Il pretesto del desiderio. Passione e misticismo nel pensiero di Denis de Rougemont

Il mito dell’amore, la storia della morte

Passione come desiderio inappagato: è tutto quello che permea la cultura romanzesca occidentale, la nostra letteratura, le nostre poesie, le struggenti canzoni, la nostra pubblicità, il nostro, oserei dire, Stile erotico e passionale. Il lirismo occidentale è contrassegnato da questo fatto: l’amore non va cercato per placare i sensi, non è teso alla pacificazione di due spiriti che si ritrovano per una contenta condivisione. Può sembrare così a prima vista, essendo i processi di pensiero, per lo più inconsci, ma non ci vuole poi molto a capire che tutta la cultura occidentale di riferimento, identifica la passione con la sofferenza, e che, da questo legame indissolubile siamo enormemente condizionati, nelle scelte, nelle ispirazioni, nelle storie vissute e negli adulteri compiuti o subiti.

La repulsione che proverà il lettore a riconoscere che passione e adulterio il più delle volte si confondono in seno alla nostra società, non è forse la prima prova di questo fatto fondamentale? Che noi vogliamo la passione e l’infelicità a condizione di non confessar mai che le vogliamo in quanto tali?1

Da dove viene una credenza simile? Difficile è pensare che si tratti di una predisposizione connaturata all’umano e universalmente costante, non lo è affatto. La cultura antica ne è totalmente libera, l’antica Grecia, ad esempio, produceva ben altri miti collegati al valore del coraggio e della guerra ed è sufficiente leggere cinque righe dell’Iliade per accorgersene. Poi un bel giorno, gli uomini si svegliarono e cercarono la passione struggente che li avrebbe portati alla deriva.

De Rougemont fa risalire tale tendenza culturale e spirituale a un’epoca ben precisa: il dodicesimo secolo che con la poesia provenzale ha trasmesso gli ideali dell’amor cortese e del codice cavalleresco, ben oltre il Medioevo, risalendo dall’ottocento romantico e giungendo fino a noi. Il mito dell’adulterio, responsabile di come l’amore viene percepito da noi occidentali è Tristano e Isotta.

Vediamo insieme quelli che sono i tratti rilevanti della storia al fine di comprendere meglio la tematica affrontata.

Si riassumeranno i principali avvenimenti del romanzo, basandoci sui tratti essenziali del mito primitivo, ossia quello di Béroul, Thomas e Eilhart, su cui si basano anche le versioni ulteriori.

Il re Marco di Cornovaglia decide di sposare la fanciulla della quale un uccello gli ha portato un capello d’oro e affida al cavaliere Tristano il compito di cercare per il mondo la ragazza. Recuperata la principessa Isotta, i due navigano per tornare in Cornovaglia, in alto mare il caldo è opprimente, hanno sete, la serva Brangania dà loro da bere ma per un errore versa il vino magico destinato agli sposi. Ecco che i due si innamorano perdutamente e si abbandonano all’amore; dopo una serie infinita di peripezie, il re Marco viene a conoscenza del tradimento affidando Isotta a una schiera di lebbrosi e condannando a morte Tristano. Tuttavia questi riesce a salvare sé stesso e la principessa fuggendo nella foresta di Morrois dove trascorreranno una vita dura e difficile; un giorno Marco li sorprende addormentati ma il caso vuole che Tristano abbia posato tra i loro corpi la sua spada facendo commuovere il re per la convinzione che questo sia un segno di castità, così gli innamorati vengono risparmiati e il re sostituisce la spada del cavaliere con la propria. Trascorsi tre anni il filtro cessa di agire, i due si pentono e Isotta rimpiange la corte, Marco concede il perdono agli amanti e riprende con sé la sua regina. Tristano si allontana per altre battaglie e sarà ferito a morte, invocherà l ’aiuto di Isotta come altre volte, l’unica in grado di guarirlo. La nuova moglie di Tristano, però, si vendicherà per gelosia annunciando falsamente che l’uomo è ormai morto e ritardandone il salvataggio, così che egli alla fine si lascerà morire realmente e Isotta giunta a destinazione morirà di dolore tra le braccia dell’amato.

Un mito è una storia simbolica in grado di riassumere un numero infinito di situazioni analoghe. Esso esprime le regole di condotta di un gruppo sociale o religioso e il potere che acquista su di noi è sempre a nostra insaputa.

Tristano e Isotta, dichiarano più volte di non amarsi confessando che è solo per il filtro che sono rimasti legati l’uno all’altra e il mito è pieno di enigmi. I due sono totalmente estranei, il loro legame non diventa mai davvero confidenziale e anche quando non ci sarebbero ostacoli, loro ne creano qualcuno perché sembra che senza problemi non riescano proprio a vivere. Se Tristano non sapeva che li avrebbe sorpresi il re nella foresta, perché ha diviso il suo corpo da quello di lei con la spada? Lascia vergine la sua nuova sposa, quindi volendo sarebbe potuto tornare dall’amata, in quanto non era vincolato da nessuna legge matrimoniale, perché non lo fa? Perché la lascia tornare dal re? Tristano e Isotta non si amano: «Q’el m’aime, c’est par la poison» dice Tristano, «Il ne m’aime pas, ne je lui. Fors par un herbé dont je bui et il en but: ce fu pechiez»,2 risponde Isotta.

Ciò che essi amano è l’amore, è il fatto stesso d’amare. E agiscono come se avessero capito che tutto ciò che si oppone all’amore, lo garantisce e lo consacra nel loro cuore, per esaltarlo all’infinito nell’istante dell’abbattimento dell’ostacolo, che è la morte. Tristano ama sentirsi amato e Isotta non fa nulla per trattenere Tristano presso di sé: le basta un sogno appassionato. Hanno bisogno l’uno dell’altra per bruciare, ma non dell’altro come è in realtà. Non hanno bisogno della reciproca presenza ma della reciproca assenza.3

A questo punto sembra che la passione d’amore si alimenti così tanto di minacce e di assenze da risultare valida non tanto per quello che è ma per quello che rappresenta e simbolizza. Cosa si cela dietro quest’amore e questa maschera?

Denis de Rougemont risponde il desiderio di morte, cioè a volontà inconscia di cadere nell’oblio dell’universo per ricongiungersi finalmente al tutt’uno, disintegrando l’esistenza individuale e perdendosi nel nulla.

Nel Tristano e Isotta composto da Wagner troviamo, non a caso, queste parole: «Ella m’ha interrogato un giorno ed ecco che mi parla ancora. Per qual destino son nato? Per qual destino? La vecchia melodia mi ripete: Per desiderare e per morire».4

La filosofia mistica delle religioni pagane

Già Huizinga dichiara per la prima volta che il Medioevo rappresenta un punto di rottura con l’antichità, per aver sviluppato un ideale d’amore su base negativa.5 È questo il tema caro al giovane De Rougemont, che colpito da tale singolarità, è determinato a comprendere il motivo di questo brusco distacco dal passato, e lo fa superando l’estetica del romanticismo idealizzato da Huizinga, proprio perché Denis de Rougemont è un cristiano protestante, e la ragione di cui è alla ricerca, sarà inerente a questo preciso paradigma filosofico.

La poesia cortese diventa, nella sua spiegazione, una maschera del socialmente represso; e che cos’è socialmente represso nel Medioevo?

Tutte le sette eretiche (gnostici, albigesi, manichei e soprattutto catari) in resistenza al Cristianesimo che va istituzionalizzandosi. Tutta quella mistica pagana, così soffocata e censurata, è giunta fino a noi diventando la forma inconscia del nostro sentire comune. La cultura di una civiltà non ha scampo, quand’anche sia soppressa violentemente, addirittura in maniera fisica (in questo caso si ricordi la strage degli albigesi), in qualche modo ritorna per vie inconsce.

Una delle prime correnti religiose ad influenzare l’arte e le lingue romanze fu il druidismo dei celti. I druidi erano al tempo stesso sacerdoti, frati, indovini e medici, che celebravano il culto di madre natura secondo un’ottica ambientale ed ecologica molto forte. Due cose ci preme sottolineare su queste confraternite celtiche: la donna occupa posizioni di alto rilievo, soprattutto in veste di sacerdotessa, in quanto ritenuta manifestazione umana dell’energia sacra, profetica e procreatrice della natura. Il secondo elemento connotativo del druidismo è l ’enfasi riposta nella morte. La vita dopo la morte era, per i celti, una vita avventurosa non molto dissimile da quella terrestre ma purificata e dalla quale certi eroi potevano ritornare nel mondo dei vivi con altri visi e altri nomi. La loro metafisica della morte era molto vivida e come dice Hubert «i celti hanno molto sognato sulla morte, era una compagna familiare a cui è piaciuto loro dissimulare il carattere inquietante».6 Nel druidismo la morte è il centro di una lunga vita e la libertà per essi così preziosa non poteva essere negata in alcun modo anche a prezzo di morire.

Sullo sfondo del paganesimo medievale, troviamo anche la filosofia mistica del manicheismo, una mescolanza di dottrine giudaico-cristiane, gnostiche e buddiste dove assume particolare rilevanza il dualismo bene e male, luce e tenebre. Nella cultura europea della Linguadoca il pensiero manicheista fu particolarmente fertile e suo dogma fondamentale era la natura divina dell’anima, imprigionata nelle forme tristi e costrittive della materia. Inizialmente il principio del male trionfa sull’amore, poi si verificherà il contrario quando Dio verrà a liberare il mondo; fino ad allora l’uomo deve fare di tutto per liberarsi dalle forze oscure che sono in lui, anche se ciò richiede sacrifici e privazioni, che vanno dalla mortificazione del corpo all’astensione dalla pratica sessuale, ai digiuni, a un sistema di vita fondato sul vegetarianismo. La morte è il riscatto per il dolore di essere nati. Non possediamo testimonianze scritte dirette, soprattutto a causa delle persecuzioni atroci subite dai seguaci di Mani, conosciamo di loro solo quello che riportano testi storici, per lo più avversari a questo sistema religioso. Tuttavia è interessante notare come secondo una pubblicazione del 1937,7 la fede manichea sia essenzialmente lirica, estranea a ogni forma di razionalismo e concettualismo, al punto di trovare il suo essere nella pura e intensa emotività in cui l’angoscia e l’estasi sono simultanee e impossibili da sistematizzare in un pensiero logico. Già questo ricorda un particolare di Tristano: egli nell’opera di Wagner ha un segreto «che non sa dire ma solo cantare».

Sempre nella stessa epoca e soprattutto nelle stesse province in cui nacque la lirica cortese (Poitoi, Linguadoca, Renania, Catalogna, Lombardia), si andava diffondendo un’altra potente eresia, che nel dodicesimo secolo e fino alla riforma, fece milioni di fedeli, nonostante la famosa e sanguinosa strage degli Albigesi, crociata cristiana contro i suoi seguaci. Parlo del Catarismo: i catari (dal greco catharoi, ossia puri) affondano le loro origini nell’Iran, proprio come il manicheismo. Le Inquisizioni istituite fino al 1255 da Papa Gregorio IX, bruciarono tutti i libri di culto e i trattati dottrinali dei catari così che le sole testimonianze restateci sono le confessioni durante gli interrogatori, tra l’altro poco oggettive e sollecitate dalla costrizione da parte dei giudici. Disponiamo però di due fonti probabilmente molto attendibili a cui possiamo far riferimento: un’opera teologica tardiva pubblicata nel 1939 – Il libro dei due princìpi8 – e un vangelo apocrifo9 apparso nel 1890 in cui sono descritti rituali della chiesa catara, chiamata usualmente Chiesa d’Amore, per contrapporla alla chiesa di Roma che è quella ufficiale. Il problema cruciale di tutte le filosofie eretiche a stampo manicheista è quello del male sperimentato dall’uomo in questo mondo; nel cristianesimo il conflitto con il male si risolve nella libertà e nella grazia, in queste dottrine pagane al contrario, permane l’ossessione di un dualismo non superabile che nel catarismo in particolar mondo si estrinseca in questo modo: Dio è amore ed è autore dell’universo spirituale ma il mondo naturale è malvagio, quindi quest’ultimo non può essere opera di un Dio buono, la materia è stata generata dall’angelo ribelle, Lucifero. Il diavolo è quindi, il demiurgo del mondo fisico che convince una parte considerevole di angeli a scendere dal cielo per sperimentare il piacere della materia. Usa come esca una donna di folgorante bellezza a cui le anime celesti non riescono a resistere e così inizia il dramma del genere umano…Un’anima imprigionata in un corpo che le è estraneo e separata tragicamente dal suo spirito che rimane in cielo.

Anche i catari credono in un Cristo che verrà a salvarli, ma rifiutando il dogma dell’incarnazione, sostengono che egli assuma le sembianze umane in via del tutto epifenica senza mai diventare uomo davvero. Infatti, considerate le premesse fatte, per loro sarebbe inaccettabile un Dio che si abbassi a essere carne dove la carne è il mondo creato dal maligno. Dio è spirito, l’amore è spirito, il bene e la salvezza lo sono, il mondo no. Si noti bene che i rituali catari sono tutti concentrati sulle inibizioni dei sensi e degli impulsi: astinenza sessuale perfino tra coniugi, dieta vegetariana ecc…

La condanna della carne e la repressione sessuale che molti intravedono nel cuore della filosofia cristiana, in realtà è assente nel cristianesimo originario. È piuttosto il centro del credo cataro.

Amor cortese e amore cataro. Messaggi subliminali nella poesia dei trovatori

Tutta la poesia europea deriva dalla poesia cortese del dodicesimo secolo. Tra il mille e il millecento, qualsiasi poeta, fiammingo, tedesco, portoghese o pisano era tenuto a parlare il provenzale, lingua dei trovatori, ed era quindi innanzitutto un trovatore.

Cos’è la poesia dei trovatori? L’elogio dell’amore impossibile. Il lamento dell’innamorato che sogna di possedere una donna e la dama che mai si concede. La lirica cortese si basa sul preciso rituale di uno schema fisso, il donnoi o vassallaggio amoroso: il poeta riesce a conquistare la dama con il suo canto e le giura fedeltà in ginocchio come un vassallo farebbe con il suo sovrano; in pegno d’amore la donna concede all’uomo un anello d’oro come simbolo di fedeltà e lo esorta ad alzarsi, dandogli infine un bacio sulla fronte. Da questo momento i due amanti saranno legati per sempre dalla legge della cortesia e l’uomo sarà il serviente della donna.10 Il legame, tuttavia, sarà mistico e platonico, perché non presupporrà l’unione dei corpi, cosa ovviamente, indispensabile nel matrimonio. Ecco perché l’amor cortese trova la sua ragion d’essere nell’adulterio, inteso come l’unico amore degno di nota: per l’impossibilità di essere vissuto appieno. Come asserisce uno dei primissimi trovatori, Guilhelm Montanhagol: «E d’amour mou castitaz».11 È una semplice coincidenza che i trovatori esaltino la virtù della castità come fanno i catari? Che ugualmente a essi ricevano un bacio d’iniziazione dalle loro dame? Che nel domnei si distinguano i due gradi del pregare e dell’intendere come i puri distinguevano tra perfetti e credenti? Che deridano il matrimonio, preferiscano la vita nomade e più di ogni altra cosa che elogino la morte come preferibile rispetto ai doni del mondo, proprio come indica il catarismo? Vediamo insieme qualche verso esemplare.

Così canta Aimeric de Belenoi: «Più mi è gradito dunque morire che gioire di gioia volgare».12 Ancora Marcabru: «Colui che si dispone di amare in modo sensuale si mette in guerra con sé stesso, perché è triste la continenza per lo stolto che ha svuotato la borsa».13 E sul motivo della separazione come slancio del desiderio: «Dio, come può essere che più mi è lontana, più la desidero? 14»

Come abbiamo già visto, il tema della lontananza e dell’ostacolo che rende l’amore impossibile è un tema assolutamente costante nella cultura romanzesca e lo è ancor di più nella poesia cortese, per esempio, Jaufré Rudel, trovatore occitanico ne sarà totalmente ossessionato:

Mai d’amore io godrò
se non godo di questo amor lontano
[…]
E se a lei piaccia abiterò
presso di lei, anche se di lontano
[…]
Null’altra gioia tanto mi piace
Che godere di quest’amore lontano.15

Ma la bella che si nega siamo sicuri che sia una donna? È un simbolo? Una chiesa? E perché tutti i poeti provenzali giurano di non tradirne il segreto non rivelando mai il suo nome?

Rinunciate vi dico, in nome dell’Amore,
Rinunciate perfidi impastati di malizia, a domandare chi ella sia.
[…]
Io ve lo terrò nascosto.
Morirei piuttosto che mancare in una sola parola.16

D’altro canto, oltre l’ovvio simbolismo, moltissime liriche contengono un doppio senso teso a confondere il lettore. Alegret parla chiaro: «Il mio verso sembrerà privo di senso allo sciocco che non sappia intendere il doppio significato».17 Marcabru canta: «Invero, stimo saggio colui che nel mio canto indovina ciò che ogni parola significhi […] Perché io stesso sono nell’imbarazzo se devo chiarire la mia parola oscura».18

Si tratta di comprendere le ragioni storiche di queste che De Rougemont non ritiene affatto coincidenze. L’eresia catara e la lirica cortese si sviluppano simultaneamente nel tempo e nelle stesse aree geografiche, pensare che esse siano prive di contatti sarebbe perlomeno un’ingenuità storica.

Nel 1177, Raimondo V, conte di Tolosa e signore della Linguadoca scrive:

L’eresia è penetrata dovunque. Ha gettato la discordia in tutte le famiglie, dividendo il marito e la moglie, il figlio e il padre, la nuora e la suocera! I preti stessi cedono alla tentazione. Le chiese sono deserte e cadono in rovina. Le personalità più importanti della mia terra si sono lasciate corrompere. La massa ha seguito il loro esempio e ha abbandonato la fede.19

E i trovatori, in un clima del genere, sarebbero stati immuni da condizionamenti sociali, non curanti di ciò che pensavano i signori per cui cantavano? I primi poeti del dodicesimo secolo sono apparsi nel Poitou e nel Limosimo. L’eresia, guarda caso, si diffonde da Reims, Orleans, Poitou, Limosino fino a diffondersi pienamente nel sud a Tolosa. Sappiamo che il famoso trovatore Peire Vidal è alle dipendenze dei signori del castello di Fanjeaux, la casa madre dei catari, diretta fino al 1193 da Guilabert de Castres, il più noto tra i vescovi eretici. Da Guilabert ricevono il consolamentum (battesimo cataro) Esclarmonde de Foix la Grande, Aude de Fanjeaux, Fays de Durfort, Raymonde de Saint-Germain, tutte dame dell’alta società su cui l’eresia ha un grande impatto, probabilmente per il più alto valore accordato alla donna rispetto al patriarcato feudale e per la libertà che questa poteva vivere nell’opposizione ai legami matrimoniali da cui le donne erano costrette. Peire Vidal parla anche di Stéphanie de Pennautier, detta la Loba (Lupa): «La quale mi ha conquistato così bene che per Dio e la mia fede! Il suo dolce riso rimane nel mio cuore».20 Dama Loba si era sposata giovanissima ma aveva osato lasciare marito e tetto coniugale; perseguitata dalla chiesa di Roma, era fuggita diventando la signora sovrana indiscussa del suo castello a Carcasonne, famoso punto d’incontro tra le eretiche attive e successivamente assediato con le persecuzioni cristiane. In un poema Peire Vidal elenca le corti che lo hanno ospitato, quello che viene fuori è sconcertante: Laurac, Gaillac, Saissac, Montréal, tutti castelli ospitanti eretici in cui erano nascosti conventi catari.

Ammettendo anche che si tratti di casualità, resterebbero indiscutibilmente delle circostanze in cui le corrispondenze tra poetica e dottrina eretica sono precise. Peire Cardinal, trovatore di ultima generazione, nei suoi versi, ripete i termini esatti di una preghiera catara pubblicata dal Döllinger: «Concedimi di poter amare coloro che tu ami».21

Sappiamo per certo che una quindicina di trovatori come Raimon de Miraval, Raimon Jordan, Peire Vidal, Pierre Rogier de Mirepoix, erano almeno simpatizzanti dei catari,22 e Guilhem de Durfort era un cataro vero e proprio sposato a una donna che divenne perfetta.23

La tesi centrale di Denis de Rougemont, non è sostenere che il poeta cortese sia un cataro, si tratterrebbe infatti di un’ipotesi non dimostrabile poiché non c’è traccia di dichiarazioni esplicite né negli uni né negli altri. Si ricordi che si tratta di una religione selvaggiamente perseguitata dalla chiesa di Roma, e chi serviva la chiesa d’amore (così veniva chiamata la chiesa dei puri) doveva farlo in segreto, sposandosi apparentemente con il cristianesimo e convertendosi alla religione ufficiale solo per non essere ucciso. Né nei canti dei poeti né nelle confessioni dei catari riportate dall’inquisizione, sussiste una benché minima prova di poesia convertita all’eresia e sarebbe impensabile il contrario dato che punto fermo dei catari era non rivelare mai la confessione, anche al prezzo della morte. Quello che De Rougemont crede è, però, che il lirismo cortese fu quantomeno ispirato dall’atmosfera religiosa del catarismo, ponendosi come diletto artistico al servizio di signori convertiti all’eresia, e in quanto il trovatore è innanzi tutto un dipendente del sovrano, non avrebbe che scritto parole per omaggiare la cultura di quest’ultimo.

L’amore profano, l’esaltazione della passione tra uomo e donna, sorta proprio in seno alla cultura medievale, contemporanea alla nascita di movimenti eretici, sarebbe quindi, un mascheramento simbolico di un altro tipo d’amore, quello spirituale. Ne ha assunto anche ai giorni nostri, tutti i connotati mistici, l’amore viene sempre percepito come divino, profetico ecc. … Caratteristiche, vogliamo ripeterlo, poste in rilievo, non prima del dodicesimo secolo. Prima di allora non esiste passione amorosa o visione romantica. Si tratterebbe di una trasposizione evolutasi e proseguita nel tempo fino al punto di dimenticarci che è una trasposizione; è questa l’idea rivoluzionaria di De Rougemont: la maschera si scambia con il vero, il messaggio era simbolico e subliminale e l’uomo abituandosene, l’ha interpretato alla lettera, così che la passione appresa da poesie e film sia il transfert di un’eresia spirituale di cui abbiamo perso la chiave. La nostra visione del mondo, la nostra vita quotidiana, risentono profondamente di quell’eco mistico di cui non si poteva dichiarare esplicitamente l’oggetto, e oggetto dimenticato, ciò che è restata è la forma mentis, applicata giustamente all’oggetto più disponibile.

Le origini sacre del mito. Dalla poesia cortese al romanzo bretone

Abbandoniamo ora il Mezzogiorno e saliamo al nord, qui nasce il romanzo bretone, Lancillotto, Tristano e tutto il ciclo Arturiano. Che essi contengano reminiscenze druidiche, è cosa piuttosto scontata e già affrontata in numerosissimi studi.24 Lo stesso nome di Tristano deriva da una figura mitologica del paganesimo celtico e abbiamo accennato alle caratteristiche fondamentali della religione druidica sottolineando il suo eterno femminino e il suo interesse per la vita dopo la morte.

Quello che qui ci preme sottolineare è come il Mezzogiorno europeo abbia profondamente suggestionato i romanzi nordici e tutti quelli a venire. In che modo? La duchessa Aliénor de Potiers, nel 1154 sposa il re d’Inghilterra Enrico II, portando con sé i suoi trovatori. Grazie a lei e a i suoi poeti, i trovieri inglesi ricevono il codice dell’amor cortese che così prende avvio anche al nord. Chrétien de Troyes, il primo assoluto a scrivere un romanzo di Tristano, i cui manoscritti andarono perduti, dichiara di aver trovato ispirazione dalla figlia di Aliénor, Maria di Champagne, celebre per la sua corte d’Amore in cui era vietato il matrimonio.25

Tristano e Isotta è il romanzo bretone più cortese che conosciamo, Chrétien de Troyes, però, nel creare questo nuovissimo genere letterario (Il romanzo), introduce un elemento completamente sconosciuto alla poetica provenzale e all’atmosfera catara da cui questa è permeata: il tradimento nato dalla passione carnale consumata. Se nell’amore cortese il desiderio resta represso per meglio sublimare la libido e produrre uno slancio spirituale, questo non vale per i dannati Tristano e Isotta, che abbandonandosi alla tentazione saranno costretti a espiare la loro colpa con il dolore e la morte. (non parliamo di peccato nel senso morale del cattolicesimo, ma di colpa mistica catara, di aver osato raggiungere l’irraggiungibile. L’appagamento sessuale può essere misticamente interpretato in questo modo). Probabilmente allontanandosi sempre più dagli scopi originari, il romanzo ha dato vita a una profanazione dell’Amore, passando dalla mistica catara all’amore umano, anche perché senza colpe ed errori, sarebbe stato difficile procedere nella narrazione di una storia; la cosa interessante è che tutti i romanzi successivi saranno connotati da questa colpa, non ci sarà più nella storia, racconto d’amore, e non solo, senza la suspense e la tragedia di un tradimento. Tutto l’amore è diventato la storia di un tradimento. A causa di questa colpa Tristano pagherà con la morte e Lancillotto non troverà il Graal.

La simbologia occulta nel Tristano, resta tuttavia inconscia fino alla versione di Gottfried all’inizio del tredicesimo secolo, che enfatizzerà la carica simbolica di certi episodi rendendone esplicito il significato eretico:

a. L’episodio in cui Isotta deve dimostrare al re la sua fedeltà toccando un ferro rovente. Ella giura di essere innocente e di essere caduta solo nelle braccia di Marco e del traghettatore (Tristano travestito), uscendo quindi indenne dalla prova. La prova del ferro rovente era realmente utilizzata dalla chiesa per estorcere confessioni dai catari.

b. La foresta di Morrois in cui i due amanti trascorrono un periodo duro, deprivati dal mondo e dalle sue comodità, rappresenta benissimo l’usanza dei catari di vivere momenti di deprivazione fisica incluso il digiuno e l’isolamento, per meglio raggiungere la purezza di spirito ed espiare i propri peccati. Gottfried trasformerà Morrois nella Minnegrotte, una chiesa gotica.

Il luogo dell’amore non è sulle strade battute
Né intorno alle abitazioni degli uomini
Esso batte i deserti.
Il cammino che conduce al suo ritiro
È duro e penoso.26

c. Elemento proprio di tutte le versioni di Tristano, l’anello come pegno di giuramento e fedeltà, già analizzato come tratto specifico del vassallaggio cortese e del consolamentum cataro.

Il verbo di Cristo e la salvezza dal desiderio infelice: eros vs. agápe

Giunti alla fine del nostro discorso, ne abbiamo colto il senso storico, ma con De Rougemont possiamo tesserne, aldilà della storia, anche un senso metafisico, trovare delle risposte alla domanda: “Come è possibile amare senza soffrire?”

Cercheremo di rispondere specificando un passaggio alla volta e analizzando la profondissima differenza tra la filosofia delle eresie medievali e quella propria del Cristianesimo.

I movimenti religiosi di cui si è parlato nelle pagine precedenti, hanno tutti una matrice storica e geografica comune; sono tutte contaminate da filosofie quali zoroastrismo, manicheismo o anche platonismo, che trovano come terreno più fertile, l’Asia e attraverso il Vicino Oriente sono giunte in Europa. Com’è il rapporto con il divino per queste culture? È tragico e straziante. In poche parole esiste un dualismo di fondo tra carne e spirito, tra vita e morte, tra aldilà e aldiquà, tra uomo chiuso nei suoi limiti e il divino la cui essenza è infinita. Questo significa che permane una distanza abissale tra me e l’amore di Dio, non posso salvarmi in questa vita e avverto come lacerante l’essere qui e l’accettare solo questo; l’unica via d’uscita è tendere all’infinito, rifiutare la vita con la fede che attraverso la negazione di me stesso e attraverso la morte, io possa finalmente congiungermi a quello che ritenevo inafferrabile.

Tuttavia i problemi non nascono mai da una cultura, semmai sorgono dalla soppressione di una cultura, che è cosa assai diversa. Fin quando la mistica orientale resta confinata alla religione, i popoli in questione non esperiscono nessun conflitto interiore, Hanno semplicemente da una parte, la loro specifica ritualità sacra rivolta a Dio, e dall’altra non mostrano affatto, come si è già detto, un’insofferenza quotidiana generata da potenti passioni amorose insoddisfatte…Anzi! Si tratta di culture storicamente contraddistinte da una vivida gioiosità e godimento della vita; per i greci addirittura la passione amorosa era considerata una specie di rabbia, una degenerazione patologica. All’inverso succede una cosa paradossale: Proprio nell’occidente cristianizzato, dove è assente la lacerazione spirituale e “La buona novella” permette di elaborare positivamente la distanza tra me e il Signore per i motivi che spiegheremo tra poco), proprio qui, si diceva, il pessimismo nelle relazioni umane ha toccato il suo culmine. Come può essere? De Rougemont azzarda un’ipotesi:

La religione cristiana, inizialmente è appannaggio di comunità deboli ed emarginate, ma con Costantino e gli imperatori Carolingi, diventa l’istituzione sociale delle classi più abbienti. S’impone contro le antiche tradizioni sacre che vengono distrutte o dimenticate. Proprio negli anni in cui il Cristianesimo diventa aggressivo con il paganesimo avversario e istituzionalizza la morale del matrimonio condannando l’adulterio, nascono contro risposte di protesta tra molti nobili, che sostenuti dalle eresie, lottano contro il cristianesimo e contro il matrimonio da esso elogiato. (Si ricordi che prima del Cristianesimo era permesso il concubinato e il matrimonio era una negoziazione di natura commerciale, dichiarata). In un siffatto clima, i nuovi convertiti alla religione ufficiale, convertiti magari per forza, si trovavano inseriti in un sistema culturale nuovo a cui bisognava gradualmente adattarsi, ma essendo privi di un reale punto di riferimento per la loro intima e segreta fede, e reprimendo gran parte delle tendenze psicologiche che il paganesimo prima soddisfaceva, si aggrapparono a tutti i residui sacri antichi, travestiti in forma cristiana moderna, per non abbandonarli del tutto. E fu così che ci si abituò al simbolo, dimenticando con il tempo il contenuto originario a cui il simbolo rimandava…Fu così che Eros, di natura divina e sacra, con il tempo divenne per tutti noi Eros umano e sensuale.

Veniamo ora all’ultima questione tanto cara a Denis de Rougemont: come superare questa tendenza negativa dell’essere umano? Come risolvere la crisi che investe l’occidente quando si parla di matrimonio e coppia uomo-donna?

Il Cristianesimo ha per egli una portata rivoluzionaria perché con la buona novella dell’incarnazione, per la prima e unica volta nella storia, concede all’uomo la possibilità di salvarsi. È vero che l’uomo non può fondersi con Dio, è vero che resta un limite invalicabile, l’eros pagano era alla ricerca dell’infinito ma l’infinito per definizione non poteva essere raggiunto (da qui la grande sconfitta).

E se fosse Dio che viene a cercare noi? Ecco, il dio cristiano è l’unico che si è fatto uomo in Cristo, per amarci e accettarci nei nostri miseri limiti. «Dio non è possibile trovarlo nell’elevazione indefinita del desiderio, avremmo un bel sublimare il nostro Eros!».27 Dio lo si trova negli occhi dell’altro, così come è in realtà, imparando ad amare il prossimo, senza paura di fuggire e senza il bisogno di sublimare nessuna passione. Questo è l’amore cristiano, agàpe, contrapposto all’eros pagano, l’agàpe è passione che si gioca a carte scoperte su questa terra, senza rimandare la partita, proprio come ha fatto Cristo con noi, L’agàpe del cristianesimo è finalmente l’amore felice di due esseri che non vogliono fondersi l’uno nell’altro per diventare una cosa sola, ma vogliono piuttosto amarsi nelle loro reciproche differenze accettando tutto quello che queste differenze comportano.


  1. D. de Rougemont, L’amore e l’occidente. Eros, morte, abbandono nella letteratura europea (1939), trad. it. di L. Santucci, Bur, Milano 2006, p. 60. ↩︎

  2. A. Varvaro., C.J. Barnes (a cura di) (1963). Beroul’s Romance of Tristan (1963), Manchester University, 1974. VV, 1381-1415, p. 74. ↩︎

  3. Ivi, p. 86. ↩︎

  4. R. Wagner, Tristan und Isolde. Atto III. (1869), Fondazione Teatro la Fenice di Venezia, 2002 p. 45. ↩︎

  5. J. Huizinga, L’autunno del Medioevo (1936), trad. it di B. Jansik, Club degli editori, Mondadori, Milano 1983. ↩︎

  6. H. Hubert, Les Celtes. La reinassance du livre, Paris, vol. II (1932), p. 328. ↩︎

  7. H. Corbin, Pour l’hymnologie manichèenne. Yggdrasil, 25 agosto 1937. ↩︎

  8. A. Dondaine (a cura di), Liber de duobus Princiipis (1939), intr., testo critico e trad. it. G. Bettini, Studio Domenicano, Bologna 2010. ↩︎

  9. J. Döllinger (a cura di), La cena segreta. Trattati e rituali catari (1890), ed. it. a cura di F. Zambon, Adelphi, Milano 1997. ↩︎

  10. D. de Rougemont, L’amore e l’occidente, op. cit. alla nt. 1. ↩︎

  11. W. D. Paden, Guilhem de Montanhagol. Medieval France: An Encyclopedia, edited by W. Kibler, New Jersey, Routledge University Press 1995. ↩︎

  12. D. de Rougemont, L’amore e l’occidente, op. cit. alla nt. 1, p. 132. ↩︎

  13. Ivi, p. 167. ↩︎

  14. Ivi, p. 132. ↩︎

  15. https://letteritaliana.weebly.com/amore-di-terra-lontana.html, vv. 8-9; 24-25; 44-45. ↩︎

  16. D. de Rougemont, L’amore e l’occidente, op. cit. alla nt. 1, p. 134. ↩︎

  17. Ivi, p. 142. ↩︎

  18. Ibidem↩︎

  19. Ivi, p. 129. ↩︎

  20. Ivi, p. 130. ↩︎

  21. L. Varga, Peire Cardinal était-il hérétique ?, Revue Historique des Religionss, marzo-giugno 1938. ↩︎

  22. R. Nelli, Les troubadours, Parigi 1960 , p. 232. ↩︎

  23. Ivi, p. 234. ↩︎

  24. Si leggano le ricerche di Hubert, e di Corbin sugli influssi iraniani nella cultura celtica. ↩︎

  25. D. de Rougemont, L’amore e l’occidente, op. cit. alla nt. 1. ↩︎

  26. Ivi, p. 396. ↩︎

  27. Ivi, p. 113. ↩︎