… na hi saccaṃ sudassanaṃ
“giacché la verità non è facile da vedere”
Ud 8.2, PTS 80
Introduzione
Quello del linguaggio è un ambito di riflessione che, fin da epoca molto antica, ha impegnato le più acute menti che l’India abbia generato. I primi accenni di una riflessione in proposito, o comunque di una qualche consapevolezza dell’importanza della parola, sono rintracciabili già nella raccolta testuale più antica della civiltà indiana, vale a dire la Ṛgvedasaṃhitā, ove tra le dee più celebrate spicca Vāc. In seguito, speculazioni linguistiche di tipo “etimologico” si trovano nei Brāhmaṇa (Pelissero 2014: 33-34), costituenti il secondo strato della tradizione vedica, fino alle Upaniṣad, con cui il Veda si conclude (vedānta). La tradizione vedica, nel suo complesso, è nota come śruti, termine sovente tradotto come “rivelazione”, ma che alla lettera significa “audizione” (dalla radice śru, “udire”): il Veda è, quindi, anzitutto una tradizione tramandata di generazione in generazione in forma orale, consegnata alla scrittura — vista, peraltro, con diffidenza, se non addirittura con disprezzo (Lo Turco 2013b: 5) — soltanto a distanza di molti secoli, senza che ciò abbia comportato l’interruzione dell’apprendimento orale (come avviene ancora, almeno in parte, nella casta brahmanica — particolarmente conservatrice — dei Nambūdiri, in Kerala). È pertanto chiaro, anche per questo motivo, il ruolo centrale della viva parola nella conservazione del Veda da parte della classe sacerdotale. Del resto, in India l’interesse linguistico non riguardò unicamente il mondo brahmanico, originariamente in ambito e per scopi rituali, ma anche quello buddhista, che pure, in particolar modo nella letteratura commentariale, lo ha coltivato, sia in senso strettamente filosofico — si pensi alla brillante e sofisticata tradizione cosiddetta pramāṇavāda — sia in senso “etimologico”, ancorché quelle proposte siano spesso paraetimologie, dotate, tuttavia, di una funzione “pedagogica”.
Il presente contributo intende esplorare — sia pure dovendosi attenere a un limite ristretto di spazio — l’argomento del linguaggio all’interno del mondo vedico, innanzitutto, per la sua precedenza storica e per l’importanza che in esso aveva il tema stesso della parola, quindi all’interno del mondo buddhista: dapprima entro il canone in lingua pāli — ove in verità una riflessione linguistica sistematica non si dà, cionondimeno possono trovarsi elementi sparsi che insieme costituiscono un’idea sufficientemente chiara rispetto al topic oggetto d’indagine —, poi nella tradizione indiana cosiddetta “logico-epistemologica”, ove invece il linguaggio diviene materia di una specifica trattazione, raccolta e proseguita con grande acume dal mondo tibetano.
Cenni sulla parola nel mondo vedico
La considerazione che la civiltà indiana ha riservato al linguaggio è, fuor di dubbio, senza pari nel mondo antico: già in epoca vedica, infatti, alla Parola — divinizzata come Vāc, creduta “madre dei Veda” (TB 2.8.4-5) — è assegnato un ruolo centrale, segnatamente e originariamente in ambito rituale. L’efficacia del rito si deve all’uso sapiente delle formule sacre, ossia i mantra: quando, dunque, lo yajña (dalla radice yaj-, “adorare”, “rendere onore”) sia eseguito perfettamente, con attenzione “ossessiva” a ogni suo pur minimo particolare, è come se sprigionasse una forza “magica”, irresistibile finanche dagli dèi, che ricrea e così conserva il cosmo: il ṛta. La pratica rituale è talmente importante nel mondo vedico, e così intimamente connessa alla funzione di mantenimento dell’ordine dell’universo, che un famoso Brāhmaṇa, lo Śatapathabrāhmaṇa, afferma che il Sole non sorgerebbe se all’alba il sacerdote non compiesse il sacrificio del fuoco (agnihotra) (ŚB II 3, 1, 5). Il sacrificio è una sorta di principio primo, un primum che spiega senza poter essere a sua volta spiegato: “Gli dèi sacrificarono un sacrificio al sacrificio” (AV 7.5.1, trad. it. Swennen 2010c: 89):1 “Il poeta utilizza la ridondanza per manifestare che il sacrificio è il principio di tutti i principi. In questa fase del pensiero vedico il sacrificio è al centro di tutte le riflessioni” (Swennen 2010c: 105). La primazia del sacrificio è ben espressa da AV 13.1.55, dove si sostiene: “Il sacrificio nacque per primo, [poi] nacquero ciò che fu e che deve ancora [avvenire]” (trad. it. Swennen 2010c: 98). Impossibile, quindi, esagerarne la rilevanza, anche dicendo che esso sia sostanzialmente onnipotente, come da un certo momento si comincerà a credere.
Il rito attinge il suo scopo in virtù dei versi vedici, per i quali è richiesta una pronuncia impeccabile, giacché solo a questa condizione essi possono liberare il proprio misterioso potere “soprannaturale”. Dapprincipio, la forza magica dei mantra era chiamata brahman (Della Casa 1976: 19-20; Scalabrino Borsani 1976: 54), solo in un secondo momento venuto a designare un tipo particolare di officiante che, per inciso, da solo prendeva metà dell’intero onorario: specializzato nell’Atharvaveda, egli ricopriva il ruolo di sovrintendente del rito, intervenendo in caso di errori nello svolgimento dello stesso, come nell’evenienza in cui anche una sola sillaba fosse mal pronunciata (proprio per questa sua funzione “riparatrice”, era una sorta di “medico del sacrificio”, Swennen 2010a: LIV). Diversamente, il rito si riteneva capace egualmente di sortire effetti, ma rovinosi, tanto per l’officiante quanto per il committente (yajamāna). Se, invece, la pratica sacrificale si svolgeva correttamente, il brahman manifestava la sua approvazione attraverso il continuo mormorio della sillaba oṃ (Piantelli 2007a: 29), com’è detto in TU 1.8: “Dicendo Om il sacerdote brahman esprime il suo consenso” (trad. it. Della Casa 1976: 287). Alla Parola è riconosciuto un ruolo di certa importanza in CU 7.2.1:
La parola (vāc), in verità, è superiore al nome. È la parola che rivela il Ṛgveda, il Yajurveda, il Sāmaveda, l’Atharvaveda come quarto, i poemi epici e le antiche leggende come quinti, la grammatica, il rituale dei morti, la scienza del far di conto, la divinazione, la scienza dei tempi, la logica, l’etica, l’etimologia, la scienza dei demoni, la scienza delle armi, l’astronomia, la scienza dei serpenti, le belle arti; [è la parola che fa conoscere] il cielo e la terra, il vento e lo spazio etereo, le acque e il tejas, gli dèi e gli uomini, gli animali domestici, gli uccelli, le erbe e le piante, le bestie fino ai vermi, agli insetti, alle formiche, [è la parola che fa conoscere] il giusto e l’ingiusto, la verità e la menzogna, il bene e il male, il gradito e lo sgradito. Se non esistesse la parola, né il giusto né l’ingiusto avrebbero il mezzo di rivelare [se stessi], non la verità e la menzogna, non il bene e il male, non il gradito e lo sgradito. Soltanto la parola rivela tutto ciò. Venera la parola [come Brahman]! (trad. it. Della Casa 1976: 254).
Del pari in BU 4.1.2:
Con la parola si riconoscono i parenti; il Ṛgveda, il Yajurveda, il Sāmaveda, le formule dell’Atharvaveda, i racconti epici, le leggende antiche, le scienze, le dottrine esoteriche, le strofe, i trattati, le esegesi, i commenti, i sacrifici e le oblazioni, cibo e bevande, questo e l’altro mondo e tutte le creature si conoscono per mezzo della parola. La parola pertanto è il sommo Brahman. Se uno, così conoscendo, venera [la parola come] Brahman, la parola non lo abbandona, tutte le persone lo seguono e, diventando un dio, ascende tra gli dei (trad. it. Della Casa 1976: 120).
Del resto, l’uomo non è padrone totale della Parola, che ṚV 1.164.45 vuole ascosa per tre quarti. La maggior parte, dunque, gli è preclusa (Della Casa 1976: 32). Eppure, a volerne sottolineare l’importanza, anche, soprattutto e anzitutto in connessione con l’universo rituale, può dirsi con fermezza che “in definitiva, all’origine della filosofia indiana c’è la riflessione sul rito sacrificale (yajña) e sulla Parola (vāc)” (Lo Turco 2013a: 70).
Il ṛta è creduto nascere in illo tempore dall’azione sacrificale degli dèi — coadiuvati da sādhya e ṛṣi — del macrantropo, smembrato (secondo il racconto mitico, altamente simbolico, del famoso Puruṣa-sūkta, ṚV 10.90), e in questa prospettiva il sacrificio non soltanto assicura la conservazione dell’ordine creato in origine, del kosmos, ma è come se ogni volta lo rifondasse, replicandolo attraverso le stesse formule sacre e i gesti rituali: senza il rito, il mondo degenererebbe nel caos. Componente immancabile del rito è la Parola, senza la quale esso non potrebbe svolgersi:
il mondo deve essere di continuo ordinato attraverso il sacrificio, altrimenti cadrebbe in preda al caos. A questo fine la Parola, inseparabile dal rito sacrificale, deve essere sempre di nuovo evocata dai celebranti. Essa, infatti, è sfuggente; va perciò di continuo attirata, così che il sacrificio possa essere costantemente rinnovato. È in gioco l’ordine del mondo. […] Il sacrificio è dunque inscindibile dalla Parola (Lo Turco 2013a: 74).
Di qui l’esigenza di una pronuncia assolutamente perfetta dei mantra vedici. In caso di difformità, il sacerdote brahman, introdotto in fase medio-vedica ma destinato ad assurgere al ruolo più importante, interviene con specifiche formule per ripristinare il sacrificio e assicurarne così l’efficacia, altrimenti perduta. Il sacrificio, insomma, ha funzione “cosmopoietica”, come direbbero gli antropologi culturali, ed è al contempo un atto di omaggio agli dèi. All’origine del cosmo — dell’ordine che si constata, anche in senso sociale — c’è dunque un sacrificio, in una sua particolare forma, detta puruṣamedha. Questo sacrificio iniziale ha valore paradigmatico, è, cioè, il modello originario dei successivi. Il sacrificio era così importante per gli autodenominatisi, in vedico, ā́rya (“nobili”)2 e la loro rappresentazione identitaria che essi chiamavano i dāsa o dasyu — tra gli altri modi — come coloro che non praticano i sacrifici (akarman) (ṚV 10.22.8; Piantelli 2007a: 30).
Già in epoca antica, il Veda fu corredato da una serie di discipline ausiliarie atte, per così dire, a sostenerne il corpo: i vedāṅga (“membra del Veda”, p. es. in Mu 1.1.5), larga parte dei quali riguarda proprio il linguaggio in qualche suo aspetto (Pelissero 2014: 55): fonetica (śikṣā), metrica (chandas), grammatica (vyākaraṇa) ed etimologia (nirukta). Il loro obiettivo ideale era quello di consentire la trasmissione intatta del Veda, in modo tale da permettere la corretta esecuzione dei riti. Questo ideale, peraltro, si è solo parzialmente realizzato, poiché, sebbene il Veda complessivamente sia stato trasmesso di padre in figlio, all’interno di lignaggi che risalirebbero ai veggenti originari, con notevole accuratezza da parte della classe brahmanica, grazie all’uso di raffinate tecniche di memorizzazione, ciò non è avvenuto in modo perfetto: del Ṛgveda, ad esempio, sappiamo che esistessero ventuno linee di trasmissione orale (śākhā), ma a noi è pervenuta la recensione soltanto di una: quella degli Śākala (Piantelli 2007a: 18).
Premesso così che la riflessione sulla parola in India originò in stretta connessione con l’universo rituale, è il caso di ricordare che un vertice indiscusso del pensiero grammaticale si raggiunse già intorno al V a.C., grazie all’opera di Pāṇini — il “re dei grammatici indiani” (Pelissero 2014: 460). Pressappoco un millennio dopo, Bhartṛhari ne derivò un raffinato sistema filosofico — identificato tardivamente come Pāṇinidarśana dal Sarvadarśanasaṅgraha di Vidyāraṇya (XIV sec.) —, con tanto di pratica contemplativa (detta vāgyoga, ovvero śabdapūrvayoga) basata, curiosamente, sull’analisi linguistica, e l’equiparazione del Brahman alla Parola (śabdabrahman) (Pelissero 2014: 465): “eterno Principio di tutto (lo śabdatattva), di cui la sillaba Oṃ […] costituisce l’enunciazione perfetta” (Piantelli 2007b: 100). In questa prospettiva, “se la realtà è linguaggio — o almeno è tale per noi umani, ossia in primo luogo suono, la grammatica non descriverà solo la struttura della lingua, ma anche quella del mondo” (Lo Turco 2013a: 78). Anche in seno alle tradizioni tantriche indiane si costituirono teorie filosofiche sul linguaggio di sconcertante complessità, profondità e modernità, all’interno di un’ampia letteratura e pratiche essenzialmente connesse all’uso dei mantra e della lingua sanscrita. Per tale ragione, la speculazione metafisica è inscindibile da quella grammaticale. In breve, “tutto ciò che si riferisce alla parola, alla sua natura, alla sua potenza e ai suoi utilizzi, è esattamente al cuore della realtà tantrica” (Padoux 2011: 128), la quale, tuttavia, è fuori del perimetro del presente contributo.
Tornando, dunque, al Veda, va detto che, nelle Upaniṣad (ma con identificabili antecedenti storici), si fa largo l’idea che il linguaggio non sia soltanto uno strumento atto a descrivere il mondo, ma parte integrante del suo tessuto profondo, tanto che la Taittirīya Upaniṣad arriva a dire, utilizzando un famoso mantra, “Oṃ è tutto l’universo” (TU 1.8, trad. it. Della Casa 1976: 287). Il linguaggio, quindi, in questa prospettiva è creduto capace di catturare l’essenza delle cose, addirittura dell’universo nella sua totalità (Cohen 2018: 215). Spiegare il mondo in base al linguaggio implica che le “etimologie” del Vedānta, benché in molti casi erronee agli occhi del sanscritista contemporaneo, siano in grado di assolvere a tale compito. Del resto, si è parlato, per le Upaniṣad, di “misticismo linguistico”, a voler dire, cioè, che l’intento degli anonimi autori3 di questi testi non era quello di pervenire a spiegazioni etimologiche scientificamente esatte, bensì dar espressione a “verità esoteriche sull’universo” (Cohen 2018: 217). Il linguaggio, insomma, è in grado di corrispondere alla natura profonda del cosmo, divenendo veicolo di significati “mistici” ignoti ai più, ma conosciuti, invece, dai maestri upaniṣadici. In particolare, il più importante dei mantra vedici, oṃ, è detto identico al Brahman:4 “In verità, la sillaba Oṃ è il Brahman superiore e l’inferiore” (PU 5.2, trad. it. Della Casa 1976: 393). Analoghe asseverazioni si trovano nella Kaṭha Upaniṣad: “La parola che tutti i Veda insegnano, che proclamano [esser pari a] tutte le austerità, per desiderio della quale si compie lo studentato, questa in breve io ti rivelo: essa è Oṃ. Questa sillaba è invero il Brahman, questa sillaba è la cosa suprema” (KU 2.15-16, trad. it. Della Casa 1976: 358). L’universo si riassume nell’oṃ, “il primo tra tutti i mantra, forma vocale dell’ātman-Brahman, [che] ricapitola nelle sue componenti l’onnicomprensiva realtà dell’Assoluto” (Rigopoulos 2015: 109):
Il Brahman ha due forme, una materiale e una immateriale. Quella materiale è priva di verità; quella immateriale è quella vera, è il Brahman, è la luce. La luce è il sole e questo è la sillaba Oṃ. Questa si manifestò e si divise in tre parti. Oṃ ha tre parti (A, U, M) e per mezzo di queste tutto l’universo è intessuto e ordito in essa (MĪ 6, 3, trad. it. Della Casa 1976: 423).
Di grande rilevanza è anche la Māṇḍūkya Upaniṣad — stimata dalla Muktikā Upaniṣad (1.1.26) virtualmente sufficiente, da sola, per la liberazione —, ove di nuovo si afferma:
La sillaba Oṃ è tutto l’universo. Eccone la spiegazione. Il passato, il presente, il futuro: tutto ciò è [compreso nella] sillaba Oṃ. E anche ciò che è al di là del tempo, che è triplice, è [compreso nella] sillaba Oṃ (MU 1, trad. it. Della Casa 1976: 417).5
Questa Upaniṣad, inoltre, elabora i quattro modi d’essere dell’ātman (vaiśvānara, taijasa, prājña, turīya), stabilendone corrispondenze con l’analizzata sillaba sacra (oṃ = A U M; “o” è un dittongo che, sciolto, corrisponde ad A + U):
Per quel che riguarda i fonemi, questo Ātman corrisponde alla sillaba Oṃ, considerandone gli elementi costitutivi. Gli elementi costitutivi corrispondono ai modi di essere, e i modi di essere corrispondono agli elementi costitutivi, ossia ai suoni A U M.
Lo stato di veglia, vaiśvānara, corrisponde alla lettera A […] Lo stato di sogno, taijasa, corrisponde alla lettera U […] Lo stato di sonno profondo, prājña, corrisponde alla lettera M […] Il quarto [stato] non corrisponde a un [singolo] elemento (MU 8-12, trad. it. Della Casa 1976: 418-419).
Il quarto stato — spiega il traduttore Della Casa (1976: 419) — non corrisponde a un singolo elemento del praṇava, ma “alla mistica sillaba Oṃ nel suo complesso, o, meglio, alla sonorità nasale indistinta che permane dopo la pronuncia delle lettere del suono sacro”. Il “quarto”, anche detto caturtha, è così caratterizzato dall’Upaniṣad:
quello che è privo di conoscenza delle cose interiori, privo di conoscenza delle cose esteriori, privo della conoscenza di entrambe. Esso non è costituito soltanto di conoscenza, non è conoscitore né non conoscitore. Esso è invisibile, inavvicinabile, inafferrabile, indefinibile, impensabile, indescrivibile, ha come caratteristica essenziale di dipendere solo da se stesso; in esso il mondo visibile si risolve, è serenità, benevolenza, è assolutamente non duale. Esso è l’Ātman: esso deve essere conosciuto (MU 7, trad. it. Della Casa 1976: 418).
Tutto ciò, evidentemente, rinvia all’ineffabilità dell’onnipervadente (CU 7.25.2; BU 3.4.2; MĪ 2; Mu 1.1.6) Assoluto: “Dal [Brahman] le parole arretrano insieme con il pensiero senza averlo attinto” (TU 2.4, trad. it. Della Casa 1976: 293). In un brano di singolare bellezza, la Kena Upaniṣad sostiene che il Brahman non sia conoscibile per via discorsivo-concettuale — si fa riferimento, in particolare, all’inadeguatezza di “parola” e “pensiero” (Ke 1.3-4) —, donde la difficoltà di insegnarlo. Il silenzio è, pertanto, l’atteggiamento più conveniente, come si apprende dalla Bāṣkala Upaniṣad (non pervenuta, ma citata da Śaṅkara nel suo Brahmasūtrabhāṣya 3, 2, 17):
Le Scritture ci dicono come, interrogato da Bāṣkalin, Bādhva gli spiegò il Brahman mediante il solo silenzio, come segue: egli disse: “O Bādhva, insegnami il Brahman”. Ma quello rimase in silenzio. E poiché fu interrogato una seconda e una terza volta allo stesso modo, rispose: “In verità te l’ho detto; tu, però, non capisci. Questo Sé (ātman) è in calma assoluta (trad. it. Piantelli 1998: 223).
In alternativa, è possibile riferirsi all’Assoluto — che pur è detto verità (satya), conoscenza (jñāna), infinito (ananta), essere (sat), coscienza (cit), beatitudine (ānanda), onnipervadente (sarvabhūtātman) etc. —, in maniera apofatica, in termini di “né così né altrimenti” (neti neti, BU 2.3.6) (Pelissero 2014: 41-43). La stessa Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad si mostra consapevole dell’istanza di un approccio “negativo”, a significare “come l’Assoluto sfugga a qualsivoglia identificazione e concettualizzazione” (Rigopoulos 2015: 103) e costituendo così una delle più antiche testimonianze di teologia apofatica (Gombrich 2012: 201):
L’Ātman non può essere definito che in senso negativo: è inafferrabile perché non lo si afferra, non è soggetto a decadenza perché non decade, non è soggetto ad attaccamento perché non s’attacca; privo di legami, non teme, né può essere colpito. […] Questo è in verità il grande, increato Ātman, non soggetto a vecchiezza, non soggetto a morte, immortale; esso è il felice Brahman. Il Brahman invero è felicità e simile al felice Brahman diventa colui che così sa (BU 4.4.22, 25, trad. it. Della Casa 1976: 136, corsivo nostro).
In quanto sostrato indefettibile dell’intero universo, sempre la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad dice, a proposito del Sé:
quando si vede, si ascolta, si pensa, si conosce il sé tutto l’universo è conosciuto. […] l’universo intero abbandona colui che lo pensa esistente al di fuori dell’Ātman. La dignità brahmanica, la dignità guerriera, i mondi, gli dei, i Veda, le creature, l’intero universo non sono altro che l’Ātman (BU 4.5.6-7, trad. it. Della Casa 1976: 138).
E ancora:
Quello che è l’Ātman [dentro di noi], è la traccia che permette di giungere all’intero universo: per suo tramite infatti si conosce tutto l’universo. Come seguendo la traccia si trova [ciò che si è perduto], così [seguendo l’Ātman si trova la chiave per sciogliere l’enigma dell’universo] (BU 1.4.7, trad. it. Della Casa 1976: 71-72).
Più oltre:
Questo [universo] bisogna considerarlo come un’unità, indistruttibile, eterna; [ed esso] è l’Ātman puro, increato, grande, eterno, superiore allo spazio etereo (BU 4.4.20, trad. it. Della Casa 1976: 135).
Il Brahman è il principio che sostiene l’esistenza in ogni momento del suo dipanarsi, dall’inizio alla fine:
Quello dal quale le creature nascono, per opera del quale una volta generate vivono, nel quale morendo penetrano, questo devi cercare di conoscere. Esso è il Brahman (TU 3.1, trad. it. Della Casa 1976: 298).
Il Sé, imperituro (BU 4.5.14), è soggetto di conoscenza e non può mai divenire oggetto: è il presupposto ineludibile di ogni esperienza, senza che a sua volta possa divenire oggetto di conoscenza (Pelissero 2014: 44; Scalabrino Borsani 1976: 69). Pertanto, ancora la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad pone la questione: “Con che cosa potrà conoscersi quello per mezzo del quale tutto l’universo conosce? Con che cosa potrà conoscersi il conoscitore?” (BU 2.4.14, trad. it. Della Casa 1976: 92; l’ultima domanda si ripete in BU 4.5.15). In tutt’altro luogo e periodo storico, e con punti di differenziazione importanti, Schopenhauer, non digiuno di cose indiane,6 al principio del §2 del 1º libro del suo opus magnum si riferiva al “soggetto” in termini analoghi come “colui che tutto conosce e non può essere conosciuto da nessuno”, come il “conoscente che non è mai conosciuto”, “condizione universale e sempre presupposta di tutti i fenomeni, di tutti gli oggetti” (trad. it. Brianese 2013: 32).
Il Sé è misteriosamente immanente e insieme trascendente, intimo e al contempo remoto, costituente la propria identità più profonda (aham brahmāsmi: BU 1.4.10) e, contemporaneamente, “totalmente altro” (anyad eva, Rigopoulos 2015: 105): “esso è nascosto nel profondo del cuore [e anche risiede] nel supremo cielo” (TU 2.1, trad. it. Della Casa 1976: 291). Di qui, di nuovo, la difficoltà di conoscerlo — se non in virtù di una “intuizione sovra-razionale” che disveli l’Assoluto, impersonale ed eterno (ekam evādvitīyaṃ, “uno senza secondo”: CU 6.2.1), come propria autentica natura, inconcussa “certezza del proprio cuore” (svahṛdayapratyaya, Brahmasūtrabhāṣya 4.1.15) (Swennen 2010a: LXXXIV) — e definirlo attraverso il linguaggio:
Tu non puoi vedere chi è causa della vista, non puoi ascoltare chi è causa dell’ascolto, non puoi pensare chi è causa del pensiero, non puoi conoscere chi è causa del conoscere. Questo è il tuo Ātman presente in ogni cosa. […] Questo Indefettibile è il Veggente non veduto, l’Uditore non udito, il Pensatore non pensato, il Conoscitore non conosciuto; non altra cosa esiste fuori di lui che sappia vedere, udire, pensare, conoscere (BU 3.4.2; 3.8.11, trad. it. Della Casa 1976: 105; 112).
Fonte d’ogni attività, d’ogni desiderio, d’ogni odore, d’ogni sapore, comprendente tutto l’universo, muta, indifferente, questa è la mia anima dentro il cuore, questo è il Brahman (CU 3.14.4, trad. it. Della Casa 1976: 207).
Infinito, in esso non può discernersi cosa alcuna, ché ciò significherebbe trovarsi ancora nel dominio della finitezza, che è anche quello della sofferenza e della morte, il cui superamento, da parte rito vedico, quando questo non sia sublimato interiormente, è impossibile:7
L’infinito si ha dove non si discerne nessun’altra cosa, nessun’altra si ode, nessun’altra si conosce. Dove si scorge qualche altra cosa, si ode qualche altra cosa, si conosce qualche altra cosa, allora si ha il finito. L’infinito è immortale, mentre ciò che è finito è mortale (CU 7.24.1, trad. it. Della Casa 1976: 265).
Nell’animo umano è insito un radicale bisogno di trascendenza della dimensione del transeunte e del contingente, che in ultima analisi si riassume nella mortalità. A questo proposito, versi famosi della Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad dicono: “Fa’ che io passi dal non essere all’essere; dalle tenebre fa’ che io passi alla luce, dalla morte fa’ che io passi all’immortalità!”, di cui la medesima Upaniṣad fornisce l’esegesi:
con non essere intende la morte, con essere l’immortalità. “Fa’ che io passi dalla morte all’immortalità, rendimi immortale”, questo intende dire. Recitando il secondo verso, con tenebre intende la morte, con luce l’immortalità. “Fa’ che io passi dalla morte all’immortalità, rendimi immortale”, questo intende dire. Quando recita il terzo verso, tutto è chiaro (BU 1.3.28, trad. it. Della Casa 1976: 69).
Sofferenza, in definitiva, è non conoscere in profondità se stessi: “Al di fuori di esso [l’ātman] non c’è che dolore” (BU 3.4.2, trad. it. Della Casa 1976: 105). Di contro, la conoscenza del Sé consente di trascendere il dolore. In un dialogo tra il brahmano Nārada e il guerriero Sanatkumāra, il primo dice al secondo:
Io, o venerabile, conosco le formule sacre, ma non conosco l’Ātman, e invece io ho sentito dai pari tuoi che chi conosce l’Ātman supera il dolore (śoka). Io, o venerabile, soffro; o venerabile, fammi superare il dolore (CU 7.1.3, trad. it. Della Casa 1976: 253).
A rimarcare una volta di più l’insufficienza del linguaggio ad esprimere compiutamente l’Assoluto, la Chāndogya Upaniṣad afferma in termini paradossali:
questa mia anima dentro il cuore è più piccola d’un grano di riso o d’orzo o di sesamo o di miglio o del nucleo d’un grano di miglio. Questa mia anima dentro il cuore è più grande della terra, più grande dello spazio atmosferico, più grande del cielo, più grande dei mondi (CU 3.14.3, trad. it. Della Casa 1976: 207).
Con un esempio ulteriore di “teologia negativa”, o metodo “apofatico”, la Muṇḍaka Upaniṣad sostiene:
Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta, senza occhi né orecchie, senza mani né piedi, eterno, onnipresente, onnipervadente, sottilissimo, non soggetto a deterioramento, Esso [il Brahman] è ciò che i saggi considerano matrice di tutto il creato (Mu 1.1.6, trad. it. Della Casa 1976: 372).
La conoscenza del Brahman, inoltre, è creduta rendere potente colui che tale contezza acquisisca, ragion per cui l’insegnamento upaniṣadico, di natura scientemente esoterica (guhyādeśa: CU 3.5.1-2; non per niente, un sinonimo del termine upaniṣad è rahasya, “mistero”: Scalabrino Borsani 1976: 61-62), era per ciò stesso destinato a pochi iniziati8 (Della Casa 1976: 10) (diversamente da quello buddhista, aperto a tutti9):
Colui che ha scoperto e risvegliato il proprio Ātman, penetrato in quell’inestricabile conglomerato di elementi [che è il corpo], costui diventa onnipotente, creatore di tutto, il mondo è suo, è il mondo egli stesso (BU 4.4.13, trad. it. Della Casa 1976: 134).
Colui che conosce [veramente] quel grande spirito primigenio e sa che il Brahman è la verità, costui conquista tutti i mondi. E come potrebbe essere vinto colui che conosce quel grande spirito primigenio e sa che il Brahman è la verità? Invero il Brahman è la verità (BU 5.4.1, trad. it. Della Casa 1976: 142).
Tutti i mondi ottiene, tutti i desideri [realizza] colui che trova questo Ātman e lo riconosce (CU 8.7.1, trad. it. Della Casa 1976: 273).
Sebbene non esprimibile adeguatamente a parole, è solo nel Brahman — indicato come “quello” (tat, p. es. CU 6.8.7, ove si trova il famoso mahāvākya tat tvam asi),10 a motivo della sua indicibilità, e “realtà della realtà” (satyasya satyam), a motivo della sua natura di principio fondamentale dell’esistente tutto (Scalabrino Borsani 1976: 65) — che è dato trovare piena felicità, ivi solamente il cuore umano, pago, s’acquieta: “In verità, ciò che è l’infinito è la felicità (sukha). Non c’è felicità nel finito; soltanto l’infinito è felicità”. Occorre, tuttavia, avere preliminarmente il desiderio di “conoscere l’infinito (bhūman)” (CU 7.23.1, trad. it. Della Casa 1976: 264); in seguito, si parlerà di mumukṣutva, ossia l’anelito alla Liberazione (mokṣa, mukti). Ciò è vero anche nel mondo buddhista: prendendo le mosse da quel senso di sgomento e urgenza spirituale designato dal sostantivo saṃvega, bisogna darsi alla “nobile ricerca” (ariyapariyesanā, MN 26, PTS 1.162), che punta all’affrancamento dalla nascita, dalla vecchiaia, dalla malattia, dalla morte, dal dolore e dalla contaminazione (saṅkilesa): in una parola, alla realizzazione del nibbāna. Il ruolo fondamentale del desiderio di liberazione è, dunque, un tratto che accomuna le Upaniṣad — perlomeno la summenzionata Chāndogya — e l’insegnamento del Buddha, come pure la caratterizzazione dell’Assoluto in termini di “gioia”, “felicità” ovvero “beatitudine” (sukha), che vale tanto per il bhūman quanto per il nibbāna (nibbānaṃ paramaṃ sukhaṃ, dice Dhp 204, PTS 29).
Se, al netto delle ovvie e meno ovvie differenze che separano reciprocamente brahmanesimo e buddhismo antico, si può ravvisare la loro concordanza nell’approccio tendenzialmente apofatico alla realtà ultima, per il tema che il presente lavoro indaga, vale a dire il linguaggio, la differenza è notevole e la “frattura” insanabile: infatti, nel brahmanesimo si riteneva possibile, per la lingua sanscrita, corrispondere puntualmente alla realtà, in un rispecchiamento preciso tra parola e significato (Gombrich 2012: 198); vedremo come la posizione buddhista sia ben diversa: il linguaggio, infatti, già nel canone, assume un valore che potremmo definire “convenzionalista”. Volgiamoci, dunque, innanzitutto verso il canone antico allo scopo di analizzarne il tema del linguaggio.
Il linguaggio nel canone buddhista antico
All’interno del canone in lingua pāli, non è dato trovare una vera e propria disamina del linguaggio; tuttavia, accenni di una riflessione linguistica possono essere trovati in modo frammentario. È il caso, ad esempio, del Madhupiṇḍika-sutta (MN 18), ove vengono descritte le fasi successive attraverso cui si giunge ad essere alla mercé di una forma di pensiero “coatta”. Questo indesiderabile ma per i più ordinario esito trova la sua origine prima nell’interazione tra un organo di senso e il suo proprio oggetto (es. occhio-forme visibili: cakkhu-rūpa), donde scaturisce una coscienza corrispondente (es. coscienza visiva: cakkhu-viññāṇa); l’incontro dei tre costituisce il contatto (phassa), dal quale deriva la sensazione (vedanā). A partire dal “sentito”, si origina il suo riconoscimento (saññā); di qui proviene poi il pensiero discorsivo (vitakka) e da questo, ancora, il dispiegamento inarrestabile della proliferazione concettuale (papañca), culminante nella papañca-saññā-saṅkhā: una rete tendente a espandersi tramite associazioni mentali che riguardano passato, presente e futuro, sopraffacenti il soggetto comune, ridotto interamente alla loro mercé.

In questo processo, il linguaggio interviene già al livello di saññā, poiché il riconoscimento presuppone l’apposizione di una “etichetta” a un oggetto, consentendo così, quand’esso si presenti di nuovo, di ri-conoscerlo come lo stesso. Per tale motivo, Gombrich (2012: 194-195) traduce saññā come “appercezione”: “«Appercezione» significa identificare un oggetto percepito dandogli un nome (di fatto, «nome» è il significato fondamentale del termine equivalente sanscrito, saṃjñā). […] Quindi saññā è l’applicazione del linguaggio alla propria esperienza”.
Il pensiero che scaturisce dal processo in esame non è attivo e deliberato, ma è un pensiero che il soggetto subisce, imponendosi contro la sua volontà. Il ruolo del linguaggio in questa elaborazione cognitiva sequenziale è quello di contribuire in maniera decisiva a cristallizzare i percetti, che già di per sé appaiono relativamente stabili per i limiti intrinseci dell’apparato sensoriale dell’essere umano (Ñāṇananda 2012: 6). Nella filosofia contemporanea, un pensatore assai influente, Nietzsche, in un passo di quelli che poi sono stati raccolti e pubblicati come Frammenti postumi scriveva:
Non siamo abbastanza sottili per scorgere il flusso dell’accadere: il permanente non esiste, se non grazie ai nostri organi grossolani, che riassumono e riconducono le cose ai piani comuni, laddove nulla esiste in questa forma [permanente]. L’albero è in ogni momento una cosa nuova; noi affermiamo la forma perché non cogliamo la sottigliezza di un movimento assoluto.
Dietro la percezione della costanza delle forme, che pur mutano in ogni istante nella loro composizione elementare, operano complessi meccanismi fisiologici mantenutisi nel tempo per la loro indubbia utilità adattiva. Ma la permanenza e la sostanzialità sono al tempo stesso reificazioni di origine linguistica: sempre il Nietzsche osservava, a questo riguardo, come il linguaggio sia intessuto di tacite assunzioni filosofiche che orientano il pensiero anche all’insaputa del soggetto. È fin troppo noto che il filosofo di Röcken abbia sferrato un duro colpo alla nozione di “soggetto”, già messa in crisi, peraltro, dall’empirismo scetticheggiante di Hume, che in una celebre pagina del Trattato sulla natura umana (I, IV, 6) scriveva: “noi non siamo altro che fasci o collezioni di differenti percezioni che si susseguono con una inconcepibile rapidità, in un perpetuo flusso e movimento”. La mente, in questa prospettiva, non è lo sfondo immutabile entro cui facciano la loro comparsa i contenuti psichici, come sulla scena di un teatro, poiché “a costituire la mente non c’è altro che le percezioni successive”.
In una realtà concepita come continuamente fluente, l’atteggiamento nei confronti del linguaggio non potrà che essere di tipo “convenzionalista”, vale a dire tale per cui la relazione tra significante e referente non sia fissa e “naturale”, ma determinata per convenzione: infatti, “se non ci sono entità immutabili ma soltanto processi, come possono le parole avere una relazione fissa e determinata con la realtà?” (Gombrich 2012: 198). Ciò costituisce, per usare le parole di Bruno Lo Turco (2010: 79), “una relativizzazione, ovvero una messa in prospettiva, del potere del linguaggio di cogliere la realtà”. Ma prosegue Gombrich:
il Buddha concluse non soltanto che le lingue erano convenzionali, ma che era intrinsecamente impossibile per qualunque lingua catturare appieno la realtà. Dobbiamo esprimere le nostre cognizioni attraverso il linguaggio, usando saññā, ma ciò impone all’esperienza categorie linguistiche che non possono rendere giustizia alla sua fluidità (Gombrich 2012: 199).
Sul ruolo del linguaggio e, in particolare, della fissità dei sostantivi come determinante nella rappresentazione altrettanto fissa di questo o quell’aspetto dell’esperienza, ancora Gombrich osserva:
Se quelli che normalmente consideriamo gli oggetti nel mondo intorno a noi non sono davvero stabili, ma sono processi, tutti soggetti a cambiamenti lenti o veloci (anche se non casuali), la nostra interpretazione di ciò che i nostri sensi percepiscono non è mai perfettamente accurata. Il principale colpevole di ciò è il linguaggio, poiché diamo nomi a quello che percepiamo: è soprattutto la fissità di questi nomi a ingannarci (Gombrich 2012: 254-255).
“Un nome — scrive Bruno Lo Turco (2010: 81) —, dunque, ci viene detto esplicitamente, è puro suono; nulla coglie di una presunta realtà”. Si deve, allora, rinunciare in blocco a scrivere e parlare, e — come l’eracliteo Cratilo — limitarsi a indicare le cose? Bisogna, soprattutto, evitare di parlare di “io” e “mio”? Una risposta a questa domanda viene dall’Arahanta-sutta (SN 1.25, PTS 1.14), ove è formulata la questione se un arahant possa dire “io parlo” (ahaṃ vadāmītipi) oppure “mi parlano” (mamaṃ vadantītipi). La risposta del Buddha non può essere equivocata: un arahant può, senz’altro, ancora esprimersi in termini “egoici”, poiché egli, avendo acquisito contezza della loro convenzionalità, non se ne lascia fuorviare. Conosce le comuni maniere mondane di esprimersi ed egli pure se ne serve, ma non altrimenti che come meri modi di parlare (vohāramatta). Ha abbandonato compiutamente la presunzione (maññata) del sé, ma non per questo deve rinunciare al riferimento a se stesso nei termini invalsi di “io” e “mio”, malgrado, a rigore, essi siano flatus vocis: termini vuoti, privi di referenti, poiché in realtà mancano sia un soggetto sostanziale — stabile, indipendente e separato — che, di conseguenza, i suoi presunti possessi. È, tuttavia, possibile parlare ugualmente del “sé”, purché, giustappunto, con la consapevolezza dell’uso meramente convenzionale di questo “concetto” (paññatti) (Karunadasa 2019: 48). In proposito, è sintomatica un’indicazione del Buddha, nel Poṭṭhapāda-sutta (DN 9, PTS 1.201), sull’uso del linguaggio riferito all’ottenimento del sé (attapaṭilābha) in diversi modi (grossolano/fisico, mentale, senza forma: oḷārika, manomaya, arūpa): questi sono nomi (samaññā), espressioni (nirutti), modi di dire (vohāra) e designazioni (paññatti) di uso comune nel mondo, e il Tathāgata non si sottrae al loro utilizzo, ma al contempo non ne è ingannato, in quanto egli ha contezza del fatto che “there is no permanent substantial entity that could be observed to correspond to the term ‘self’ (atta). Here the term atta is a paññatti, a designation in common use in the world, which the Buddha uses without clinging to it” (Karunadasa 2019: 48).
Un discorso canonico di grande interesse in rapporto al tema del linguaggio, ma di difficile interpretazione per la sua estrema concisione, è il Nāma-sutta (SN 1.61), secondo il quale non v’è nulla di più esteso del “nome” (nāma), e questo è l’unica cosa ad avere tutto sotto il suo controllo. Il commentario, anch’esso ellittico e piuttosto ermetico, non fornisce soccorso ermeneutico tale da risolvere la questione del senso di questo sutta e neppure il suo contesto, l’Addhavagga, è dirimente, poiché i successivi testi, pur formalmente simili, hanno per oggetto altri argomenti (citta, taṇhā, saṃyojana etc.). Ciò che si può supporre, tenendo conto anche del commentario, è che il “nome” abbia massima estensione per il fatto che tutto quel che esiste è in qualche modo nominabile, sia pure, al limite, come “innominabile”: anche questa sarebbe, in effetti, una forma di denominazione; come dice la vaṇṇanā (PTS 1.94), persino un albero o una pietra di cui non si conosce il nome sono chiamati “senza nome” (anāmaka). In breve, “nothing can escape the possibility of being named” (Karunadasa 2019: 48). Questo sutta, allora, rientrerebbe a pieno titolo nell’attenzione straordinaria che la civiltà indiana ha dedicato al linguaggio, fin dal Ṛgveda: si può citare, a titolo di esempio, quell’inno a Vāc (ṚV 10.125) in cui si dice che la Parola è stata distribuita dagli dèi in molti luoghi; che, insomma, tutti ne dipendono, specialmente e innanzitutto in ambito rituale, dove garantisce l’efficacia del sacrificio.
Esisterebbe, così, un tratto congiuntivo tra la tradizione vedica e quella buddhista,11 se si dimostrasse corretta l’ipotesi or ora avanzata a riguardo dell’idea che il “nome” — in senso lato, il “linguaggio” — sia in grado di sussumere tutto sotto di sé, così come Vāc, parlando in prima persona ed elogiandosi in ṚV 10.125, senza peraltro nominarsi apertamente, afferma, sostanzialmente, di essere dappertutto e di essere, inoltre, imprescindibile, non soltanto, benché in primo luogo, nell’attività rituale (karman). La funzione di denominazione, etichettatura, categorizzazione o concettualizzazione, a carico del saññākkhandha, consente, poi, di identificare cose o esperienze, ma al contempo attribuisce loro forvianti caratteri di solidità, permanenza e separazione. Così illusi, auto-ingannati inconsapevolmente da un processo che in assenza di consapevolezza (sati) avviene automaticamente, quasi a mo’ di un riflesso condizionato, l’esito finale non potrà che essere “frustrazione” (dukkha). Come ha mirabilmente chiarito l’ermeneutica filosofica, la comprensione che l’uomo ha del mondo in cui vive è mediata e condizionata ineludibilmente dal linguaggio — vale a dire, insomma, che “per noi ogni ente è inestricabilmente connesso al linguaggio” (Lo Turco 2013a:72) —, che occorre non rifiutare, divenendo “afasici”, ma illuminare nelle sue modalità di funzionamento, al fine di farne un uso consapevole in cui l’apporto sviante di quell’attiva forza deformante che è l’ignoranza (avijjā) — una sorta di “cognitive default” (Westerhoff 2009: 13) — sia ridotto al minimo o, se possibile, annullato.
È supponibile che questo sia il senso fondamentale anche di un altro passaggio canonico, invero parimenti sibillino, presente sia nell’Addhā-sutta (Iti 63, PTS 53) che nel Samiddhi-sutta (SN 1.20, PTS 1.11), ove si sostiene che gli esseri (satta) privi di piena comprensione (apariññāya) di ciò che può esser detto (akkheyya) finiscano sotto il giogo della morte (akkheyyaṃ apariññāya, yogamāyanti maccuno). Avendo di contro contezza della natura del linguaggio, non si concepisce un akkhātar, “colui che parla”, “colui che si esprime”; insomma, un “Sé” (Polak 2018: 50-51). Ciò, a sua volta, consente un notevole avanzamento sul cammino verso la liberazione.
Rispetto all’interpretazione proposta, costituisce, tuttavia, un’unica eccezione proprio l’attingimento del nibbāna finale: come di una fiamma spenta da una folata non si può dire dove finisca, così pure il muni compiutamente liberato non è più suscettibile di designazione alcuna (Sn 5.7, PTS 206), è, cioè, indescrivibile, ineffabile, incommensurabile:12
Il corpo del Tathāgata, o monaci, ha reciso i lacci dell’esistenza (ucchinnabhavanettika); fintanto che il suo corpo permane, deva e uomini lo vedranno. Ma quando la dissoluzione del corpo e l’esaurimento delle facoltà vitali avranno luogo, deva e uomini non lo vedranno più (DN 1, PTS 1.45, trad. it. Cicuzza 2001a: 317).
Nessuna parola è adeguata alla liberazione ultima: il nāma, dunque, ha sì massima estensione, come dice SN 1.61, ma unicamente all’interno della sfera del condizionato; in rapporto all’incondizionato, invece, la sua applicazione incontra un limite invalicabile: se è vero che al “mondo” e alle possibilità della sua esperienza non si ha altro accesso che quello mediato dal linguaggio, ciò non vale per quella peculiare “non-esperienza” che è il nibbāna, tale da indurre al silenzio, poiché, a rigore, nulla può propriamente dirsene (Perrone 2024); esso, infatti, non è nel “mondo” — e dunque nell’ambito del dicibile secondo i pañcakkhandha —, bensì ne costituisce la “fine”, sicché nulla può predicarsene, come meglio diremo tra breve. D’altra parte, la Sāratthappakāsinī (PTS 1.43) presenta una lettura differente, che prima facie non riguarda questioni “linguistiche”: essa, infatti, glossa akkheyya, “ciò che è esprimibile”, con i cinque aggregati (pañcakkhandha), spiegando che, quando gli esseri ordinari li percepiscono, ciò avviene mediante la “lente” fuorviante delle idee di permanenza, piacere sensuale e sé; in una parola, dei vipallāsa. Senza pieno discernimento della natura dei khandha, dunque, il soggetto rimane intrappolato nel saṃsāra; quando, di contro, ne acquisisca profonda comprensione, non intendendoli più in termini di “io”, “mio”, “sé”, “persona”, “essere” etc., si apre la strada verso la liberazione in virtù dei cosiddetti “sentieri sopramondani” e i loro rispettivi “frutti”, che hanno per oggetto il nibbāna. L’autorevole interpretazione di Buddhaghosa non è del tutto inconciliabile con la lettura “linguistica” da noi fornita, se è vero, come scriveva Conze (1988: 103, corsivo nostro), che “se analizzati, tutti i fatti dell’esperienza, di noi stessi e degli oggetti in relazione a noi possono essere espressi in termini di skandha”.13 Ad eccezione dell’incondizionato, che non fa parte del saṃkhāraloka,14 tutto ciò che riguarda l’esperienza può, quindi, essere espresso opportunamente attraverso il riferimento a questo o quel khandha, sicché può dirsi a ragione, di concerto col Nāma-sutta, ora non più così oscuro, nāmassa ekadhammassa, sabbeva vasamanvagū.
Di certo interesse è altresì il Mahākoṭṭhika-sutta (AN 4.173, PTS 2.161), ove si dice che la sfera delle sei “basi di contatto” (phassāyatana) e quella della “proliferazione” (papañca) — evidentemente connessa al linguaggio (Polak 2013: 8) discorsivo-concettuale — siano coestensive, e con la totale scomparsa e cessazione (asesavirāganirodha) della prima viene meno anche la seconda (papañcanirodha, papañcavūpasama). Ciò significa, sostanzialmente, la realizzazione del nibbāna, detto, per converso, nippapañca (SN 43.23, PTS 4.368). A sostegno, si può addurre Dhp 254: papañcābhiratā pajā, nippapañcā tathāgatā, nonché l’Anuruddhamahāvitakka-sutta (AN 8.30, PTS 4.228): nippapañcārāmassāyaṃ dhammo nippapañcaratino, nāyaṃ dhammo papañcārāmassa papañcaratino. La Manorathapūraṇī (PTS 4.119) spiega questo passo facendo riferimento proprio allo “stato di nibbāna” (nibbānapada), detto nippapañca in quanto manca di “proliferazione” dovuta a brama, presunzione e visioni (erronee) (taṇhāmānadiṭṭhi).
Ora, tenendo conto che gli āyatana interni ed esterni costituiscono il “tutto” (sabba), come dice il Buddha nel Sabba-sutta (SN 35.23),15 e che l’estensione (ma anche il limite) del linguaggio copre il “mondo” (loka) — o il suo concetto (lokapaññatti), il che lo connette al linguaggio, consentendone un’interpretazione secondo l’ermeneutica filosofica16 — costituito da occhio, forme visibili, coscienza visiva e cose conoscibili per mezzo della coscienza visiva — e così via coi rimanenti elementi —, si comprende, una volta di più, come il “nome” abbia “tutto” il fenomenico in suo potere: fenomenico ed esprimibile coincidono (Polak 2013: 8), sicché quando il primo non più si dà, con esso sparisce anche la possibilità di espressione. Allora, come dice AN 4.173, non si potrà dire che, dopo phassāyatanānaṃ asesavirāganirodhā, ci sia qualcos’altro, non ci sia nient’altro, ci sia qualcos’altro e nient’altro, non ci sia né qualcos’altro né nient’altro, poiché ciò vorrebbe dire, in ogni caso, proliferare su ciò che non dev’essere oggetto di proliferazione (iti vadaṃ appapañcaṃ papañceti): il nibbāna, come chiarito da un parallelo cinese: “With the vanishing, fading away, cessation, and stilling of the six bases for contact, one relinquishes empty falsehood and attains nibbāna” (citato in Bodhi 2012: 1710-1711).17 Questa è la “fine del mondo” (lokassanta, SN 2.26, PTS 1.62)18 e, dunque, della sofferenza: “For if the world ultimately stems from the six sense bases, then by bringing an end to the sense basis it is possible to arrive at the end of the world” (Bodhi 1999: 434). Come spiegato dal commentario (PTS 2.389), è questo il senso essenziale anche del Kāmaguṇa-sutta (SN 35.117): il saḷāyatananirodha, vale a dire l’arresto dell’occhio (cakkhu) e della percezione di forme materiali (rūpasaññā) etc., in breve la cessazione delle sei basi sensoriali, corrisponde al nibbāna: “quella base dovrebbe essere compresa” (se āyatane veditabbe, PTS 4.97).
Dal mondo esiste una via d’uscita. È Māra — personificazione delle forze interiori che si oppongono al “risveglio” — che fa credere il contrario (natthi nissaraṇaṃ loke), invitando a rinunciare all’ascetismo per godere dei piaceri sensuali. Ma nell’Āḷavikā-sutta (SN 5.1, PTS 1.127) l’omonima bhikkhunī replica: atthi nissaraṇaṃ loke. Il commentario glossa nissaraṇa con il nibbāna, proprio come ci si aspetterebbe dall’Ajāta-sutta (Iti 43, PTS 36), che parimenti allude al nibbāna con lo stesso sostantivo, e dal Nissaraṇiya-sutta (Iti 72, PTS 60), ove occorre di nuovo il termine nissaraṇa, connesso — tra l’altro — alla “cessazione” (nirodha) come “via d’uscita” da “ciò che è nato (bhūta), da ciò che è composto (saṅkhata) e da ciò che sorge condizionatamente (paṭiccasamuppanna)” (Cicuzza 2001b: 784).
La stessa parola del Buddha, inoltre, è ritenuta un mezzo efficace per attingere il nibbāna. Quando, infatti, il commentario del Subhāsita-sutta (SN 8.5) glossa saccaṃ ve amatā vācā, spiega questa espressione anche nel seguente senso: la parola del Buddha è immortale (amata, anche “ambrosia”) per il fatto di essere condizione per raggiungere il Senza-morte, ovvero, per l’appunto, il nibbāna (nibbānāmatapaccayattā, PTS 1.274). Appare chiaro, così, quanto la tematica, più in generale, del linguaggio sia rilevante già all’interno del canone antico. Ma è senz’altro in un momento successivo che essa è divenuta oggetto di una riflessione specifica, articolata e di mirabile sottigliezza: è, dunque, alla tradizione designata posteriormente come pramāṇavāda che ora ci rivolgiamo.
Cenni sul linguaggio nella tradizione “logico-epistemologica” buddhista (pramāṇavāda)
Tra il V e il VII secolo d.C., in India, assistiamo a un fenomeno senza precedenti: il fiorire e la crescita esponenziale dell’arte della logica, sia in ambito brahmanico che in ambito buddhista. Per la verità, si tratta di una genesi interconnessa, dal momento che le conquiste di ordine logico, epistemologico e di filosofia del linguaggio trarranno gran parte del loro sviluppo dai dibattiti19 tra alcune scuole filosofiche ortodosse, prima fra tutte la scuola Nyāya-Vaiśeṣika, di impostazione fortemente realista, e la corrente buddhista definita “logico-epistemologica”,20 il cui capostipite era il maestro Dignāga, vissuto, presumibilmente, tra il 430 e il 500 d. C (Deleanu 2019). Ci occuperemo soltanto di lui nel seguito della nostra trattazione, essendo colui il quale ha posto le basi del nuovo approccio buddhista al linguaggio.
Dignāga si pone al culmine di un percorso secolare di esplorazione sulla natura e la validità della conoscenza, da parte della tradizione buddhista, che trova la sua fondazione già nel Canone pāli e prosegue con la filosofia dell’Abhidharma e poi, nel “Grande Veicolo”, con la “scuola del vuoto” e la scuola della “pratica meditativa”. L’intento di Dignāga era quindi anche quello di operare una sintesi tra i due “veicoli”, in particolare tra la vocazione realista della corrente abhidharmica dei Sautrāntika e la vocazione idealista della scuola della “pratica meditativa” (Yogācāra); per questo motivo, a volte, la scuola logico-epistemologica è chiamata anche Sautrāntika-Yogācāra (Siderits 1991:87). Il punto di partenza del nuovo interesse buddhista per il linguaggio si situa all’interno dell’indagine sulla validità degli strumenti di conoscenza (pramāṇa), che intorno al V secolo d.C. viene portata avanti soprattutto dalla scuola brahmanica Nyāya-Vaiśeṣika. Per far fronte alle sfide poste dall’ortodossia brahmanica, Dignāga accetta di condividere gli strumenti argomentativi e i presupposti teorici del nemico, impegnandosi innanzitutto in una critica agli strumenti di conoscenza generalmente accettati dalle scuole ortodosse (percezione, inferenza, testimonianza verbale, analogia).
A partire da tale presupposto, Dignāga sviluppa un’articolata riflessione che coinvolge epistemologia, logica e teoria del linguaggio, la quale trova la sua formulazione più completa e sistematica nella sua ultima opera (Hattori 1968: 3): Pramāṇasamuccaya, ovvero “Compendio dei mezzi di conoscenza”, oppure, come suggerisce Ferraro: “Riduzione dei mezzi di conoscenza”, perché la tesi principale di Dignāga, esposta nel primo capitolo, è che esistano soltanto due strumenti di conoscenza validi — non quattro come voleva il Nyāya-Vaiśeṣika — la percezione (pratyakṣa) e l’inferenza (anumāna) (Ferraro 2024: 234). L’aspetto maggiormente rilevante che possiamo trarre dalle poche informazioni che abbiamo sulla vita di Dignāga è il fatto che egli, pur essendosi probabilmente formato in ambito abhidharmico, sia poi divenuto un seguace del maestro Vasubandhu, considerato il più importante esponente della scuola Yogācāra. Anche se questa informazione non fosse vera, com’è possibile a giudicare da una serie di elementi storici (Hattori 1968: 2-3), è però certo che egli conoscesse molto bene le teorie di Vasubandhu, e ciò spiega come mai una delle premesse più importanti della filosofia di Dignāga sia l’idea che la mente o, meglio, l’attività concettuale, abbia una natura illusoria, tutt’al più convenzionale.
Come dicevamo, è nel primo capitolo del PS che Dignāga espone la sua teoria dei mezzi di conoscenza validi, specificando che esiste una distinzione radicale tra due tipologie distinte di oggetti: i dati sensoriali, unici e particolari, che vengono percepiti dai sensi (svalakṣaṇa), e i concetti universali (sāmānyalakṣaṇa), che sono costruzioni mentali. Tale concezione trova la sua applicazione in ambito linguistico nel quinto capitolo, dove Dignāga si occupa della relazione tra l’oggetto percepito e il suo significato, ed espone la sua tanto celebre quanto controversa teoria dell’apoha, cioè “esclusione”, secondo cui una parola indica un oggetto attraverso l’esclusione degli altri oggetti (anyāpoha). Schematicamente, possiamo figurarci la teoria dell’“esclusione” come il punto d’arrivo di un percorso che inizia con la descrizione del processo di conoscenza, poi con l’esame della relazione tra conoscenza sensoriale e condizioni della generalizzazione dell’esperienza, che secondo Dignāga avviene grazie al ragionamento inferenziale, e, infine, con l’applicazione al linguaggio dei risultati raggiunti. Vediamo, quindi, brevemente, l’inizio del processo, così come viene descritto nel primo capitolo del *PS*.
Nelle prime strofe del primo capitolo, che è relativamente breve, Dignāga fissa, per così dire, le regole del gioco:
k. 2a-b1. the means of cognition are [immediate and mediate, namely,] perception (pratyakṣa) and inference (anumāna)
They are only two, because
k. 2b2-c1. the object to be cognized has [only] two aspects.21
L’idea di base è semplice: la conoscenza di qualsiasi oggetto di percezione avviene attraverso l’interazione di due strumenti di conoscenza, la percezione, che è immediata, e l’inferenza, che è mediata. Cosa significa questo esattamente? Dignāga porta all’estremo la tendenza buddhista a considerare il particolare più reale dell’universale, il dato empirico più del concetto, e afferma che quando conosciamo un oggetto abbiamo conoscenza immediata, ovvero non concettuale, soltanto dei dati empirici puntuali, particolari, che compongono quell’oggetto. Abbiamo poi una conoscenza concettuale della totalità dell’oggetto, dell’immagine completa dell’oggetto, ma si tratta di una costruzione mentale a partire dai dati sensoriali, una conoscenza di second’ordine mediata dai concetti. Tale conoscenza concettuale ha la natura di un’inferenza logica, perché si tratta di una conoscenza non diretta, ma altresì ricavata a partire da una serie di singoli dati sensoriali che vengono generalizzati. La generalizzazione è l’attribuzione di qualità generali all’oggetto nella forma di una definizione del tipo X è Y, Z, ecc. Nell’autocommento alla strofa k. 2c2-d1, Dignāga spiega infatti che:
[In the case of the cognition which cognizes a thing of color, etc., as noneternal, firstly,] one cognizes the inexpressible particularity (avyapadeśya=svalakṣaṇa) and the universal (sāmānyalakṣaṇa), color-ness (varṇatva). Then, by means of the operation of the mind (manas), one relates [the color-ness] to [the universal,] noneternity (anityatā), and expresses [the resulting cognition in the judgment] “the thing of color, or the like, is noneternal.” Hence [for this kind of cognition] there is no need of any other means of cognition.22
La costruzione concettuale è, quindi, l’attribuzione di un’etichetta nominale, di un genere, e di altre categorie generali a un oggetto percepito. A questo punto entra in gioco l’aspetto linguistico della conoscenza, che emerge dall’esplicitazione, attraverso la parola, dell’associazione tra particolare e universale, cioè nella designazione della cosa percepita. Vi sono quindi una serie di universali linguistici — fondamentalmente le categorie grammaticali individuate nei secoli dai grammatici indiani — che possono entrare in relazione all’oggetto particolare (artha): i nomi propri (nāman), i sostantivi o nomi di genere (jāti-śabda), come “mucca”, gli aggettivi o i nomi di qualità (guṇa-śabda), come “bianco”, i verbi o i nomi di azione (kriyā-śabda), come “cucinare”, e le sostanze (dravya-śabda), come ad esempio “portatore di bastone” o “possessore di corna”.23 Dignāga qui sta introducendo una nuova teoria, ma appoggiandosi a idee consolidate all’interno del mondo buddhista; perché già nell’Abhidharma vi era la concezione che la percezione del colore blu, ad esempio, fosse qualcosa di assolutamente non concettuale. I Vaibhāṣika sostenevano che, quando noi percepiamo un oggetto, non stiamo percependo una sostanza unitaria, bensì un insieme di atomi, cioè un insieme di *svalak**ṣaṇa*. Dignāga riprende questa definizione abhidharmica di percezione del complesso attraverso la percezione del singolo per mostrare che la costruzione concettuale basata sull’inferenza, *sāmānyalakṣaṇa*, funziona anche nella costruzione dell’unità a partire dalla molteplicità. Solo dell’unità complessa si può predicare qualcosa, perché il semplice è inesprimibile a parole, è una pura sensazione:
k. 5. a thing possessing many properties cannot be cognized in all its aspects by the sense. The object of the sense is the form which is to be cognized [simply] as it is and which is inexpressible.24
Questo significa che i sensi non sono “progettati” per percepire il complesso (tutti gli aspetti di un oggetto), essendo nella natura della percezione di non poter andare oltre il semplice. Ne consegue che l’inferenza non è percezione, ma è una modalità di conoscenza mediata dalle categorie linguistiche che vengono sovraimposte — anche questa definizione è in linea con la tradizione buddhista — ai particolari singoli.25
In questo primo capitolo del PS, Dignāga intende sostanzialmente mostrare che anche la parola in quanto mezzo di conoscenza — acquisire conoscenza attraverso i segni linguistici — può essere ricondotta all’inferenza, cioè a una forma di ragionamento logico. Nel quinto capitolo Dignāga affronta, quindi, la connessione tra inferenza e linguaggio, a partire dalla tesi di fondo che la parola funzioni come un segno inferenziale (liṅga) che mette in relazione particolari singoli (dati sensoriali) e categorie universali. Che cos’è, dunque, per Dignāga un segno inferenziale? È un’evidenza (hetu) empirica — ad esempio il fumo che, da lontano, vedo alzarsi dalla cima della collina — che sappiamo essere una proprietà del soggetto in questione, in questo caso: un presunto incendio. L’inferenza punta a dimostrare che la proprietà percepita, il fumo, è il segno della presenza invariabile della proprietà inferita, il fuoco; cioè, una proprietà che non percepisco direttamente, ma che ipotizzo a partire da quello che vedo, il fumo. A questo punto, Dignāga si trova a fronteggiare un problema che in Occidente chiameremmo di “validità dell’induzione”, perché l’inferenza, per funzionare, deve dimostrare che non esiste nemmeno un caso osservabile in cui la proprietà percepita “fumo” non sia associata alla proprietà inferita “fuoco”; e questo, come insegna l’esempio del cigno nero di Popper,26 è un’impresa impossibile, dal momento che si dovrebbero conoscere tutti i casi passati, presenti e futuri di correlazione tra fumo e fuoco. A differenza di Popper, tuttavia, Dignāga concede maggiore fiducia alla ragione pratica e, pur essendo consapevole che l’inferenza induttiva non potrà mai essere definitivamente valida, si accontenta di sostenere che abbiamo comunque ragione di credere che possiamo ritenerla valida fino a che non osserviamo un contro esempio. Detto altrimenti, abbiamo ragione di credere che l’inferenza sia valida fino a che non osserviamo un caso in cui via sia fumo senza fuoco. Fino a quel momento siamo titolati a credere che la proprietà empirica fumo sia ristretta invariabilmente alla proprietà inferita fuoco.27 Nell’autocommento al verso 35 del quinto capitolo del PS, Dignāga esprime tale concetto, in maniera cristallina, in relazione ai segni linguistici:
It is not necessary to say that a verbal symbol applies to every instance of what is similar, because in some cases it is not possible to express an extension that is unlimited. But it is possible to say that it does not occur in the dissimilar — although it too is unlimited — simply on the basis of its not being observed to apply to any dissimilar instance. For this reason, because a term is not seen to apply to anything other than that to which it is related, its expression of its own object is said to be a negative inference.28
Qui il fondamento dell’inferenza viene presentato da Dignāga attraverso l’efficacia della “negazione”. L’inferenza non si basa sull’affermazione di ogni caso positivo, che è impossibile, bensì semplicemente sulla constatazione che non abbiamo ancora osservato un caso in cui “non si applica alcuna istanza dissimile” dai casi osservati precedentemente. Questo tipo di inferenza è quindi basata sull’“esclusione” di tutti i casi in cui non si utilizza un determinato segno linguistico per definire un oggetto, non sulla conferma di tutti i casi in cui si applica, perché potremmo sempre trovare un caso in cui non è possibile farlo. In termini più semplici: non posso sapere se esiste un caso in cui potrei definire un albero usando il termine “mucca”, posso tuttavia constatare che in ogni caso osservato in cui utilizzo il termine “albero” per definire un albero, sto escludendo tutte le altre parole, a prescindere da quante siano, fossero pure infinite. Ecco che, allora, l’inferenza negativa pone le basi della teoria dell’apoha, perché mostra a Dignāga una soluzione al problema della conoscenza che aveva enunciato nel primo capitolo. Ivi Dignāga affermava che i sensi non possono conoscere l’universale, ma solo il particolare, e di conseguenza che la conoscenza del complesso, del generale, è una forma di inferenza. Ma esplorando le modalità dell’inferenza si giunge alla conclusione che questa è valida solo se è negativa, cioè se si basa sull’esclusione dei casi dissimili, non sulla conferma di quelli simili; e basta un caso singolo, particolare, a escludere tutti i casi dissimili. Lo stesso, dice Dignāga, vale per le parole in quanto, appunto, segni inferenziali: una parola è sempre l’istanziazione di una proprietà universale in un particolare, o una relazione tra un universale e un particolare, ma la lezione dell’inferenza ha insegnato a Dignāga che questa relazione non può mai essere definita per via positiva, bensì per esclusione di tutto ciò che non esprime quella singola relazione concreta.
Questa concezione della relazione tra categorie universali e singoli particolari, nel corso del quinto capitolo del PS evolve nella celebre critica di Dignāga all’esistenza oggettiva degli universali linguistici. La cosa non stupisce, dal momento che, se definiamo un universale come la classe di tutte le cose che condividono la stessa (o le stesse, nel caso di universali multipli) proprietà universale, allora è evidente che ci troviamo di nuovo a dover fronteggiare il problema dell’induzione sotto altre spoglie. L’aggettivo “bianco” (guṇa-śabda) nella frase “la mucca è bianca”, ad esempio, secondo la teoria brahmanica degli universali era esprimibile dalla proposizione: “la mucca (particolare) è qualificata dall’universale bianco”. Per Dignāga una simile proposizione non dovrebbe essere esprimibile prima di aver esaminato tutte le mucche passate, presenti e future, e aver verificato che l’universale bianco, che dovrebbe accomunarle tutte, è effettivamente una proprietà universale, cioè una classe dove non esistono individui non-bianchi; ma questo, come insegna l’inferenza negativa, è impossibile.29 La soluzione a tale problema, come abbiamo visto, è servirsi della generalizzazione soltanto fino a dove questa può ritenersi valida, escludendo la possibilità della completezza e, di conseguenza, evitando di reificare i concetti universali facendone degli enti assoluti (idea sostenuta, invece, dalla scuola Nyāya-Vaiśeṣika). È per smontare questo mito della completezza, che ammorba il linguaggio, che Dignāga ricorre alla teoria dell’“esclusione” (apoha), di cui troviamo una definizione concisa, ma molto efficace, alla strofa 33.0.0:
At the level of verbal symbols, expression of a universal is the term’s preclusion of contrary terms
E l’autocommento (33.1.0.) precisa che:
Just as the property of being created makes the property of being transitory known because it excludes the property of not being produced, a universal is expressed through a term that precludes contrary terms, and, by means of that universal, the term makes its object known.30
Quello che Dignāga si propone, quindi, attraverso un radicale cambio di prospettiva sugli universali, non è definire una classe universale “positivamente”, bensì “negativamente”. Ad esempio, l’universale “bianco”, ovvero la classe delle cose “bianche”, può essere definita come “la classe che esclude l’assenza di ogni singola cosa bianca”. Per verificare che ciò sia vero è sufficiente, infatti, che anche una sola singola cosa bianca sia presente nella classe in questione; perché sapere che una sola cosa bianca è presente nella classe è sufficiente a falsificare l’affermazione che ogni singola cosa bianca è assente dalla classe (Hayes 1998: 184). Dignāga ha costruito così la sua versione di un concetto universale, cioè un segno inferenziale che accomuna più cose singole, il quale però si basa esclusivamente sulla percezione del singolo, e non sulla generalizzazione dell’esperienza dei singoli. La vera conoscenza, in questo modo, viene ricondotta alla percezione, mentre la concettualizzazione (che è una forma di inferenza) resta relegata nel dominio della costruzione mentale, e quindi, in un certo senso, della conoscenza illusoria. Questo non significa, si badi bene, che la conoscenza sensoriale conduca a una conoscenza analitica. Ciò, secondo Hayes, porta all’estrema conseguenza di non poter dire nulla riguardo alle caratteristiche specifiche del singolo particolare, il singolo fuoco che non percepisco, se non che “quest’ultimo possiede tutte quelle caratteristiche generali l’assenza delle quali può essere negata riguardo ogni particolare fuoco” (Hayes 1988: 186).31 La teoria dell’apoha parrebbe quindi possedere una connotazione “nominalista” ,32 ma soltanto nel senso che le parole indicano solo e unicamente l’oggetto delle quali sono segni linguistici, e dunque solo e unicamente la proprietà di quell’oggetto, senza implicare altre proprietà inferibili logicamente dalla proprietà principale. Detto in modo più semplice, quando dico “uomo”, tale termine non implica “mortale” come parte del suo significato (intensione), e dunque non possiamo dire che il termine “uomo” si applica solo a enti “mortali” come conseguenza logica dell’analisi del concetto di uomo. Per Dignāga il termine “uomo” si applica solo agli uomini concreti, ed è un fatto empirico del mondo che tutti gli uomini siano anche “mortali”. Di conseguenza, la correlazione tra l’essere uomo ed essere mortale è puramente contingente, l’essere uomo non ci dice nulla sulla relazione con l’essere mortale né in termini di estensione né in termini di necessità (Hayes 1988: 293-94).
Tale posizione di stampo empirista si rifletterà anche nella risposta di Dharmakīrti33 (VI-VII secolo d. C.), il principale allievo di Dignāga, alle critiche degli avversari alla teoria dell’“esclusione”. L’argomento principale, e anche il più celebre, su cui si basa la critica delle scuole Nyāya-Vaiśeṣika e Pūrva Mīmāṃsā, nella versione di Uddyotakara34 (V-VI secolo d. C.) e Kumārila35 (VII secolo d. C.) è quella che l’apoha sia una teoria di natura circolare, nel senso che, per sapere che cosa qualcosa non è, dovrei prima sapere cos’è.36 In altre parole, per sapere che cosa il termine “mucca” esclude, parrebbe logico dover prima sapere che cosa definisce una mucca in termini positivi. L’apoha non renderebbe quindi possibile fondare la convenzione linguistica necessaria alla costruzione degli universali per via negativa. Ciò invaliderebbe non solo l’idea che la conoscenza si possa guadagnare per via negativa, ma anche l’idea che si possano costruire concetti universali basati sull’“esclusione”. E questo, a sua volta, avrebbe delle ricadute distruttive sull’idea che solo la conoscenza sensoriale sia conoscenza autentica, perché, a questo punto, non sarebbe più possibile fondare l’inferenza soltanto sui particolari concreti. Il dibattito è estremamente complicato e non sempre sufficientemente comprensibile, e non abbiamo spazio qui per dilungarci nell’esame dettagliato delle argomentazioni, per le quali rimandiamo al lavoro di Hugon (2011). Sostanzialmente, però, possiamo riassumere la risposta di Dharmakīrti (la quale, lo ricordiamo, dovrebbe essere esemplificativa delle posizioni di Dignāga: cfr. nota 37) nel tentativo di mostrare come anche la posizione degli autori brahmanici — quando utilizziamo un termine universale, lo facciamo sulla base del fatto che abbiamo già la definizione positiva del membro di una classe — non sia immune dal problema della convenzione linguistica: “Dharmakīrti invoca la necessità di una restrizione nel momento in cui si stabilisce una convenzione [linguistica], per garantire che l’applicazione della convenzione non sia ambigua; non è sufficiente sapere a che cosa si applica una parola, uno deve essere anche sicuro che non si applichi a nient’altro” (Hugon 2011: 114).
Secondo Dharmakīrti, quindi, senza una restrizione, gli autori brahmanici non possono essere certi che, quando chiamano il membro di una classe con un termine come ad esempio “albero”, non vi sia incertezza sul fatto che quel termine si riferisce effettivamente a un albero e non a un pesce.37 Per gli epistemologi buddhisti, invece, dire “questo è un albero” significa dire “questo è esclusivamente un albero”. L’apoha è l’unica teoria che fuga ogni ambiguità semantica. Ma, fatto ancora più importante ai fini del dibattito, la critica delle scuole brahmaniche verrebbe inficiata alla radice, perché, a questo punto, non è più possibile per il brahmano affermare che egli conosce già la definizione dell’oggetto quando applica la convenzione linguistica, dal momento che, come ha mostrato il buddhista, la sua teoria positiva del linguaggio non garantisce la disambiguazione del termine nel momento della fissazione della convenzione stessa.
Per concludere, vorremmo accennare brevemente alla relazione tra parola e significato nell’opera di Dignāga. Quest’ultimo interpreta la relazione tra le parole e il loro significato come ciò che è presupposto alla concomitanza invariabile (vyutpatti) tra la parola e l’oggetto denotato (artha). Dignāga riconduce anche questo tipo di relazione a una forma di inferenza, nel senso che è possibile affermare la concomitanza invariabile fintanto che la parola esclude tutto ciò in cui è assente la particolare qualità espressa dalla parola stessa. Il significato è quindi rappresentato da un’assenza generica che definisce lo scopo della parola come segno inferenziale. Dignāga sostiene che questa relazione viene imparata in modo “ostensivo”, cioè, mostrando la coreferenza (sāmānādhikaraṇyam) tra la parola e il pronome dimostrativo, come quando diciamo: “questo è l’albero del pane” (Pind 2011:86). Come dicevamo in precedenza, la conoscenza verbale è riconducibile all’inferenza, ricadendo quindi nel dominio di uno dei due pramāṇa riconosciuti come validi dalla tradizione epistemologica buddhista. Per tale motivo, Dignāga considera la relazione tra parola e oggetto una relazione immaginaria, che ha la natura di una rappresentazione mentale e, come tale, non può definirsi un oggetto di conoscenza veicolato dalla parola in questione. Quando dico: “questo è l’albero del pane”, non dobbiamo pensare che l’oggetto di conoscenza definito dalla parola sia la relazione tra la definizione “albero del pane” e l’albero del pane, perché si tratta di una relazione esclusivamente mentale, e quindi illusoria, che non può divenire oggetto di conoscenza. L’albero del pane viene infatti conosciuto tramite i sensi, mentre la connessione mentale tra la parola “albero del pane” e l’albero del pane è una forma di inferenza, cioè una forma di conoscenza non immediata che non ha valore fondativo.
Conclusione
Prendendo le mosse dalla tradizione che fa capo al Veda, si è visto come in questa sia riconosciuto al linguaggio la capacità di cogliere la realtà nella sua essenza, ivi incluso l’Assoluto, rappresentato in forma fonica dalla sillaba sacra Oṃ, che riassume in sé l’intero universo e anche ciò che ne è oltre. Già nel Ṛgveda, del resto, della Parola si era colta l’ubiquità: non mancava, dunque, la consapevolezza dell’onnipervadenza del linguaggio, sebbene non ancora espressa in termini propriamente filosofici. Ciò accadrà, in effetti, in seguito, anche al di fuori del canone vedico. Al contempo, lo stesso Ṛgveda si mostra cosciente della natura sfuggente della parola, dislocata ovunque, sì, ma per la maggior parte nascosta e non del tutto padroneggiabile dall’uomo, a lui preesistente e da lui indipendente (Lo Turco 2013a: 74). Con le Upaniṣad, poi, diviene chiara l’inadeguatezza di quel linguaggio che, se da un lato è capace di “sintetizzare” la realizzazione dell’Assoluto nei “grandi detti” (mahāvākya) e di rappresentarlo foneticamente dalla Oṃ, procedente e culminante nel silenzio, dall’altro non è davvero in grado di cogliere ed esaurire in sé il Brahman:
L’occhio non vi giunge, non vi giunge la parola e neppure il pensiero. Non sappiamo, non conosciamo in qual modo possa essere insegnato. Esso è diverso da ciò che è conosciuto e anche è al di là di ciò che è ignoto. […] Ciò che non può essere espresso con la parola, ciò per mezzo del quale la parola viene espressa, questo sappi che è il Brahman. […] Ciò che non può essere pensato con il pensiero, ciò per mezzo del quale, dicono, il pensiero viene pensato, questo sappi che è il Brahman (Ke 1.3-5, trad. it. Della Casa 1976: 341).
Invero, certo, non è, questo “apofatico”, un atteggiamento proprio unicamente delle Upaniṣad, ritrovandosi in molti altri luoghi testuali delle tradizioni sapienziali fiorite nel subcontinente indiano: ad es., all’interno della corrente vaiṣṇava, un famoso testo, la Padmasaṃhitā (XI-XII sec.), nel descrivere l’Assoluto ne esprime la “natura del suono” e insieme il porsi “al di là del campo della parola e della mente” (avāṅmanasagocara) (Sferra 2010: xv-xvi). Ben a ragione, dunque, Francesco Sferra osserva:
Se prescindiamo dalle poche definizioni catafatiche, il Brahman, in realtà, è indescrivibile, e se nel momento didattico è pur necessario dirne qualcosa, il linguaggio inevitabilmente diventa contraddittorio, tende a dimostrare mediante ossimori o altri espedienti l’assoluta estraneità del Brahman da categorie fisse, il suo trascendere ogni dualità, ogni caratterizzazione specifica in cui la mente umana tenderebbe a fissarlo (Sferra 2010: xvi-xvii).
Se proprio nell’apofatismo può rinvenirsi un tratto comune tra brahmanesimo e buddhismo antico — ambedue concordi nell’obiettivo soteriologico di condurre all’altra sponda (pāra),38 di là dalla sofferenza —, d’altra parte si deve rilevare come per quest’ultimo non sia possibile, in effetti, neppure rappresentare in modo provvisorio e approssimativo, attraverso un qualche corrispettivo della Oṃ,39 l’incondizionato, “poiché la sua natura non è parola”; di conseguenza, “le parole non ci dicono nulla, in realtà, né sulla vera natura delle cose né sull’esperienza dell’Assoluto” (Sferra 2010: xxi). L’incondizionato è atakkāvacara, “inaccessibile al pensiero” (Iti 43, PTS 37, trad. it. Talamo 2019: 147), e dunque al linguaggio tout court e al riferimento al “mondo” nei termini dei cinque khandha che ne tracciano il perimetro. Un testo d’appartenenza mahāyānica, il Lalitavistara-sūtra, nel 25º capitolo caratterizza il Dharma in modi sottoscrivibili anche da un seguace dello Śrāvakayāna:
Profondo, invero, è il Dharma che ho realizzato e al quale mi sono perfettamente risvegliato! Esso è calmo, molto calmo, davvero calmo, eccellente, difficile da vedere, difficile da comprendere, non è afferrabile con il ragionamento e non rientra nella sfera del pensiero. […] non viene conosciuto né può esser fatto conoscere, non è condizionato e trascende i sei oggetti dei sensi. È al di là dell’immaginazione e della falsa discriminazione, è ineffabile, non ha suono, non ha parola, non può essere descritto a parole, non può essere mostrato [etc.] (trad. it. Sferra 2004: 159, corsivo nostro).
Una descrizione in parte sovrapponibile, infatti, si trova nel Pāsarāsi-sutta (MN 26, PTS 1.167),40 dove il Dhamma è qualificato come profondo (gambhīra), arduo a vedersi (duddasa), arduo a comprendersi (duranubodha), pacifico (santa), sublime (paṇīta), di là dalla sfera logico-discorsiva (atakkāvacara), sottile (nipuṇa), da conoscersi da parte dei saggi (paṇḍitavedanīya). Ai più, tuttavia, ne è preclusa la realizzazione, in ragione dell’attaccamento (ālaya), in cui essi trovano ciecamente diletto, e di “avidità-avversione” (rāgadosa), di cui sono intrisi.
Ora, anche il buddhismo antico, come è risultato dall’analisi del Nāma-sutta e del suo commentario, riconosce al linguaggio la capacità di designare ogni cosa; ma, innanzitutto, a differenza del brahmanesimo, questa operazione ha valore meramente convenzionale,41 e in seconda istanza non può inglobare in una sillaba “sacra” l’Assoluto, quand’anche si ammettesse che essa infine sia da superare e portare a compimento in un silenzio “eloquente”. Qual è la ragione di ciò? Per rispondere, occorre riprendere in esame, brevemente, la nozione buddhista di “mondo”. Come chiarito dal Samiddhilokapañhā-sutta (SN 35.68), per “mondo” s’intende ciò che risulta dalla coordinazione di, ad esempio, occhio, forme visibili, coscienza visiva e cose conoscibili per suo tramite: questa sinergia cognitiva corrisponde al “mondo” (loka) ovvero alla “nozione di mondo” (lokapaññatti). Quel che può essere espresso linguisticamente non può travalicare i confini del loka così definito, poiché l’ambito di sua applicazione non può esser altro che quello del “convenzionale”: “Il dicibile non eccede mai i confini del convenzionale” (Lo Turco 2010: 82). Difatti, lo stesso sutta sostiene, alla fine, che non si danno né “mondo” né il suo “concetto” quando non vi sia la cooperazione dei fattori suddetti. In assenza del “mondo”, nulla può esser detto. Questo è esattamente quel che accade con la realizzazione finale del nibbāna, il quale, pertanto, è assolutamente indescrivibile: il linguaggio non vi giunge. È la “fine del mondo” (lokassanta) e, quindi, della sofferenza (dukkha), nel senso spiegato da Ānanda nel Lokantagamana-sutta (SN 35.116). Attraverso i sei organi sensori, il mondo è percepito (lokasaññī) e concepito (lokamānī), ma al contempo i saḷāyatana sono parte del mondo: sono il mezzo per la manifestazione del mondo e insieme elementi al suo interno (lokasmi). Come si diceva or ora, la loro cessazione è via d’accesso al nibbāna. In breve, le basi sensoriali costituiscono il mondo; il loro arresto ne è la fine e, con ciò, fine altresì della sofferenza: na ca panāhaṁ, bhikkhave, appatvā lokassa antaṁ dukkhassa antakiriyaṁ vadāmi (PTS 4.92).
Il “mondo”, nella fattispecie il saṅkhāraloka, può dunque cessare, come dice anche il Loka-sutta (SN 12.44). Ciò apre a una considerazione significativa sulla sua contingenza: quel che può venir meno, infatti, è definibile per l’appunto come “contingente”. Allora, se per “esperienza” s’intende quella definita, nelle sue possibilità e nei suoi limiti, dalle basi sensoriali — interne ed esterne —, possiamo ritenere che nel suo complesso sia un che di accidentale nell’accezione filosofica del termine: qualcosa, cioè, di non necessario. Al suo venir meno, parrebbe doversi ammettere che non emerga un “residuo” da intendersi come “io” o “mio”, ma permanga unicamente l’Assoluto nella sua pura trasparenza: il nibbāna. A questo punto, tuttavia, se ciò che può essere espresso non supera il dominio dei khandha ovvero degli āyatana, allorché il “mondo” da essi definito viene meno, viene meno con esso anche ogni possibilità predicativa. Nulla più può esser detto. Non rimane che il “risveglio” (bodhi), che non è neppure, a rigore, un’acquisizione conoscitiva conseguita in un particolare momento e in un particolare luogo, poiché il nibbāna non può davvero essere “conseguito”: diversamente, non sarebbe più incondizionato, ma un prodotto della causalità virtuosa messa in moto lungo il cammino “buddhista”. Crediamo sia questo il senso dell’obiezione che Buddhaghosa prende in esame in Vism XVI 71:
[Obiezione:] Il nibbāna non è “non prodotto” (appabhava), perché esiste solo se esiste il Sentiero.
[Risposta:] Non è così, perché esso non è prodotto dal Sentiero. Difatti può essere raggiunto solo tramite il Sentiero, ma non è generato da questo; perciò è “non prodotto” (trad. it. Comba 2010: 119, corsivo nostro).
Trascendenza e a un tempo immanenza: questa fondamentale ambiguità dell’Assoluto è caratteristica sia del buddhismo che del Vedānta. Il primo ne ha dato formulazione, ad esempio, nell’Ātāpī-sutta (Iti 2.7, PTS 27), dove si legge che il “pieno risveglio” (sambodhi) è possibile “proprio qui” (idheva); al contempo, esistono passi già canonici in cui del nibbāna si enfatizza l’alterità rispetto a tutto quanto appartiene al mondo condizionato, come nel famoso discorso di Ud 8.1. Il secondo, se da un lato afferma, ad esempio, che il Sé è “nel profondo del cuore”, dall’altro lo pone “nel supremo cielo” (TU 2.1), costituendo così una posizione teologica che si potrebbe definire “panenteista” (Pelissero 2014: 42). Quando si tratti di parlare dell’Assoluto, il linguaggio verbale diviene inadeguato, e può tutt’al più servire, nelle contraddizioni che in questi casi sempre si verificano, a indicare ciò che esso per sua natura non può esprimere, ma solo indicare. Riteniamo che, almeno in questo, buddhismo e brahmanesimo si trovino concordi, pur formalmente separati da differenze che sul piano dottrinale risultano inconciliabili.
Il presente contributo è stato scritto a quattro mani da Simone Perrone (Università degli Studi di Roma Tor Vergata) e Giacomo Foglietta (Università di Bologna). Per le parti scritte dal primo autore (introduzione, cenni sulla parola nel mondo vedico, il linguaggio nel canone buddhista antico, conclusione), questi si è giovato anche dei corsi di Religioni e Filosofie dell’India del Prof. Bruno Lo Turco (Università di Roma La Sapienza) frequentati negli anni accademici tra il 2019 e il 2023. L’autore esprime, pertanto, un cordiale ringraziamento nei confronti del Professore.
Bibliografia
- Bodhi, B. (a cura di) (2007), A Comprehensive Manual of Abhidhamma: The Philosophical Psychology of Buddhism, Charleston, Pariyatti Publishing.
- Id. (a cura di) (1999), The Connected Discourses of the Buddha: A Translation of the Saṃyutta Nikāya, Boston, Wisdom Publications.
- Id. (a cura di) (2012), The Numerical Discourses of the Buddha: A Complete Translation of the Aṅguttara Nikāya, Boston, Wisdom Publications.
- Brianese, G. (a cura di) (2013), Il Mondo come Volontà e Rappresentazione, Torino, Einaudi.
- Chanda, M. (2017), Reflexive Awareness and No Self. Dignāga Debated by Uddyotakara & Dharmakīrti, in GANERI J. (editor), The Oxford Handbook of Indian Philosophy, New York, Oxford University Press.
- Cicuzza, C. (2001a), Brahmajālasutta, in Gnoli, R. (a cura di), La Rivelazione del Buddha. I Testi Antichi, Milano, Mondadori.
- Id. (2001b), Itivuttaka, in Gnoli, R. (a cura di), La Rivelazione del Buddha. I Testi Antichi, Milano, Mondadori.
- Id. (2001c), Mahāparinibbānasuttanta, in Gnoli, R. (a cura di), La Rivelazione del Buddha. I Testi Antichi, Milano, Mondadori.
- Cohen, S. (edited by) (2018), The Upaniṣads. A Complete Guide, London e New York, Routledge.
- Comba, A. S. (a cura di) (2010), Visuddhimagga, Il Sentiero della Purificazione, voll. I-III, Edizioni Lulu.
- Conze, E. (1988), Il Pensiero del Buddhismo Indiano, Roma, Edizioni Mediterranee.
- Deleanu, F. (2019), Dating with Procustes: Early Pramāṇavāda Chronology Revisited, in Bullettin of International Institute for Buddhist Studies, 2: 11-47.
- Della Casa, C. (a cura di) (1976), Upaniṣad, Torino, UTET.
- Ferraro, G. (2024), Il buddhismo indiano, Roma, Carocci
- Gnoli, R. (a cura di) (2001), La Rivelazione del Buddha. I Testi Antichi, Milano, Mondadori.
- Gombrich, R. (2012), Il Pensiero del Buddha, Milano, Adelphi.
- Hattori, M. (1968), Dignāga, On Perception, Being the *Pratyak**ṣapariccheda of Dignāga’s* Pramāṇasamuccaya from the Sanskrit Fragments and the Tibetan Versions, Cambridge, Massachusetts, Harvard University Press.
- Id. (1980), Apoha and Pratibhā, in Nagatomi M., Matilal B. K., Masson J. M., Dimock E. C. (eds.), Sanskrit and Indian Studies. Essays in Honour of Daniel H.H. Ingalls, Dordrecht, Boston, London, D. Reidel Publishing Company.
- Hayes, R. (1988), Dignāga on the Interpretation of Signs, Dordrecht, Kluwer Academic Publisher.
- Hugon, P. (2011), Dharmakīrti Discussion of Circularity, in Siderits M., Tillemans T., Chakrabarti A. (eds.), Apoha: Buddhist Nominalism and Human Cognition, New York, Columbia University Press.
- Karunadasa, Y. (2019), The Theravāda Abhidhamma: Inquiry into the Nature of Conditioned Reality, Somerville, Wisdom Publications.
- Kataoka, K., Taber, J. (2017), Coreference and Qualification. Dignāga Debated by Kumārila and Dharmakīrti, in Ganeri J. (ed.), The Oxford Handbook of Indian Philosophy, New York, Oxford University Press.
- Kestler, R. (2012), Basics of Psychology in Pāli Buddhism, in Internationale Zeitschrift Für Philosophie Und Psychosomatik (2).
- Lo Turco, B. (2018), Buddhismo, in Rossi, D. (a cura di), Fili di Seta. Introduzione al Pensiero Filosofico e Religioso dell’Asia, Roma, Ubaldini Editore.
- Id. (2010), Buddhismo, relativismo e linguaggio, in Barbiani, M., Tracce di una via filosofica tra Oriente e Occidente, Roma, Larlun.
- Id. (2013a), In Dialogo con la Filosofia Indiana, in Cunegato, C, D’Autilia, Y., Di Cintio, M., Significato e Dignità dell’Uomo nel Confronto Interculturale, Roma, Armando Editore.
- Id. (2013b), Brevi Note su Oralità, Scrittura e Auralità in India, in Mondini, U., L’Epopea di Pabuji. Le Cerimonie Nuziali, Roma, Edizioni Progetto Cultura.
- Matilal, B. K. (1998), The Character of Logic in India, Albany, State University of New York Press.
- Ñāṇamoli, B. & Bodhi, B. (a cura di) (1995), The Middle Length Discourses of the Buddha: A New Translation of the Majjhima Nikāya, Boston, Wisdom Publications.
- Ñāṇananda, B. (2012), Concept And Reality In Early Buddhist Thought. An Essay On Papañca And Papañcasaññāsaṅkhā, Sri Lanka, Dharma Grantha Mudrana Bhāraya.
- Id. (2015), Nibbāna — The Mind Stilled (Sermons 1 — 33), Sri Lanka, Kaṭukurunde Ñāṇananda Sadaham Senasun Bhāraya.
- Nelson, L. E. (2010), Liberation, in Brill’s Encyclopedia Of Hinduism: Texts, Rituals, Arts, Concepts, Leiden, Brill Academic Publishers, pagg. 788-792.
- padoux, A. (2011), Tantra, Torino, Einaudi.
- Pelissero, A. (2014), Filosofie Classiche dell’India, Brescia, Morcelliana.
- Perret, W. R. (1984), The Problem of Induction in Indian Philosophy, in Philosophy East and West 34/2: 161-174.
- Perrone, S. (2024), Brevi riflessioni filosofiche sul nibbāna, Filosofia e Nuovi Sentieri, 16 giugno 2024, https://filosofiaenuovisentieri.com/2024/06/16/brevi-riflessioni-filosofiche-sul-nibbana.
- Piantelli, M. (2001), Il Buddhismo Indiano, in G. Filoramo (a cura di), Buddhismo, Bari, Laterza.
- Pind, O. (2011), Dignāga’s Apoha Theory. Its Presuppositions and Main Theoretical Implications, in Siderits M., Tillemans T., Chakrabarti A. (eds.), Apoha: Buddhist Nominalism and Human Cognition, New York, Columbia University Press.
- Id. (2007a), La «religione» vedica, in G. Filoramo (a cura di), Hinduismo, Bari, Laterza.
- Id. (2007b), Lo hindūismo I. Testi e dottrine, in G. Filoramo (a cura di), Hinduismo, Bari, Laterza.
- Id. (1998), Śaṅkara e il Kevalādvaitavāda, Roma, Edizioni Āśram Vidyā.
- Polak, G. (2013), Can cessation be a cognitive state? Philosophical implications of the apophatic teachings of the early Buddhist Nikāyas, in Philosophy East and West 73-3.
- Id. (2018), Language, Conscious Experience and the Self in Early Buddhism: A Cross-cultural Interdisciplinary Study, in JOCBS (14), pagg. 37-76.
- Rigopoulos, A. (2015), Negazione e Silenzi sotto i Cieli dell’India. Orizzonti Upaniṣadici e Buddhisti a Confronto, in Marcato, L., Forme della Negazione. Un Percorso Interculturale tra Oriente e Occidente, Milano, Mimesis Edizioni.
- Scalabrino Borsani, G. (1976), La Filosofia Indiana, Milano, Vallardi.
- Schumann, H. W. (2016), Il Buddhismo. Un’Analisi Puntuale della Dottrina Buddhista: le Origini e il Presente, Milano, Armenia.
- Sferra, F. (2004) (a cura di), Lalitavistara, in Gnoli, R., La Rivelazione del Buddha. Il Grande Veicolo, Milano, Mondadori.
- Id. (2010), Introduzione Generale, in Sferra, F. (a cura di), Hinduismo Antico. Dalle Origini Vediche ai Purāṇa, Milano, Mondadori.
- Siderits, M. (1991), Indian Philosophy of Language. Studies in Selected Issues, Dordrecht, Springer.
- Swennen, P. (2010a), I Veda, in Sferra, F. (a cura di), Hinduismo Antico. Dalle Origini Vediche ai Purāṇa, Milano, Mondadori.
- Id. (2010b), Ṛgveda, in Sferra, F. (a cura di), Hinduismo Antico. Dalle Origini Vediche ai Purāṇa, Milano, Mondadori.
- Id. (2010c), Atharvaveda, in Sferra, F. (a cura di), Hinduismo Antico. Dalle Origini Vediche ai Purāṇa, Milano, Mondadori.
- Talamo, V. (a cura di) (2019), Canone Buddhistico. Testi Brevi: Dhammapada, Itivuttaka, Suttanipāta, Torino, Bollati Boringhieri.
- Vecchiotti, I. (1989) (a cura di), Āgamaśāstra, Roma, Ubaldini Editore.
- Westerhoff, J. (2009), Nāgārjuna’s Madhyamaka. A Philosophical Introduction, New York, Oxford University Press.
Abbreviazioni
- ṚV Ṛgvedasaṃhitā
- AV Atharvavedasaṃhitā
- ŚB Śatapathabrāhmaṇa
- TB Taittirīyabrāhmaṇa
- CU Chāndogya Upaniṣad
- BU Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad
- TU Taittirīya Upaniṣad
- ŚV Śvetāśvatara Upaniṣad
- PN Praśna Upaniṣad
- KU Kaṭha Upaniṣad
- Ke Kena Upaniṣad
- MU Māṇḍūkya Upaniṣad
- Mu Muṇḍaka Upaniṣad
- MĪ Maitrī Upaniṣad
- GK Gauḍapādīyakārikā
- PS Pramāṇasamuccaya
- DN Dīghanikāya
- MN Majjhimanikāya
- SN Saṃyuttanikāya
- AN Aṅguttaranikāya
- Sn Suttanipāta
- Ud Udāna
- Iti Itivuttaka
- Dhp Dhammapada
- Vism Visuddhimagga
- PTS Pāli Text Society
-
Si veda altresì ṚV 10.90.16. ↩︎
-
Il termine, privato della connotazione etnica originaria, avrà larga fortuna nel buddhismo, come dimostra l’ampia serie di vocaboli che ne fanno uso: ariyāṭṭhaṅgikamagga, ariyasacca, ariyasaṅgha, ariyasāvaka etc. ↩︎
-
Si tenga presente che dal punto di vista “emico”, in special modo della Mīmāṃsā, il Veda nel suo complesso non ha autore, né umano né divino: tecnicamente, si dice che sia apauruṣeya. Per una sintesi delle argomentazioni addotte da questa scuola a supporto della tesi della natura impersonale del Veda, si veda Pelissero 2014: 267. ↩︎
-
Il termine brahman, di genere neutro, deriva da una radice, bṛh, che rimanda all’espansione ovvero alla crescita. Ātman, invece, deriva dalla radice an, che rimanda al “respirare” (ancora oggi, atmen in tedesco vuol dire proprio questo), sicché il termine in esame — che in sanscrito è anche, grammaticalmente, il pronome riflessivo — designa anzitutto il “soffio vitale” (Piantelli 1998: 227-228). ↩︎
-
Nella Gauḍapādīyakārikā — che in tutti i manoscritti disponibili incorpora la Māṇḍūkya Upaniṣad commentata nel primo libro (Cohen 2018: 477) — l’omonimo filosofo dice, analogamente: “Oṃ è per certo il principio, il punto di mezzo e ugualmente il punto finale di tutto” (GK I, 27, trad. it. Vecchiotti 1989: 104). ↩︎
-
Schopenhauer aveva letto l’Oupnek’hat, vale a dire la traduzione latina, realizzata dall’orientalista francese Anquetil-Duperron, di cinquanta Upaniṣad che erano state tradotte dal sanscrito al persiano verso la metà del XVII sec. (1658) (Swennen 2010a: LXIV-LXV). ↩︎
-
Se in precedenza uno degli obiettivi fondamentali del rito sacrificale era favorire vantaggi materiali in questa vita (figli maschi, longevità, abbondanza di cibo etc.) e il cielo dopo la morte (svargakāmo yajeta, “chi brama il mondo celeste sacrifichi”: Piantelli 2007b: 95), nelle Upaniṣad emerge con chiarezza, pur formulata in un modo a metà tra il sapienziale e il filosofico, l’istanza soteriologica di superare definitivamente la dimensione mondana nel suo complesso, caratterizzata da continue rinascite e rimorti (punarmṛtyu), secondo una ciclicità tendente all’infinito se non vi si pone termine con la “gnosi”. Il moksạ diviene così lo “scopo ultimo dell’esistenza umana” (paramapuruṣārtha, Brahmasūtrabhāṣya 2.1.3) (Nelson 2010: 789), recando con sé la “beatitudine suprema” (paramānanda) (Nelson 2010: 791). ↩︎
-
Lo stesso dicasi per gli Āraṇyaka, che già nel nome — “silvestri” — rimandano a un luogo appartato e discosto dalla comunità, rappresentata all’epoca dal villaggio (grāma). ↩︎
-
Nel Mahāparinibbāna-sutta (DN 16, PTS 2.98) il Buddha dichiara di non essere stato un “maestro dal pugno chiuso” (ācariyamuṭṭhi): “ho insegnato il Dhamma evitando di creare una dottrina esoterica ed una essoterica” (Cicuzza 2001c: 1140). E quando Māra lo sospingeva a raggiungere il nibbāna finale, egli rispose manifestando il suo proposito di estendere al massimo la conoscenza del suo insegnamento: “Sappi, maligno, che io non raggiungerò il nibbāna definitivo fino a che la vita religiosa (da me insegnata) non avrà ottenuto successo, non sarà divenuta prospera, diffusa e conosciuta in ogni dove, ben proclamata presso deva e uomini” (Cicuzza 2001c: 1150, corsivo nostro). L’esatto opposto, dunque, di una dottrina esoterica, riservata a pochi soggetti opportunamente selezionati. Nel Dutiyamārapāsa-sutta (SN 4.5, PTS 1.105), inoltre, il Buddha stesso incoraggia l’attività missionaria volta a diffondere il Dhamma per il beneficio e la felicità di dèi e uomini. ↩︎
-
In un celebre testo dell’Udāna, tra i più rilevanti entro il Canone per la comprensione del nibbāna, il Buddha vi si riferisce come tad (“quello”): atthi tadāyatanaṃ etc. (Ud 8.1, PTS 79), servendosi di un metodo argomentativo che ricorda quello “apofatico” delle Upaniṣad. Con ciò non si vuol sostenere che il referente sia necessariamente il medesimo — benché Piantelli (2001: 40) rilevi come Ud 8.1 e Iti 43 presentino descrizioni di “pretto sapore upaniṣadico”, e Rigopoulos (2015: 114) del pari afferma che Iti 43 sia “uno di quei passi del canone pāli dal sapore upaniṣadico, ove cioè pare di scorgere una concezione del nirvāṇa reificata quale ente metafisico” —, bensì che nel tentativo di parlare dell’Assoluto da ambo le parti si usino di preferenza termini “negativi”, i quali forzano il linguaggio portandolo al limite delle sue possibilità espressive. ↩︎
-
È credibile che il Buddha avesse un qualche grado di conoscenza della tradizione vedica, poiché i “tre Veda” sono menzionati nei sutta: nel Tevijja-sutta (DN 13) è il Buddha stesso a nominarli nel dialogo con Vāseṭṭha (nome distintamente brahmanico: Vasiṣṭha è un ṛṣi), oltre a menzionare dieci veggenti (isi): Aṭṭhaka, Vāmaka, Vāmadeva, Vessāmitta, Yamadaggi, Aṅgīrasa, Bhāradvāja, Vāseṭṭha, Kassapa, Bhagu; nell’Assalāyana-sutta (MN 93) il brahmano omonimo, detto esperto dei tre Veda, dialoga col Buddha; inoltre, i “tre Veda” sono menzionati nel Sela-sutta (MN 92), nel Vāseṭṭha-sutta (MN 98) e nella Vatthu-gāthā (Sn 5.1); in Sn 4.14 (PTS 180) parrebbe esserci un riferimento all’Atharvaveda (āthabbaṇa), in un momento storico in cui, tuttavia, esso non era ancora stato pienamente integrato nel canone vedico. A tutto ciò si potrebbe aggiungere l’origine brahmanica dei due maggiori discepoli del Buddha, Sāriputta e Moggallāna, nonché l’ipotesi che, durante il suo periodo di discepolato presso Uddaka Rāmaputta, Gotama abbia appreso elementi dottrinali di derivazione upaniṣadica (Lo Turco 2018: 22): Uddaka insegnava che il soggetto comune vede, ma non vede in realtà (DN 29, PTS 3.125: passaṃ na passati) (Schumann 2016: 371); al modo in cui di un rasoio è facile vedere la lama, ma non il sottile filo, così pure — possiamo desumere noi, se l’associazione di Uddaka al brahmanesimo upaniṣadico si rivelasse corretta — è difficile “scorgere” il Sé, “più sottile del sottile” (ŚV 3.20, trad. it. Della Casa 1976: 406), “nascosto in tutte le creature” (KU 1.3.12, trad. it. Della Casa 1976: 360), “essenza segreta di tutte le cose” (Scalabrino Borsani 1976: 65). È quanto mai curioso, poi, che il Buddha avesse come nome Gotama, ovvero un nome tipicamente brahmanico, proprio di uno dei ṛṣi (Lo Turco 2018: 20), e come epiteto Aṅgīrasa (“colui dalle membra radiose”, Vism XII, 60), ovvero, di nuovo, un nome tipicamente brahmanico: “In sanscrito Aṅgiras (con la i breve) è il nome di un veggente vedico che cantò gli inni del IX libro del Ṛgveda” (Comba 2010: 488). Al plurale, il termine è attestato, ad es., in ṚV 5.11.6, a indicare una “categoria sacerdotale antichissima, quasi mitologica” (Swennen 2010b: 72). Forse che il Buddha cosiddetto “storico” fosse in effetti non un khattiya, come vorrebbe la tradizione, ma un brāhmaṇa, o, quanto meno, particolarmente vicino ad ambienti brahmanici? A ogni modo, il Buddha riteneva che non si fosse brāhmaṇa per nascita, ma che brāhmaṇa si diventasse per le proprie virtuose qualità interiori e le buone azioni (p. es. Sn 1.7, PTS 23*: na jaccā hoti brāhmaṇo* […] kammunā hoti brāhmaṇo). Per una ridefinizione della figura del brahmano nei termini della dottrina etica buddhista, si veda Sn 3.9, PTS 119-122. In Sn 3.4 (PTS 79) il Buddha nega di essere un brāhmaṇa, ma anche di essere un principe (rājaputta, ovvero khattiya), uno della classe sociale di commercianti e agricoltori (vessa) o altro (sudda o caṇḍāla). Ma qui il senso è evidentemente quello, “spirituale”, di aver trasceso le divisioni sociali, anche, dunque, quella delimitante il perimetro dei khattiya, cui il dato tradizionale vorrebbe che Gotama appartenesse. In Iti 99 (PTS 98) il Buddha svaluta la sapienza brahmanica in quanto mera ripetizione a pappagallo (lapitalāpanamatta): ulteriore riferimento, quindi, alla tradizione vedica. Gombrich (2012) si dice certo che il Buddha conoscesse quanto meno la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad. ↩︎
-
Qualcosa del tutto simile è affermato dal Buddha stesso nell’Aggivaccha-sutta (MN 72, PTS 1.487): il Tathāgata, ma il discorso vale più in generale per qualsiasi arahant, ha abbandonato e divelto — in modo che essi non possano ripresentarsi in futuro — tutti gli “aggregati” tramite i quali sarebbe possibile descriverlo e, per questa ragione, egli è profondo (gambhīra), incommensurabile (appameyya), difficile da scandagliare (duppariyogāḷha), come il grande oceano; rispetto al suo risorgere (upapajjati) non si applica alcun punto del tetralemma (upapajjatīti na upeti, na upapajjatīti na upeti, upapajjati ca na ca upapajjatīti na upeti, neva upapajjati na na upapajjatīti na upeti): la liberazione, infatti, trascende la dimensione concettuale, logico-razionale, discorsiva. Ciò è detto anche nel Dutiyasamudda-sutta (SN 35.229, PTS 4.157): “Il discepolo che, libero da attaccamenti, ha superato la morte, che ha superato il dolore ponendo fine alla rinascita, si è dileguato e non è più definibile” (Talamo 1998: 471, corsivo nostro). Inoltre, nel Pahāna-sutta (SN 36.3, PTS 4.205), nel Daṭṭhabba-sutta (SN 36.5, PTS 4.206) e nel Paṭhamaākāsa-sutta (SN 36.12, PTS 4.218): il sapiente pienamente realizzato, alla morte del corpo, “non è più suscettibile di definizione” (Talamo 1998: 494), saṅkhyaṃ nopeti, è indefinibile, è immensurabile. ↩︎
-
Di eguale avviso è Polak (2023: 8): “The other key aspect of the khandha-s and the saḷāyatana-s is that the experience that they mediate is expressible in language”. ↩︎
-
Così definito da Bhikkhu Bodhi (2007: 25): “the totality of conditional phenomena, physical and mental. […] all mundane phenomena included within the five aggregates of clinging”. ↩︎
-
Cakkhuñceva rūpā ca, sotañca saddā ca, ghānañca gandhā ca, jivhā ca rasā ca, kāyo ca phoṭṭhabbā ca, mano ca dhammā ca — idaṃ vuccati, bhikkhave, sabbaṃ (PTS 4.15). In modo analogo il Sabbapariññā-sutta (Iti 1.7, PTS 3) fa riferimento al “tutto”: “Colui il quale, dopo aver interamente conosciuto il Tutto, non si lega a nessuna cosa, costui, invero, avendo compreso il Tutto, ha abbandonato ogni sofferenza” (Cicuzza 2001b: 736). Il commentario glossa sabba con sakkāyadhamma, vale a dire i “fattori dell’individualità personale”, e cioè gli upādānakkhandha, che assieme costituiscono la totalità dell’esperienza. Nel Theranāmaka-sutta (SN 21.10, PTS 2.283) il saggio (sumedha) è detto sabbābhibhū, “conquistatore di tutto”, poiché, come spiega il commentario, ha superato tutti gli aggregati, appunto, nonché le basi sensoriali, gli elementi e i tre tipi di divenire. In una parola, è andato oltre il bhava (p. es., Iti 100, PTS 101). L’accezione di “mondo” (loka) nei termini dei cinque “aggregati” si trova anche in Iti 112 (PTS 120), ove viene descritta sul modello delle quattro nobili verità. Si veda anche PTS 1.210. ↩︎
-
Potremmo dire, con Bruno Lo Turco (2013: 72), “poiché il mondo è linguaggio, il linguaggio è mondo”. Analogamente, Polak (2018: 44) scrive che è impossibile “experiencing and expressing the world without the medium of cognitive and linguistic factors. […] Once they are no longer present, one can no longer experience the world or speak about it”. ↩︎
-
All’arresto degli āyatana, dunque, “qualcosa” avanza: il nibbāna. Per un’analisi del nibbāna come “residuo” ineliminabile, si veda Perrone (2024). ↩︎
-
Altro riferimento alla “fine del mondo” si trova in Iti 109 (PTS 114): sa vedagū vūsitabrahmacariyo, lokantagū pāragatoti vuccati. ↩︎
-
Per un’analisi di tre fra i maggiormente significativi tra questi dibattiti vedi, ad esempio, Chanda 2017; Kataoka, Taber 2017; Hugon 2011. ↩︎
-
Si tratta di una definizione convenzionale, basata principalmente sulle problematiche di cui questa scuola si occupa, ma, come fa notare giustamente Ferraro, la comunità scientifica ha proposto anche altre definizioni per questa corrente di pensiero, come ad esempio: “quelli che usano la ragione”, “scuola dei pramāṇa”, “scuola di Dignāga”. Cfr. Ferraro 2024: 232. ↩︎
-
Hattori 1968: 24. ↩︎
-
Hattori 1968: 24. ↩︎
-
Hattori 1968: 25. Dignāga precisa che “alcuni”, cioè la scuola Nyāya-Vaiśeṣika, credono che gli universali siano enti reali che entrano in relazione con l’oggetto particolare, mentre “altri”, cioè i buddhisti, credono che esista soltanto la cosa particolare qualificata da un termine che “denote no real entity” (artha-śūnya-śabda). ↩︎
-
Hattori 1968: 27. ↩︎
-
“The thing in itself, which exists as the indivisible unity of various aspects, is grasped in its totality only by means of perception free of conceptual construction. The function of the word consists solely in differentiating the directly perceived object from the other things. The word ‘vrkṣa’ [albero] differentiates the object from those which are not tree. The same object may be referred to by the word ‘dravya’ [sostanza] when it is to be differentiated from non-substances. Accordingly, as the object is distinguished from different things, the different words are applied to the same object. Thus it is to be concluded that the word refers only to that portion (aṃśa) of the object which is differentiated from the other things. Since the object itself is an indivisible entity, the portion for which the word stands is nothing other than the product of mental construction. It is a concept formed through the mental act of ‘differentiation from others’ (anyāpoha)” (Hattori 1980: 62). ↩︎
-
Nel suo lavoro fondamentale del 1935, Logik der Forschung (Logica della ricerca), Karl Popper tenta di dimostrare che la ricerca scientifica non può basarsi sul metodo induttivo, dal momento che quest’ultimo è sempre falsificabile. Egli propone quindi il celebre esempio del cigno nero, secondo il quale non possiamo dire che tutti i cigni sono bianchi finché non abbiamo osservato tutti i cigni dell’universo. A questo punto, invece di cercare una conferma positiva della nostra teoria, è più ragionevole cercare l’unico caso che la falsifica, ovvero basta trovare un singolo cigno nero per poter dire sicuramente che non tutti i cigni sono bianchi. Ma anche in questo caso, osserva Popper, l’induzione pone dei problemi pratici insormontabili, perché dovremmo comunque passare al vaglio tutti i cigni dell’universo per essere sicuri che da qualche parte non ne esista uno nero. ↩︎
-
Secondo la scuola Nyāya-Vaiśeṣika, quando percepiamo un fumo e inferiamo che vi sia un fuoco, la validità dell’induzione è basata su una forma particolare di percezione (sāmānyalakṣaṇapratyakṣa) dell’universale concomitanza (vyāpti) tra fumo e fuoco. Gli epistemologi buddhisti, invece, basano la validità dell’induzione sull’esistenza della legge di causa-effetto (uno dei cardini della filosofia buddhista fin dalle origini): se A è seguito da B, e se lo scomparire di A è seguito immediatamente dallo scomparire di B, allora possiamo generalizzare questa relazione tra A e B. Tale conclusione è sempre suscettibile di essere messa in dubbio, ma il dubbio è valido solo fino a che non conduce a una qualche conclusione assurda dal punto di vista pratico (vyāghātāvadhirāśaṇkā), come ad esempio il non accendere un fuoco per sfiducia nella relazione tra il combustibile e il fuoco. Per una breve sintesi delle teorie filosofiche indiane sull’induzione, comprese quelle buddhiste, cfr. Perret 1984. ↩︎
-
Hayes 1988: 282-83 (corsivo nostro). ↩︎
-
L’altro argomento che Dignāga porta in favore dell’inesistenza degli universali, in PS V, 17.00, si basa sull’impossibilità logica che l’unità dell’universale e la molteplicità dei singoli possano convivere: “A unified complex entity does not exist, since it would then follow that the components are identical with one another [and] because it would then follow that the complex entity would be many. They do not give up their individual meanings” (Hayes 1988: 282). ↩︎
-
Hayes 1988: 296. ↩︎
-
Anche Matilal concorda con questa interpretazione, e nota giustamente che anche le parole funzionano così, in quanto segni inferenziali: «Just as from smoke we cannot know what particular fire-body is there, from the word “fire” too we cannot know a particular fire-body but only that something excludes non-fire. If by the meaning (artha) of a word we understand what the hearer knows from hearing the utterance of it, then “fire” can be said to mean “exclusion of non-fire” or “what excludes non-fire.”» (Matilal 1998:99). ↩︎
-
Ferraro nota giustamente che, sebbene il termine “nominalismo” sia ormai entrato nell’uso per definire la teoria dell’apoha, sarebbe forse più corretto definirla un “concettualismo” o “nominalismo moderato”, perché Dignāga non sostiene che gli universali siano soltanto parole, soltanto nomi che non esistono nemmeno al livello mentale, bensì che esistano ma nella modalità “negativa” espressa dall’apoha (Ferraro 2024:240). ↩︎
-
In Pramāṇavārttika (“Commentario sui mezzi di conoscenza validi [pramāṇa]), è un commento al PS. ↩︎
-
In Nyāyavārttika (“Commento al Nyāya [argomentazione razionale]”), scritto per difendere la scuola Nyāya dagli attacchi precedenti di Dignāga. ↩︎
-
In Ślokavārttika (“Commento alle strofe [di Śabara]”), è un commentario al commentario di Śabara sui Mīmāṃsāsūtra di Jaimini. ↩︎
-
Cfr. Hugon 2011. Questa critica viene mossa circa due secoli dopo Dignāga, e dunque il dibattito avviene tra gli autori brahmanici e Dharmakīrti, il principale allievo di Dignāga, ma si suppone che le argomentazioni di Dharmakīrti fossero esemplificative delle posizioni del maestro (tra gli autori contemporanei vi è un dibattito, ben riassunto in Ferraro 2024: 246-48, su quanta e quale continuità vi sia effettivamente tra il pensiero di Dignāga e quello di Dharmakīrti. Parrebbe che, effettivamente, Dharmakīrti abbia sviluppato le teorie del maestro in una direzione meno “scettica” dal punto di vista epistemico, ma comunque “non c’è dubbio che l’orizzonte teoretico all’interno del quale Dharmakīrti si muove — i due pramāṇa e le questioni logico-linguistiche a essi connesse, come la negazione degli universali e la teoria dell’apoha — sia quello tracciato da Dignāga” (Ferraro 2024:248)). Esistono anche altri dibattiti interessanti tra Uddyotakara, Kumārila e, Dharmakīrti, su tematiche differenti, ma sempre strettamente collegate alle teorie originarie di Dignāga. Cfr., ad esempio, Chanda 2017; Kataoka, Taber 2017. ↩︎
-
“We need a philosophical explanation to answer the obvious question: what warrants us (that is, becomes the nimitta [causa, spiegazione] for us) to apply such terms the way we do apply such terms, to different individuals? Words, to use the modern style, either denote or designate objects, yes. But is there any basis, causal or otherwise, that we can call the nimitta, for such designation or denotation? What accounts for the use of the same term to designate different particulars? For, if there is none, language-learning would be for the most part an unexplained mystery” (Matilal 1998: 100). ↩︎
-
Significativamente, il termine pāra è presente sia in CU 7.1.3 che nei testi canonici buddhisti (p. es., Sn 2.13, PTS 62). ↩︎
-
Qualcosa di analogo, invece, avverrà nel Mahāyāna: si pensi, ad es., al sinteticissimo ma pregnante Ekākṣari-prajñāpāramitā-sūtra (V-VI sec.): “Ānanda, per l’utilità e la gioia di tutti gli esseri, ricevi questa perfezione della saggezza in una lettera, ossia ‘a’” — “simbolo della vacuità e della liberazione”, che nel buddhismo esoterico giapponese, lo Shingon, è alla base di una pratica meditativa (Schumann 2016: 192). ↩︎
-
Il passo è presente anche nel Mahāpadāna-sutta (DN 14, PTS 2.35) e nel Brahmāyācana-sutta (SN 6.1, PTS 1.135), nonché nel Mahākhandhaka del Vinayapiṭaka, segnatamente nella Brahmayācanakathā (PTS 1.4) (Sferra 2004: 172). ↩︎
-
La visione brahmanica è opposta: “Il nome sanscrito di qualcosa non dipendeva dalla convenzione o dal caso, ma era congenito, dato dalla natura. La parola sanscrita per ‘vacca’ e l’essere realmente una vacca erano inseparabili. La lingua sanscrita è una mappa della realtà; le cose e le parole che le denotano furono create insieme. ‘Quando gli dèi pronunciano i nomi di cose, al tempo del primo sacrificio, queste cose vengono in esistenza’ (ṚV, X, 71, 1; X, 82, 3)” (Gombrich 2012: 196). ↩︎

