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La sfida educativa: ripercorrendo le trame della paideia cristiana

di Laura Balestra (2 ottobre 2012)

L'educazione è un processo fondato sulla relazione tra individui entro un contesto di promozione e sviluppo graduale della persona umana nella sua integralità, nell'ambito di una società sempre più vasta e «meticcia». Dialogo, paideia, gestione della compresenza di culture, universalità, bisogno di interiorità della persona, ricerca di senso e verità, discernimento, traditio dei saperi e dei valori, capacità di accogliere cives et culturae ex omnibus gentibus, creando di esse un'unica dialogante societas, peregrina verso il più alto compimento di se stessa, sono concetti posti in essere dal mondo antico, ripresi nelle riflessioni di teologi e scrittori dell'antichità. L'imponente modello educativo greco-romano cristianizzato, strutturato sul discernimento e sul dialogo fecondo, potrebbe garantire, ancora oggi e in futuro, una delle auspicabili risorse, per una convergenza di intenti mondiale, civile e religiosa, che abbia a cura lo sviluppo armonico della persona e con essa dell'intera, universale societas humana?

L'idea della vera educazione umana è germinata, si può dire, e fiorita al mondo dallo spirito del Cristianesimo.

-- Antonio Rosmini, Dell'educazione cristiana

Nel 2009, un testo edito a cura del Comitato per il progetto culturale della CEI, intitolato La sfida educativa, constatava quanto fosse e sia tuttora immensa e ineluttabile la profondità della crisi che imbriglia l'uomo occidentale in un «male di vivere» capace di paralizzarne ogni attività, rendendolo schiavo di un doppio essere, scisso, diviso, separato da se stesso e dagli altri. Un essere non più unicum di spirito e materia, ma creatura duale e bifronte dalla doppia natura potente e impotente, deficitaria «di speranza e di volontà di futuro». È il paradigma dell'immobilismo totale dell'uomo dinanzi al «deserto dell'insensatezza». L'uomo sembra incapace di voltarsi indietro, inabile nel rivolger gli occhi avanti. È fermo. E non ha senso. Manca oggi questo senso, che tutti invocano, ma che nessuno vede, manca lo scopo, è venuta meno la percezione delle cose.1 Le barriere dell'ignoto hanno discinto i loro veli dinanzi a un uomo fragile, incapace e inerme, solo e senz'anima. E quando l'uomo arriva a perdere se stesso, chi o cosa può restituirlo all'essere, riedificando le strutture spirituali dell'anima? Un tempo a tale servigio attendevano la religione e l'arte, con la loro sublime, educativa maestria edificante. La crisi del mondo attuale, naufrago dell'esistenza e del senso, attanaglia la vita umana ponendola schiava di ipocrisie, pregiudizi, scatenando le pulsioni dell'odio e della violenza, sfiduciando le relazioni interpersonali, depotenziando le speranze umane di salvezza. Al giorno d'oggi il potere saggio e formativo delle strutture educative d'un tempo sembra non sollevare più l'animo e le attese degli uomini, vorticanti disperati nella spirale di chiunque, con l'inganno, si ponga come nuova guida relativa verso la riscoperta dei valori fondamentali. Un'epoca in cui è di moda professarsi, da più parti, latori del Vero, senza essere tali e senza sapere cos'è Verità. E nel totale oblio dell'uomo da se stesso tutto diventa merce, tutto appare negoziabile: i valori stessi, la persona, il bene comune e persino l'educazione come bene sovrano e al servizio della società. L'uomo del Terzo Millennio si trova solo, strattonato e diviso al centro di un crocevia di strade, ognuna delle quali reca l'indicazione «via alla verità». Quale scegliere? Oggigiorno, pochi sono in grado di prediligere un percorso veritiero nella consapevolezza dell'opinabilità di ogni convinzione, nell'amara constatazione di un relativismo soffocante. Il mondo che viviamo pare in procinto d'esalare l'ultimo respiro, che è più un sospiro, anelante a un Senso una volta così chiaro e visibile, grazie anche a quell'antica sempiterna idea evangelica d'educazione integrale dell'uomo come persona recante in sé l'orma visibile dell'Assoluto, idea che appare ora una vaga memoria trascorsa, per coloro che hanno ancora forza di ricordare. In questo mondo dell'informazione assordante, facile e di scarso valore, quale valore possono avere i valori? Quali modelli o piani d'azione possono invocarsi, oggi, a scorgere nuovi orizzonti programmatici per uno sviluppo armonico e globale dell'esistenza umana? La via alla Verità necessita di luce, di rivelazione, della Rivelazione. È in questo clima di fragilità e crisi che la Chiesa, in vista del bene comune, va proponendo le direttrici del proprio progetto culturale, vòlto a formare nuove generazioni consapevoli e salde, nell'ideale comunanza di intenti tra istituzioni civili e religiose. In tale direzione si inseriscono, a buon diritto, gli Orientamenti pastorali decennali (2010-2020) della Conferenza Episcopale Italiana, la quale contempla e accetta la sfida della nuova frontiera educativa, in unione ad una Chiesa concorde e consapevole della critica stagione nazionale ed internazionale vissuta e vigente; una Chiesa massimamente orientata al bene comune della società, impegnata a condividere con essa «risorse economiche e intellettuali, morali e spirituali, imparando ad affrontare insieme, in un contesto di reciprocità, i problemi e le sfide del Paese».2

In un tempo come il nostro nel quale le sfide maggiori gravitano intorno all'esigenza necessaria di meglio comprendere 'chi siamo', dando volto a noi stessi nella disagevole e ardua edificazione di un criterio d'identità, affiora stringente la vexata quaestio delle radici. Radici culturali, radici di civiltà, radici d'educazione e formazione ad essere e per essere una civiltà portavoce di una specifica cultura, dalla memoria antica, eppure capace e invocata a gettar luce sul presente al fin di porgere all'oggi le chiavi di dischiusa al futuro.

1. La «dokimasia» paolina e il confronto fra culture nei primi secoli

«Tutti i popoli che attingono un certo grado di sviluppo hanno naturalmente l'impulso a educare. L'educazione è il principio di cui si vale la comunità umana per conservare e propagare il proprio tipo fisico e morale. Nella vicenda universale gl'individui passano, laddove il tipo si mantiene identico».3

Così il filologo-filosofo Werner Jaeger, esponente del cosiddetto «Terzo Umanesimo», (terzo dopo le precedenti esperienze del «primo Umanesimo» italiano e del suo secondo sviluppo nell'età di Goethe), principia il proprio opus magnum sulla formazione dell'uomo greco, Paideia. Perché mai intavolare, in questa sede, una tematica pedagogica di matrice cristiana, risalendo all'esperienza culturale dell'antichità classica? È forse fuorviante una tale proiezione in un passato pre-cristiano o piuttosto non si manifesta come calzante ai fini di una pre-comprensione dell'essenza stessa del Cristianesimo e del suo telos didascalico perennemente in atto?

È ormai acclarato come l'intera tradizione pedagogica dell'Occidente derivi in linea diretta dal sistema di educazione tracciato, in veste teorica e pratica, dai Greci e dai Romani; tuttavia persiste «tra cristianesimo e classicismo un legame intimo di cui lo storico non può fare a meno di constatare la solidità»4 e la validità, qualora si voglia considerare, in maniera critica, lo sviluppo della pedagogia cristiana, o meglio «ellenistico-cristiana», dai primi secoli ad oggi. Quali che siano le ormai ben note radici giudaico-cristiane e greco-romane della nostra storia, accanto alle influenze dei popoli nordici e dell'Est, tra gli insigni storici della cultura cristiana antica, quali Henri-Irénée Marrou, s'è imposta l'idea che, seppur legittima e accolta l'esistenza di un binomio inscindibile dato da civiltà ed educazione, quest'ultima tuttavia parrebbe detenere una secondarietà logica rispetto al primato espresso dall'altra: «bisogna che una civiltà raggiunga la sua propria Forma prima di poter generare l'educazione che la rispecchierà».5 La compiutezza ideale e formale di una civiltà costituirebbe, dunque, la condicio sine qua non per l'avvio del processo educativo, mediante schemi, programmi, modelli, metodi. Sin dall'antichità l'uomo, come essere totipotente fatto a immagine e somiglianza del divino, ha ricercato e perseguito la meta ultima della sua realizzazione immanente, in costante parallelo con un itinerario trascendente che lo completasse nella duplice veste di homo sapiens e homo spiritualis. L'uomo, per natura, ricerca la verità delle cose, della realtà, di Dio e l'urgenza di verità dell'homo quaerens l'ha da sempre sospinto in tensione verso il senso perduto dell'essere, dall'epoca dell'umanità vissuta nel tempo de li dei falsi e bugiardi6 fino alla manifestazione dell'unico Dio vero, nella pienezza del tempo.7 Un Dio che, nel corso dei secoli, ha educato il suo popolo8 e s'è fatto, poi, guida visibile d'esso nel proprio Figlio.

L'espressione en Christo paideia, comunemente tradotta con «educazione cristiana», compare nel I secolo d. C. nella Lettera ai Corinthi di S. Clemente Romano, ma già San Paolo nella Lettera agli Efesini (6, 4: en paideia Kyriou), nella II Lettera a Timoteo (3, 14-16), nella Lettera agli Ebrei (12, 5: paideias Kyriou) e, infine, nella Lettera a Tito (2, 11-12) aveva riconosciuto la funzione educatrice (paideuousa) della grazia di Dio, a testimonianza di come il concetto di educazione non fosse limitato al mondo pagano e che, attraverso l'Ebraismo e il Cristianesimo, la paideia classica stesse ormai varcando le soglie di una nuova fase progettuale.9 Nel tormentato processo di confronto della Rivelazione nella Storia dell'uomo, soprattutto nei primi secoli, il Cristianesimo visse un delicato stadio di transizione all'interno di quel mondo chiamato antico, sede prescelta per l'evento dell'Incarnazione. Come conciliare Rivelazione e Classicismo, Atene e Gerusalemme, la Chiesa e l'Accademia, inserendo all'interno di una questione tanto annosa la centralità del processo formativo nei suoi nuovi sviluppi? La questione del rapporto tra Atene e Gerusalemme, intesa secondo le attuali tendenze di pensiero che vedono nei toponimi una più alta concezione semantica, rinvia all'antica polemica posta in essere già dall'apologeta Tertulliano e contenuta nel suo De praescriptione haereticorum: «Quid ergo Athenis et Hierosolymis? quid academiae et ecclesiae? quid haereticis et christianis? ».10 Può esservi conciliazione tra la veritas della Chiesa e l'aletheia dell'Accademia? Tra una verità che si indaga attraverso la ragione e una verità che si esprime attraverso le intuizioni della Rivelazione, manifestandosi in Persona? Tra una verità questuata e una verità data, concessa, rivelata per volere divino? Qualche secolo dopo, anche San Girolamo si reinterrogò su prìncipi e princìpi della filosofia e della Chiesa nel Dialogus adversus Pelagianos: «Quid Aristoteli et Paulo? Quid Platoni et Petro? Ut enim ille princeps philosophorum, ita hic apostolorum fuit».11 Qual è la categoria che lega l'universo della speculazione all'universo della Rivelazione: sintesi o dialettica? Storicamente, la koine mediterranea che lega le due città, Atene e Gerusalemme, le rende partecipi di un unico afflato comune: il logos. Filosofia e scienza da una parte e aspirazione spirituale dall'altra. Verità logica e Verità rivelata: dal tentativo di conciliazione delle due nasce la civiltà occidentale. Il logos della razionalità e della ragionevolezza, paradigma della grecità costituisce il comune sostrato identitario della koine culturale ellenistica ed è a fondamento dei successivi sviluppi formativi e spirituali dell'Occidente. Se l'idea di logos nella sua accezione terminologica rinvia al contesto del dire e della parola, tuttavia diverso si presenta poi l'esito della riflessione su di esso operata dalla civiltà della filosofia e dalla civiltà della Rivelazione. Il logos di Atene è logikos e rientra nella dimensione concettuale dell'astrattezza teoretica, il logos di Gerusalemme è Parola personale, incarnata.12

Nel grandioso processo di cristianizzazione dell'Ellenismo e di ellenizzazione del Cristianesimo, la crisi oppositiva di idee e dei, dal contrasto iniziale, parve successivamente mitigarsi in virtù di un progressivo accoglimento e adeguamento di una parte all'altra, dell'Antichità al Cristianesimo e del Cristianesimo all'Antichità.13 All'interno di quella che Paolo VI definì la «grande avventura umana»,14 il Cristianesimo, per natura assoluto e universale, ha saputo accogliere e consacrare il meglio di ogni cultura incontrata nel suo procedere dall'antico al nuovo, rivelandosi come «fattore di civilizzazione di prim'ordine, per l'elevazione culturale, umana e morale delle persone e dei popoli».15 La cultura rappresenta da sempre uno degli impegni principali della Chiesa nel mondo. Il mandato missionario apostolico e pedagogico lasciato da Cristo ai discepoli ne costituisce, fin dalle origini, l'atto parenetico per eccellenza rivolto all'educazione delle genti: «andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni (docete omnes gentes) [...] insegnando loro (docentes eos) ad osservare tutto ciò che vi ho comandato»,16 usque ad ultimum terrae.17 Attinto il proprio personale, completo grado di sviluppo, il Cristianesimo intraprese il suo mandato educativo entro le trame in apparenza inestricabili della paideia classica, fondendo la Rivelazione evangelica con l'eredità culturale ellenistica, elevando quest'ultima al rango di praeparatio. Il tema della docenza o doctrina si avvalora e diffonde, fin dal precetto missionario di Cristo, attraverso l'opera dell'apostolo affidatario del mandatum ad gentes, Paolo di Tarso. Nell'avventura dei viaggi e delle lettere egli, per secondo dopo la primazialità del Salvatore, seppe scrutare i segni di quei tempi antichi, a lui attuali, esaminandone ogni cosa, tenendo quanto in essi ravvisasse di buono. Nella Prima lettera ai Tessalonicesi scrisse: «esaminate ogni cosa (panta dokimazete), tenete ciò che è buono (to kalon katechete) ».18 Il discernimento, o se vogliamo con termine greco dokimasia19 e latino probatio20 o iudicium, è la luce del giudizio e della distinzione che permette di rischiarare la nube indistinta «che sale da ponente»,21 metafora della crisi del senso di un tempo o di questo tempo, chiarezza valutativa senza la quale sarebbe impossibile acquisire uno spirito critico che maturi in accoglimento, non in rifiuto, aprendo al dialogo consapevole di sé e dell'Altro come altro se stesso. La «dokimasia» paolina segnò ed insegnò, sulle orme del Maestro, la gestione cosciente ed edotta della compresenza di culture diverse eppure sorelle, figlie di un unico comune afflato spirituale, il Logos, quel «seme congenito a tutta l'umanità, del quale l'intera stirpe umana partecipa»,22 predicato universale capace di imporsi al di là d'ogni altra possibile predicazione.23

«I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità. Essi hanno una sola origine», come ricordato anche nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, Nostra aetate, del Concilio Vaticano II.24 In tale condotta risiede uno dei cardini di quello sviluppo integrale della persona, votata alla piena realizzazione di sé, perseguito con perseveranza dalla Chiesa nella sua opera educativa. Alla scuola di Cristo, Maestro e Pedagogo, il Cristianesimo paolino promosse e sviluppò il cammino dell'uomo verso se stesso e verso Dio, nella ricerca del senso ultimo della propria esistenza, calcando il modello dell'insegnamento che è l'assunto principe della venuta di Cristo sulla Terra. Nei secoli successivi all'apostolo delle genti, scrittori ecclesiastici e Padri della Chiesa attesero alla traditio fedele della Rivelazione cristiana, in costante e fervente dibattito con la cultura del loro tempo, fra traversie dottrinali e dispute intellettuali che, nei casi migliori, maggiormente illuminati, approdarono a situazioni di mediazione e discernimento, seppure in un'epoca dal clima angosciante.25 Esempio della profonda afflizione provata anche e in special modo da alcuni Padri della Chiesa, massimi difensori della fede che, quanto a cultura,   seppero dimostrare una straordinaria capacità di discernimento, cogliendo gli elementi positivi delle compagini antiche in cui vissero e ugualmente  trasmettendo a quelle stesse la buona novella è, a buon diritto, San Girolamo. Nell'Occidente cristiano, in cui la natura del rapporto tra cultura classica e Cristianesimo era meno definita rispetto all'acceso dibattito orientale e, in molti frangenti, osteggiata da intellettuali e vescovi che, strenuamente, rifiutavano le lettere pagane, tacciandole di superstitio, Girolamo, che pure si era avvalso degli stilemi formali della lingua latina classica nell'arco dell'intera sua produzione letteraria, manifestò in sé il dissidio interiore proprio di ogni studioso cristiano, che nell'appropriazione stilistica degli antichi retori vedeva una forma di traviamento peccaminoso. Emblematico, a tal proposito, è il Sogno di Calcide narrato nelle Epistole,26 in cui il santo si finge accusato da Dio stesso d'essere ciceroniano e non vero autore cristiano, chiudendosi sempre più in una sorta di esclusivismo di matrice cristiana, ostile a qualsiasi reminiscenza pagana, salvo aprirsi, successivamente, nella fase finale della propria riflessione, ad un umanesimo autenticamente e profondamente cristiano. Si dovrà attendere qualche anno prima che il grande Padre della Chiesa occidentale, Agostino, affermi senza ritrosia, sulla scia del forse troppo tormentato Girolamo, che le conoscenze dei pagani «non solum formidanda non sunt, sed ab eis etiam tamquam ab iniustis possessoribus in usum nostrum vindicanda».27 Tale evoluzione nella diatriba classico-cristiana recuperò al Medioevo latino l'eredità culturale dei Greci e dei Romani che, di certo, proseguiva Agostino, «non ipsi instituerunt, sed de quibusdam quasi metallis divinae providentiae, quae ubique infusa est, eruerunt».28 Nel De magistro egli sintetizzò l'idea di paideia cristiana intesa come azione educativa interiore all'uomo, compiuta ad opera del Cristo-Logos, Maestro29 attivo sulla ratio impressa alle creature in forma del vestigium Dei foggiato da quel «Fattor, che volle in (noi) del creator suo spirito più vasta orma stampar».30 In tale direzione, il vescovo di Ippona, nell'interrogarsi su compiti e qualità dei precettori umani, riconobbe una secondarietà logica e cronologica alla funzione pedagogico-didattica dell'educatore -- forse addirittura terza dopo il primato educativo riconosciuto alla famiglia cristiana -- che rinviava all'idea secondo la quale se la Verità è da Dio e da Esso procede, l'attività dell'insegnante non avrebbe dovuto imporre principi dall'esterno, ma, sulla via tracciata dal Maestro, condurre gli studenti lungo l'odos che porta a ricercare e rinvenire la verità in se stessi. L'uomo è chiamato a tendere là dove si accende la luce stessa della ragione31 e, nell'appello al noli foras ire, Agostino lo invitò a ritrovare in interiore l'albergo della verità. Il maestro umano sarebbe stato modello e difensore della retta fede, testimone attraverso la propria vita della Parola che egli annunciava, non servo della parola ma la Parola stessa del Maestro, concetti questi condivisi da più parti nel mondo cristiano antico, a cominciare da San Paolo,32 Girolamo33 e infine Agostino stesso.34

In Oriente, dove il dibattito fra Paganesimo e Cristianesimo pareva essersi delineato con maggiore stabilità, anche in virtù del tollerante periodo vissuto dai cristiani sotto Costantino e la sua dinastia, la polemica continuò ad alimentarsi sotterranea fino al suo riesplodere, sul finire del IV secolo d. C., ad opera della stessa famiglia imperiale, nella persona dell'imperatore apostata, Flavio Claudio Giuliano, difensore della tradizione di Roma e persecutore incruento dei cristiani.35 È nell'alveo della riforma pagana da questi promossa con l'editto Magistros studiorum36 (362 d. C.) che si situa, qualche anno più tardi, la riflessione di Basilio di Cesarea circa la dinamica culturale in atto fra Ellenismo e Cristianesimo. Stabilendo la propedeuticità della letteratura greca nella comprensione delle Scritture,37 nell'opera Ai giovani sul modo di trarre profitto dalla letteratura pagana, del 370-375 d. C. ca., egli sostenne che le discipline profane costituivano una sorta di tirocinio preliminare alla comprensione dei sacri insegnamenti cristiani. Lo studio dei classici avrebbe permesso ai giovani cristiani di impadronirsi degli strumenti metodologici atti a cogliere le verità contenute nella Parola di Dio e la conoscenza dell'arte retorica antica li avrebbe resi abili banditori della dottrina di Cristo.38 L'oratio del Cappadoce, rivolgendosi a quanti, studenti o persone di cultura, seguissero gli insegnamenti della tradizione pagana, ammoniva: «è appunto questo il consiglio che intendo darvi, che cioè non dovete seguirli [gli uomini più illustri dell'antichità] supinamente dovunque essi vi conducano, quasi consegnando loro una volta per sempre il timone della vostra intelligenza, ma accogliendo quanto essi hanno di buono, sappiate anche quel che bisogna scartare».39

In queste parole si intrecciano considerazioni di matrice classica, tese a manifestare l'alto valore educativo dei principi pedagogici greco-romani e di matrice paolina, vòlte al dokimazein panta e al katechein to kalon.40 Se l'Ellenismo costituì il medium storico fra cultura classica e cultura cristiana, l'idea greca di paideia, nel dialettico processo di dialogo fecondo e rigetto esclusivista, sancì l'essenza del medesimo denominatore logico comune a Cristianesimo e Paganesimo. Il paradeigma educativo greco venne accolto, assimilato, filtrato e trasformato en Christo paideia, all'interno d'una sorta di teoresi dialettica hegeliana, sorgendo nuovo a se stesso dopo l'Aufhebung sottrattivo e conservativo che, riconosciutagli la superiorità culturale del suo essere precedente e, per certi versi, ben compiuto, eppur tuttavia ulteriormente perfettibile, l'ha condotto entro le trame dei modelli educativi cristiani verso un'ideale intenzione di perfezione.41 Nel tentativo concorde di alleanza tra Classicismo e Cristianesimo, realizzato nel tempo da spiriti magni, gli antichi ideali greci entrarono in una nuova fase paidetica, orientata alla relazionalità alteritaria, dialogica, inter-personale, dimensione questa ontologicamente connaturata al Cristianesimo, la cui facies specifica si manifesta nel dia-logos, sin dalla autocomunicazione divina avvenuta nell'evento del Verbum caro factum. Un processo comunicativo mantenutosi vivo e attivo nel corso dei primi secoli attraverso le missioni apostoliche agite in costante dinamica dialogica con i luoghi della cultura d'allora.42 La trattazione potrebbe qui estendersi a digressioni molto più ampie e approfondite, ma basti quanto detto finora funzionalmente al prosieguo dell'esposizione in esame.

2. Il dialogo, la trasmissione dei saperi, la sfida educativa

Dialogo, paideia, gestione della compresenza di culture, universalità, bisogno di interiorità della persona, ricerca di senso e verità, l'autorità di Gesù-Maestro,43 attitudini e competenze educative dei pedagoghi, primato educativo della famiglia come fondamento e centro primario della formazione cristiana,44 discernimento, traditio dei saperi e dei valori, capacità di accogliere cives et culturae ex omnibus gentibus, creando di esse un'unica dialogante societas, peregrina verso il più alto compimento di se stessa,45 sono concetti, come s'è visto, già in essere nel mondo antico, nelle riflessioni di teologi e scrittori dell'antichità e dunque, ora più che mai, vigenti in atto, o piuttosto in crisi, nei segni di questi nostri tempi.

Scriveva Husserl che «l'evoluzione dell'umanità come processo di formazione culturale non si compie soltanto in rapporto all'uomo singolo, ma in quanto evoluzione nella formazione culturale dell' «uomo in grande»»46 soggiungendo che «la vita veramente umana, la vita vissuta in un'educazione di sé che non ha mai fine, è per così dire una vita di «metodo», del metodo per l'umanità ideale».47 L'odos cristiano si configura come itinerarium mentis et «personae» in Deum ed è al perseguimento di tale telos universale che lo spirito del Cristianesimo tende, nella sua novitas ideale di una Bildung integrale dell'essere umano inteso come persona e popolo di Dio, perfettibile lungo la via di un coronamento compiuto anche in senso soprannaturale.48 Il finito e l'Infinito, l'uomo e l'Assoluto, la creatura e il Trascendente, la dimensione reale e quella religiosa, nella loro dualità dialettico-sintetica hanno da sempre accompagnato la persona umano verso il senso ultimo della propria esistenza. «L'educazione integrale dell'uomo non può infatti prescindere dalla dimensione religiosa, che è costitutiva della persona e della sua piena dignità», scriveva nel lontano 1985 Giovanni Paolo II all'allora presidente della CEI, card. Poletti e dichiarava, qualche anno prima, nell'Udienza generale dell'Anno Santo (19 ottobre 1983) che «la religiosità rappresenta l'espressione più elevata della persona umana, perché è il culmine della sua natura razionale»,49 l'istante in cui la quaestio filosofica sul Senso trapassa e si fa questione religiosa.50 Il progetto educativo del quale la Chiesa si onera e onora come latrice di valori universali, mira a rilanciare un servizio pedagogico,51 demandato in primis alla famiglia e in secundis alle istituzioni scolastiche d'ogni ordine e grado, che si faccia realmente promotore di una trasmissione del patrimonio culturale del passato, di un'acquisizione di competenze per il futuro, che del resto sia di aiuto anche nella lettura del presente, di una formazione autentica del cittadino orientata alla crescita di quel senso del bene comune che da più parti si invoca e, infine, capace di diffondere una cultura umanistica preparatoria alle sfide del nostro tempo.52 La scuola e la Chiesa, luoghi socialmente rilevanti nella trasmissione dei saperi e nell'organizzazione-categorizzazione di essi, alla luce del passato e in vista del futuro, vengono a configurarsi come veri e propri «laboratori di cultura e umanità»,53 connaturati e intrinseci al «fatto culturale», funzionali ad esso sulla base d'un patto educativo, esito corale di una rete di relazioni fra soggetti educanti orientati ad una educanda società plurale.54 Nella generale crisi dell'educazione, sorella della coeva crisi di fiducia nella vita, la sfida educativa che, dunque, la società e in primis la Chiesa, «esperta in umanità»,55 sono chiamate a sostenere, si articola entro due fondamentali orientamenti: un dialogo costruttivo nella società multiculturale56 e un appagamento del bisogno di interiorità57 e senso proprio della persona umana.

Ma quali conoscenze privilegiare nel processo educativo e quali metodologie scegliere? In Italia maggiormente, come nel resto d'Europa, è indubbio che la conoscenza del patrimonio giudaico-ellenistico-cristiano risulti sostanziale al fine di poter comprendere la storia, la cultura, la civiltà delle quali si è indiscussi eredi. L'arte, la letteratura, la filosofia, la musica, l'architettura e le istituzioni stesse sono intessute di trame cristiane, memori, a loro volta, del trascorso passato greco-romano e mai dimentiche d'esso. L'educazione è progresso e ogni forma di progressio necessita di una fase di regressio e ingressio, che procedano per gradus. «Cristiani non si nasce, si diventa»,58 famoso monito dell'Apologeticum di Tertulliano, che tuttavia rinvia a quella dimensione educativa propria del Cristianesimo come formazione permanente dell'uomo e in fieri. L'educazione è un processo fondato sulla relazione tra persone ed entro un contesto di promozione e sviluppo graduale della persona umana nella sua integralità, nell'ambito di una società sempre più vasta e «meticcia», va da sé che l'imponente modello educativo antico cristianizzato, strutturato sul discernimento e sul dialogo fecondo, possa garantire, ancora oggi e in futuro, una delle auspicabili risorse, per una convergenza di intenti mondiale, civile e religiosa, che abbia a cura lo sviluppo armonico della persona e con essa dell'intera, universale societas humana.59

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Note

  1. Cfr. Comitato per il progetto culturale della CEI, La sfida educativa, Laterza, Roma-Bari 2009, passim; Giovanni Paolo II, Lett. al card. Poletti (31 dicembre 1985), in http://www.vatican.va. Testo

  2. Benedetto XVI, Discorso di Sua Santità Benedetto XVI alla 61ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana, 27 maggio 2010, in CEI, Educare alla vita del Buon Vangelo. Orientamenti pastorali dell'Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, Appendice, p. 39. Testo

  3. W. Jaeger, Paideia. Die Formung des griechischen Menschen, Walter de Gruyter &Co., Berlin und Leipzig 1944 e per gli aggiornamenti Oxford University Press, New York 1945, tr. it. Paideia. La formazione dell'uomo greco, RCS Libri, Milano 2003, p. 1. Testo

  4. H.-I. Marrou, Histoire de l'éducation dans l'antiquité, Editions du Seuil, Paris 1948, tr. it. Storia dell'educazione nell'antichità, Edizioni Studium, Roma 2008 (Quinta ristampa. Prima edizione it. 1950). Testo

  5. Ibid., p. 13. Testo

  6. Inf., I, 72. Testo

  7. Gal 4, 4. Testo

  8. Dt 32, 10-12; cfr. CEI, Educare alla vita del Buon Vangelo..., cit., n. 1, p. 2. Testo

  9. Cfr. W. Jaeger, Early Christianity and Greek Paideia, The Belknap press of Harvard University press, Cambridge-Massachussets-London-England 1961 (rist. anast.), pp. 17; 30; 117-118. Testo

  10. Tert., De praescr. haeret., VIII, 9. Testo

  11. Girol., Dial. adv. Pelag. I, 14 (Migne, PL 23, 529 A). Testo

  12. Cfr. S.S. Averincev, Atene e Gerusalemme. Contrapposizione e incontro di due principi creativi, Sergej S. Averincev 1971-1973, tr. it. R. Belletti (a cura di), Donzelli editore, Roma 1994. Testo

  13. Cfr. H. Hagendahl, Von Tertullian zu Cassiodor, Harald Hagendahl, Göteborg 1983, tr. it. D. Giannotti (a cura di), Cristianesimo latino e cultura classica da Tertulliano a Cassiodoro, Borla, Roma 1988, passim. Testo

  14. Paolo VI, Al Comitato Internazionale di Scienze Storiche -- Vaticano 3 giugno 1967, in Fede e cultura. Antologia di testi del magistero pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II, LEV, Città del Vaticano 2003, p. 484 (847). Testo

  15. Ibid. Testo

  16. Mt 28, 19-20. Testo

  17. At 1, 8. Testo

  18. 1 Tess 5, 21. Testo

  19. Nella Grecia classica la dokimasia consisteva in un minuzioso esame preventivo circa moralità e competenza dei futuri candidati amministrativi, operata da parte del consiglio governativo in carica (bulé). Al di là delle sue implicazioni storico-politiche greche, l'accezione semantica del termine rinvia al contesto della prova, del giudizio, dell'esame, del controllo e della verifica in merito all'idoneità di qualcuno o qualcosa. Testo

  20. Cfr. Lc 12, 56 «Hypocritae, faciem caeli et terrae nostis probare; hoc autem tempus quomodo non probatis?». Testo

  21. Lc 12, 54-57. Testo

  22. Giust., 2Apol. 8, 1 e 1Apol. 46, 2. Testo

  23. M. Cacciari, La maschera della tolleranza, in La maschera della tolleranza. Ambrogio, Epistole 17 e 18. Simmaco, Terza relazione, BUR, Milano 2006, p. 132. Testo

  24. Concilio Vaticano II, Dichiarazione Nostra aetate, n. 1. Testo

  25. Cfr. E.R. Dodds, Pagan and Christian in an Age of Anxiety: some aspects of religious experience from Marcus Aurelius to Constantine, Cambridge Univeersity Press, Cambridge 19912 (1965) e W. Jaeger, Early Christianity..., cit., passim. Testo

  26. Girol., Epist. XXII. Testo

  27. Agost., De doctr. christ., II, 40 (1). Testo

  28. Ibid., 4. Testo

  29. Dt 32, 10-12; Mt 23, 8; Mc 6, 34 e 10, 17; Gv 13, 14. Cfr. Clem. Aless., Pedag., III, 99, 1 e Agost., Discorso 270, 1, in http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/index2.htm: «Abbiamo infatti un unico Maestro, nel quale tutti siamo una cosa sola. Egli, affinché non ci venga la tentazione di insuperbirci per la nostra funzione di maestro, ci ammonisce dicendo: Non fatevi chiamare "Rabbi" dagli uomini; uno solo infatti è il vostro maestro, il Cristo. Sotto questo maestro, la cui cattedra è il cielo è per mezzo delle sue Scritture che dobbiamo essere formati». Testo

  30. Cfr. A. Manzoni, Il cinque maggio, vv. 34-36. La figura di Cristo come pedagogo dell'umanità e l'idea di paideia, cristianamente intesa, come processo di formazione spirituale e culturale appartengono anche alla tradizione dell'antica teologia orientale, nelle persone di Origene e Clemente Alessandrino. Cfr. O. Sagramola, Alle radici della pedagogia cristiana. Educazione, cultura e scuola nel Cristianesimo dei primi secoli, Vecchiarelli Editore, Roma 2003, pp. 45 ss. Testo

  31. Agost., De vera rel., 39, 72. Testo

  32. 1 Tim 4, 12. Testo

  33. Girol., Epist., passim. Testo

  34. Agost., De doct. christ., 4, 6; 27, 59-60; 28, 61. Testo

  35. Cfr. J. Bidez, La vie de l'empereur Julien, Paris 1930; C. Mutti (a cura di), Uomini e dei. Le opere dell'imperatore che difese la tradizione di Roma, Edizioni Mediterranee, Roma 2004. Testo

  36. Cod. Theod. XIII, 3, 5. Testo

  37. Basil., Or. ad adol., II, 7-10 e III, 1-4. Testo

  38. Nelle Divinae Institutiones, V, 1, 12-21 Lattanzio deplorava la mancanza di abili banditori per la diffusione della dottrina di Cristo: «eo fit ut sapientia et veritas idoneis praeconibus indigeat.». Testo

  39. Basil., Or. ad adol., I, 6 e IV, 9. Testo

  40. Cfr. supra 1 Tess 5, 21. Testo

  41. Cfr. R. Brague, Europe, la voie romaine, Criterion, Paris 1992, tr. it. A. Soldati, Il futuro dell'Occidente. Nel modello romano la salvezza dell'Europa, Rusconi Libri, Milano 1998, passim; C. Micaelli, La cristianizzazione dell'ellenismo, Morcelliana, Brescia 2005, p. 7: «gli scrittori cristiani, nell'innestare la propria esperienza di fede sul tronco della formazione culturale precedentemente assimilata, hanno utilizzato in modo originale e creativo l'armamentario concettuale messo loro a disposizione dalla tradizione filosofica, adattandone il linguaggio ai nuovi contenuti ed elaborando anche concetti nuovi»; L. Balestra, Alle origini: Roma, l'Europa, la Chiesa, in Civitas. Rivista quadrimestrale di ricerca storica e cultura politica, Anno VIII -- Nuova Serie -- nn. 3/2010-1/2011, Rubbettino, Soveria Mannelli 2011, passim. Testo

  42. Cfr. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Fides et Ratio (14 settembre 1998), n. 70; Id., Udienza - Vaticano 17 aprile 1996, in Fede e cultura. Antologia di testi del magistero pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II, LEV, Città del Vaticano 2003, p. 1138 (2715): «La Chiesa poi, oltre ad annunciare con le opere di solidarietà il Vangelo della carità, si preoccupa di dialogare con le altre culture. Mediante il suo impegno nell'educazione, nella formazione e negli scambi culturali, la comunità cristiana manifesta il rispetto che essa nutre per le culture degli uomini e delle donne di quel Paese»; Benedetto XVI, Discorso alla 61ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana (27 maggio 2010), in http://www.vatican.va: «In realtà, è essenziale per la persona umana il fatto che diventa se stessa solo dall'altro, l'«io» diventa se stesso solo dal «tu» e dal «noi», è creato per il dialogo, per la comunione sincronica e diacronica. E solo l'incontro con il «tu» e con il «noi» apre l'«io» a se stesso»; Id., Discorso ai partecipanti all'Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti (28 maggio 2010), in http://www.vatican.va: «l'avvenire delle nostre società poggia sull'incontro tra i popoli, sul dialogo tra le culture nel rispetto delle identità e delle legittime differenze». Testo

  43. Cfr. Comitato per il progetto culturale della CEI, La sfida..., cit., pp. 56-58. Testo

  44. Paolo VI, Dichiarazione Gravissimum Educationis (28 ottobre 1965), n. 3, in http://www.vatican.va; Giovanni Paolo II, Al Centro Cattolico Internazionale per l'Unesco - Vaticano 10 maggio 2002, in Fede e cultura. Antologia di testi del magistero pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II, LEV, Città del Vaticano 2003, p. 1481 (3694): «La famiglia deve essere oggetto di un'attenzione particolare, poiché è ad essa, in primo luogo, che spetta la missione educatrice presso i giovani». Testo

  45. M. Cacciari, op. cit., p. 132. Testo

  46. E. Husserl, L'idea di una cultura filosofica, in Crisi e rinascita della cultura europea, Marsilio, Venezia 1999, p. 41; Giovanni Paolo II, Al Popolo Cattolico di Ungheria a compimento del Millennio Ungarico - Castelgandolfo 25 luglio 2001, in Fede e cultura. Antologia di testi del magistero pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II, LEV, Città del Vaticano 2003, p. 1415 (3520): «Nella cultura umana grandissima è l'importanza dell'educazione. Questa poi vuole che alle future generazioni sia consegnato il complesso dei ritrovati scientifici e delle invenzioni tecniche [...]. Con eguale, anzi maggiore sforzo si deve operare nel campo dell'educazione. Infatti una concezione ristretta dell'uomo può recare immenso danno all'istruzione». Testo

  47. E. Husserl, L'idea di Europa. Cinque saggi sul rinnovamento, tr. it. a cura di C. Sinigaglia, Raffaello Cortina editore, Milano 1999, p. 46. Testo

  48. Paolo VI, Dichiarazione Gravissimum Educationis, cit., proemio: «Da parte sua la santa madre Chiesa, nell'adempimento del mandato ricevuto dal suo divin Fondatore, che è quello di annunziare il mistero della salvezza a tutti gli uomini e di edificare tutto in Cristo, ha il dovere di occuparsi dell'intera vita dell'uomo, anche di quella terrena, in quanto connessa con la vocazione soprannaturale; essa perciò ha un suo compito specifico in ordine al progresso ed allo sviluppo della educazione». Testo

  49. Giovanni Paolo II, Udienza generale dell'Anno Santo (19 ottobre 1983), n. 2, in http://www.vatican.va. Testo

  50. A. (card.) Scola, Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio, Venezia 2007, p. 82. Testo

  51. Cfr. M. Morgante, Religione a scuola. L'insegnamento della religione nelle scuole dello Stato, Elle Di Ci, Leumann 1986, p. 5: «L'insegnamento della religione cattolica nelle scuole è un «servizio» di cui lo Stato non può fare a meno, senza depauperare e falsare l'intero suo patrimonio di cultura e di civiltà, e senza mancare al dovere di offrire i mezzi più atti di formazione culturale alle nuove generazioni». Testo

  52. Cfr. CEI, Educare alla vita del Buon Vangelo..., cit., n. 46, p. 28. Testo

  53. Ibid., n. 49, p. 30. Testo

  54. Cfr. A. (card.) Scola, Una nuova laicità..., cit., p. 108. Testo

  55. Cfr. Paolo VI, Encicl. Populorum Progressio (26 marzo 1967), n. 13, in http://www.vatican.va. Testo

  56. Giovanni Paolo II, Al Congresso Internazionale promosso dal Comitato Europeo per l'Educazione Cattolica - Vaticano 28 aprile 2001, in Fede e cultura. Antologia di testi del magistero pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II, LEV, Città del Vaticano 2003, p. 1398 (3466): «Le scuole cattoliche devono infine raccogliere un'altra sfida, che riguarda il dialogo costruttivo nella società multiculturale del nostro tempo. L'educazione ha una particolare funzione nella costruzione di un mondo più solidale e pacifico. Essa può contribuire all'affermazione di quell'umanesimo integrale, aperto alla dimensione etica e religiosa, che sa attribuire la dovuta importanza alla conoscenza e alla stima delle culture e dei valori spirituali delle varie civiltà». Testo

  57. Id., Ai Vescovi di Francia - Vaticano 15 marzo 1997, in Fede e cultura. Antologia di testi del magistero pontificio da Leone XIII a Giovanni Paolo II, LEV, Città del Vaticano 2003, p. 1178 (2827): «In una società che ha la tendenza a porre l'accento sulla redditività, è bene ricordare che lo sviluppo e la maturazione umane dei giovani non possono prodursi unicamente grazie all'acquisizione di conoscenze scientifiche e tecniche. Significherebbe disconoscere il bisogno di interiorità della persona. Dall'esperienza interiore scaturisce il dinamismo vitale. Per il necessario sviluppo spirituale dei giovani, molti genitori si preoccupano di far impartire ai propri figli un'educazione religiosa che non si confonda con l'insegnamento di conoscenze religiose date in gran numero d'istituti scolastici. Le nozioni sulla religione sono importanti, poiché permettono ai giovani di scoprire le radici spirituali e morali della loro cultura». Testo

  58. Tert., Apol., 18, 4. Testo

  59. Cfr. CEI, Educare alla vita del Buon Vangelo..., cit., n. 14, p. 10: «L'acquisizione di uno spirito critico e l'apertura al dialogo, accompagnati da una maggiore consapevolezza e testimonianza della propria identità storica, culturale e religiosa, contribuiscono a far crescere personalità solide, allo stesso tempo disponibili all'accoglienza e capaci di favorire processi di integrazione». Testo