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Fede dalla morte (Mc 15,39) o dalla risurrezione (1Cor 15 e apparizioni del Risorto)?

di Cristiano Massimo Parisi (11 ottobre 2013)

Il primo e fondamentale atteggiamento di ogni studioso che intende accostarsi all'esperienza di fede dei primi discepoli è tenere in equilibrio il rapporto fra la loro esperienza prepasquale di Gesù e quella successiva alla sua risurrezione. Fondamentale è quindi ripercorrere il cammino che condusse i discepoli a professare la fede nel Risorto. Alla luce dell'evento pasquale si analizzerà il passaggio dei discepoli dalla sequela alla fede in Gesù risorto. Si terrà anche conto che questo cammino non può essere inteso come un susseguirsi cronologico di eventi. L'evento pasquale ha infatti operato l'irruzione di una nuova condizione di vita dei discepoli e di una nuova chiave di lettura nello stesso lavoro di composizione dei racconti scritturistici. Nelle pagine che seguono faremo una semplice esposizione, certamente non esaustiva, di dati. Si parte dalla fede in Gesù di Nazaret, che, dopo un momento di smarrimento da parte dei primi discepoli, caratterizzerà la «nuova vita» dei primi credenti che da Lui si legittimano. Verranno, quindi, considerate solo le matrici gesuana e pasquale, per cogliere l'origine della cosiddetta fede cristiana.

1. Introduzione

Un corretto accostamento alla persona di Gesù Cristo non può assolutamente prescindere dall'esperienza fatta dai primi discepoli. Se, infatti, si vuole trovare una via d'accesso per comprendere cosa avvenne il «giorno di Pasqua» è necessario tornare all'esperienza vissuta personalmente dai primi credenti; è per mezzo di essi, infatti, che si può comprendere ciò che si registrò nel progressivo compiersi del piano salvifico di Dio. Come ha affermato H. Kessler, la risurrezione di Gesù non è «una realtà oggettivamente e neutralmente constatabile e storicamente dimostrabile».1 Dal punto di vista storico, infatti, è la fede pasquale dei discepoli conosciuta per via delle apparizioni a permettere un contatto con quegli stessi eventi. Senza questa testimonianza sarebbe impossibile fondare un discorso sulla risurrezione e sugli eventi successivi ad essa. A partire dall'antica formula di fede utilizzata dall'apostolo Paolo,2 per proseguire con le successive affermazioni contenute nella sue lettere,3 ci si rende conto che l'unica via possibile per risalire all'evento realizzatosi nella storia sacra non può prescindere dalle testimonianze dei «suoi primi amici». La loro esperienza, passando dall'ambito esperienziale del vissuto concreto con il Risorto a quello narrativo degli scritti neotestamentari, è la via fondamentale per provare a comprendere quale evento comportò un tale cambiamento nel loro vissuto.4 Il primo e fondamentale atteggiamento di ogni studioso che intende accostarsi all'esperienza di fede dei primi discepoli è tenere in equilibrio il rapporto fra la loro esperienza prepasquale di Gesù e quella successiva alla sua risurrezione. Assolutizzare soltanto uno di questi aspetti comporterebbe una lettura monca di ciò che realmente avvenne nella vita di coloro che «udirono e videro».5

È compito del teologo -- e non solo dell'esegeta -- formulare un'equilibrata lettura dell'esperienza singolare dei primi testimoni di Gesù, prendendo in considerazione sia i fatti di cui furono testimoni in seguito alla sua risurrezione, sia quelli relativi al tratto di storia trascorsa con il Nazareno durante la sua missione di annuncio del Regno di Dio. I libri del Nuovo Testamento, soprattutto i Vangeli, attestano questo duplice aspetto. Sono scritti che comunicano un'esperienza di vita segnata da un evento capace di dare adito ad una lettura di tutto ciò che avvenne con Gesù di Nazaret: l'evento pasquale, a partire dal quale gli autori sacri rivivono e rileggono la storia di Gesù con i suoi discepoli. Una duplice prospettiva tenuta assieme dalla luce della Pasqua, la quale diventa chiave ermeneutica di quanto avvenne tra il Maestro e i suoi discepoli.6

Fondamentale è quindi ripercorrere il cammino che condusse i discepoli a professare la fede nel Risorto. Alla luce dell'evento pasquale si analizzerà il passaggio dei discepoli dalla sequela alla fede in Gesù risorto. Si terrà anche conto che questo cammino non può essere inteso come un susseguirsi cronologico di eventi. L'evento pasquale ha infatti operato l'irruzione di una nuova condizione di vita dei discepoli e di una nuova chiave di lettura nello stesso lavoro di composizione dei racconti scritturistici. In tal senso, «il procedimento operato da molti esegeti di ricuperare nel periodo prepasquale l'orizzonte interpretativo per comprendere la fede pasquale e la sua articolazione cristologica non è solo legittimo, ma anzi fortemente auspicabile».7 Nelle pagine che seguono faremo una semplice esposizione, certamente non esaustiva, di dati. Si parte dalla fede in Gesù di Nazaret, che, dopo un momento di smarrimento da parte dei primi discepoli, caratterizzerà la «nuova vita» dei primi credenti che da Lui si legittimano. È quindi da una duplice matrice, gesuana e pasquale, che trae origine la cosiddetta fede cristiana. E dal momento che, come afferma sant'Agostino, «la fede, se non è oggetto di pensiero, non è fede»,8 le poche pagine che seguono desiderano contribuire a ripensarla per viverla in modo sempre nuovo.

2. Fede nel Nazareno?

I vangeli canonici concordano nel presentare la figura di Gesù che chiama a sé alcuni uomini per seguirlo, affinché vivano un'esperienza di comunione e di missione con lui.9 Il cammino di sequela è sostanzialmente segnato da due fattori di novità: la partecipazione alla missione di annuncio del Regno di Dio e l'esperienza degli eventi prodigiosi compiuti da Gesù. Nel corso del suo ministero, il Nazareno ha imposto «una personalità sicura di sé, animata da convinzioni profonde, mossa da forti sentimenti e da una «passione» bruciante (cfr. Lc 12, 49) [...] che, mentre brilla di luce folgorante, suscita desideri «nostalgici» e fa sorgere anche interrogativi sulla radice della sua singolarità (cfr. Mc 1, 27) ».10 I segni prodigiosi che accompagnarono il suo cammino causarono, infatti, numerose e opposte interpretazioni. Quanti si ostinavano a considerare Gesù un semplice falso profeta, alla stregua di tanti suoi contemporanei, rimanevano spesso stupiti dal suo agire prodigioso, essendo incapaci di dare una spiegazione sull'origine e la natura di questi fenomeni o formulando giudizi di condanna.11 Stando alle testimonianze dei Sinottici, persino i discepoli di Gesù non ebbero un impatto sempre positivo con tali eventi.12

Dal quadro prospettato dai Sinottici, sembrano insufficienti la partecipazione diretta alla missione di Gesù e la presenza dinanzi al suo agire prodigioso per produrre in loro una professione di fede autentica e compiuta. Nonostante la sequela di Gesù fosse il motivo centrale della vita dei discepoli, si può affermare che l'importante e originale tratto di vita trascorso con il Messia non produsse in loro un atteggiamento maturo di fede in Lui quale Figlio di Dio. Tuttavia, la sequela e il riferimento continuo al Maestro come loro guida e riferimento sicuro rivelano una forma germinale di attenzione che si sarebbe trasformata in qualcosa di più sostanziale.13 Il continuo rapporto tra Gesù e i discepoli rivela una connessione di vita e di intenti segnata dalla provvisorietà e incomprensione, da un anelito a superare lo stato precario di tale relazione ancora imperfetta. Quella che si è soliti chiamare «fede pasquale» ha in questa fase della relazione tra Gesù e i suoi discepoli il suo momento germinale.

2.1. Nel Crocifisso?

Stando ai racconti evangelici della Passione, l'esperienza di comunione tra i discepoli e Gesù di Nazaret ebbe un momento di rottura. Fino a quel momento il loro Maestro aveva avanzato una pretesa unica e inaudita: si era presentato come l'inviato di Dio venuto ad annunciare il suo Regno d'amore e di pace in mezzo agli uomini. Con l'arresto tale immagine di Gesù subì un momento di profonda crisi e produsse l'abbandono della scena da parte dei discepoli.14 All'atteggiamento di sequela vissuto fino all'ultima cena corrisponde nei racconti della Passione un allontanamento progressivo dalla vita del Nazareno e con la condanna alla morte di croce la storia e l'intera missione di Gesù venivano pubblicamente smentite. Con la morte in croce crollò, dunque, la fase germinale della fede dei discepoli e la speranza di aver incontrato e seguito il vero Messia d'Israele. Le stesse apparenti professioni di fede di alcuni personaggi non appartenenti al gruppo dei discepoli e riportate dai Sinottici non vanno enfatizzate. In Mc 15, 39 si legge: «veramente quest'uomo era (un) figlio di Dio». Si tratta di una confessione che segna certamente una distanza tra il centurione e i discepoli di Gesù, a favore del primo, ma il suo valore va comunque contenuto a motivo delle seguenti osservazioni15: la confessione non riguarda la divinità di Gesù, né in sé né in quanto egli venga visto associato alla croce, ma il modo in cui la sua morte avvenne, cioè accompagnata da fenomeni cosmici e dallo squarcio del velo nel tempio; il titolo «figlio di Dio» manca dell'articolo e quindi considera Gesù semplicemente come «un figlio di Dio»; inoltre, la qualifica è riferita al passato («era») e non esprime una piena fede pasquale, anche se proprio per questo è verosimile che essa ci riporti allo stadio gesuano; a ciò si aggiunga la prospettiva derivante da Sap 2, 12-20; 5, 1-7, che definisce il giusto come «figlio di Dio» .16 Lo stesso dicasi per Mt 27, 54 («davvero costui era [un] figlio di Dio»), dove l'affermazione di fede è posta sulla bocca di quanti facevano la guardia alla croce di Gesù ed infine, priva di valenza messianica possiamo ritenere l'affermazione del centurione in Lc 23, 47 («veramente quest'uomo era giusto»), con la quale riconosce l'innocenza del condannato. Sempre il vangelo di Luca descrive l'atteggiamento di uno dei malfattori, crocifisso insieme a Gesù, con le seguenti parole: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno (Lc 23, 42) ». In questo contesto emerge la statura profetica di Gesù, che si concretizza in alcune sue prese di posizione, quali l'annuncio della regalità escatologica. È quindi da escludere, anche in questo caso, la possibilità di professare la fede in Gesù Cristo prima della risurrezione.

2.2. Dopo la scoperta del sepolcro vuoto?

La scoperta del sepolcro vuoto è presente in tutti i racconti evangelici. Facendo un bilancio dei dati scritturistici provenienti dalla tradizione sinottica e giovannea, emerge un dato inequivocabile: il sepolcro di Gesù di Nazaret fu trovato aperto e vuoto. Va precisato che questi dati convergono soltanto su due elementi comuni: la visita delle donne e una presenza angelica. In base ai racconti dei Sinottici, l'esperienza fatta dalle donne non produsse una vera e propria reazione di fede. Soltanto in Lc 24, 817 si legge una soluzione positiva (di uno stato d'animo?), in quanto l'annuncio dei due messaggeri fa riemergere nella mente delle donne le precedenti parole del Maestro circa il compimento della sua missione e fa superare il precedente stato d'incertezza e paura.18 Tuttavia, neanche qui vi è alcuna affermazione esplicita dell'autore sacro sulla nascita della fede pasquale: si parla soltanto dell'annuncio ai discepoli di quanto avevano visto e sentito le prime testimoni della tomba vuota. Su un versante autonomo si colloca il racconto giovanneo. Oltre a non esserci alcun riferimento a presenze angeliche al momento della scoperta della tomba vuota, con l'ingresso sulla scena di Pietro e del discepolo amato, si delinea un fatto unico nel contesto degli eventi al sepolcro. Se da un lato, infatti, sembra registrarsi un atteggiamento di fede da parte del discepolo amato dinanzi alla scena del sepolcro, tuttavia, anche in questo caso non si ha una fede del tutto qualificata; d'altra parte, resta l'incomprensione della Scrittura.19 Anche il cammino iniziale della Maddalena è lontano dal conseguimento della vera fede pasquale. Il pianto e la convinzione che sia avvenuta una sottrazione del corpo del Signore20 manifestano la lontananza dal credere che l'assenza di Gesù sia conseguenza della risurrezione. Bisogna attendere l'incontro con Gesù e il sentire pronunciare il proprio nome per riconoscere il Maestro, ma siamo già nel contesto, quello delle apparizioni, che merita una presentazione a parte.

In forza del dato scritturistico sembra chiaro che la fede dei testimoni della risurrezione di Gesù non abbia avuto origine nel contesto della scoperta del sepolcro vuoto. Le narrazioni evangeliche non collegano la fede pasquale con l'esperienza del sepolcro vuoto.21

Questo è solo «un trait-d'union tra il Crocifisso e il Risorto e rimanda all'identificazione dell'uno con l'altro».22

3. Dalla incredulità alla fede

Lo stato di confusione che contraddistinse i discepoli dopo l'arresto di Gesù e la paura delle donne dopo la scoperta del sepolcro vuoto sembrano ostruire il cammino verso la fede nel Risorto. Dinanzi a ciò bisogna provare a capire cosa sia avvenuto di così importante da permettere un tale cambiamento di veduta e la conseguente professione di fede in Gesù Cristo. All'indomani della Pasqua presero forma alcune formule che esprimevano e compendiavano la fede della comunità cristiana.23 La breve e arcaica enunciazione kerigmatica inserita dall'apostolo Paolo all'inizio di 1Cor 15 si rivela come una delle piattaforme iniziali attraverso cui cercare un contatto con quanto avvenne di nuovo nella vita dei testimoni. Ecco il testo: «a voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici24». L'antichità prepaolina non si discute; l'apostolo, infatti, stando all'espressione del versetto 3a, cita un testo da lui ricevuto. L'intera confessione di fede si basa su due affermazioni principali, riguardanti la morte e la risurrezione di Gesù. Quanto alla morte, si afferma che avvenne «per i nostri peccati». Non c'è il riferimento alla croce, ma c'è il senso della morte, che va colto nel suo significato salvifico. Quanto alla risurrezione, si legge che avvenne «il terzo giorno», espressione che va intesa non in senso cronologico, bensì teologico, in quanto indica il tempo dell'intervento salvifico di Dio, dopo l'ora della prova.25 Dal momento che il riferimento alla morte precede quello della risurrezione che si accompagna alla formula «il terzo giorno», possiamo affermare che lo schema cristologico soggiacente sia quello del giusto sofferente, la cui morte non è vista solo come una iniqua oppressione inflitta al giusto, ma anche una occasione propizia per la salvezza degli altri. In primo piano, quindi, vi è la dimensione soteriologica dell'evento pasquale, che rappresenta il contenuto della formula stessa.

Ciò che sancisce la continuità tra l'antica confessione di fede, l'esperienza dei testimoni citati e la vita dell'apostolo è la conoscenza della risurrezione di Gesù per mezzo delle sue apparizioni. Gesù risorto provoca un forte risveglio sia in quell'esperienza sottesa all'antica confessione di fede pasquale, sia nella vita dei testimoni citati, sia in Paolo. Senza questo «apparire» da parte del Risorto, la vita dei discepoli non avrebbe mai ripreso vigore e testimoniato una fede viva e tenace nel Crocifisso risorto. Era necessario un intervento divino per condurre quegli uomini alla vera e piena fede. La prova della risurrezione di Gesù risiede, quindi, nell'esperienza di un incontro personale con il Risorto. La fede pasquale non è una fede nella risurrezione di Gesù, ma una fede nel Risorto. In altri termini, la fede è fede in una persona vivente: «si crede in Gesù Cristo, risorto, esaltato, vivente».26 Ma credere nel Risorto significa anche seguire Gesù di Nazaret;27 anzi, il cristiano è chiamato a seguire Colui al quale è stato dato un nome, Signore, che è al di sopra di tutto e che ogni uomo è chiamato a proclamare a gloria di Dio Padre.28 «In lui si crede, nel senso che a lui si aderisce, avendo egli raggiunto la statura piena e definitiva della sua identità».29

3.1. La «nuova vita» dei discepoli

Immediata conseguenza delle apparizioni è la trasformazione della vita dei discepoli. Se già il rapporto di sequela aveva comportato una novità e un cambiamento, l'incontro con il Risorto è portatore di una completa trasformazione. I Vangeli di Giovanni e di Luca e soprattutto gli Atti degli Apostoli presentano la nuova vita dei discepoli come conseguenza dell'incontro con il Risorto che dona lo Spirito. Anche se i racconti dell'effusione dello Spirito Santo presentano una differenza cronologica, la teologia dei Vangeli giovanneo e lucano e degli Atti lega l'apparire del Cristo, il dono dello Spirito e la «nuova vita» dei discepoli segnata dalla testimonianza e dell'annuncio.30

Il Vangelo di Matteo e quello di Marco collegano la «nuova vita» dei discepoli all'incarico missionario affidato dal Risorto, senza alcun riferimento al dono dello Spirito Santo.31 Dal momento in cui inizia questa nuova esperienza di vita, tenendo presente i vari riferimenti neotestamentari, non vi è più la paura di associarsi alla storia e all'evento del Crocifisso risorto.

Anche se la croce pesava agli occhi del mondo ebraico e pagano come «scandalo» e «stoltezza»,32 i beneficiari delle apparizioni non ebbero alcun timore ad affrontare la nuova sfida affidata loro da Gesù Cristo: portare il suo messaggio fino agli estremi confini del mondo. È impensabile, quindi, alla luce delle testimonianze scritturistiche, affermare il valore inaugurale della «nuova vita» senza un evento che provocasse nei discepoli, da uno stato di incredulità e alla conseguente fuga, una vera e propria 'trasformazione'.33 La fede pasquale non è il risultato di un ulteriore sviluppo dei dati prepasquali ad opera dei discepoli, ma è il risultato di un'iniziativa divina totalmente nuova, è il risultato della manifestazione, ad opera di Dio, del Crocifisso risorto. La priorità, nella genesi della fede, è l'incontro con il Risorto.

4. Gli elementi fondanti la nuova vita: comunione, testimonianza e solidarietà

La novità della Pasqua, oltre ad aver generato una trasformazione della vita dei discepoli, ha gettato le basi per una completa individuazione degli ambiti di esperienza cristiana attraverso i quali i beneficiari delle apparizioni esercitarono la loro «nuova vita», rendendola manifesta a tutti coloro che si sarebbero accostati al messaggio evangelico.

4.1. L'esperienza di comunione con il Risorto

Il primo ambito concreto -- e fondamentale -- nel quale si evince la possibilità di sperimentare la «nuova vita», riguarda il rapporto di comunione tra il Cristo ed ogni cristiano. All'interno di questo aspetto distinguiamo un duplice rapporto: quello tra il Risorto e i discepoli che beneficiarono delle apparizioni e quello tra Gesù Cristo e ogni cristiano. Nel momento in cui cessarono le apparizioni, il rapporto di comunione non venne meno, anzi, «i discepoli non sono più orfani, non conoscono più la solitudine, ma vivono una comunione perfetta col Cristo. Con la risurrezione e il dono dello Spirito Santo è comunicata, secondo le parole del quarto Vangelo, la vita eterna».34 È proprio nel Vangelo giovanneo che si coglie l'importanza fondamentale dell'unione con il Cristo, dalla quale scaturisce quella fraterna. Nel quarto Vangelo si incarna l'ampiezza e la grandezza della nuova relazione di vita con il Risorto, che rinnova completamente l'esistenza della creatura.

La stretta relazione con il Risorto non solo va compresa come modello della comunione profonda cui ogni cristiano è chiamato, ma diviene il fondamento necessario affinché la missione evangelizzatrice possa comunicare la continua presenza di Gesù tra gli uomini, per mezzo della loro stessa azione. Una missione realizzata attraverso la predicazione e l'esempio di una vita coerente con quanto si predica, è il frutto di un rinnovamento continuo dell'incontro con Gesù Cristo. Senza questa prerogativa esperienziale non potrà esserci nessuna vera missione e nessuna testimonianza risulterà credibile fino in fondo. Il principio della vita della Chiesa ha il suo fondamento nella comunione con il Risorto: «con la risurrezione Dio dilaga nel mondo e l'uomo, a motivo della risurrezione, entra in comunione reale con Dio. Questa è la salvezza».35

Per quanto riguarda, invece, la possibilità per ogni cristiano, di partecipare alla «nuova vita», sono date, sempre per mezzo dello Spirito santo, tutte le condizioni necessarie al fine di tale realizzazione. La forza del dono del Risorto, va oltre l'incontro con i primi testimoni, realizza l'intima comunione di amore tra il Dio trinitario e i cristiani che si lasciano pervadere dalla sua potenza. Ogni cristiano può rivivere la stessa esperienza di comunione con il Risorto sperimentata dai primi discepoli. L'azione dello Spirito non permette soltanto l'unione di ogni creatura con Dio, ma realizza anche l'unione di tutte le creature fra loro. La comunione con Dio trova la sua forma visibile e la sua naturale prosecuzione nell'unione di coloro che condividono la stessa fede; con tale dono nasce la Chiesa, mistico Corpo di Cristo.

4.2. La prima manifestazione: la testimonianza

Sia nei Sinottici che nel quarto Vangelo si legge come dall'incontro con il Risorto scaturisca per i discepoli la necessità dell'annuncio della Parola e la relativa testimonianza.36

In tutte le apparizioni, comprese quelle narrate negli Atti (cf, At 1, 8), è l'ascolto -- e la conseguente accoglienza -- del messaggio del Risorto a cambiare la vita delle persone. Il progetto missionario affidato ai discepoli è chiaro: «bisogna andare, con destinazione universale (Matteo e Marco; ma cfr. anche Lc 24, 47), per estendere agli uomini l'invito a diventare discepoli di Gesù.

Bisogna per questo già essere totalmente discepoli suoi, appartenergli senza restrizioni, per invitare gli altri ad affidarsi pure pienamente a lui. È il senso della testimonianza».37 La vocazione cui sono chiamati i primi testimoni non è quella degli oratori che devono convincere le folle. Essi sono portatori di un messaggio di salvezza e ciò che innanzitutto convince è il messaggio nella sua oggettività; a questo si aggiunge la coerenza di una vita che rivela la radicalità della sequela. Gli Atti degli Apostoli, in modo particolare, ne danno dimostrazione. Come Gesù di Nazaret testimoniò con le parole e le opere l'amore di Dio per gli uomini, così i primi discepoli testimoniano, con l'annuncio della buona novella e il loro vissuto, che la «nuova vita» nata con la Pasqua è una possibilità realizzabile di esistenza per tutti coloro che si lasciano plasmare dallo Spirito del Risorto. Il culmine è raggiunto con l'offerta della propria vita in nome di Gesù Cristo e come l'esistenza terrena del Messia di Nazaret conobbe la piena realizzazione nel passaggio della croce, anche l'esperienza dei discepoli dovette forgiarsi per mezzo del martirio, a volte cruento. L'annuncio pasquale raggiunse il suo punto cruciale nel passaggio per la via della persecuzione e della morte. Come nella vita di Gesù, anche in quella di coloro che hanno accolto il messaggio della salvezza, la croce è il decisivo punto di passaggio che permette di accedere alla risurrezione.

4.3. Un necessario ambito esplicativo: la vita solidale

Se da un lato i primi cristiani hanno annunciato la buona notizia fino al martirio cruento, l'attività apostolica successiva, a partire dal momento in cui il cristianesimo ricevette libertà di espressione e professione, non conobbe soltanto la persecuzione, e nello stesso tempo fu un cammino progressivo verso il raggiungimento della «nuova vita».

Tra i contesti nei quali è possibile vivere da discepoli di Gesù risorto anche per i cristiani delle successive generazioni vi è la vicinanza ai poveri e agli esclusi. Tale solidarietà è senz'altro una forma sempre attuale di partecipazione alla novità inaugurata e comunicata dal Risorto. Di conseguenza, afferma Kessler, «l'impegno serio di cristiani e di comunità cristiane per una maggiore giustizia e in favore della vita (in tutti i campi e in tutte le dimensioni) può diventare il segno concreto della vitalità di Gesù [...] . In tal modo siamo abilitati e nello stesso tempo invitati a compiere i passi -- magari piccoli -- di una nuova vita divenuta impossibile al vecchio uomo, a «camminare nello Spirito» del Signore».38 L'offerta della «nuova vita» da parte del Risorto diventa, quindi, un vero e proprio dovere missionario da esercitare nei confronti di coloro che attendono una più degna condizione di vita.

In altri termini, l'accoglienza della nuova esistenza scaturita dalla Pasqua richiede una risposta pratica da parte di quanti si sono lasciati conquistare dalla persona di Gesù Cristo, esercitabile nei confronti di tutte quelle persone bisognose di ritrovare il valore della propria esistenza. Coloro che hanno sperimentato la grandezza e la ricchezza dell'evento pasquale devono adoperarsi per far giungere questa nuova possibilità di vita anche ai lontani e agli ultimi. Nella collaborazione alla diffusione del messaggio evangelico il cristiano esercita la sua esperienza di fede vissuta, donando una testimonianza credibile della nuova condizione umana inaugurata da Gesù con la sua morte e risurrezione. Nello stesso tempo, sempre il cristiano diviene lo strumento del progetto di Dio per far giungere a tutte le creature le condizioni basilari di un'esistenza nuova, attraverso un aiuto solidale e con l'inserimento nella comunità cristiana, nella quale i sacramenti rendono più salda l'adesione alla «nuova vita».39

5. Conclusione: fondamento «primo ed ultimo» della fede pasquale

Dalla nostra rapida analisi circa l'esperienza di fede dei primi discepoli è emersa con una certa chiarezza una differenza di tipo qualitativo, tra il periodo prepasquale e quello successivo all'evento Pasqua. In merito a questo evento possiamo porci una domanda che riguarda la storia del cristianesimo: se Gesù fosse soltanto morto in croce senza risurrezione, che ne sarebbe stato della sua figura storica? In che modo sarebbe sopravvissuto? Possiamo senz'altro ipotizzare che, senza quell'evento, l'intera realtà del cristianesimo, destinata a cambiare la storia del mondo, non sarebbe mai iniziata.40 Una cosa è certa: il messaggio della fede pasquale precedette la stesura di tutti gli scritti, quindi sono essi a dipendere da quella fede e non viceversa. L'annuncio della risurrezione di Gesù «è qualcosa che appartiene né più né meno al DNA del cristianesimo storico, il quale senza di esso sarebbe inconcepibile».41 Per quanto autorevole sia la figura del Gesù terreno, non ci si può assolutamente fermare a quello stadio, perché ci si escluderebbe dal cristianesimo stesso così come esso prese forma sin da subito. Ma c'è un'altra domanda, che forse precede quella a cui abbiamo appena dato risposta: come sapere che Gesù è veramente risorto? Su cosa si fonda la fede pasquale dei cristiani? La risposta deve potersi rivolgere sia ai cristiani di oggi, sia ai primi testimoni. Già le Lettere petrine parlano di «noi» che «siamo stati testimoni oculari della sua grandezza»42 e «voi che lo amate pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui».43 L'adesione a Gesù Cristo si fonda sulla fede della Chiesa e si basa su un continuum di annuncio e testimonianza. A questo si aggiunge un' esperienza personale di Lui e del significato che Egli ha per la vita di ciascuno. La fede dei primi testimoni, invece, si fondò su un incontro con il Risorto, qualche giorno dopo la Crocifissione. Sono proprio quelle esperienze il fondamento della successiva storia cristiana, che hanno dato la spinta necessaria e decisiva al suo sviluppo. La nostra fede, come abbiamo precedentemente detto, è nel Risorto ed è una fede inseparabile dalla fede nel Crocifisso. Il Risorto, infatti, non annulla la propria passione, ma la porta con sé, glorificandola. Ciò significa che la fede cristiana implica un'adesione non solo al Risorto, ma al Risorto in quanto Crocifisso. È il Gesù vivificato dall'azione del Padre che rende possibile, mediante il dono dello Spirito Santo, la fede e la nuova vita.

È, quindi, il Dio trino che a Pasqua (e con la Pentecoste che con essa costituisce un unicum teologico) rende definitivamente manifesto il fondamento della fede.44 Ciò che a Pasqua si è reso manifesto, ossia «il Dio definitivamente unito nel Pneuma con il Gesù crocifisso ed elevato (cioè il Dio permanentemente aperto a noi uomini), e il Gesù risuscitato definitivamente unito nel Pneuma con Dio (che garantisce cioè l'interessamento di Dio nei nostri riguardi: il Christus praesens) »,45 è il fondamento «primo ed ultimo» della fede. Questo è ciò che hanno imparato i primi testimoni destinatari delle apparizioni e lo hanno trasmesso, per cui, ancora oggi «credere in lui non significa altro che incontrare il Crocifisso, che nonostante tutto è il «Vivente nei secoli dei secoli» (Ap 1, 18) ».46

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Note

  1. H. Kessler, La Risurrezione di Gesù Cristo. Uno studio biblico, teologico-fondamentale e sistematico, Queriniana, Brescia 1999, 125. Testo

  2. Stiamo parlando di 1Cor 15,3-5, che analizzeremo più avanti. Testo

  3. Cf, 1Cor 9,1; 2Cor 4,6; Gal 1,11-16. Testo

  4. A tal proposito, Ghiberti afferma che: «l'evento che ci veniva comunicato è il fatto della risurrezione di Gesù. Ci veniva comunicato attraverso la trasmissione di testimonianza»: G. Ghiberti, La risurrezione di Gesù, Paideia, Brescia 1982, 80. Testo

  5. Cf, 1Gv 1,1: «quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che le nostre mani toccarono del Verbo della vita», in La Bibbia. Via verità vita, san Paolo, Cinisello balsamo 2009, 2535. Testo

  6. In questo senso, «è solo Gesù risorto che permette l'accesso compiuto all'esperienza storica del Gesù terreno»: P. Coda, Il logos e il nulla. Trinità, religioni, mistica, Città Nuova, Roma 2003, 153. Testo

  7. F.G. Brambilla, Il Crocifisso risorto. Risurrezione di Gesù e fede dei discepoli, Queriniana, Brescia 19992, 145. È altrettanto importante ciò che aggiunge l'autore, per evitare che si cada nell'altro estremo: «ciò che, però, risulta inaccettabile è la tendenza ad identificare il contenuto «materiale» dell'autocoscienza prepasquale di Gesù come ciò che ultimamente determina il senso della fede pasquale, senza che l'evento delle apparizioni e il corrispondente incremento di fede debba essere inteso come significativo dal punto di vista epistemologico, vale a dire per il significato da attribuire alla fede cristologica»: ibidem. Testo

  8. Sant'Agostino, La predestinazione dei santi, NBA XX, in ID., Grazia e libertà, a cura di A. Trapè -- F. Monteverde -- M. Palmieri, Città Nuova, Roma 1987, 229 (§ 2.5). Testo

  9. Cf, Mc 1,16-20; Mt 4,18-22; Lc 5,1-11; Gv 1,35-51. Testo

  10. G. Iammarrone, Redenzione. La liberazione dell'uomo nel cristianesimo e nelle religioni universali, San Paolo, Cinisello Balsamo 1995, 107. Testo

  11. Cf, Mc 3,22: «gli scribi, che erano scesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del capo dei demòni», in La Bibbia. Via verità vita, 2125. Testo

  12. Cf, Mc 8,16-21; Mt 16,7-11. Testo

  13. Cf, Gv 6,69: «noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio», in La Bibbia. Via verità vita, 2237-2238. La dichiarazione circa la messianicità viene riferita anche dai Sinottici in termini leggermente diversi: «Tu sei il Cristo» (Mc 8,29, in ibidem, 2136), «Tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente» (Mt 16,16 in ibidem, 2086) «Tu sei il Cristo di Dio» (Lc 9,20 in ibidem, 2182). Tuttavia, il riconoscimento della messianicità di Gesù non rappresenta una dichiarazione originale, dal momento che era avvenuto anche da parte degli spiriti impuri: cf, Mc 1,24; 3,11; 5,7. Testo

  14. Cf, Mc 14,50; Mt 26,56; Gv 11,53. Testo

  15. Seguo l'interpretazione di R. Penna, Inizi e primi percorsi della cristologia giudeo-cristiana, in ID, Profili di Gesù, EDB, Bologna 2011, 96. Testo

  16. In campo esegetico c'è chi sostiene che le parole del centurione debbano essere ritenute un'espressione valida della fede in Gesù Cristo. Solo per citarne alcuni: E. Schweizer, Il Vangelo secondo Marco, Paideia, Brescia 1971, 375-376; J. Gnilka, Marco, Cittadella, Assisi 19983, 894; J. Ernst, Il Vangelo secondo Marco, II, Morcelliana, Brescia 1991, 758-759. Testo

  17. Lc 24,8: «ed esse si ricordarono delle sue parole e, tornate dal sepolcro, annunciarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri», in ibidem, 2216. Testo

  18. Lc 24,4-5: «mentre si domandavano che senso avesse tutto questo, ecco due uomini presentarsi a loro in abito sfolgorante. Le donne, impaurite, tenevano il volto chinato a terra, ma quelli dissero loro: «perché cercate tra i morti colui che è vivo?»», in ibidem. Testo

  19. Gv 20,9: «infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti», in ibidem, 2267. Testo

  20. Gv 20,13b: «rispose loro: «hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto»», in ibidem. Testo

  21. A tal proposito Kessler scrive che: «una prova del genere [quella del sepolcro] è esclusa già dal racconto stesso per il fatto che il messaggero celeste (angelo) deve annunciare l'avvenuta risurrezione di Gesù [...]. Inoltre un sepolcro vuoto è, in linea di principio o sistematicamente, un segno polivalente e non una prova della risurrezione di Gesù; esso può essere vuoto per svariati motivi. E questo lo sanno anche i successivi racconti postmarciani del sepolcro, che fanno constatare ai visitatori del sepolcro il fatto che è vuoto; essi ribadiscono infatti espressamente la polivalenza del fatto constatato (Mt 27,64; 28,11-15; Gv 20,15; cfr. Lc 24,11-12.22s.)»: Kessler, La Risurrezione di Gesù Cristo, 109. Testo

  22. R. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo. Inizi e sviluppi della cristologia neotestamentaria. I. Gli inizi, san Paolo, Cinisello Balsamo 2010, 191. Testo

  23. Ci sono due confessioni di fede particolarmente importanti sia per la loro antichità che per i loro schemi cristologici: 1Cor 15,3-5 e Rm 1,3b-4a. Quanto alla precedenza dell'una o dell'altra formula, «probabilmente dobbiamo considerare più arcaica quella di Rm 1,3b-4a»: Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo, 215. In questa sede ci occuperemo solo di 1Cor 15,3-5, dal momento che ci sembra sufficiente per il nostro discorso. Testo

  24. La Bibbia. Via verità vita, 2384. Testo

  25. «È stata la scoperta del sepolcro vuoto, il terzo giorno, che, probabilmente, diede origine all'asserzione cristiana circa i tre giorni, una asserzione che fu considerata importante perché poteva essere riferita ad alcuni passi dell'AT»: R.E.BROWN, Giovanni. Commento al Vangelo spirituale, Cittadella, Assisi 19995, 1221. Per i passi che fanno riferimento al «terzo giorno», cf, Gn 22,4; 42,18; Es 19, 11.15 ss.; 2Sam 1,2; 1 Re 12,12; 2 Re 20, 5.8; Os 6,1s in parall. con Ez 37. Testo

  26. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo, 227. Testo

  27. «Dio si andava già rivelando nella vita terrena di Gesù e come ho già avuto modo di dire, il quadro del ministero terrestre era essenziale anche per comprendere la vera identità del Risorto [...] per cui si deve affermare che la stessa fede pasquale trova fondamento e ragione nella esistenza e nel comportamento del Gesù terrestre»: M. BORDONI, Gesù di Nazaret. Presenza, memoria, attesa, Queriniana, Brescia 20045, 239-240. Testo

  28. Cf, Fil 2,9-11: «per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore», a gloria di Dio Padre», in La Bibbia. Via verità vita, 2433. Testo

  29. Penna, I ritratti originali di Gesù il Cristo, 228. Testo

  30. Cf, Gv 20,19-23; Lc 24,48-49; At 1,6-8. Testo

  31. Cf, Mt 28,16-20; Mc 15,14-20. Testo

  32. Cf, 1Cor 1,23: «noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani», in La Bibbia. Via verità vita, 2364. Testo

  33. L'incontro, per Kessler, fu capace di cambiare in modo radicale la loro esistenza: «la trasformazione dei discepoli non è il risultato dell'elaborazione della loro nuova situazione mediante presupposti in loro insiti, bensì il risultato dell'incontro da essi non prodotto, insospettato, loro sopravveniente in modo inatteso ed estasi anteli con il Risorto. Qui la loro trasformazione ha la sua causa», in Kessler, La Risurrezione di Gesù Cristo, 196. Testo

  34. D. Barsotti, Le apparizioni del Risorto, san Paolo, Cinisello Balsamo 2005, 164. Testo

  35. D. Barsotti, Meditazione sulle lettere Pastorali, Queriniana, Brescia 1992, 131. P. Coda vede nelle apparizioni del Risorto l'inizio della mistica cristiana. Secondo l'autore «all'origine -- non solo storica e cronologica, ma ontologica ed esistenziale -- della mistica cristiana v'è dunque la manifestazione agli uomini del Cristo risorto. Le «apparizioni» di Lui, attestate a conclusione dei racconti evangelici, vero sigillo della veridicità e della vitalità dell'evento di Gesù Cristo e della fede in Lui, non sono soltanto, perciò, un fatto significativo e fondante per la fede cristiana nel suo costituirsi, ma sono il paradigma dello statuto nuovo dell'esperienza di Dio (Padre) che nello Spirito è ormai possibile realizzare, una volta che è accaduto nella storia l'evento di Gesù Cristo»: P. Coda, Introduzione. La mistica trinitaria: dal castello interiore al castello esteriore, in L'anima e il suo oltre. Ricerche sulla mistica cristiana, a cura di P. Manganaro OCD, Roma 2006, 10. Testo

  36. Cf Mc 16,15; Mt 28,19-20; Lc 24,47; Gv 20,21. Testo

  37. G. Ghiberti, Testimonianze sulla risurrezione di Gesù, in AA VV, Il messaggio della salvezza. VI. Matteo, Marco e opera lucana, Elledici, Leumann 19794, 414. Testo

  38. Kessler, La Risurrezione di Gesù Cristo, 370-371. Testo

  39. Il teologo luterano, D. Bonhoeffer, afferma che «vedere Cristo nella parola e nel sacramento significa vedere in un solo atto il Crocifisso risorto nel prossimo e nella creazione. Solo in questo modo si rivela il futuro, che nella fede determina il presente»: D. Bonhoeffer, Atto ed essere. Filosofia trascendentale ed ontologia nella teologia sistematica, a cura di Reuter H.-R., ediz. ital. A. Gallas, Queriniana, Brescia 20052, 147. Testo

  40. G. Jossa, Gesù Messia? Un dilemma storico, Carocci, Roma 2066, 128: «è stato l'evento della risurrezione che ha svelato il mistero schiudendo ai discepoli la realtà più segreta della persona di Gesù e rivelando quindi il significato profondo della sua vicenda terrena». Testo

  41. R. Penna, La fede cristiana alle sue origini, san Paolo, Cinisello Balsamo 2013, 72. Testo

  42. 2Pt 1,16, in La Bibbia. Via verità vita, 2529. Testo

  43. 1Pt 1,8, in ibidem, 2519. Testo

  44. N. Ciola, Cristologia e Trinità, Borla, Roma 2002, 194: «la Pasqua non è più soltanto il criterio di rilettura del mistero dell'Incarnazione, ma anche del modo di concepire Dio stesso. Essa è diventata la culla teologica della fede nel Cristo di Dio, la chiesa non ha fatto altro che interpretare, alla luce dello Spirito, un evento già trinitario nel suo manifestarsi». Testo

  45. Kessler, La Risurrezione di Gesù Cristo, 224-225. Testo

  46. Penna, La fede cristiana alle sue origini, 84. Testo