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Il libro IV del De Trinitate. Alcune osservazioni di soteriologia agostiniana

di Cristiano Massimo Parisi (28 febbraio 2013)

Il presente lavoro, partendo dal libro IV de La Trinità di sant'Agostino, enuclea una forma che il tema della soteriologia assume nel discorso agostiniano: il Cristo Mediatore. In primo luogo viene tratteggiata la dottrina cristologica relativa alle due nature in Cristo, secondo il pensiero dell'Ipponate. Successivamente, viene presentato il tema della unicità della mediazione di Cristo, che mette in rilievo ed esalta la funzione di Cristo uomo. E dal momento che il Dottore della Carità dimostra con la Sacra Scrittura che il motivo dell'incarnazione non è altro che la redenzione degli uomini, offrendoci un vero saggio di teologia biblica, il terzo momento di questo lavoro è dedicato alla teologia della redenzione, a cui si fa richiamo per alcuni approfondimenti che Agostino in polemica con i pelagiani ha apportato: essi riguardano la necessità, l'oggettività e l'universalità della redenzione. Infine, viene presa in considerazione la missione del Figlio, come descritta nel libro IV de La Trinità, missione studiata in ordine alla redenzione ed è per questo che detto libro può essere considerato un trattato di soteriologia.

Il presente lavoro, partendo dal libro IV de La Trinità di sant'Agostino, enuclea una forma che il tema della soteriologia assume nel discorso agostiniano: il Cristo Mediatore. In primo luogo viene tratteggiata la dottrina cristologica relativa alle due nature in Cristo, secondo il pensiero dell'Ipponate. Successivamente, viene presentato il tema della unicità della mediazione di Cristo, che mette in rilievo ed esalta la funzione di Cristo uomo. E dal momento che il Dottore della Carità dimostra con la Sacra Scrittura che il motivo dell'incarnazione non è altro che la redenzione degli uomini, offrendoci un vero saggio di teologia biblica, il terzo momento di questo lavoro è dedicato alla teologia della redenzione, a cui si fa richiamo per alcuni approfondimenti che Agostino in polemica con i pelagiani ha apportato: essi riguardano la necessità, l'oggettività e l'universalità della redenzione. Infine, viene presa in considerazione la missione del Figlio, come descritta nel libro IV de La Trinità, missione studiata in ordine alla redenzione ed è per questo che detto libro può essere considerato un trattato di soteriologia.

1. Introduzione

Il problema principale di ogni esposizione della dottrina della redenzione in epoca patristica potremmo definirlo di 'ambientazione'. Siamo in un periodo in cui si forma il pensiero cristiano, per cui non avrebbe senso accostarsi ad esso tenendo presenti le preoccupazioni derivate dalle controversie posteriori. La riflessione della Chiesa patristica era sicuramente guidata dalla Chiesa apostolica e dalla Tradizione del Nuovo Testamento e non c'è dubbio che l'esperienza vissuta della redenzione fosse molto più ricca dei molteplici tentativi intrapresi per tradurre in parole tale esperienza. I punti fissi della Chiesa nascente erano i momenti essenziali della rivelazione neotestamentaria, incorporati innanzitutto nel kerygma e successivamente nel Credo. Accanto a questi elementi fissi ce n'erano molti altri più duttili: innanzitutto differenti categorie intellettuali che servivano da cornice alla teologia; c'era poi l'accento proprio di ogni teologo; vi erano le caratteristiche comuni di varie scuole di teologia associate alle grandi sedi episcopali. L'elevato numero di elementi duttili, come anche la varietà dei titoli sotto i quali veniva classificata l'opera di Gesù Cristo ci dicono che la dottrina della redenzione rimase a lungo (e forse più della altre dottrine cristiane) ad un livello espressivo 'in divenire'.

Tra i Padri che hanno penetrato con grande profondità il senso della morte di Cristo vi è senz'altro Agostino di Ippona. Il suo merito è stato soprattutto quello di riprendere tutto ciò che c'era nell'insegnamento occidentale e di ripresentarlo con una nuova sintesi, fornendo l'anello importante di quella catena che collega la tradizione patristica e quella scolastica. Lo scopo dell'incarnazione è legato al peccato e alla sua guarigione: «se l'uomo non si fosse perduto, il Figlio dell'uomo non sarebbe venuto».1

Se qualcuno obiettasse che Dio avrebbe potuto servirsi di altri mezzi, Agostino risponde affermativamente, tuttavia questo era il più «conveniente».2 Tra i diversi aspetti dell'opera redentrice di Cristo che possono essere evidenziati nel pensiero dell'Ipponate, desidero, concentrandomi specialmente sul libro IV de La Trinità, enucleare una forma che il tema della soteriologia assume nel discorso agostiniano: il Cristo Mediatore.

In primo luogo tratteggerò la dottrina cristologica relativa alle due nature in Cristo, secondo il pensiero di Agostino. Credo si possa serenamente affermare che senza Cristo uomo non c'è né mediazione, né riconciliazione, né giustificazione, né risurrezione, né appartenenza alla Chiesa; cioè nulla di tutto ciò che costituisce la sostanza della soteriologia cristiana. In altri termini, salvezza e identità umano-divina di Gesù costituiscono una realtà indissociabile, per cui non è possibile comprendere l'una senza l'altra e viceversa.

In secondo luogo mi soffermerò sul tema della unicità della mediazione di Cristo, che mette in rilievo ed esalta la funzione di Cristo uomo. E dal momento che il Dottore della Carità dimostra con la Sacra Scrittura che il motivo dell'incarnazione non è altro che la redenzione degli uomini, offrendoci un vero saggio di teologia biblica, il terzo momento di questo lavoro è dedicato alla teologia della redenzione, a cui farò richiamo per alcuni approfondimenti che Agostino in polemica con i pelagiani ha apportato: essi riguardano la necessità, l'oggettività e l'universalità della redenzione. Infine, prenderò in considerazione la missione del Figlio, come descritta nel libro IV de La Trinità, missione studiata in ordine alla redenzione ed è per questo che detto libro può essere considerato un trattato di soteriologia:

«Comincia infatti dalle parole dell'Apostolo ai Romani: Dio dimostra il suo amore per noi proprio in questo, che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo morì per noi (Rm 5, 8). Possiamo riassumere lo schema rapidamente così: la missione del Figlio è quella di condurre i credenti alla contemplazione di Dio Padre; la via a questa mèta altissima è la rivelazione dell'amore di Dio Padre per noi; questa rivelazione avviene nell'opera della redenzione; la redenzione si compie per mezzo del sacrificio».3

Incentrata sul significato della morte di Cristo, la teoria ne esprime il senso in termini di offerta e di sacrificio, di pena e di penitenza. Essa ha avuto soprattutto il merito di formulare con chiarezza ciò che il Cristo è venuto a fare, ciò che ha compiuto e come noi dovremmo rispondere alla sua opera. Non sorprende che tale teoria abbia persistito nella Chiesa occidentale fino alle correnti del secolo XX, quando i suoi presupposti principali furono messi in discussione. Continuerà però a rappresentare un elemento fondamentale della dottrina della Chiesa sulla redenzione compiuta dal suo Signore.

Quanto al metodo adoperato per la realizzazione del presente lavoro, credo di poter mutuare l'espressione ex libris libri fiunt! La frase dal sapore ora malizioso, ora obiettivo, a seconda che si voglia insinuare l'inevitabile plagio che si consuma sulle fonti alle quali si è attinto ai fini del proprio lavoro o constatarne il carattere almeno comunicativo, direi che ben si adatta a questo breve elaborato, che nasce dalla consultazione delle opere del vescovo di Ippona. Lacune, però, ve ne saranno, dovute sicuramente al «disordine» del mio scartabellare per libri, riviste e varia letteratura.

Vista poi, per il sottoscritto, l'impossibilità di conoscere fino a possedere la dottrina agostiniana, il secondo passo è stato quello di compiere un'attenta raccolta di materiale relativo al tema trattato. Non è mancato, durante l'elaborazione di questo lavoro, soprattutto quando mi vedevo sommerso dalle tante pagine fotocopiate, la consolazione che ciò che stava nascendo era qualcosa di nuovo, non una copia di altri lavori, né una loro somma e il merito, di fronte al desiderio della ricerca, della conoscenza, resterà.

2. Chi ci ha salvati?

2.1. Il Verbo fatto carne

Nel primo libro de La Trinità Agostino evidenzia come siano presenti nelle Sacre Scritture molti passi che fanno riferimento all'incarnazione del Verbo di Dio. Richiamando il testo della 1Tm 2, 5,4 l'Ipponate afferma che l'incarnazione è avvenuta per la nostra salvezza, cosicché il mediatore tra Dio e gli uomini fosse l'uomo Gesù Cristo.5 Nell'incarnazione, continua, «nessuna delle due nature si è mutata nell'altra: la divinità non fu certamente mutata nella creatura, cessando di essere divinità, né la creatura divenne divinità, cessando di essere creatura».6 Il pensiero cristologico qui esposto evidenzia l'unione e la inconfusione delle due nature in Cristo, anticipando la formula di Calcedonia, dove si dirà che le due nature sono unite senza confusione, senza mutamento, senza divisione, né separazione.7 A conferma di quanto detto finora, in un altro scritto si legge che quando

«il Verbo si è fatto carne (Gv. 1, 14), non significa che cessò di essere Verbo per divenire carne mortale, ma che la carne si unì al Verbo per non essere più mortale. Come l'uomo è formato di anima e di corpo, così Cristo è Dio e uomo. È uomo e insieme Dio; è Dio e insieme uomo: senza confusione della natura, ma nell'unità della persona. Colui che come Figlio di Dio è da sempre coeterno al Padre che lo genera, è lo stesso che cominciò ad essere dalla Vergine come figlio dell'uomo. E così alla divinità del Figlio si è aggiunta l'umanità; tuttavia non si è formata una «quaternità» di persone, ma rimane la Trinità»8

e la suddetta assunzione ebbe come conseguenza la verità di una sola persona in Dio e nell'uomo.9

In un altro discorso leggiamo:

«Avete capito che il Cristo è non solo figlio di Davide, ma anche il Signore di Davide; Signore di Davide sempre, figlio di Davide a cominciare da un dato tempo. Signore di Davide, nato dalla stessa sostanza del Padre, figlio di Davide nato dalla vergine Maria, concepito per opera dello Spirito Santo. Dobbiamo credere fermamente l'umanità e la divinità di Cristo. L'una sarà per noi l'eterna abitazione, l'altra è la nostra liberazione dall'esilio di questa vita. In effetti, se nostro Signore Gesù Cristo non si fosse degnato di farsi uomo, l'uomo sarebbe perito. Si fece quello ch'egli aveva fatto perché non perisse l'uomo ch'egli aveva fatto. È vero uomo, ma anche vero Dio: il Cristo totale è Dio e uomo»

Per cui, qualsiasi uomo che desideri penetrare questo grande mistero della fede,

«rifletta su di Lui, e in Lui troverà anche se stesso: parlo di quel fedele che crede e confessa in Cristo la vera natura umana, cioè la nostra, che però è assunta in maniera singolare da Dio Verbo, sublimata nell'unico Figlio di Dio, così che colui che assume e ciò che è assunto sia un'unica persona nella Trinità [...] e quella assunzione produsse ineffabilmente la verità di una sola persona in Dio e nell'uomo. Perché noi non diciamo che Cristo è solo Dio, come gli eretici manichei; e nemmeno diciamo che Cristo è solo uomo, come gli eretici fotiniani; e neppure diciamo che è uomo, ma con qualcosa in meno di ciò che con certezza appartiene alla natura umana: o l'anima, o nell'anima stessa la ragione, o la carne non ricevuta da donna, ma prodotta dalla conversione e dal cambiamento del Verbo in carne [...] Noi al contrario diciamo che Cristo è vero Dio, nato da Dio Padre senza alcun inizio temporale; e nello stesso tempo è vero uomo, nato da madre che fu creatura umana nel momento fissato dalla pienezza dei tempi».10

Altrove leggiamo:

«Colui che doveva essere figlio di David secondo la carne, sarebbe stato tuttavia nella sua potenza Figlio di Dio secondo lo Spirito di santità, perché nacque dallo Spirito Santo e dalla vergine Maria. Il Dio Verbo agendo in maniera ineffabile e singolare assunse l'uomo; per questo fatto con verità e precisione Egli fu detto Figlio di Dio e figlio dell'uomo insieme, figlio dell'uomo perché l'uomo veniva assunto, e Figlio di Dio perché era Dio l'Unigenito che assumeva l'uomo»11

Partendo dal mistero delle due nature unite nella Persona del Verbo si possono comprendere quei passi scritturistici dove l'unità e l'uguaglianza del Padre con il Figlio (e lo Spirito Santo) sembra essere contraddetta, laddove, ad esempio, si dice che il Figlio è inferiore al Padre.12

Per rispondere a questa difficoltà il vescovo d'Ippona studia i testi della Scrittura e formula alcune regole per intenderli nel contesto della Scrittura stessa.

1. La prima regola è che spesso i testi scritturistici si riferiscono al Dio Uno e Trino, senza menzionare esplicitamente la Trinità; si devono perciò intendere non di una sola Persona, ma di tutte.

2. La seconda riguarda l'«economia» divina nella manifestazione della Trinità. La Scrittura dice alcune cose sulle singole Persone separatamente dalle altre, per indicare e per ricordare che Dio è Trinità, non si devono perciò intendere in senso esclusivo.

3. La terza regola riguarda la persona di Cristo. Bisogna imparare a distinguere i testi scritturistici che riguardano il Cristo: alcuni, infatti, si devono intendere di Cristo uomo, altri di Cristo Dio o, per usare l'espressione paolina, alcuni di Cristo secondo la forma di servo, altri di Cristo secondo la forma di Dio.13

Una volta definita la regola per interpretare le Scritture quando ci parlano del Figlio di Dio, Agostino afferma che «non avranno più da inquietarci le affermazioni delle Scritture come se fossero contraddittorie e opposte tra loro».14

«Infatti il Figlio secondo la natura divina è, come lo Spirito Santo, uguale al Padre, poiché nessuno dei due è creatura, [...] ma secondo la natura di servo è inferiore al Padre come egli stesso ha detto: Il Padre è più grande di me (Gv 14, 28) . È inferiore anche a se stesso, poiché di lui è detto: Esinanì se stesso (Fil 2, 7) ; [...] in quanto Dio tutte le cose per mezzo di lui furono fatte ( Fil 2, 6-7; Gv 1, 3) , in quanto servo egli stesso fu formato da donna, formato sotto la Legge; come Dio lui e il Padre sono tutt'uno (Gv 10, 30) , come servo non venne per compiere la propria volontà ma quella di colui che lo mandò (Gv 6, 38) . In quanto Dio, come il Padre ha la vita in se stesso, così diede anche al Figlio di avere la vita in se stesso; come servo dice: L'anima mia è triste fino alla morte (Gv 5, 26) e implora: Padre, se è possibile, si allontani da me questo calice (Mc 14, 36) . Come Dio egli è il vero Dio e la vita eterna (1Gv 5, 20) , come servo divenne obbediente fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2, 8)».15

Nella sua dottrina cristologica ha una grande importanza il passo evangelico Io sono la via, la verità e la vita;16 ne costituisce, possiamo dire, il fulcro e la sintesi:

«era altrettanto necessario che dicesse: Io sono la via, la verità e la vita, perché, una volta conosciuta la via, restava da conoscere la meta. La via conduceva alla verità, conduceva alla vita. Egli, dunque, andava a se stesso attraverso se stesso. E noi dove andiamo, se non a lui? e per quale via camminiamo, se non per lui? Egli va a se stesso attraverso se stesso; noi andiamo a lui per mezzo di lui; o meglio, andiamo al Padre sia lui che noi».17

A volte l'Ipponate attribuisce l'essere via a Cristo uomo, l'essere verità e vita a Cristo Dio («dimorando presso il Padre, egli è la verità e la vita; rivestendosi di carne, è diventato la via»),18 dando l'impressione in questo modo di avere una concezione riduttiva del compito e della dignità di Cristo uomo. Ma è un'impressione sbagliata, in quanto:

· Agostino può dire che Cristo è via come uomo, verità e vita come Dio, perché ha sempre presente la profonda unità della persona: «E così, il Verbo e l'uomo non sono due persone diverse: l'uno e l'altro sono il Cristo che è una sola persona»;19 perciò, passando da Cristo via a Cristo verità e vita, non ci si allontana dall'unico e medesimo Cristo, che è insieme cammino e mèta, via e patria, patria verso cui andiamo, via su cui camminiamo. Dunque,

«chi invece dichiara apertamente che Cristo è Dio uguale al Padre e vero uomo, che patì veramente, sparse vero sangue (poiché la Verità non ci avrebbe liberati se avesse versato per noi un prezzo falso); chi -- ripeto -- dichiara apertamente queste due verità, è un cattolico. Ha la patria ed ha anche la strada per giungervi. Ha la patria: In principio c'era il Verbo (Gv 1, 1); ha la patria: Pur essendo di natura divina non stimò un'usurpazione il suo essere uguale a Dio (Fil 2, 6). Ha la strada: Il Verbo si fece carne (Gv 1, 14); ha la strada: Spogliò se stesso, prendendo la natura di servo (Fil 2, 7) . Egli è la patria dove andremo, è la via per la quale andremo. Cerchiamo d'andare a lui per mezzo di lui e non sbaglieremo».20

Nella dottrina di Cristo via c'è inclusa quella di Cristo verità e vita. Cristo uomo è via al Padre, ma lo è perché, come maestro e rivelatore del Padre, è verità e, come datore di grazia, è vita. Dice Agostino, commentando il solito passo: Cristo è

«la via finché viviamo nella fede, la verità e la vita quando avremo la visione. Ora vediamo come in uno specchio in modo confuso -- e questa è la fede -, poi vedremo faccia a faccia (1Cor 13, 12): e sarà la visione. [...] Perciò quello stesso Gesù che aveva detto: Io sono la via, la verità e la vita, rivolgendosi a quei Giudei che avevano aderito a lui con la fede, dice: Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi (Gv 8, 31-32). L'evangelista precisa: Gesù parlava a coloro che avevano creduto in lui. Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli: conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi. Poiché avevano creduto, avevano già cominciato a camminare sulla via che è Cristo, e quindi egli li esorta a restare con lui per giungere a quella verità che li farà liberi. Sarà, s'intende, la liberazione dalla mutevolezza delle cose vane, dalla corruzione delle cose mortali; sarà dunque la vera vita, la vita eterna, che ancora non abbiamo finché siamo pellegrini lontano da Dio, ma che raggiungeremo, poiché con la fede camminiamo entro il Signore stesso, se resteremo costantemente fedeli alla sua parola»21

3. Il Cristo mediatore al Padre

La dottrina di Cristo-via è tanto ricca e profonda da includere ciò che si potrà dire su Cristo mediatore, sulla centralità della redenzione per mezzo della croce, sulla necessità della grazia: ne scaturisce tutta la soteriologia cristiana. Lungi dal ridurre, essa mette in rilievo ed esalta la funzione di Cristo uomo.

Prendiamo di nuovo il verso di san Paolo, 1Tm 2, 5.22 La teologia di questo testo comincia con il concetto della mediazione. Mediatore è colui che si trova ontologicamente nel mezzo tra due estremi ed essendo della stessa natura di entrambi, può riavvicinarli e di fatto riconciliarli con la sua azione. Dunque «il mediatore fra Dio e gli uomini doveva rassomigliare in qualche cosa a Dio, in qualche cosa rassomigliare agli uomini: simile in tutto agli uomini, sarebbe stato lontano da Dio; simile in tutto a Dio, sarebbe stato lontano dagli uomini: e così non sarebbe stato un mediatore».23 Per cui

«era opportuno che egli divenisse mortale e non rimanesse mortale. È divenuto mortale senza abbassare la divinità del Verbo ma assumendo la bassezza della carne; e non è rimasto mortale nella carne ma l'ha risuscitata dalla morte, poiché fine della sua mediazione è che non rimanessero nella morte perpetua, sia pure della carne, coloro per la cui riabilitazione egli era divenuto mediatore. Per questo fu necessario che egli, mediatore fra noi e Dio, avesse una temporanea soggezione alla morte e la felicità perenne, in modo che mediante la dimensione con cui diviene si adatti a esseri destinati a morire e una volta morti li trasferisca alla dimensione che non diviene».24

Cristo, che nell'unità della Persona è Dio insieme e uomo adempie perfettamente questo concetto di mediazione. Possiamo affermare, in altri termini, che è mediatore come uomo Dio: «non mediatore l'uomo privo della divinità, né Dio privo dell'umanità. Ecco il Mediatore. La divinità senza l'umanità non è mediatrice, come non lo è l'umanità senza la divinità. Ma fra l'umanità sola e la divinità sola è mediatrice l'umana divinità e la divina umanità di Cristo».25 Compito della mediazione di Cristo è quello di togliere agli uomini i due loro mali, il peccato e la morte, e renderli partecipi dei due beni di Dio, la giustizia e l'immortalità; in questo modo essi passeranno dallo stato di miseria a quello di beatitudine.

«L'unico Figlio di Dio per natura è divenuto per noi Figlio dell'uomo nella misericordia affinché noi, figli dell'uomo per natura, con la mediazione, diventassimo per grazia figli di Dio. Rimanendo immutabile assunse da noi la nostra natura per assumerci in essa e conservando la propria natura si rese partecipe della nostra debolezza. Questo affinché, resi più buoni, noi, con la partecipazione a lui, immune dalla morte e dal peccato, ci liberiamo dalla soggezione al peccato e alla morte e conserviamo con la bontà della sua natura il bene che Egli ha operato nella nostra natura nel raggiungimento del sommo bene».26

Strettamente legato al concetto di mediazione è quello di salvezza:

«il Salvatore presa la carne dalla discendenza di Abramo diceva di se stesso: Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14, 6). Questa è la via aperta a tutti, [...] non è di un popolo ma di tutti i popoli, la legge e la parola del Signore non rimasero in Sion e in Gerusalemme ma di lì avanzarono per diffondersi in tutto il mondo. E per questo il Mediatore stesso dopo la sua resurrezione dichiarò ai discepoli impauriti: Era necessario che si adempissero le cose che sono state scritte su di me nella Legge, nei Profeti e nei salmi. Allora manifestò loro il significato perché intendessero le Scritture e disse loro che era necessario che il Cristo subisse la passione e risorgesse da morte il terzo giorno e che fossero annunziate da loro in mezzo a tutte le genti, cominciando da Gerusalemme, la conversione e la remissione dei peccati (Lc 24, 44-47) . Questa è dunque la via aperta a tutti per la liberazione dell'anima».27

4. Il Cristo redentore

Cristo è mediatore perché redentore. A questo proposito Agostino ci offre il primo saggio di teologia biblica, nel quale dimostra che il motivo dell'Incarnazione, secondo la Scrittura, non è altro che la redenzione degli uomini.

«Credo che sia più pratico ammucchiare insieme i molti testi che possano offrirsi o che sembrino sufficienti a dimostrare che il Signore Gesù Cristo non per altro fine è venuto nella carne e, presa la natura di servo, si è fatto obbediente fino alla morte di croce (Fil 2, 7-8) se non per vivificare, salvare, liberare, redimere, illuminare con questa somministrazione di grazia misericordiosissima tutti coloro dei quali, ammessi a vivere come membra nel suo corpo, egli è Capo per la conquista del regno dei cieli. Costoro prima vivevano nella morte, nella malattia, nella schiavitù, nella prigionia, nelle tenebre dei peccati [...] per loro Cristo diventò il Mediatore tra Dio e gli uomini, e per opera sua, distrutta l'inimicizia della nostra empietà dalla pace di quella grazia (Ef 2, 16), siamo stati riconciliati con Dio per la vita eterna e strappati alla morte eterna che sovrastava ai peccatori. Quando poi ciò apparirà da testi ancora più abbondanti, la conseguenza sarà che non possono appartenere a questa somministrazione di grazia, fatta dal Cristo per mezzo della sua umiltà, coloro che non hanno bisogno di vita, di salvezza, di liberazione, di redenzione, d'illuminazione»28

Cristo, infatti, è l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo,29 il medico che non è venuto per i sani, ma per gli ammalati,30 il Figlio dell'uomo che è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto,31 venuto non per i giusti, ma per i peccatori,32 Colui che è morto per i nostri peccati secondo le Scritture.33

«A questa conclusione vengono legate le tre proprietà essenziali della redenzione, che sono la necessità, perché nessuno può salvarsi senza Cristo; l'oggettività, perché non consiste solo nell'esempio di virtù da imitare, ma nella riconciliazione con Dio; l'universalità, perché Cristo è morto per tutti gli uomini, nessuno eccettuato».34

4.1. Necessità

Dalla natura della redenzione nasce la sua necessità assoluta e universale. Agostino enuncia una duplice tesi, fondata sui testi biblici: Cristo è essenzialmente Salvatore ed è l'unico Salvatore. La conseguenza è che nessuno può appartenere a Cristo se non ha bisogno della salvezza, né può avere la salvezza se non per mezzo di Lui. Il motivo per il quale il Signore Gesù cristo è venuto in questo mondo è quello di salvare gli uomini dalla morte dei peccati. Di conseguenza, nessuno può appartenere a Cristo se non ha bisogno della salvezza.35

La seconda tesi, sempre fondata sulla Sacra Scrittura, in modo particolare sulla 1Tm 2, 536 e sugli Atti degli apostoli 4, 12,37 lo porta a concludere che nessuno può essere salvo fuori del «regno di Dio e senza essere unito al Cristo Salvatore».38

4.2. Oggettività

La seconda proprietà è quella della oggettività. Secondo l'Ipponate l'opera redentrice di Cristo non si limita a darci un esempio sublime di virtù da imitare. Se la santificazione del cristiano fosse da collocare nella categoria della imitazione, Cristo non sarebbe più il solo santo e santificatore. Ogni giusto è degno di imitazione, come ci ricorda l'apostolo Paolo, il quale non esita a proporre se stesso come modello da imitare.39

Ma Cristo è giusto e giustificante insieme.40 E la nostra giustificazione ha il suo fondamento nel sacrificio di Cristo. Ne La Trinità Agostino afferma che il Padre, con l'incarnazione e la morte del Figlio, ha voluto convincere l'uomo della grandezza del Suo amore e della condizione in cui si trovava quando è stato amato;41 ma nello stesso tempo, l'Ipponate insiste sull'efficacia del sacrificio di Cristo, per espiare i peccati e riconciliare gli uomini a Dio. Noi veniamo riconciliati a Dio «con la remissione dei peccati, in virtù dell'unica grazia del misericordiosissimo Salvatore, in virtù dell'unica vittima offerta dal verissimo Sacerdote».42

4.3. Universalità

La terza proprietà è quella della universalità. Agostino parte dall'affermazione paolina contenuta in 2Cor 5, 1443 ed afferma che l'espressione «tutti sono morti» fa riferimento alla morte del peccato. Questo è il testo scritturistico base che permette ad Agostino di legare l'universalità della redenzione a tre ordini di argomenti:

1. alla morte di Cristo, prezzo del riscatto per tutti;

2. al nome di Gesù, ossia il Salvatore di tutti;

3. al giudizio finale, nel quale Cristo giudicherà tutti.

Da queste tre premesse, Agostino trae tre conclusioni:

1. tutti sono morti;

2. tutti hanno bisogno del Salvatore;

3. tutti sono stati redenti, perché Cristo è morto per tutti.44

5. In che modo? L'incarnazione come via di salvezza

5.1. La soteriologia agostiniana

Dove la teologia agostiniana su Cristo uomo rivela meglio le sue profondità è sull'argomento delle relazioni tra la natura umana assunta dal Verbo e la salvezza degli uomini. Infatti,

«chi confessa Cristo Dio e nega Cristo uomo, Cristo non è morto per lui, perché Cristo è morto come uomo. Chi nega Cristo uomo, non può essere riconciliato con Dio per mezzo del mediatore. Uno solo è Dio, uno solo il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù (1Tim 2, 5). Chi nega l'uomo Cristo non può essere giustificato, perché, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così per l'obbedienza di un solo uomo tutti saranno costituiti giusti (Rm 5, 19). Chi nega l'uomo Cristo, non risorgerà nella risurrezione della vita, poiché come per mezzo di un uomo venne la morte, così per mezzo di un uomo la risurrezione dai morti (1Cor 15, 21). Agostino continua: a quale titolo Cristo è capo della Chiesa, se non perché uomo... ? Come può dunque appartenere al corpo di Cristo chi nega l'uomo Cristo?»45

Si può continuare ad esporre la dottrina agostiniana, sempre molto ricca, su Cristo uomo. Agostino, per ragioni personali, apologetiche e pastorali, oltre che teologiche, insiste su Cristo via. Per quelle personali si veda la sua conversione, che nel momento culminante trovò il motivo essenziale nella scoperta di Cristo via, cioè mediatore: «Cosa farà l'uomo nella sua miseria? chi lo libererà da questo corpo mortale, se non la tua grazia per mezzo di Gesù Cristo signore nostro (Rm 7, 24) , generato da te coeterno, creato al principio delle tue vie (Pr 8, 22)»;46 per le ragioni apologetiche si ricordi il superamento della posizione dei filosofi platonici: «se non avessi cercato la tua via in Cristo nostro salvatore (Tt 1, 4) , non sapiente ma morente sarei stato ben presto»47 e il rimprovero che fa sempre ai filosofi di non voler accettare Cristo che è appunto la «via aperta a tutti per la liberazione dell'anima»;48 per le ragioni pastorali si osservi la frequenza e la grande passione con la quale parla di Cristo modello da imitare:

«si mostrava a noi, infatti, a quale fragilità l'uomo era giunto con la sua colpa, e da quale fragilità era liberato con l'aiuto divino [...] Quale superbia si può sanare, se non si sana con l'umiltà del Figlio di Dio? Quale avarizia si può sanare, se non si sana con la povertà del Figlio di Dio? Quale iracondia si può sanare, se non si sana con la pazienza del Figlio di Dio? Quale empietà si può sanare, se non si sana con la carità del Figlio di Dio? Infine, quale timidezza si può sanare, se non si sana con la risurrezione del corpo di Cristo Signore?»49

medico da invocare:

«Chi è il medico? Il Signore nostro Gesù Cristo. Chi è nostro Signore Gesù Cristo? Colui che fu visto anche da coloro che lo crocifissero, colui che fu preso, schiaffeggiato, flagellato, coperto di sputi, coronato di spine, appeso alla croce, fatto morire, trafitto con la lancia, deposto dalla croce, messo nel sepolcro. È questo il Signore nostro Gesù Cristo; ed è lui il medico di tutte le nostre ferite, quel crocifisso che fu insultato, di cui, quando pendeva dalla croce, i persecutori scuotendo il capo dicevano: Se è il Figlio di Dio, discenda dalla croce (Mt 27, 40). Sì, è lui il nostro vero medico»50

latte da succhiare: «Tu però devi crescere nutrendoti di latte, finché non arrivi a cibarti di pane. Ma come debbo fare -- dirai -- per crescere nutrendomi di latte? Credi in primo luogo a ciò che Cristo è diventato per te, per adeguarsi alla tua fragilità».51

5.2. La missione del Figlio

La stessa missione del Figlio è letta da Agostino in ordine alla salvezza. Per cui, il libro IV de La Trinità, che tratta del tema della missione del Figlio, diventa un trattato di soteriologia. Le missioni (del Figlio e dello Spirito), spiega il vescovo di Ippona,

«non importano nessuna inferiorità o subordinazione di una Persona divina a un'altra [...] nella Trinità stessa le missioni divine indicano solo ordine di natura, che è ordine di origine di una Persona dall'altra [...] La missione divina dunque indica insieme e la processione di una persona dall'altra e un nuovo modo di essere della persona nel tempo. Or questo modo è duplice, visibile ed invisibile. Il Figlio si è manifestato visibilmente nell'incarnazione, e si manifesta invisibilmente nella giustificazione [...] a spiegare il significato soteriologico del primo, cioè della missione visibile, s. Agostino dedica quasi tutto il libro IV»52

Insiste particolarmente, nelle prime pagine del capitolo, sull'importanza dell'amore che Dio ha avuto per noi:

«E prima di tutto bisognava persuaderci di quanto fosse grande l'amore di Dio per noi, perché la disperazione non ci impedisse di innalzarci verso di lui (cfr., Gv 3, 16; 1Gv 3, 1; Ger 48, 26). Bisognava anche mostrarci in quale stato eravamo quando ci ha amati, affinché inorgogliendoci dei nostri meriti non ci allontanassimo di più da lui e non diventassimo più deboli nella nostra forza. Così Dio ha agito nei nostri riguardi in modo che progredissimo invece per la sua forza e così la forza della carità trovasse la sua pienezza nella debolezza dell'umiltà».53

Di questo amore, l'incarnazione è la manifestazione suprema: «Come può avvenire che Dio non abbia compassione di noi, quando, per quelli che noi siamo, Dio si fece uomo?».54 Per l'incarnazione siamo resi capaci di attingere la Verità:

«il Verbo, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose, si è fatto carne ed abitò tra noi (Gv 1, 14). La nostra illuminazione è una partecipazione del Verbo, cioè di quella vita che è luce degli uomini (Gv 1, 4). Ma noi eravamo veramente inadatti e ben poco idonei a tale partecipazione per la immondizia dei peccati. Dovevamo essere purificati. Ora la sola purificazione dei peccatori è il sangue del Giusto (Mt 27, 24), e l'umiltà di Dio»55.

Agostino ritorna sul concetto di mediazione e spiega come esso contribuisca alla nostra salvezza. Partendo dall'affermazione che ogni uomo è morto nell'anima e nel corpo, nell'anima per il peccato e nel corpo per il castigo del peccato, occorreva che queste due realtà -- anima e corpo -- bisognassero di una medicina e di una resurrezione «per rinnovare in meglio ciò che era stato mutato in peggio».56

«Ecco dunque che per togliere le nostre due morti il Salvatore ha pagato con una sola morte da parte sua e per procurare ambedue le nostre risurrezioni ha preposto e proposto come sacramento ed esempio una sola risurrezione da parte sua. Infatti non fu né peccatore, né empio in modo da aver necessità di rinnovarsi secondo l'uomo interiore (cfr., 2Cor 4, 16), come se fosse uno spirito morto, e da essere richiamato alla vita della giustizia, come ravvedendosi. Ma rivestito di carne mortale, non morendo che per essa, non risuscitando che per essa, per essa sola si mise in armonia con noi per la morte e la risurrezione, facendosi in essa sacramento dell'uomo interiore e modello di quello esteriore»57.

«Di questo sacramento, di questo sacrificio, di questo sacerdote, di questo Dio»,58 noi ne abbiamo ricevuto beneficio, fino al punto da essere stati reintegrati nell'unità:

«che morti nell'anima per molti peccati e destinati a morire nel corpo in pena del peccato, amassimo quest'uno, morto per noi nella carne senza peccato; che noi credendo in quell'uno risorto e con lui spiritualmente risorgendo per fede, fossimo giustificati diventando una cosa sola nell'unico Giusto (cfr., Col 2, 12); che noi non disperassimo di poter risuscitare anche nella carne (cfr., 1Cor 12, 12), vedendoci preceduti, noi moltitudine di membra, da lui come unico capo; in cui, purificati adesso per mezzo della fede, e reintegrati in futuro per mezzo della visione, riconciliati con Dio per la sua funzione di Mediatore, dobbiamo aderire all'Uno (cfr., Gal 3, 20), godere dell'Uno, perseverare nell'Unità»59.

Questa mirabile sintesi di carattere teologico dell'opera redentrice di Cristo, mediatore di unità, si trova espressa in termini narrativi ne Le Confessioni:

«Ma poiché la tua misericordia è superiore a tutte le vite (Sal 62, 4) , ecco che la mia vita non è che distrazione, mentre la tua destra mi raccolse (Sal 17, 36; 62, 9) nel mio Signore, il figlio dell'uomo, mediatore fra te, uno, e noi, molti (cfr., 1Tm 2, 5), in molte cose e con molte forme, affinché per mezzo suo io raggiunga Chi mi ha raggiunto e mi ricomponga dopo i giorni antichi seguendo l'Uno [... ] Ora i miei anni trascorrono fra gemiti (Sal 30, 11) , e il mio conforto sei tu, Signore, padre mio eterno. Io mi sono schiantato sui tempi, di cui ignoro l'ordine, e i miei pensieri, queste intime viscere della mia anima, sono dilaniati da molteplicità tumultuose. Fino al giorno in cui, purificato e liquefatto dal fuoco del tuo amore, confluirò in te»60.

Quindi, il Verbo fatto carne, pur rimanendo identico a se stesso e immutabile per ogni verso, assumendo la natura umana, ha sofferto la morte riconciliandoci con Dio per mezzo del suo sacrificio di pace,61 «rimanendo egli tutt'uno con Dio a cui si offriva, facendo tutt'uno in sé coloro per i quali l'offriva, tutt'uno essendo lui che offriva con ciò che offriva».62 Ecco dunque la missione del Figlio di Dio. Ed Egli è inviato a ciascuno nel momento in cui ciascuno conosce e percepisce, per quanto può farlo un'anima razionale che progredisce verso Dio, che Egli procede dal Padre.63

«Ma come nel caso di colui che ha generato e di colui che è stato generato, colui che ha mandato e colui che è stato mandato sono una sola cosa, perché il Padre e il Figlio sono una sola cosa [...] come infatti per il Figlio nascere è essere dal Padre, così per il Figlio essere mandato è essere conosciuto nella sua origine dal Padre».64

«Così al Verbo di Dio l'uomo si unì e, in qualche modo, si mescolò nell'unità della persona quando, giungendo la pienezza dei tempi, il Figlio di Dio fu mandato in questo mondo, nato da donna per essere anche Figlio dell'uomo, a beneficio dei figli degli uomini (cfr., Gv 3, 17)».65

6. Conclusione - Perché? Cosa dice della necessità della salvezza Agostino

Dal momento che l'essenza di Dio «non ha assolutamente nulla di mutevole sia nell'eternità, sia nella verità o nella volontà,66 noi uomini, divenuti esuli a causa del peccato, rimaniamo tuttavia orientati verso l'eternità, non rinunciamo alla ricerca della verità e della vita beata, anche quando ci rivolgiamo alle cose mutevoli ed effimere. Per tornare dove avremmo dovuto sempre stare e a cui siamo in qualche modo rimasti uniti,67 dovevamo renderci conto di quanto fosse grande l'amore che Dio ha per noi; era anche necessario che Dio ci facesse prendere coscienza della condizione in cui «eravamo quando ci ha amati; di questa grandezza perché non disperassimo, di questo stato perché non insuperbissimo».68 È questa appunto l'opera del Figlio di Dio, il quale, incarnandosi, è diventato il «Mediatore di Dio e degli uomini come Figlio dell'uomo, uguale al Padre (1Tm 2, 5) per l'unità della divinità e nostro simile per l'umanità che assunse».69 Egli ci ha liberato da tutti i nostri mali, ai quali, a causa del peccato, eravamo soggetti. Cristo, dunque, è diventato mediatore di vita attraverso il sacrificio della croce, che ha offerto per noi al Padre. Con tale sacrificio «egli ha pulito, abolito, estinto»70 ciò che c'era in noi di colpevole, «e con la sua resurrezione a una vita nuova ha chiamato noi, i predestinati, chiamati ci ha giustificati, giustificati ci ha glorificati (Rm 8, 30)».71

«Ecco per qual fine il Figlio di Dio è stato mandato o meglio che cos'è la missione del Figlio di Dio. Tutti i fatti compiuti nel corso del tempo [...] per costituire la nostra fede, dalla quale siamo purificati per contemplare la verità, costituiscono o delle testimonianze di questa missione o la stessa missione del Figlio di Dio».72

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Note

  1. SANT' AGOSTINO, Discorsi, II/2: sul Nuovo Testamento, NBA XXX/2, L. CARROZZI - F. MONTEVERDE (curr.), Città Nuova, Roma 1983, 174.2. Testo

  2. SANT' AGOSTINO, La Trinità, NBA IV, A. TRAPÈ - M. F. SCIACCA - G. BESCHIN (curr.), Città Nuova, Roma 19872, 13,10.13: «bisogna mostrare che non c'era né vi sarebbe potuto essere un altro modo più conveniente per risanare la nostra miseria». Testo

  3. SANT' AGOSTINO, La Trinità, XLIII-XLIV. Testo

  4. «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1Tm 2,5). Testo

  5. Cf., SANT' AGOSTINO, La Trinità, 1, 7.14. Testo

  6. Ibidem. Testo

  7. Cf., H. DENZINGER, Enchiridion Symbolorum definitiorum et declarationum de rebus fidei et morum, P. HÜNERMANN (cur.), EDB, Bologna 20034 (ed. ted. Freiburg 199938), 169. Testo

  8. SANT' AGOSTINO, Discorsi, II/2: sul Nuovo Testamento, NBA XXX/2, L. CARROZZI - F. MONTEVERDE (curr.), Città Nuova, Roma 1983, 186, 1.1. Testo

  9. Cf., ID., Il Maestro interiore. Pagine spirituali, A. TRAPE' (cur.), Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1987, 89. Testo

  10. SANT' AGOSTINO, Discorsi, II/2: sul Nuovo Testamento, 92, 3. Testo

  11. ID., Il dono della perseveranza, NBA XX, in ID., Grazia e libertà, A. TRAPÈ - F. MONTEVERDE - M. PALMIERI (curr.), Città Nuova, Roma 1987, 24, 67. Testo

  12. ID., La predestinazione dei santi, NBA XX, in ID., Grazia e libertà, 15, 31. Testo

  13. «Avete udito che vi ho detto: «Vado e tornerò da voi». Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me» (cf., Gv 14,28). Testo

  14. Cf., SANT' AGOSTINO, La Trinità, XX. Testo

  15. ID., La Trinità, 1, 11.22. Testo

  16. Ibidem. Testo

  17. «Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). Testo

  18. SANT' AGOSTINO, Commento al Vangelo di San Giovanni, commento all'epistola ai Parti di San Giovanni, NBA XXIV, A. VITA - V. TARULLI - E. GANDOLFO - G. MADURINI - L. MUSCOLINO (curr.), Città Nuova, Roma 1968, 69, 2. Testo

  19. SANT' AGOSTINO, Commento al Vangelo di San Giovanni, 34, 9. Testo

  20. SANT' AGOSTINO, Commento al Vangelo di San Giovanni, 69, 3. Testo

  21. ID., Discorsi, II/2: sul Nuovo Testamento, 92, 3. Testo

  22. ID., Discorsi, VI: su argomenti vari, NBA, V. PARONETTO - A. M. QUARTIROLI - F. MONTEVERDE (curr.), Città Nuova, Roma 1989, 346, 2. Testo

  23. «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1Tm 2,5). Testo

  24. SANT' AGOSTINO, Le Confessioni, NBA I, C. CARENA - M. PELLEGRINO - A. TRAPÈ - F. MONTEVERDE (curr.), Città Nuova, Roma 19915, 10, 42.67. Testo

  25. ID., La città di Dio, III, NBA V/3, D. GENTILI - F. MONTEVERDE (curr.), Città Nuova, Roma 1991, 9, 15.1 Testo

  26. ID., Discorsi, I: sul Vecchio Testamento, NBA XXIX, M. PELLEGRINO - P. BELLINI - F. CRUCIANI - V. TARULLI - F. MONTEVERDE (curr.), Città Nuova, Roma 1979, 47, 21. Testo

  27. SANT' AGOSTINO, La città di Dio, III, 21, 15. Testo

  28. ID, La città di Dio, I, NBA V/1, D. GENTILI - A. TRAPÈ - R. RUSSELL - S. COTTA (curr.), Città Nuova, Roma 1978, 10, 32.2. Testo

  29. SANT' AGOSTINO, Il castigo e il perdono dei peccati ed il battesimo dei bambini, NBA XVII/1, in ID., Natura e grazia, I, A. TRAPÈ - I. VOLPI (curr.), Città Nuova, Roma 1981, 1, 26.39. Testo

  30. «Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (cf., Gv 1,29). Testo

  31. «Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (cf., Mt 9,12). Testo

  32. «Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova?» (cf., Lc 15,8). Testo

  33. «Ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (cf., Lc 15,32). Testo

  34. «A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture» (cf., 1Cor 15,3). Testo

  35. A. TRAPÈ, Introduzione generale a Sant'Agostino, F. MONTEVERDE (cur.), NBA, Città Nuova, Roma 2006, 190-191. Testo

  36. Cf., SANT' AGOSTINO, Il castigo e il perdono dei peccati ed il battesimo dei bambini, 1, 26.39. Testo

  37. «Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù» (1Tm 2,5). Testo

  38. «In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12). Testo

  39. SANT' AGOSTINO, Il castigo e il perdono dei peccati ed il battesimo dei bambini, 2, 1.1. Testo

  40. «Vi prego, dunque: diventate miei imitatori!» (cf., 1Cor 4,16). Testo

  41. Cf., SANT' AGOSTINO, Il castigo e il perdono dei peccati ed il battesimo dei bambini, 1, 14. Testo

  42. Cf., La Trinità, 4, 1.2. Testo

  43. ID., Il castigo e il perdono dei peccati ed il battesimo dei bambini, 1, 28.56; cf., A. TRAPÈ, Introduzione generale a Sant'Agostino, 187. Testo

  44. «L'amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti» (cf., 2Cor 5,14). Testo

  45. Cf., A. TRAPÈ, Introduzione generale a Sant'Agostino, 188. Testo

  46. A. TRAPÈ, Introduzione generale a Sant'Agostino, 155. 2 SANT' AGOSTINO, Le Confessioni, 7, 21.27. Testo

  47. 3 Ibidem, 7, 20.26. Testo

  48. 4 ID., La città di Dio, III, 10, 32.2. Testo

  49. Testo

  50. SANT' AGOSTINO, Il combattimento cristiano, NBA VII/2, in ID., Morale e ascetismo cristiano, L. MANCA - F. MONTEVERDE (curr.), Città Nuova, Roma 2001, 11, 12. Testo

  51. ID., Commento al Vangelo di San Giovanni, 3, 3. Testo

  52. ID., Esposizione sui Salmi, IV, NBA XXVIII, V. TARULLI - F. MONTEVERDE (curr.), Città Nuova, Roma 1977, 130, 9. 8 ID., La Trinità, XXI-XXII; cf., G. MADEC, La patria e la via. Cristo nella vita e nel pensiero di Sant'Agostino, Borla, Roma 1993, 183. Testo

  53. Testo

  54. SANT' AGOSTINO, La Trinità, 4, 1.2. Testo

  55. ID., Discorsi, II/2: sul Nuovo Testamento, 130, 3. Testo

  56. ID., La Trinità, 4, 2.4. Testo

  57. Ibidem, 4, 3.5. Testo

  58. Ibidem, 4, 3.6. Testo

  59. Ibidem, 4, 7.11. Testo

  60. Ibidem. Testo

  61. SANT' AGOSTINO, Le Confessioni, 11, 29.39. Testo

  62. «Ma non si dà mediatore per una sola persona: ora, Dio è uno solo» (cf., Gal 3,20). Testo

  63. SANT' AGOSTINO, La Trinità, 4, 14.19. Testo

  64. Cf., ibidem, XXII. Testo

  65. Ibidem, 4, 20.29. Testo

  66. Ibidem, 4, 21.30. Testo

  67. SANT' AGOSTINO, La Trinità, 4, 1. Testo

  68. Cf., ibidem, XLIV. Testo

  69. Ibidem, 4, 1.2. Testo

  70. Ibidem, 4, 8.12. Testo

  71. Ibidem, 4, 13.17. Testo

  72. Ibidem. Testo

  73. Ibidem, 4, 19.25. Testo