ma anche la natura. Giusto per ribadire i due corni del dilemma o, più semplicemente, la tesi (X) e rispondervi negativamente. Se non esiste una logica specifica per le enunciazioni imperative, collassa l’intero edificio deontico. Tuttavia, finiremmo con il buttare via anche il bimbo con l’acqua sporca. Ovvero, ci ritroveremmo improvvisamente indietro di circa un secolo ed arenati innanzi ad un presunto mistero, la significanza razionale degli enunciati imperativi. E d’altro canto è proprio questa novità l’aspetto maggiormente rilevante sia ai fini presenti sia per le finalità generali del discorso filosofico contemporaneo. Ancora una volta, con lungimiranza, von Wright, grande interprete del XX secolo, ci mostra quanto finiremmo per perdere. In modo particolare, osservava come fosse tendenza costante del Primo Dopoguerra «an increased interest in the concepts and problems relating to human action»,59 una tendenza così promettente da mettere capo ad un preciso filone d’indagine filosofica, ovvero «so called analytical philosophy».60 L’estensione degli interessi filosofici agli usi del linguaggio e ai suoi diversi giochi, lungo la scia di Wittgenstein (ed in effetti von Wright fu anche uno degli esecutori testamentari del logico austriaco), condusse inevitabilmente ad indagare l’azione umana. Non deve sorprendere, allora, che questo interesse coinvolgesse anche la logica. Infatti, le «various forms of practical discourse […] were often labelled “alogical” or even “meaningless”»61 ma questo fu soltanto un prejudice, e «an unwarrented identification of the domain of logic with that of theoretical (true or false) discourse».62 Proprio la vivacità di questo nuovo filone della ricerca logica è responsabile della (ri)nascita moderna, proprio ad opera dello stesso von Wright, della logica deontica. Ma nel caso presente il Nostro la differenzia dalla logica degli imperativi, che egli chiama anche Imperative Logic.63 Dunque, par di capire, pur essendo le due prospettive molto vicine, sono in realtà distinte ma non anche irrelate tra loro. Prova ne sia il ruolo che Ross ha avuto nel coniare uno dei primi paradossi della logica deontica (il paradosso di Ross); al quale possiamo aggiungere senza dubbio la ripresa coeva del puzzle jørgensiano (o del dilemma, nella versione datane da Ross stesso) per mettere in dubbio la consistenza formale della logica deontica medesima. Ma se trattasi, come pare, di una prospettiva diversa, avrebbe senso la sua evoluzione storica differente da quella seguita dalla logica deontica. Ora, pur reputando interessanti questi sviluppi, ha priorità tornare allo specifico della discussione presente, ovvero la disputa tra i due scandinavi.

La discussione intorno alla possibilità (anche qui!) di una logica per gli imperativi è stata molto vasta ed articolata. Il suo punto problematico principale, però, è stata la questione «sometimes referred to as Jørgensen’s Dilemma»,64 di come le relazioni logiche, come l’implicazione la negazione o l’equivalenza «can obtain between imperatives».65 Come si vede, e come peraltro dovrebbe a questo punto essere chiaro, gli imperativi «cannot be true or false. But they can be obeyed or disobeyed, assented or dissented from, appropriate or inappropriate (to a situation), in force or invalid».66 Si tratta del ben noto puzzle di Jørgensen, poi confluito nel dilemma omonimo (ma creazione originale di Ross). Ora, von Wright, di straforo, suggerisce che una delle due ultime coppie di valori per gli imperativi potrebbe fare al caso nostro per trovare «a solution to Jørgensen’s difficulty».67 A mio avviso, due sono gli elementi da trarre da questo passo. Primo: pur facendo letterale riferimento al dilemma, von Wright pare aver chiara la differenza tra le difficoltà (puzzle) scorte da Jørgensen, e nelle quali in parte s’è irretito lui stesso, e il successivo dilemma di Jørgensen, che parte da quelle difficoltà ma le irrigidisce nei due corni (C1) e (C2) summenzionati. Quindi, le une (le difficoltà, il puzzle) non sono il secondo (il dilemma). Secondo: pur tenendo distinti il puzzle e il dilemma, von Wright recupera parte della soluzione che al primo dava lo stesso Jørgensen, sostituire ai valori di vero e di falso dei valori analoghi ma specificatamente normativi, e che aveva scatenato il commento di Ross con la sua accusa di pseudologica. In verità, il problema deriva (anche, ma non solo) dalla difficoltà di individuare un significato solamente normativo per la razionalità soggiacente alle enunciazioni imperative. Per completezza, il problema deriva (anche, ma non solo) dalla difficoltà di individuare un significato solamente normativo per la razionalità soggiacente alle inferenze normative (o con imperativi). Il problema è lo stesso nei due scandinavi, ma diversi sono gli approdi.

Ora chiediamoci: questo discorso ha forse qualche attinenza con la logica deontica? Come visto in precedenza, sì e no nel senso che comunque entrambi gli autori si collocano alcuni anni prima del 1951, anno che fa da spartiacque tra prima e dopo della logica deontica, sebbene entrambi partecipino allo sviluppo di un particolare tipo di discorso che rende possibile il successivo sviluppo formale della logica deontica stessa. Tuttavia, è comunque possibile rilevare ulteriori due ruoli, non sappiamo quanto intenzionali, dei Nostri riguardo alla storia della logica deontica. Un primo, approssimativamente, riguarda la genesi del discorso deontico, e segnatamente lo studio formale dei concetti normativi; mentre, un secondo riguarda la scoperta di innumerevoli difficoltà che attanagliano l’intera storia novecentesca della disciplina, e segnatamente l’incredibile numero di contraddizioni cui incorre. Rispettivamente, sul primo ruolo ci faremo guidare da Mazzarese; invece, sul secondo, sia pure molto brevemente, da Sartor.

Tecla Mazzarese correttamente individua nel 1951,68 anno di pubblicazione da parte di Georg Henrik von Wright del saggio Deontic Logic, la nascita della logica deontica moderna. Quest’ultima viene considerata l’insieme dei sistemi formali, o calcoli, «che assumono ad oggetto il comportamento logico di concetti normativi quali obbligo, divieto, permesso, facoltà, diritto, pretesa».69 Ma essa pare non coincidere con la logica giuridica o delle norme. Pertanto, essa si propone di «individuare e di caratterizzare e quali siano e/o possano essere i rapporti logici che sono specifici delle norme».70 Cosa sosteneva Jørgensen? È possibile applicare la logica verofunzionale agli imperativi, di per sé né veri né falsi? E se sì, come? E proseguiva sviluppando la sua (pseudo)logica degli imperativi per mezzo di analoghi indicativi (che ne conservassero tutte le proprietà logiche, nonostante la conversione/traduzione). E cosa sosteneva Ross? Che, stando al ragionamento di Jørgensen, incappavamo in un dilemma: o la logica è verofunzionale e le norme sono irrazionali oppure la logica non è (soltanto) verofunzionale e le norme sono razionali. Solo che, infine, questa benedetta logica propria degli imperativi rimaneva piuttosto vaga, eccezion fatta per la proposta di correggere (o di riprendere?) Jørgensen sviluppando una logica della validità. Inoltre, in Jørgensen il ragionamento con imperativi restava impossibile, ma il problema veniva sostanzialmente aggirato sostituendo a questi i famigerati indicativi descriventi. In Ross, invece, i ragionamenti con imperativi erano del tutto sensati; ad essere insensata rimaneva invece una certa concezione della teoria logica attardata su parziali interpretazioni della lettera aristotelica. Come si vede, dunque, tanto Jørgensen quanto Ross hanno avuto un ruolo, sia pure marginale e poco diretto, allo sviluppo della logica deontica. Almeno, in positivo. Piuttosto, e molto più incisivo, è stato il loro ruolo in negativo. Infatti, dire che v’è un puzzle oppure asserire la presenza, e consistenza, di un dilemma, depone a sfavore della possibilità teorica di una logica deontica. Lo sviluppo della logica deontica, anche sotto la spinta della necessità di ovviare a contraddizioni che via via i singoli sistemi presentavano, ha generato un proliferare «di calcoli sempre più sofisticati sotto il profilo formale, ma spesso carenti sotto il profilo più specificatamente teoretico e filosofico».71 Questa è un’accusa precisa e difficilmente smontabile. In modo particolare, Mazzarese elenca le seguenti difficoltà:

  • 1) la logica deontica manca di caratterizzare con chiarezza quale tipologia di norme s’indaghi il comportamento logico;
  • 2) la logica deontica non chiarisce se le norme, di cui indaga il comportamento logico, siano o meno organizzate in sistema (il riferimento dell’autrice va al linguaggio giuridico per il quale le norme costituiscono un preciso sistema giuridico di riferimento);
  • 3) la logica deontica non precisa chiaramente se, nel caso in cui le norme di cui indaga il comportamento logico costituiscono un sistema normativo, quest’ultimo sia statico oppure dinamico;
  • 4) la logica deontica non esprime adeguata chiarezza circa le formule adoperate, e segnatamente se queste ultime stiano per enunciati di norme o per enunciati descrittivi di norme.72

È come se i logici deontici avessero puntato maggiormente sullo sviluppo formale, anche sotto la spinta della necessità di emendare i vari calcoli di difetti strutturali, e meno sulla giustificazione teorica della disciplina. Non deve, dunque, sorprendere, allora, il pesante giudizio negativo di Giovanni Sartor il quale, alcuni anni dopo Mazzarese, ravvisa come a cotanto sviluppo formale degli ultimi quarant’anni non sia corrisposta o seguita una logica deontica fondata su «solide fondamenta logiche e filosofiche».73 Le precedenti perplessità di Mazzarese inverano, anche se in modo non esaustivo, il giudizio di Sartor. E, d’altra parte, un sistema formale pieno zeppo di contraddizioni come potrebbe venir considerato consistente? Il che, dal lato teorico, significa essere deficitario di solide fondamenta. Infatti, la lezione combinata dei due danesi è che non basta voler applicare la logica alle enunciazioni imperative perché si abbia una logica degli imperativi, ma che detto compito, per quanto urgente ed importante, vada sviluppato adeguatamente, ovvero vada giustificato nelle sue premesse e coerentemente sviluppato dotandolo di solide fondamenta teoriche. Cosa che, purtroppo, non è stata fatta nel corso del XX secolo, o se è stata fatta, la si è fatta non in maniera sistematica.

4. Conclusioni

Sinora ci siamo destreggiati, con alterna fortuna, intorno ai luoghi storiografici di nascita di due topiche di fondamentale importanza per lo sviluppo della filosofia del linguaggio morale e della logica del linguaggio normativo, segnatamente il dilemma di Jørgensen e il paradosso di Ross. Adesso è il momento di demitizzare questi due esiti e di restituire a Jørgensen quel che è di Jørgensen. Bene, il puzzle, almeno per come lo abbiamo tratteggiato sinora, è sicuramente opera del Nostro, ma, come mostrato ampiamente, egli non si limitò a coglierne l’esistenza, ma propose una precisa strategia per superarlo, nonostante che ciò sia coinciso con lo sviluppare una dubbia logica di enunciati indicativi paralleli di equivalenti imperativi. Allora, se così è, non è legittimo asserire che il dilemma di Jørgensen discenda dal lavoro del logico danese. Anzi, può legittimamente sostenersi che Jørgensen non subì affatto la maledizione del puzzle, e, dunque, la netta separazione manichea dei divisionisti di varia risma. Al massimo, egli prestò, a sua insaputa, il proprio cognome ad una topica effettivamente estranea alla sua riflessione intorno ai rapporti tra la logica e gli imperativi. Addirittura, si potrebbe esagerare asserendo che Jørgensen stia al dilemma omonimo come Ross sta al paradosso di Chisholm. Trattasi di corsi di riflessione distinti, quando non anche irrelati gli uni agli altri. E in effetti, i nomi di Ross e di Chisholm non sono gettati a caso, ma rimandano ad una precisa evoluzione storica responsabile per l’appunto di aver cucito addosso all’incolpevole Jørgensen il dilemma che ne porta il nome. Dobbiamo, infatti, ad Alf Ross il conio di quest’infamia, oltre che ad aver formulato il paradosso che ne porta il nome. Dunque, Ross non c’entra con il paradosso formulato da Chisholm, ma è sua la paternità e del dilemma di Jørgensen e del paradosso omonimo. Che poi questa direzione evolutiva condivida gran parte del suo sviluppo con la storia della logica deontica moderna è, se si vuole, una proficua occasione di contaminazione reciproca, ma che esula dalle finalità presenti.

Vediamo, allora, di riassumere brevemente, per concludere, a tutto vantaggio dei perplessi. Jørgensen nel 1937-8 scorge una difficoltà (storica) nel compiere un trattamento formale di enunciazioni non verofunzionali, come per l’appunto le enunciazioni imperative. Questa difficoltà, che egli chiama puzzle, è l’embrione della topica posteriore sviluppata in dilemma, ma che lui supera giungendo ad una proposta logica, di per sé dubbia e controversa, su un trattamento formale degli imperativi interpretati come corrispondenti ad equivalenti indicativi (a tal punto capaci da perpetuare in essi le medesime proprietà razionali di quelli imperativi). Siccome questi ultimi sono adeguatamente trattabili dalla logica verofunzionale, la difficoltà iniziale verrebbe così superata (per tramite indicativo di natura doppia, tanto indicativa quanto imperativa). Sembra anche di capire, a maggior enfasi su un giudizio complessivo di natura negativa al riguardo, che per Jørgensen una logica di tali indicativi derivati da imperativi sia una sorta di applicazione per via analogica della logica medesima agli imperativi, stante l’analogia tra gli uni e gli altri. Ha, allora, buon conto Alf Ross a valutare negativamente la proposta di Jørgensen, bollandola come pseudo-logica dal momento che nessun rapporto effettuale è possibile cogliere tra gli enunciati imperativi e i loro corrispettivi indicativi, salvo arenarsi a sua volta in alcune amenità (p.e. la logica è nativamente capace di trattare formalmente enunciazioni imperative così come linee inferenziali). Allora, Jørgensen si sbaglierebbe, credendo di aver trovato un modo per trasformare in indicativi gli imperativi. Più realisticamente, Ross suggerisce che Jørgensen abbia semplicemente sostituito agli imperativi degli enunciati indicativi inventati alla bisogna. Inoltre, la logica verofunzionale si applica già, e da sempre, senza difficoltà di sorta, alle enunciazioni indicative. Pertanto, al riguardo, nessun merito potrebbe essere riconosciuto a Jørgensen. Ma Ross non parlò anche di dilemma di Jørgensen? La risposta, ovviamente, lascia aperto il campo degli eventuali meriti o colpe da attribuire a quest’ultimo. E, maliziosamente, lo lasciamo aperto al lettore!


  1. Cfr. J. Jørgensen, «Imperatives and Logic», Erkenntnis, 1937 – 8, n. 7, p. 288 e sgg. ↩︎

  2. Per una sua disamina approfondita, benché distante dalla prospettiva qui presente, cfr. A. Marturano, Il “dilemma di Jørgensen”, Aracne, Roma 2012. ↩︎

  3. Cfr. A. Pizzo, «Tre argomenti chiave per comprendere il “Dilemma di Jørgensen”», Diritto&diritti (ISSN: 1127-8579), inserito il 26 Ottobre 2016, portale online: https://www.diritto.it/tre-argomenti-chiave-per-comprendere-il-dilemma-di-jorgensen/↩︎

  4. Cfr. A. Pizzo, «Il puzzle di jørgensen: enigma vs. dilemma», Diritto&diritti, ISSN: 1127-8579, inserito il 19 Marzo 2014, portale online: https://www.diritto.it/il-puzzle-di-jorgensen-enigma-vs-dilemma/. Cfr. A. Pizzo, «Il dilemma di Jørgensen. Tre questioni chiave», Filosofia e nuovi sentieri, ISSN 2282-5711, inserito il 2 Ottobre 2016, portale online: https://filosofiaenuovisentieri.com/2016/10/02/il-dilemma-di-jorgensen-tre-questioni-chiave↩︎

  5. Cfr. J. Jørgensen, op. cit., p. 288. ↩︎

  6. Ibidem. ↩︎

  7. Supra. ↩︎

  8. Ibidem. ↩︎

  9. Supra. ↩︎

  10. Cfr. A. G. Conte, Alle origini della deontica: Jørgen Jørgensen, Jerzy Sztykgold, Georg Henrik von Wright, in A. G. Conte, Filosofia del linguaggio normativo. III. Studi 1995 - 2001, Giappichelli, Torino 2001, p. 641: «La teoria di Jørgen Jørgensen (1894 – 1969) è nata come critica d’una tesi formulata da Jules Henri Poincaré (1854 – 1912)». ↩︎

  11. Cfr. J. H. Poincaré, La morale e la scienza, in J. H. Poincaré, Ultimi pensieri, Dedalo, Bari 2016, pp. 154 – 161. ↩︎

  12. Cfr. J. Jørgensen, op. cit., p. 288. ↩︎

  13. Ivi, p. 289. ↩︎

  14. Ibidem. ↩︎

  15. Ivi, p. 291. ↩︎

  16. Ibidem. ↩︎

  17. Ivi, p. 292. ↩︎

  18. Ibidem. ↩︎

  19. Supra. ↩︎

  20. Ivi, pp. 292-3. ↩︎

  21. Ivi, p. 293. ↩︎

  22. Ibidem. ↩︎

  23. Ivi, p. 296. ↩︎

  24. Ross ha dedicato gran parte della sua avventura intellettuale all’esplorazione del fenomeno normativo. In modo particolare, forte del suo orientamento realista, ha cercato di dare una spiegazione razionale della normatività umana. Su questo aspetto, ho scritto quella che, forse, è stata la mia prima pubblicazione in assoluto. Cfr. A. Pizzo, «Una possibile definizione di «normativo». Lettura a partire dalla spiegazione di Ross», Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in linea], anno 6 (2005), ISSN 1128-5478, contenuto online: https://mondodomani.org/dialegesthai/ap01.htm↩︎

  25. Cfr. A. Ross, Imperativi e logica, in A. Ross, Critica del diritto e analisi del linguaggio, ed. or. 1941, Il Mulino, Bologna 1982, p. 75. ↩︎

  26. Ivi, p. 76. ↩︎

  27. Ivi, p. 77. ↩︎

  28. Cfr. R. H. Marín, «Practical Logic and the Analysis of Legal Language», Ratio Juris, 1991, n. 4, p. 323. ↩︎

  29. Cfr. G. H. von Wright, «Deontic Logic: A Personal View», Ratio Juris, 1999, n. 1, p. 27. ↩︎

  30. Cfr. A. Pizzo, Pensiero pratico e logica deontica: assenza o presenza di razionalità?, in A. Pizzo, Logica del linguaggio normativo. Saggi su logica deontica ed informatica giuridica, Aracne, Roma 2010, p. 107 e sgg. ↩︎

  31. Cfr. A. Ross, op. cit., p. 77. ↩︎

  32. Ivi, p. 78. ↩︎

  33. Ibidem. ↩︎

  34. Supra. ↩︎

  35. Ibidem. ↩︎

  36. Supra. ↩︎

  37. Ibidem. ↩︎

  38. Ivi, p. 81. ↩︎

  39. Ivi, p. 82. ↩︎

  40. Ivi, p. 83. ↩︎

  41. Ibidem. ↩︎

  42. Ivi, p. 84. ↩︎

  43. Ibidem. ↩︎

  44. Ivi, p. 95. ↩︎

  45. Ibidem. ↩︎

  46. Cfr. B. Celano, «Per un’analisi del discorso dichiarativo», Teoria, 1990, n. 1, p. 166: «È noto che lo sviluppo della filosofia analitica successivo alla sua fase strettamente neopositivistica ha portato all’ampliamento di significanza del discorso, riconoscendo la sensatezza di diverse forme di enunciazione non dichiarativa. L’analisi del discorso prescrittivo costituisce, insieme alla logica deontica, il risultato principale di questo allargamento del campo di indagine». ↩︎

  47. Cfr. S. Cremaschi, L’etica del Novecento. Dopo Nietzsche, Carocci, Roma 2005, p. 64: negli «anni quaranta iniziò a concentrarsi l’attenzione sulle possibili conseguenze per l’etica degli sviluppi della logica. Una delle linee di ricerca intraprese fu quella dello sviluppo di sistemi di logica formale specifici per il linguaggio deontico, cioè contenente prescrizioni […] una seconda linea partì dalla riscoperta della critica humiana al passaggio is–ought». ↩︎

  48. Cfr. C. Pizzi, «Essere e dover essere: una nota sulla logica deontica», in U. Scarpelli (cur.), Fascicolo monografico. Rivista di Filosofia, 1976, n. 4, p. 181. ↩︎

  49. Ibidem. ↩︎

  50. Ivi, pp. 181-2. ↩︎

  51. Ivi, p. 197. ↩︎

  52. Ibidem. ↩︎

  53. Cfr. N. Grana, Logica deontica paraconsistente, Liguori, Napoli 1990, pp. 13-14. ↩︎

  54. Entrambe sono delle logiche intensionali e vertono sulla funzione della modalità enunciativa. In modo particolare, e rilevante per i fini presenti, esse rivestono un ruolo importante perché consentono di affrontare problematiche tipicamente filosofiche, cui la logica deontica e quella epistemica si prestano ad essere applicate. Cfr. S. Galvan, Logiche intensionali. Sistemi proposizionali di logica modale, deontica, epistemica, Franco Angeli, Milano 1991, p. 15. ↩︎

  55. Cfr. M. Frixione - S. Iaquinto - M. Vignolo, Introduzione alle logiche modali, Laterza, Roma-Bari 2016, p. 33 e sgg. ↩︎

  56. Cfr. O. Becker, Logica modale. Calcolo modale, Parerga, Faenza 1979, p. 62; Cfr. N. Bobbio, «Logica giuridica (II)», in N. Bobbio, Contributi ad un dizionario giuridico, Giappichelli, Torino 1994, p. 150. ↩︎

  57. Per strano che possa sembrare, la possibilità di una logica non verofunzionale è stata presa in considerazione, anche all’interno degli studi deontici. Cfr. C. E. Alchourròn – A. A. Martino, «Logic without Truth», Ratio Juris, 1990, n. 3, pp. 46-67. In modo particolare, gli autori hanno proposto di implementare una nozione astratta di conseguenza mutuata sulla nozione di sequenza della logica (intuizionistica) di Gentzen. ↩︎

  58. Cfr. A. Pizzo, Cos’è la logica deontica?, in A. Pizzo, Logica del linguaggio normativo. Saggi su logica deontica ed informatica giuridica, Aracne, Roma 2010, p. 82. ↩︎

  59. Cfr. G. H. von Wright, The Logic of Practical Discourse, in R. Klibansky (ed.), Contemporary Philosophy. A Survey. Vol. I, La Nuova Italia, Firenze 1968, p. 141. ↩︎

  60. Ibidem. ↩︎

  61. Supra. ↩︎

  62. Ibidem. ↩︎

  63. Supra. ↩︎

  64. Ivi, p. 153. ↩︎

  65. Ivi, p. 154. ↩︎

  66. Ibidem. ↩︎

  67. Supra. ↩︎

  68. Cfr. T. Mazzarese, Logica deontica e linguaggio giuridico, Cedam, Padova 1989, p. 3. ↩︎

  69. Ibidem. ↩︎

  70. Ivi, p. 7. ↩︎

  71. Ivi, p. 10. ↩︎

  72. Ibidem. ↩︎

  73. Cfr. G. Sartor, Intelligenza artificiale e diritto. Un’introduzione, Giuffré, Milano 1996, p. 87. ↩︎