Enrico Opocher: alla base del liberismo. Per un’educazione delle nuove generazioni alla democrazia

Enrico Opocher fu uno dei maggiori giuristi italiani del secondo Novecento. Nacque il 19 febbraio del 1914 a Treviso da Enrico Giovanni, ginecologo di fama, e da Ida Cini. Nel corso della Grande Guerra la famiglia, timorosa dei bombardamenti, si trasferì dapprima nella periferia di Treviso, quindi a Pistoia presso una parente. Gli anni successivi riportarono un clima di serenità e agiatezza, nel quale Enrico crebbe, dividendosi tra la città natale e Vittorio Veneto.1 Concluso il liceo fu avviato, secondo il volere del padre, agli studi giuridici, benché fosse decisamente più incline alla filosofia. Così nel 1931 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’Università di Padova, ma continuò a coltivare i propri interessi personali seguendo le lezioni di filosofia del diritto tenute da Adolfo Ravà. Sotto la guida di quest’ultimo stilò una tesi su La proprietà nella filosofia del diritto di G.A. Fichte, con la quale si laureò brillantemente nel 1935.2 Dopo aver ottenuto nel 1942 la libera docenza, vinse nel 1948 il concorso per la cattedra di filosofia del diritto presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Padova, succedendo a Bobbio che in Veneto era divenuto segretario regionale del Partito d’Azione.3 Nell’ateneo padovano insegnò ininterrottamente per quarant’anni, tenendo lezioni per i corsi di filosofia del diritto, di storia delle dottrine politiche e di dottrina dello stato Italiano. È ricordato in maniera particolare per i suoi studi sull’idea di giustizia, e sul rapporto tra diritto e valori, nonché per la redazione di un celebre manuale, Lezioni di filosofia del diritto, prima edizione 1949, usato da generazioni di allievi. Fu inoltre magnifico rettore dell’Università negli anni 1968–1972 e Presidente della Società Italiana di Filosofia Giuridica e Politica dal 1976 al 1983.4

Dopo questa breve digressione biografica per inquadrare il personaggio inizieremo una dissertazione sul rapporto tra diritto e potere nella sua concezione filosofica. Le prime riflessioni sul rapporto fra diritto, ragione e potere sono riscontrabili in Opocher sin dalla pubblicazione del suo primo saggio giovanile nel 1941, Razionalismo e individualismo nella vita sociale.5 Si tratta di un saggio profondamente influenzato dal pensiero liberale e ricco di meditazioni originali. Il saggio entra a pieno nel dibattito internazionale sulla problematica dell’incrocio teorico tra istanze esistenzialistiche e personalistiche nelle dottrine di Scheler, Simmel e Capograssi. Dal punto di vista dell’interpretazione storiografica, Opocher rivisita sin da subito il pensiero fichtiano, in particolare sul versante dell’individualità: rivisitazione questa che tre anni più tardi darà vita alla monografia pubblicata a Padova nel 1944, G.A. Fichte e il problema dell’individualità. Ecco, quello dell’individualità estrema all’interno di una società per Opocher è chiaramente un problema. Il punto di partenza è dato dall’evidente constatazione che lo statuto ontologico dell’uomo si fonda sul suo originario bisogno dell’Assoluto, bisogno che nel contempo segna i limiti invalicabili della finitezza della condizione umana. Questo fenomeno spiega, da un lato, il processo di auto-rappresentazione dell’individuo cosciente della propria limitatezza, ma allo stesso tempo definisce l’apertura dell’individuo verso gli altri nella forma della cosciente rappresentazione degli altri a se stesso. Il rapporto dell’uomo con l’Assoluto implica inevitabilmente il rapporto con le infinite determinazioni di quest’ultimo, a partire dalla relazione con gli altri uomini, dalla quale scaturisce la socialità: «La legge che orienta concretamente l’essere individuale non è e non può essere che una sola, quella che deriva dalla fondamentale relazione tra l’individuo e l’Assoluto, quella che segna il ritmo del potenziamento dell’individualità».6 L’amore esalta l’incomparabilità degli individui, ma è la ragione a disciplinarne lo slancio individualistico. È la ragione l’unica in grado di regolare la vita sociale mediando, in un rapporto dialettico, il diverso e il comune, con il fine di un dibattito costruttivo. In tutto ciò, quale ruolo spetta al diritto? L’idea del diritto come valore è alla base di tutta la concezione giuridico-filosofica di Opocher e trova la sua massima espressione nelle Lezioni di Filosofia del diritto, le quali si sono concluse con l’edizione del 1993.7 L’idea del diritto come valore proviene dagli insegnamenti di due grandi docenti, Giuseppe Capogrossi e Adolfo Ravà. Da questi deriva quella visione del diritto mutuata da pensatori quali Agostino, Pascal, Vico, Kant e Rousseau, fondatori di quello che sarà il pensiero liberale. Su tali sollecitazioni egli sviluppa con rigore e coerenza una sua originale linea di pensiero sul diritto come valore fondante della società. Da tali basi di filosofia del diritto, Opocher muove il suo pensiero di filosofia politica. In tale visione del sociale non si può non rilevare una contraddittorietà di base tra dimensione politica e il potere ad essa legato. Questa contraddittorietà viene brillantemente argomentata nel saggio del 1948, Lo Stato e il problema della verità.8 Il filosofo nel presente saggio interpreta il potere politico come un fatto fondamentalmente irrazionale, il quale si fonda su un rapporto sociale diseguale, ma che rappresenta un elemento costitutivo, necessario per far sì che la società possa reggersi. La riflessione di base è sull’elemento politico dato dal rapporto tra potere e autorità: «Autorità significa attribuzione di un obbiettivo valore sociale al potere di un individuo o gruppi di cui una formazione sociale si compone: significa creazione di un vincolo obbiettivo che lega la volontà e l’azione di alcuni individui alla volontà e l’azione di alcuni altri».9 È dunque questa la formula con la quale si va a giustificare il potere, quale intermediario necessario all’occultamento delle singole soggettività. In tale prospettiva il passaggio tra potere e autorità segna il punto di incontro tra forza (potere) e consenso (ragione). Questo però ad un’analisi più dettagliata si rivela un connubio assai precario, poiché da una parte il potere/forza non perde la sua natura di fatto irrazionale e l’autorità-ragione svolge il ruolo ambiguo di avvalorare un fatto la cui irrazionalità risulta insopprimibile. Questa concezione in parte vuole avvicinarsi a quella kantiana, la quale aveva risolto tale problematica affidando la razionalità al diritto.

Opocher continuò ad interrogarsi sul ruolo del potere anche nel saggio del 1955, Lezioni di storia delle dottrine politiche.10 A questo punto è necessario sottolineare che la tesi secondo la quale il potere è sostanzialmente un fatto irrazionale, conduce il filosofo a considerare le dottrine politiche come espressioni ideologiche finalizzate a giustificare quel fatto irrazionale che è il potere stesso.11

Le ricerche sulla storia delle dottrine politiche si fanno più fitte ne Le ideologie politiche della polis greca dalla civiltà omerica alla rivoluzione illuministica del V secolo12 e ne L’ideologia politica del popolo di Israele secondo la tradizione biblica,13 entrambe sezioni facenti parte di Lezioni di storia delle dottrine politiche.

In questi lavori il filosofo fa originare la riflessione dal rapporto tra potere paterno e potere politico. Il primo si caratterizza per la razionalità posta in funzione della sua genesi naturale pedagogica, mentre il potere politico resta fatto essenzialmente irrazionale. L’unica soluzione sta in quella concezione rousseaiana che prevede la cessione di parte della libertà per la comunità, affinché si possa costituire una società civile sottoposta a un diritto giusto. Secondo il filosofo Andreatta tali considerazioni rappresenterebbero il principio basilare della filosofia politica di Opocher, elaborato in maniera esplicita nelle Lezioni di storia delle dottrine politiche del 1955.14 Tale valutazione è la sintesi conclusiva in relazione alla determinazione dell’essenza del potere in rapporto alle dottrine politiche. Opocher non ha però modificato sul piano teorico l’identificazione di tale essenza rispetto al pensiero elaborato negli scritti giovanili. Il potere, anche nel suo processo di trasformazione in autorità, resta nella sostanza sempre un fatto arbitrario e irrazionale. Opocher negli anni che vanno dal 1955 sino 1980 concentrerà la riflessione filosofica sul problema del potere politico. Degli elementi di novità sono riscontrabili in tre saggi: Filosofia e potere,15 Riflessioni attuali su diritto e potere,16 e La filosofia politica in Capograssi.17

Questi saggi segnano un ulteriore passaggio dal potere concepito esclusivamente come fatto arbitrario, al potere concepito come rapporto dialettico con il diritto e con il patto sociale alla base della società stessa. Tale passaggio permette di razionalizzare l’irrazionale demoniaco presente nella natura del potere stesso. Il primo passaggio verso la razionalizzazione del potere è documentata dal saggio Filosofia e potere in cui l’autore analizza il rapporto tra potere politico e potere paterno, come era stato per le riflessioni presenti in Le ideologie politiche della polis greca dalla civiltà omerica alla rivoluzione illuministica del V secolo18 e in L’ideologia politica del popolo di Israele secondo la tradizione biblica.19 Anche nel saggio Riflessioni attuali su diritto e potere (1981-82) si vanno a ribadire quelle tesi di fondo postulate nei precedenti lavori. Il potere si basa quasi sempre sulla disuguaglianza ed essendo esso stesso portatore di disuguaglianza tra gli uomini, deve obbligatoriamente appellarsi al diritto, portatore di eguaglianza: «il potere implica sempre un certo grado di irrazionalità e il diritto, in larga misura, la razionalità».20 Queste due forze debbono obbligatoriamente bilanciarsi tra loro affinché una società riesca a sopravvivere e a perseguire il bene di molti. Tale antagonismo/bilanciamento ha dato vita a due tipologie di interpretazioni:

  • la prima si fonda sulla concezione del potere come fatto arbitrario destinato a risolversi solo con l’ausilio della razionalità del diritto;
  • la seconda concepisce invece il diritto come puro strumento di potere.

La prima tesi, che deriva dal pensiero giusnaturalista e illuminista, richiama l’ideale Stato di diritto, nel quale il potere è sempre disciplinato e sottoposto alla razionalità dello Stato-diritto. Si tratta però di una formula storicamente mai attuata, in quanto incapace di disciplinare le forze che si contendono il potere. Le forze vincenti, una volta conquistato il potere, vanno a plasmare il diritto in modo tale da prolungare la propria permanenza.

La seconda tesi è invece di origine prettamente marxista e concepisce il diritto come puro strumento di potere.21 Opocher avanza però delle obiezioni nei confronti di tale tesi: secondo il filosofo, infatti, se da una parte è vero che il potere tende a strumentalizzare l’esperienza giuridica, è anche vero che l’idea del diritto permane e continua ad essere radicata nella coscienza umana, come concetto intrinseco alla natura stessa dell’uomo, quasi come idea aprioristicamente presente in lui. Sulla base di tali considerazioni, diritto e potere si concretizzano come base del sistema sociale stesso, come dati ineliminabili della vita sociale stessa. Non sono, dunque, accettabili tesi che propongono la subordinazione di uno dei due all’altro, poiché la soluzione di governo risiede solo nell’equilibrio. Essi sono legati da un rapporto di reciproco condizionamento. Dal punto di vista del potere, il processo di strumentalizzazione del diritto si focalizza prioritariamente sul processo di legislazione, ovviamente incatenato e concatenato con il potere legislativo. Tale potere, sia nella sua forma legittima, che in quella di fatto, viene a costituirsi a vari livelli della vita sociale in relazione all’assetto economico, sociale e culturale di detta società. Esso da una parte punta a generare le norme più idonee a mantenere tale assetto sociale, dall’altra cerca di risolvere i problemi contestuali a cui la società è sottoposta. Tra le due linee, la prima risulta preminente durante i periodi di stabilità, la seconda tende ad avere la meglio nei periodi di crisi e di incertezza.

Opocher si chiede fino a che livello il potere politico possa strumentalizzare il diritto per perseguire i propri fini. In primis va detto che il potere può sussistere solo nel momento in cui si organizza, cioè esplica sé stesso attraverso delle funzioni, andando così a determinare diritti e doveri all’interno di un assetto sociale storicamente in atto. Il potere afferma sé stesso solo nel momento in cui genera un ordinamento giuridico. La validità di tale ordinamento getta le sue fondamenta sulla validità stessa della norma fondamentale posta in maniera incondizionata dallo stesso legislatore. Solitamente, nel momento della presa del potere, si tende a giustificare tale norma con i diritti derivanti dalla forza. È, invece, nel processo di consolidamento del potere che si è portati a giustificare il proprio potere in termini etico-giuridici, cercando di trovare legittimazione nel diritto.

Il processo di giuridicizzazione del potere è indissolubilmente legata alla modalità in cui il potere si apre al diritto, in particolare nel processo di elaborazione dell’ordinamento giuridico. Il potere si giuridicizza quando l’ordinamento si razionalizza, andandosi ad articolare in una pluralità di ruoli, funzioni e strutture. Tali riflessioni sul diritto non possono non riportarci alla mente quelle di Jean-Jacques Rousseau, che vedono l’accettazione del binomio potere-diritto alla base della costituzione del patto sociale. Simili considerazioni sono alla base del Contratto Sociale,22 ma si riscontrano anche in Le passeggiate del sognatore solitario.23 Il discorso di Rousseau, proprio come quello di Opocher, si struttura intorno a due poli tra loro strettamente collegati: l’individualismo dei cittadini, che costituisce, in ultima istanza, l’origine del potere politico, e il contrattualismo, ovvero l’idea che alla base dell’associazionismo politico vi sia un accordo razionale e convenzionale che permette di superare la semplice legge del più forte. Il potere politico serve al superamento degli individualismi e alla costituzione di uno stato sociale, ma esso deve essere equilibrato e mitigato dalla razionalità del diritto.

Tornando ad Opocher, egli ci dice che se il potere tende a giuridicizzarsi, il diritto dalla sua non può fare a meno del potere; senza di esso, infatti, il diritto non potrebbe affatto attuarsi. Quest’ultimo quando nasce si incontra con il potere legislativo e al momento della sua attuazione con quello giudiziario ed esecutivo. Il diritto dipende dal potere. Si tratta di un equilibrio sempre precario che, come rapporto dialettico, trova i momenti più problematici e delicati in determinate situazioni storiche e in particolare in momenti di profonda crisi. La prevaricazione del potere politico sul diritto appare evidente nelle società di matrice autoritaria.24 In esse, la volontà politica, sia essa rappresentata da un dittatore o da un unico partito, costituisce la sola ed unica fonte di diritto. In tale tipologia di governo il diritto è totalmente strumentalizzato per perseguire i fini di chi detiene il potere. Nelle democrazie occidentali risulta prevalente il processo di giuridicizzazione del potere, dovuto, questo, ad una spasmodica ricerca del consenso.25 Se il potere tende a paralizzarsi nelle sue forme di Stato di diritto quali sono il governo, il parlamento, il potere giudiziario e gli enti locali, non per questo si estingue nella società civile.26 Esso non scompare mai, riapparendo spesso sotto forma di potere reale, che viene ad identificarsi con le élites di gestione economica, poiché il potere si sta pian piano slegando dallo Stato e diviene sempre più una cosa sola con l’alta finanza, lontana dalla razionalità del diritto.27 Dall’altra parte il potere si sta legando ai partiti politici di massa e ai mass-media, che alla ricerca del voto, generano sempre più una politica populista, ancor più slegata da qualsiasi razionalità giurisdizionale.28 Opocher sottolinea, poi, come nelle democrazie occidentali tutta questa molteplicità di centri di potere tra loro concorrenti lasci ampio spazio di libertà e margini di garanzie che trovano nella tutela dei legittimi interessi un rispetto considerevole.

Per quanto concerne le società autoritarie, Opocher, non vede alternative alla prospettiva rivoluzionaria che ponga in essere il rapporto dialettico tra diritto e potere, andando così a fondare una società democratica.29 Nelle società democratiche di oggi, sottolinea Opocher, si pone il problema fondamentale dell’equilibrio tra diritto e potere, e del suo mantenimento.30 Tale rapporto è strutturabile solo se sussistono due condizioni:

  • la prima riguarda la giuridicizzazione delle nuove forme del potere reale che nell’interesse generale dello Stato vanno legittimate attraverso una riforma delle Istituzioni;
  • la seconda riguarda una costante tutela dell’oggettività del diritto.31

Dal punto di vista della funzione legislativa l’oggettività del diritto si pone nel momento stesso dell’impatto della volontà legislativa con la realtà. La presente prospettiva viene messa in luce nella prassi giurisdizionale e nell’esercizio della funzione giudiziaria, alla quale viene riconosciuto il limite ontologico dell’arbitrio del legislatore. La funzione giudiziaria rappresenta infatti, secondo Opocher, la massima strumentalizzazione del diritto.32 Il giudice dovrebbe sempre porsi al servizio della verità, pur operando in un ordinamento giuridico chiuso, ove il legislatore è vincolato alla volontà del giudice. Il compito del giudice è quello di tener fede allo spirito di verità.33 Questi ultimi lavori segnano un rilevante superamento di quell’arbitrarietà assoluta del potere postulata nei primi lavori.

Quella di Opocher ad un certo punto non può più considerarsi una riflessione sulla sola filosofia politica, ma ha una valenza che la porta ad inglobare anche quella civile. Essa ha la funzione di stimolare, in una visione realistica della politica, una valutazione coscienziosa e responsabile che i cittadini sono chiamati ad intraprendere. In particolare, si tratta delle scelte che i cittadini debbono compiere in merito alle repentine trasformazioni della civiltà occidentale. Le pubblicazioni di Opocher che vanno dal 1955 al 1980 sono per la maggior parte volte a una vera e propria filosofia di impegno sociale, che potremmo definire civile. Queste richiamano il concetto di moralità/libertà kantiana, ove la libertà dell’individuo corrisponde al libero agire secondo le leggi dello Stato. Nelle sue parole risuona la legge fondamentale valida per tutti, ma libera da scopo e condizionamento. Kant ne dà più versioni, ma la Legge principale è una: «Agisci in modo tale che la massima della tua volontà possa sempre valere, in ogni tempo, come principio di una legislazione universale». Detto in altre parole, afferma: comportati in modo tale da far sì che quello che stai per fare possa diventare la base di una legge universale. Questo avvicinamento di Opocher a tale prospettiva kantiana deriva da quell’impegno civile che si sviluppa in lui a partire dagli scritti del 1955. Ciò appare con chiarezza in un suo intervento del 1965, Il filosofo di fronte allo Stato contemporaneo.34 Egli sottolinea come il compito del filosofo risieda nella lotta a favore della forza liberatrice della ragione, che spesso coincide con la morale. Il filosofo deve inoltre contribuire alla demitizzazione dello Stato contemporaneo, mettendone in luce le criticità e cercando un maggiore equilibrio tra potere e diritto, con un obbiettivo quanto più democratico.35 Nel saggio Filosofia e potere, Opocher presenta il filosofo come un “franco tiratore” nei confronti del potere: egli, cioè, deve sempre essere pronto a discostarsi ed ad abbatterlo nel caso l’equilibrio postulato tra diritto e potere non sussista più. Questa necessità sovversiva non è rivolta contro il potere in sé, ma verso le varie forme autoritarie che questo ha assunto nel corso della storia.36 Anche nell’Elogio della tolleranza del 1975 Opocher ricorda come attraverso di essa «si siano verificate, nel corso della storia, rivoluzioni ben più profonde e durature, anche se meno appariscenti, di quelle svoltesi sotto l’insegna della violenza».37 Dunque, proprio come quella kantiana, quella di Opocher è una rivoluzione non armata, una rivolta silenziosa e non violenta, spesso interna all’individuo, poiché ognuno deve perseguire la propria legge universale. La tolleranza, anche concepita nella sua forma più riduttiva, rappresenta sempre una sicura garanzia, se non altro perché permette ai dissenzienti la formazione di una coscienza critica.

L’impegno civile di Opocher come commentatore politico, appare soprattutto nei Discorsi civili del 1985, curati dalla Facoltà di Giurisprudenza. L’attenzione dell’autore è rivolta soprattutto al fenomeno della violenza, che ha segnato profondamente gli anni di piombo. Per l’autore la rivoluzione armata, sia essa di destra o di sinistra, rappresenta il suicidio della democrazia e del genere umano. Gli estremismi sono, infatti, una prevaricazione assoluta del potere sul diritto. Nel saggio Alla radice dell’albero, contenuto sempre nei Discorsi civili del 1985, il filosofo afferma: «serve contro gli omicidi un coraggioso esame di coscienza di tutti. Piangiamo, dunque, sulle vittime. Ma piangiamo anche sui giovani che noi stessi abbiamo contribuito a perdere che sono anche figli nostri. Essi non avranno come le loro vittime la fortuna di morire innocenti. Sono dannati a vivere con il vuoto nel cuore, sospinti sempre più nell’abisso del nulla. Tragici strumenti di uno sterile disegno».38 Ecco allora che ritorna l’importanza della formazione di uno spirito critico nei giovani che li spinga verso la razionalità del diritto e il bene della democrazia.

Opocher dedicherà tutta la vita alla ricerca di quell’equilibrio tra diritto e potere, perseguendo il bene della democrazia. Dal 1955 in poi inizia a sentire il bisogno di un impegno civile, consistente nell’educazione delle nuove generazioni a tal fine, dando ad esse i mezzi critici per poterlo perseguire. Egli, inoltre, risulta legato non solo al liberismo di matrice illuministica e kantiana, come in precedenza più volte si è sottolineato, ma anche al positivismo logico. Il positivismo logico, anche noto come neopositivismo, neoempirismo o empirismo logico, è una corrente filosofica che sorge nella prima metà del Novecento con il Circolo di Vienna, basata sul principio che la filosofia debba aspirare al rigore metodologico proprio della scienza. Come si deduce dal nome, alla sua base stanno i concetti tipici del metodo scientifico di “empirico”, ossia relazionato all’esperienza, e “logico”, dal momento che i suoi sostenitori ritengono che la conoscenza debba essere analizzata secondo i criteri logici propri dell’analisi del linguaggio che assicurino alle proposizioni un preciso significato dotato di senso.

Gli empiristi logici sostengono che la risoluzione degli equivoci e delle ambiguità legate al linguaggio conduca alla risoluzione degli stessi problemi filosofici: il loro sorgere dipenderebbe infatti da un uso scorretto/improprio delle parole che darebbe vita a molteplici possibili interpretazioni e/o mancanza di senso logico. La filosofia deve avere un ruolo chiarificatore: non può essere un sapere puramente teorico-speculativo, ma deve basarsi sull’esperienza per poter fondare in maniera rigorosa la conoscenza.39 Centrale in questo senso è il tema del verificazionismo e del suo principio di verificazione come soluzione epistemologica al problema della demarcazione tra scienza, pseudoscienze e metafisica. Sul piano politico, tale piena fiducia nella scienza, anche in Opocher, si sposa a pieno con una visione liberale, che crede fermamente nel progresso e nello sviluppo della società stessa, mediante l’educazione delle nuove generazioni al bene della democrazia.


  1. D. Ippolito, Enrico Giuseppe Opocher, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 79, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2013. ↩︎

  2. F. Cortese, Liberare e federare: L’eredità intellettuale di Silvio Trentin, Firenze University Press, 2016, p. 261. ↩︎

  3. D. Fiorot, La filosofia politica e civile di E. Opocher, in Scritti in onore di E. Opocher, a cura di G. Netto, Treviso, Ateneo di Treviso, 1992, pp. 15-37; G. Zaccaria, «Opocher, Enrico» in Il contributo italiano alla storia del Pensiero — Diritto, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2012. ↩︎

  4. D. Ippolito, Enrico Giuseppe Opocher, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 79, Roma, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 2013. ↩︎

  5. E. Opocher, Razionalismo e individualismo nella vita sociale, in Rivista di Filosofia, XXXII, 1941, pp. 237-262. ↩︎

  6. Ivi, p. 257. ↩︎

  7. Le Lezioni di Filosofia del diritto racchiudono tutta l’esperienza filosofico-didattica di Opocher che va dal 1949 al 1993. ↩︎

  8. E. Opocher, Lo Stato e il problema della verità, in Rivista di Filosofia, XXXIX, 1948, pp. 11-30. ↩︎

  9. Ivi, p. 27. ↩︎

  10. E. Opocher, Lezioni di storia delle dottrine politiche, Padova, Cedam, 1959. ↩︎

  11. E. Opocher, Lezioni di storia delle dottrine politiche, Padova, Cedam, 1968. ↩︎

  12. E. Opocher, Le ideologie politiche della polis greca dalla civiltà omerica alla rivoluzione illuministica del V secolo, in Lezioni di storia delle dottrine politiche, Padova, Cedam, 1959. ↩︎

  13. E. Opocher, L’ideologia politica del popolo di Israele secondo la tradizione biblica, in Lezioni di storia delle dottrine politiche, Padova, Cedam, 1968. ↩︎

  14. A. Andreatta, Potere e ragione nella filosofia politica di Enrico Opocher, in Rivista Internazionale di Filosofia del diritto, anno LXVI, aprile-giugno 1989, pp. 215-239. ↩︎

  15. E. Opocher, Filosofia e potere, Napoli, Guida, 1980, pp. 11-30. ↩︎

  16. E. Opocher, Riflessioni attuali su diritto e potere, in Atti dell’Accademia Patavina di Scienze Letterarie ed Arti, XCV, 1982, pp. 3-17. ↩︎

  17. E. Opocher, La filosofia politica in Capograssi, in Giuseppe Capograssi filosofo del nostro tempo, Milano, Giuffré, 1991, pp. 53-81. ↩︎

  18. E. Opocher, Le ideologie politiche della polis greca dalla civiltà omerica alla rivoluzione illuministica del V secolo, in Lezioni di storia delle dottrine politiche, Padova, Cedam, 1959. ↩︎

  19. E. Opocher, L’ideologia politica del popolo di Israele secondo la tradizione biblica, in Lezioni di storia delle dottrine politiche, Padova, Cedam, 1968. ↩︎

  20. E. Opocher, Lezioni di storia delle dottrine politiche, Padova, Cedam, 1968, p. 89. ↩︎

  21. E. Opocher, Il problema della giustizia nel materialismo storico, in Atti del Convegno Internazionale di Filosofia (Roma, 15-20 novembre 1946), vol. 1, Il materialismo storico, Milano, 1947, pp. 311-317. ↩︎

  22. J.J. Rousseau, Contratto sociale, traduzione, introduzione e note di Giovanni Ambrosetti, Brescia, La scuola, 1990, pp. 37-53; 129-133; 201-206. ↩︎

  23. J.J. Rousseau, Le passeggiate del sognatore solitario, traduzione a cura di Beppe Sebaste, Milano, Feltrinelli, 2012, pp. 96 e ss. ↩︎

  24. E. Opocher, Riflessioni su democrazia e totalitarismo, in Scritti vari di Filosofia del Diritto, Milano, 1961, pp. 219-229. ↩︎

  25. E. Opocher, Discorsi civili, Padova, CEDAM, 1985, p. 24. ↩︎

  26. Ibidem. ↩︎

  27. Ivi, p. 28. ↩︎

  28. Ivi, p. 29. ↩︎

  29. E. Opocher, Totalitarismo, in Enciclopedia del diritto, v. 44, 1988, pp. 763-772. ↩︎

  30. Ibidem. ↩︎

  31. Ibidem. ↩︎

  32. E. Opocher, Discorsi, cit., p. 34. ↩︎

  33. E. Opocher, Opere, Milano, Giuffrè, 1959, v. III, p. 312. ↩︎

  34. E. Opocher, Il filosofo di fronte allo Stato contemporaneo, in Atti dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere ed Arti, a. a. CXXVII (1964-1965), 1965, pp. 589-591. ↩︎

  35. Ivi, pp. 585-586. ↩︎

  36. E. Opocher, Filosofia e potere, in Discorsi civili, Padova, CEDAM, 1985, p. 24. ↩︎

  37. Ivi, pp. 3-18. ↩︎

  38. Ivi, p. 40. ↩︎

  39. H. Hahn, O. Neurath, R. Carnap, La concezione scientifica del mondo. Il Circolo di Vienna, a cura di A. Pasquinelli, Laterza, Roma-Bari 1979, pp. 74-75. ↩︎