Alfredo Oriani: un intellettuale in bilico tra le ideologie, tra l’ascesa di una nuova aristocrazia e la critica alla moderna società di massa

Introduzione

Annoverare rigidamente il nome di Alfredo Oriani tra le file di qualsivoglia movimento politico o culturale rappresenta un’operazione controversa. Quella dell’intellettuale casolano, infatti, è una produzione letteraria complessa, ai confini tra le ideologie, praticamente ignorata dal pubblico e dagli uomini di cultura dell’epoca e rivendicata da più schieramenti politici in seguito alla morte dello stesso autore. La presente trattazione prova, innanzitutto, a ripercorrere brevemente i tentativi – quasi sempre strumentali – di intravedere in Oriani un proprio precursore o un autore estraneo a ogni forma di sciovinismo da parte, rispettivamente, dei fascisti e degli antifascisti. Il punto d’arrivo di questa breve storia è un saggio di Ernesto Galli della Loggia nel quale si ascrive il nome di Oriani all’interno dell’ideologia italiana, in un’ampia tradizione di pensiero tutta italiana, potenzialmente in grado di concretizzarsi con esiti sia di destra sia di sinistra, volta a denunciare gli abusi del parlamento e della democrazia, il dissidio tra paese reale e paese legale e a progettare una riforma dei costumi guidata da un’avanguardia di intellettuali. Una prospettiva simile non solo colloca efficacemente la produzione orianea al di là delle strumentalizzazioni e delle rigide contrapposizioni tra destra e sinistra ma rileva anche il nucleo del messaggio politico dell’intellettuale casolano, ossia la sua critica alla società di massa e il suo parallelo vagheggiamento circa l’ascesa di una nuova aristocrazia anti-individualista, temprata nello spirito ed estranea all’orizzonte superomistico. Si proverà a ripercorrere i tratti essenziali di questo tema nella seconda parte della trattazione.

Le letture dei posteri: dal nazionalismo all’ideologia italiana

Paradossalmente lo stesso Oriani avvertì lucidamente la peculiarità della sua condizione esistenziale e nel suo testamento spirituale, La Rivolta ideale, si autodefiniva in questi termini: «sono come un pellegrino ritto sul lido, che guarda le navi allontanarsi nella minaccia dell’ombra, e cerca collo sguardo le ultime vie aperte dai raggi del sole».1 Si tratte di parole autenticamente orianee, cariche di tragicità, di significati criptici e di una retorica solenne. Papini, in un saggio pubblicato nel 1916, in occasione del settimo anniversario della morte del Nostro, riconduce l’indifferenza (e talvolta l’ostilità) del pubblico per l’intellettuale casolano ai principali caratteri della sua produzione letteraria: «una ruvidezza di piglio, un’austerità solenne, un’appassionatezza eloquente»,2 la prevalenza, cioè, di uno stile retorico maestoso e incline a conferire una forte carica di magnificenza perfino alle cose più infime. Ma, secondo Papini, tra i gusti del pubblico e la statura intellettuale del Nostro erano i primi a trovarsi in difetto. L’intellettuale fiorentino, in tal senso, riporta un aneddoto riguardante il vecchio Oriani: una sera, in una strada buia, un passante gli domandò «– chi c’è qua? E si udì dalla tenebra una gran voce cupa che rispose: – Il più grande scrittore d’Italia! C’era, nella risposta, un’intenzione di scherzo malinconico e un elegiaco sarcasmo, ma c’era anche una parte di verità».3

Oriani muore in solitudine, negli ultimi mesi del 1909 ma nell’anno successivo Federzoni, Corradini, Ojetti e altri noti intellettuali danno vita a un comitato promotore per la ristampa della produzione orianea e, nel corso degli anni, l’operazione editoriale di Laterza si rivela un notevole successo (fino al 1921 una tiratura di 81.200 copie, un numero notevole considerato che la produzione crociana nello stesso periodo registrò una tiratura di 75.770 copie).4

I primi a rivendicare l’eredità intellettuale di Oriani sono i nazionalisti: il nome dell’intellettuale casolano, infatti, riecheggia ripetutamente al Congresso di Firenze del 1910 e nello stesso anno Corradini e Giulio de Frenzi (pseudonimo di Federzoni) pubblicano un’antologia orianea di espressioni antidemocratiche e imperialiste.5 Ma il più importante e spregiudicato tentativo di appropriazione dell’eredità culturale dell’intellettuale casolano è operato dal fascismo e da Mussolini stesso. In realtà risalgono già al 1909 gli elogi del futuro duce a Oriani e alla «sua magnifica Rivolta ideale»6 ed esternazioni simili ricorrono più volte nelle pagine mussoliniane pubblicate nel corso degli anni successivi. Nel ventennio fascista la simpatia orianista di Mussolini si concretizza con la pubblicazione dell’Opera omnia dell’intellettuale casolano curata dallo stesso capo del fascismo e con la marcia del Cardello del 27 aprile 1924, una parata di dieci chilometri a cui parteciparono diecimila camicie nere e lo stesso Mussolini. Per l’occasione il capo del fascismo tenne un discorso che sarebbe stato successivamente ripreso come prefazione di una nuova edizione de La Rivolta ideale. Ma nel processo di appropriazione fascista della produzione orianea è particolarmente significativa l’azione di dar vita a un’antologia, Gli eroi, gli eventi, le idee, curata da Mussolini e dal "vecchio" nazionalista Federzoni e successivamente segnalata dal Ministero dell’Educazione nazionale ai presidi delle scuole italiane. Le parole di Federzoni della prefazione all’antologia, in particolare, risultano particolarmente emblematiche per l’alone creato dalla cultura fascista intorno a Oriani, al «veggente che presagì l’ascensione del popolo italiano attraverso la guerra vittoriosa e il rinnovamento interiore»,7 all’immagine mitica di un intellettuale protofascista, eroico e incompreso ai suoi contemporanei.8

Proprio in riferimento a un simile clima intellettuale, Gramsci scrive dal carcere che l’azione culturale del fascismo nei confronti di Oriani è «più un’imbalsamazione funeraria che un’esaltazione di nuova vita del suo pensiero».9 Anche Croce nel 1935 dichiara la propria ostilità a questo clima di imbalsamazione funeraria e torna a scrivere su Oriani una seconda volta, dopo molti anni dal primo articolo del 1908 con il quale si diffondeva il nome dell’intellettuale casolano al grande pubblico. Più precisamente, il filosofo liberale nel 1935 contesta l’azione propagandistica del regime consistente nella diffusione dell’immagine di un Oriani precursore del fascismo, dimenticato, indegnamente emarginato nel panorama culturale italiano dell’epoca e «che aspettava di essere scoperto e venerato dalle "sublimi età che egli profetando andava"».10 In entrambi gli articoli appare l’immagine di un Oriani più semplice, un profilo di un intellettuale naturalmente ignorato o disprezzato dai suoi contemporanei a causa della «forma scomposta dei suoi libri»,11 del suo «stile scorretto»12 tra l’«avventatezza dei concetti»,13 la «sconcezza delle immagini erotiche» e un personalissimo «turgido orgoglio».14 Complessivamente, secondo Croce, Oriani è uno storico e un romanziere dotato di un «temperamento romantico»15 e di un «animo di poeta»,16 un antisocialista e un imperialista come la larga parte degli uomini del suo tempo, estraneo a vagheggiamenti dittatoriali o apertamente antiliberali. D’altra parte, emerge con chiarezza la carenza di senso politico del grand’uomo del villaggio,17 la sua scarsa vena programmista, la genericità dei concetti evocati ne La rivolta ideale – in primis quello di una "nuova aristocrazia" – e la fiacchezza, il senso di "fastidio" suscitato dalla lettura dell’opera suddetta.

Dagli anni Sessanta, su impulso di Giovanni Spadolini, inizia un processo di riabilitazione18 dell’intellettuale casolano rispetto all’oblio dell’immediato secondo dopoguerra e l’appropriazione fascista della sua immagine. Le prospettive di Spadolini hanno una certa consonanza con gli articoli crociani, insistono sulla complessità della produzione orianea, sulla sua filiazione ottocentesca e romantica. La magmatica produzione letteraria dell’intellettuale casolano è legata alla sua ambivalente personalità: da una parte, secondo Spadolini, Oriani è considerabile «un esponente della sinistra mazziniana, un repubblicano che aveva rivissuto gli ideali del Risorgimento con lo spirito della Repubblica Romana, con le illusioni del Quarantanove, con l’eroica contrapposizione dell’”iniziativa popolare” all’”iniziativa regia”»,19 dall’altra è evidente il suo legame con la Destra storica, «il suo fermo senso dello Stato, le sue inclinazioni colonialistiche ed espansionistiche, quel suo piglio di "aristocratico deluso", quella sua fedeltà ai valori della tradizione».20 Altrettanto variegato e contraddittorio è, sempre secondo Spadolini, l’influsso esercitato dalla produzione orianea nella cultura italiana successiva al 1909:

L’orianesimo fermentò nella Voce, influì su Gobetti e su tutto il gruppo di Rivoluzione liberale, si rifranse […] su tutta l’esperienza del secondo partito d’azione. I nazionalisti italiani, che furono le teste forti del fascismo, non lo amarono mai, nell’intimo, per quella discendenza mazziniana, anticlericale e popolaresca. Lo lessero i repubblicani storici (e molti lo rispettarono e stimarono), qualche socialista, i dissidenti del fascismo e dell’antifascismo. Lo capì qualche cattolico, di quelli che venivano da Murri e da Sturzo.21

Così, secondo Spadolini, almeno un pizzico di orianesimo è reperibile in praticamente tutte le culture politiche italiane e si trova in errore chi riduce univocamente il pensiero dell’intellettuale casolano alle correnti nazionaliste. Più precisamente, secondo il segretario repubblicano, il timbro nazionalista presente nella produzione del Nostro è «della stessa tempra di quello di un Antonio Labriola»22 o di un qualsiasi uomo di cultura post-mazziniano. Sulla stessa linea d’onda, anche Augusto Torre individua in Oriani un nazionalismo di matrice tipicamente ottocentesca e, in tal senso, occorre perfino considerare i suoi vagheggiamenti colonialistici in una particolare prospettiva, «come una missione di incivilimento e non come una conquista violenta di sfruttamento».23 Secondo Torre, inoltre, in Oriani l’antisocialismo non riguarda l’avversione per un concreto partito politico ma per una disposizione antropologica mirante al mero benessere materiale e al livellamento sociale; l’antiparlamentarismo non rappresenta una condanna di principio ma una critica agli abusi politici dell’epoca; l’esaltazione dell’uomo forte non si traduce in superomismo né in un elogio alla dittatura.

Le interpretazioni di Croce, Vinciguerra, Spadolini e Torre mirano essenzialmente a depurare l’immagine di Oriani dalle contaminazioni effettuate da nazionalisti e fascisti negli anni Venti e Trenta. Questo filone interpretativo prende essenzialmente le mosse dai giudizi espressi da Gobetti nel primo dopoguerra24 e coglie nel segno quando sottolinea la complessità e la varietà delle direzioni cui la produzione orianea esercita il proprio influsso nel corso del Novecento. Alle medesime conclusioni ma da punti di vista radicalmente diversi giungono anche Volpe e Walter Maturi. Secondo lo storico filo-nazionalista, non è possibile ricondurre Oriani a una corrente culturale ben precisa. Più precisamente, secondo Volpe, non è del tutto infondata la rivendicazione nazionalista della produzione orianea: l’intellettuale casolano, infatti, ha fornito al nascente movimento tesi in grado di dare «qualche maggiore ampiezza di orizzonte, qualche ispirazione di pensieri non volgari, circa lo Stato e l’individuo, la patria e lo spirito nazionale, la tradizione e la rivoluzione, la religione e la famiglia, la libertà e l’autorità»25 e in una tale elaborazione teorica, agli occhi di entrambi le parti «si scolorava l’ideale della libertà e prendeva più intenso colore quello di autorità».26 D’altro canto, lo storico aquilano non considera Oriani come un vero e proprio nazionalista e afferma che complessivamente egli «era stato e si era mantenuto un genuino liberale».27 Ancora più esplicitamente Maturi avversa ogni tentativo di catalogazione politica dell’intellettuale casolano, evidenzia le sue sollecitazioni innovatrici operate nei confronti degli opposti schieramenti politici e culturali e afferma che «la funzione storico-politica dell’Oriani, vista nel suo complesso, senza preoccupazioni del conformismo del momento, è stata quella di un generico excubitor dormitantium, non di un apostolo specifico di una ben ferma dottrina».28 Si arriva, così, alla prospettiva delineata da Ernesto Galli della Loggia in un saggio pubblicato nel 2001. Lo storico romano rileva l’approssimazione e il complessivo fallimento del processo di riabilitazione compiuto da Spadolini per sottrarre Oriani dall’alveo del nazionalismo e del fascismo. Di converso, secondo Galli della Loggia, occorre considerare Oriani come un intellettuale fondamentale per l’ideologia italiana, un’ampia tradizione di pensiero comprendente una molteplicità di orientamenti (il fascismo, il comunismo gramsciano e l’azionismo gobettiano, non casualmente un complesso di tendenze di più o meno vaga derivazione orianea) tutti volti a denunciare un dissidio tra "paese reale" e "paese legale", gli abusi annessi alle pratiche parlamentari, la necessità di attuare (per opera di un’avanguardia intellettuale) una profonda riforma di costume e di spirito tra gli italiani – tutti temi in grado di condurre a «esiti qualificabili di destra e di sinistra, a seconda delle circostanze».29 Galli della Loggia svincola così Oriani dalle strumentalizzazioni, dalle interpretazioni "comode" e politicizzate. La categoria di ideologia italiana, inoltre, scardina le rigide contrapposizioni concettuali – destra e sinistra, fascismo e antifascismo – e sopprime ogni possibile distinguo morale, ogni sorta di delegittimazione politica dell’avversario. In questo quadro la figura di Oriani è emblematica poiché immediatamente rivendicata dai nazionalisti e dai fascisti e, allo stesso tempo, perfino omaggiata da Gramsci e Gobetti.30

In questa sede si prova a corroborare la posizione dell’intellettuale casolano nell’ideologia italiana evidenziando il nucleo del suo messaggio politico, ossia la sua critica alla società di massa e il suo disegno rivoluzionario di matrice aristocratica. Norberto Bobbio, in tal senso, coglie nel segno quando evidenzia la critica alla società industriale quale nucleo fondamentale del pensiero orianeo e anticipazione della letteratura anti-moderna degli anni Venti. Il filosofo torinese, però, sottovaluta la complessità della produzione dell’intellettuale casolano e la riconduce semplicisticamente ad un sentimento di rimpianto per i tempi passati, all’incapacità di comprendere il mondo moderno e di configurare una società "sana" e alternativa a quella industriale.31 Non serve scomodare i nazionalisti o i più accesi apologeti dell’intellettuale casolano per reperire una prospettiva antitetica a quella proposta da Bobbio. In un saggio pubblicato negli anni Ottanta – e inscritto in una nuova stagione di studi orianei portata avanti da Ennio Dirani con l’intento di riscoprire la complessità della produzione dell’intellettuale casolano al di là delle strumentalizzazioni politiche –32 Spadolini propone l’immagine di un Oriani estraneo a posizioni reazionarie, a sentimenti di nostalgia per le istituzioni e le autorità del passato e capace, piuttosto, di intuire «il progressivo superamento delle antiche concezioni classiste»33 e, più in generale, i profondi stravolgimenti che l’industrializzazione avrebbe procurato agli schieramenti politici ottocenteschi.

La rivolta ideale contro la moderna società di massa

Oriani, quindi, riconosce il susseguirsi degli eventi storici, non idealizza alcuna epoca storica e, conseguentemente, scrive che «la vita ha due supreme necessità, salire e durare».34 I due momenti si alternano e si compenetrano nel corso della storia e segnano, rispettivamente, il trionfo dell’aristocrazia, del sacrificio, dell’eroismo e, d’altra parte, il trionfo della massa, del conformismo e dell’individualismo. La salita e la durata, pertanto, rappresentano due categorie fondamentali e contengono essenzialmente il significato che assume la rivolta ideale tratteggiata nell’omonima opera.35 Il taglio prospettico che la presente trattazione applica alla produzione orianea di inizio Novecento prende le mosse proprio da questa contrapposizione concettuale. Più precisamente, in questa prospettiva, Oriani appare come un intellettuale collocato tra il vagheggiamento di una salita e il rifiuto della durata, ossia, rispettivamente, tra l’esaltazione di una società gerarchicamente organizzata, di un’autorità forte e di virtù morali e militari diffuse e, d’altra parte, la critica alla società moderna, a una dimensione politica misurata sulle masse e sui valori illuministici, all’imperante materialismo della contemporaneità – in tal senso Oriani sembra anticipare il fortunato binomio concettuale «Kultur-Zivilisation» introdotto dalle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann e da Il tramonto dell’Occidente di Spengler nell’immediato primo dopoguerra per descrivere la più o meno identica antitesi di due diverse società.

Il presupposto fondamentale per la salita è la negazione dell’individuo inteso come atomo isolato, autonomo e a sé stante. Secondo Oriani l’individuo è indissolubilmente legato al proprio popolo che, a sua volta, possiede un’anima collettiva36 «che si manifesta per caratteri in una data zona di tempo e di spazio: quindi, compita la sua funzione, tramonta».37 Allo stesso modo l’esistenza di una goccia è indissolubilmente legata al fiume di cui è parte e la scissione della goccia (o dell’uomo) dal suo "tutto" segna inevitabilmente la scomparsa di essa. In una tale concezione filosofica nella quale il valore dell’individuo è intransigentemente negato e il ruolo del popolo nel suo insieme è esaltato, il potere aristocratico appare come la naturale forma di governo di una società. Più specificamente, una minoranza ristretta di uomini assume una fisionomia aristocratica, in conformità organica ai caratteri specifici di un popolo e di un’epoca, dal momento in cui adempie a una doppia funzione: «sviluppare l’idea di un popolo, ed in quella atteggiare il proprio carattere».38 Un individuo straordinario, infatti, «condensando nella propria opera tutta la quantità di pensiero maturata nella coscienza impersonale del popolo»39 diventa aristocratico, supera se stesso e apporta un progresso al fluire storico. Non si tratta di un’elevazione superomistica di alcuni uomini o dell’esaltazione barbara della forza di una minoranza guerriera ma di una concezione di governo "virile", di una struttura rigidamente gerarchica della società: l’aristocrazia presuppone infatti la «differenza fra individuo ed individuo, che impone agli uni il comando e agli altri l’obbedienza».40 L’essenza di un’aristocrazia risiede nel carattere «e la virtù nel sacrificio».41

In conformità alla propria formazione da storico,42 inoltre, l’autore di Lotta politica in Italia non si lascia ammaliare dalla magnificenza dei grandi personaggi storici e ritiene che «la grandezza dei più grandi è fatta dalla forza dei piccoli»,43 che il valore di un’aristocrazia virtuosa o di un individuo straordinario risulta sempre insufficiente se dirottato al di fuori di una fortunata congiunzione storica, se non accordata all’«eco di un popolo»,44 che il vero protagonista della storia sia il suo fluire, il processo sottostante, l’ascesa di un’"idea". In tal senso, Oriani evidenzia il destino tragico toccato, in seguito alla Battaglia di Waterloo e al trionfo della monarchia di Savoia, a personalità straordinarie, come quelle di Napoleone e di Mazzini, ma ormai "al di fuori" dal corso della storia.

Un’altra conseguenza del trionfo della salita (ossia della predominante necessità della vita di ascendere) e del parallelo rifiuto dell’individualismo è l’intransigente affermazione della patria e l’avversione per il cosmopolitismo. Secondo Oriani l’individuo non può affermare la propria autonomia, una personalità completamente originale: «tutto il suo istinto [infatti] è istinto della sua gente: il suo sangue, le sue passioni, le sue idee, il suo corpo nella esteriorità della forma e nel segreto della sostanza è un prodotto della patria».45 Storia, individuo e patria rappresentano quindi, secondo Oriani, tre categorie indissolubilmente e reciprocamente legate e l’una non può esistere senza le altre due. In questa rigida visione della vita, inoltre, trova spazio anche la famiglia, anch’essa intesa come un’entità fissa, immutabile e inscritta nel quadro di tutte le epoche dell’umanità. La famiglia, infatti, «prepara lo Stato e vi prepara i propri membri, perpetua la razza, garantisce sino al possibile l’esistenza, il carattere iniziale dei coniugi vi tramonta in quello dei genitori».46 All’interno della famiglia, in tal senso, si annidano simboli, forme archetipiche inscritte nella natura umana: «la giustizia del padre, la misericordia della madre, l’amore tra fratelli, l’amicizia tra congiunti, la simpatia cogli inferiori».47 Considerazioni simili si collocano sulla stessa linea d’onda delle oltre quattrocento pagine pubblicate nel 1886, sotto il titolo Matrimonio e in risposta alle tesi divorziste divulgate sei anni prima da Alexandre Dumas in La question du divorce.

Autoritarismo, visione gerarchica della società, eclissi dell’individuo a favore del popolo nel suo complesso, difesa della famiglia, proposte costruttive talvolta vaghe e sempre intrise di sentimento e solenne retorica: così è possibile collocare l’Oriani de La Rivolta ideale nell’ampio filone critico della modernità del primo Novecento. In tal senso, l’intellettuale casolano diverge dai suoi successori per non essere giunto alle stesse drastiche posizioni (esplicita difesa della razza, elogio della dittatura, aggressiva esaltazione della guerra come mezzo di conquista…) ma, allo stesso tempo, ne è accomunato per la stessa solidità teorica del momento negativo, della concreta critica verso la moderna realtà sociale.

Oriani individua con chiarezza i caratteri essenziali della modernità, della durata intesa come predominante necessità della vita: il declino dell’aristocrazia di spada, il trionfo della massa amorfa e l’industrialismo. Il punto di svolta in tal senso è l’Ottocento – «il secolo più umano della storia»,48 «il secolo più mondiale»49 – il momento che, secondo Oriani, segna l’avvio di un’epoca caratterizzata dall’abolizione delle distanze geografiche e dalla diffusione di straordinarie invenzioni tecnologiche: «le distanze parevano sparite sotto i vapori di terra e di mare, una rete di strade strinse il mondo così che ogni suo moto vi si propagò colla rapidità delle onde nervose, le parole raggiunsero quasi la celerità della luce. […] Arti, scienze, commercio, industrie si uniformarono sul mercato».50 Le trasformazioni in atto coinvolgono perfino il mondo della cultura: «i giornali sono l’effimero libro di tutti, l’opinione irresistibile del momento con tutti gli errori e le falsità della improvvisazione. […] vi è un pubblico per qualsivoglia impresa, ogni idea trova apostoli».51 Malgrado la visione critica dell’ascesa dei giornali espressa in questa sede, Oriani è comunque consapevole delle potenzialità del nuovo mezzo di informazione, delle conseguenze legate alla vasta diffusione delle notizie. In uno scritto del 1904, infatti, egli constata il declino del libro, le sue difficoltà ad affermarsi presso un vasto pubblico; il giornale, invece, «è un’arena nella quale tutti possono entrare, torrente che devasta, canale che irriga, cloaca che raccoglie tutte le immondizie e con la stessa facilità le trasforma in veleni o in concimi».52

La più importante trasformazione del XIX secolo, tuttavia, riguarda l’assetto sociale: «ogni assisa dell’antica società fu sommossa o capovolta, non una classe conservò la propria base, non una coscienza il tradizionale atteggiamento; nello Stato le monarchie rimasero soltanto una decorazione, e le aristocrazie un residuo di morte fortune».53 Oriani descrive brutalmente il declino delle aristocrazie di spada senza indulgere in rimpianti né sperare in improbabili ritorni:

Nell’ozio povero o mal ricco dame e signori finirono di pervertirsi; la bigotteria aveva già ucciso il coraggio del duello, l’astensione politica spense ogni capacità, lo sport non rianimò che i bassi istinti. Nel mercato dei blasoni la galanteria si degradò […]; il lusso senza fasto non ebbe arte, non si fabbricarono più palazzi, nei vecchi le botteghe spezzarono i muri e le insegne commerciali si allargarono come ulceri su per gli stipiti e pei cornicioni. […] il padrone non sentiva di valere più del servitore, mentre gl’impiegati d’amministrazione nella sua casa patrizia valevano più di lui.54

Il declino della vecchia aristocrazia è, dunque, inesorabile e Oriani individua nel «proletariato intellettuale» il protagonista, l’agente acceleratore della dissoluzione dell’antico assetto sociale. Questo nuovo soggetto è paragonato a un acido dissolvente in grado di insinuarsi in tutti i meandri della società per avvelenare, demolire, corrodere «i cuori e i blasoni, i sentimenti e le idee, i costumi e gli ideali».55 Più specificamente l’azione del proletariato intellettuale consiste in una critica irridente dei sentimenti religiosi, dell’aretè dell’aristocrazia, della laboriosità della borghesia e delle virtù frugali delle classi meno abbienti, in uno spasmodico e continuo tentativo di conquista di potere e ricchezze. La cultura e lo scetticismo morale costituiscono le armi al servizio di questo nuovo soggetto sociale: Oriani, infatti, scrive chiaramente: «la concorrenza urgeva, le scuole vomitavano come bocche di forno a migliaia i laureati, figli di minimi possidenti, di grossi o piccoli impiegati»56 o ancora: «in nome del libero pensiero si cacciano le suore dagli ospedali e i sacerdoti dalle scuole; nel nome del libero amore s’impone la precedenza del matrimonio civile sul religioso […] la propaganda per la pace si muta in una negazione del dovere militare».57

L’ascesa del proletariato intellettuale segna chiaramente il trionfo dell’individualismo e lo sgretolamento dell’autorità statale. Probabilmente in riferimento alle aperture dello Stato liberale alle masse e alle politiche giolittiane, Oriani in La Rivolta ideale lancia forti invettive: «imporre uno sciopero equivale idealmente ad ordinare un saccheggio, impedire il lavoro è come compiere una rapina: non si osa resistere colle armi alla violenza […]. È già diventato un dogma l’intangibilità degli operai: qualunque di loro soccomba in un tumulto diventa un martire».58 Sulla stessa linea d’onda, in un articolo del gennaio del 1904, il Nostro descriveva la situazione politica italiana in breve e riprendeva le comuni osservazioni antigiolittiane dell’epoca. Giolitti, in quest’ottica, appare come un uomo cresciuto tra i quadri della burocrazia, povero di entusiasmo e di slanci ideali, incline a manipolare gli uomini, a esautorare le maggiori personalità politica e a trattare «la combinazione di un ministero come quella di un affare».59 Ma il difetto maggiore dello statista di Dronero, secondo Oriani, risiede nella sua «piccina abilità politica»,60 inadeguata alla realizzazione dei grandi progetti politici.

Oriani prosegue ancora nella disamina critica della modernità, condanna il femminismo, la vanità delle masse, la svalutazione tipicamente piccolo borghese del lavoro manuale, la progressiva estinzione delle virtù militari, la comparsa di una burocrazia crescentemente ramificata e percepita come parassitaria e invasiva, la diffusione di una filantropia in sé falsa ed estranea all’orizzonte dell’antica e nobile opera di carità. Ma è la massa il vero protagonista della modernità, della durata intesa come predominante necessità della vita. La massa «decide tutto, lusso e moda, arte e politica, feste e lutti; le classi superiori non osano contrastare e non lo potrebbero, gli stessi individui più alti e originali si ritraggono piuttosto che urtare».61 Gli strumenti di lotta di questo nuovo protagonista sociale non potevano non essere identificati nelle leghe dei mestieri, negli scioperi, nella «incredulità volterriana».62 Sotto un certo punto di vista, Oriani paragona la massa ai peggiori despoti dell’età antica: entrambi ammaliati dal capriccio, da un senso di potenza in sé inconsistente e da un’angusta visione politica, entrambi «delle scienze non accettano che le applicazioni, dell’arte il piacere»,63 entrambi inclini alla negazione della logica e allo «sgravio della morale».64 Anche in Vaticinio, un frammento redatto a inizio secolo, pubblicato postumo e riproposto (con tanto di encomi ed evidenziando la sua presunta carica profetica) al pubblico da Federzoni nella sua antologia orianea, l’intellettuale casolano paragona il popolo agli antichi sovrani, ambedue abituati «alle lusinghe dei cortigiani che carpiscono [loro] la delegazione del comando per abusarne nella insaziabilità della propria piccolezza».65

La conclusione di Vaticinio e de La Rivolta ideale è la medesima e in un crescente utilizzo di parole criptiche e di uno stile retorico solenne Oriani annuncia la nascita di un nuovo ideale in grado di alimentare una rivoluzione e di ristabilire il dominio della salita sulla durata. L’autore, infatti, non indica i tempi e i luoghi dell’imminente rivolta66 né l’essenza precisa del nascente ideale. La portata della rivolta ideale è genericamente legata all’emersione di straordinarie personalità nella quotidiana lotta per l’esistenza e, parallelamente, nella progressiva diffusione tra le moltitudini di un senso di "nausea"67 legato ai modi coi quali la massa arricchita «cerca [maldestramente] di esprimere una superiorità spirituale».68 Tali straordinarie personalità, tali protagonisti della rivoluzione ideale, tuttavia, non si inscrivono nell’orizzonte dei superuomini. A differenza degli orientamenti prevalenti all’interno del nazionalismo italiano, infatti, Oriani avversa la dottrina superomistica, critica esplicitamente Nietzsche – ossia «l’ultimo eroe intellettuale di una superbia già tramontata nello spirito»69 – e ancora afferma che «dalla profonda incoscienza del popolo, soltanto gli individui superiori possono attingere i motivi della rinnovazione e della originalità».70 Su questo punto la divergenza rispetto al nazionalismo è netta: in un articolo del 1899, infatti, l’intellettuale casolano critica esplicitamente d’Annunzio e liquida la dottrina del superuomo a «sogno di malato».71

Una breve conclusione

Complessivamente, dunque, la produzione orianea di inizio secolo si caratterizza di uno stile retorico solenne, di un ricorrente richiamo alle virtù aristocratiche, di un’aspra critica verso la società di massa e la modernità. Quella di Oriani, tuttavia, non è una voce anti-politica, angustamente arroccata in una "gabbia dorata" al di fuori dal mondo e, in tal senso, non deve trarre in inganno la scarsa fortuna raccolta in vita dal Nostro né il suo punto di osservazione di chiara matrice aristocratica. L’intellettuale casolano, infatti, tra il 1885 e il 1909 fu eletto quasi regolarmente consigliere provinciale a Ravenna, tra il 1885 e il 1890 ricoprì la carica di consigliere comunale a Casola Valsenio e a Faenza e tra il 1889 e il 1897. La produzione orianea di fine secolo, inoltre, come ha dimostrato Portinari, si serviva di una notevole carica enfatica e di «un linguaggio attento soprattutto al particolare scabroso o ributtante»72 per scandalizzare la borghesia benpensante, per promuovere un preciso messaggio politico di matrice aristocratica. Secondo Portinari i romanzi della giovinezza orianea esprimono una rivolta che «non è ancora ideale ma viscerale, confusa, sentimentale».73 Ma tra la produzione letteraria della giovinezza e l’opera saggistica e di articoli di giornale di inizio Novecento, il critico letterario torinese individua una certa continuità, più precisamente una progressiva distorsione ideologica dei temi e delle influenze culturali di fine secolo (Mosca, Pareto, Sorel, Dostoevskij, Zola, Baudelaire…) che «finisce nell’Action française, in Maurras, in Mussolini».74 Ancor più esplicitamente, la studiosa Albertina Vittoria afferma che «per Oriani il dato caratterizzante è appunto quello della non scissione tra l’essere uomo di cultura e l’essere uomo "politico"».75 Per l’intellettuale casolano, infatti, a differenza di larga parte dell’intellettualità italiana postrisorgimentale, non sussiste nessuna cesura tra l’impegno politico, la volontà di promuovere un certo messaggio e l’attività letteraria. In tal senso, occorre ascrivere il nome di Oriani nell’alveo degli intellettuali di età giolittiana, nella sfera dell’"ideologia italiana", nel quadro di un’intellettualità bramosa di riforme di costume globali e insofferenti verso le degenerazioni dell’attività politica.


  1. A. Oriani, La Rivolta ideale, OAKS, Milano 2019, p. 193. ↩︎

  2. G. Papini, Testimonianze. Saggi non critici, Studio editoriale Lombardo, Milano 1918, p. 144. ↩︎

  3. Ivi, p. 148. ↩︎

  4. Cfr. N. Perrone, La parentesi di Oriani fra Croce e il fascismo, in Alfredo Oriani e la cultura del suo tempo, a cura di E. Dirani, Longo Editore, Ravenna 1985, pp. 239-240. ↩︎

  5. Cfr. G. de Frenzi, Un eroe. Alfredo Oriani, Libreria della Rivista di Roma, Roma 1910. ↩︎

  6. B. Mussolini, «La teoria sindacalista», Il Popolo, 27 maggio 1909. ↩︎

  7. L. Federzoni, Prefazione, in A. Oriani, Gli eroi, gli eventi, le idee. Pagine scelte, Licinio Cappelli, Bologna 1928, p. VI. ↩︎

  8. Per un approfondimento del rapporto tra Oriani e il fascismo, cfr. M. Baioni, Il fascismo e Alfredo Oriani. Il mito del precursore, Longo Editore, Ravenna 1988. ↩︎

  9. A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 2014, p. 1040. ↩︎

  10. B. Croce, «Ripresa di vecchi giudizi», La Critica, n. 33, 1935. ↩︎

  11. Ibidem↩︎

  12. Ibidem↩︎

  13. Ibidem↩︎

  14. Ibidem↩︎

  15. B. Croce, Scritti di storia letteraria e politica, Laterza, Bari 1922, vol. 3, p. 258. ↩︎

  16. Ivi, p.251. ↩︎

  17. L’appellativo è stato forgiato da Salvemini in occasione di un dialogo con Gobetti. L’espressione indica ironicamente il provincialismo dell’intellettuale casolano e del nazionalismo, le loro velleità imperialistiche e la loro fisionomia emblematica di un’Italia "desolata" e "infantile". Cfr. P. Gobetti, La Rivoluzione liberale. Saggio sulla politica in Italia, Einaudi, Torino 2008, p. 117. ↩︎

  18. Più precisamente il processo di riabilitazione avvenne a opera di Mario Vinciguerra (antifascista affiliato al gruppo di Giustizia e Libertà) e per mezzo di una commemorazione tenutasi in Campidoglio il 29 ottobre 1952. Spadolini, invece, raccoglierà i contributi intellettuali dello stesso storico napoletano e di altri studiosi in un saggio pubblicato nel 1960. Cfr. A. Torre, Oriani politico (Miti e realtà), in Oriani, a cura di G. Spadolini, Fratelli Lega Editori, Faenza 1960, p. 52. ↩︎

  19. G. Spadolini, Introduzione, in Ivi, p. 5. ↩︎

  20. Ivi, p. 6. ↩︎

  21. Ivi, p. 9. ↩︎

  22. Ivi, p. 8. ↩︎

  23. A. Torre, Oriani politico (Miti e realtà), in Oriani, a cura di G. Spadolini, p. 60. ↩︎

  24. Secondo Gobetti, i nazionalisti dalla produzione orianea «assimilarono la superficie, derivarono dai più infelici intellettualismi la pigrizia semplificatrice in cui il loro istinto retorico si appagava». P. Gobetti, La Rivoluzione liberale. Saggio sulla politica in Italia, cit., p. 117. ↩︎

  25. G. Volpe, Italia moderna, Sansoni, Firenze 1949, vol. II, pp. 299-300. ↩︎

  26. Ivi, p. 300. ↩︎

  27. G. Volpe, Italia moderna, Sansoni, Firenze 1952, vol. III, p. 354. ↩︎

  28. W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento. Lezioni di storia della storiografia, Einaudi, Torino 1962, p. 393. ↩︎

  29. E. Galli della Loggia, Alfredo Oriani e «La Rivolta ideale», in I Quaderni del «Cardello». Collana di studi romagnoli dell’Ente «Casa di Oriani», Longo, Ravenna 2001, vol. 10, p. 15. ↩︎

  30. Tra le letture dei due intellettuali antifascisti, infatti, le opere di Oriani ricoprono un ruolo di primo piano e i riferimenti espliciti in tal senso non mancano. Gobetti afferma chiaramente: «tra i nostri padri egli è stato il solo a insegnarci l’idea della storia dimostrando quanto sia educativa, per chi voglia capire la vita contemporanea, una visione del Risorgimento». P. Gobetti, La Rivoluzione liberale. Saggio sulla politica in Italia, cit., p. 35. Gramsci, invece, considera l’intellettuale casolano come «il rappresentante più onesto e appassionato per la grandezza nazionale-popolare italiana fra gli intellettuali italiani della vecchia generazione». Secondo il fondatore del Partito Comunista d’Italia, inoltre Lotta politica «sembra il manifesto per un grande movimento democratico nazionale popolare» e le vere carenze di Oriani risiedono soprattutto nel suo carattere, nell’incapacità di interagire efficacemente con le masse, nella sua inclinazione idealistica e dottrinaria. A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 1040. Per approfondire il rapporto tra Oriani e Gramsci e Gobetti cfr. F. Cereja, La lettura di Oriani nella Torino di Gramsci e Gobetti, in Alfredo Oriani e la cultura del suo tempo, a cura di E. Dirani, pp. 189-203. ↩︎

  31. Cfr. N. Bobbio, Profilo ideologico del ’900, Garzanti, Milano 1990, pp. 72 e ss. ↩︎

  32. Secondo Dirani, per l’esattezza, Oriani non fu né un glorioso profeta del fascismo, né un fabbricatore di miti per il nazionalismo ma un autorevole testimone delle contraddizioni e delle tensioni del suo tempo. Cfr. E. Dirani, Introduzione, in Oriani, in Alfredo Oriani e la cultura del suo tempo, a cura di E. Dirani, pp. 11-19. ↩︎

  33. G. Spadolini, Oriani oggi, in Ivi, p. 33. ↩︎

  34. A. Oriani, La Rivolta ideale, cit., p. 33. ↩︎

  35. Allo stesso modo è possibile considerare fondamentali le categorie di qualità e quantità per intendere l’opposizione essenziale tra la tradizione e il mondo moderno tratteggiata da René Guénon in La crisi del mondo moderno. Sotto la categoria della quantità rientra il trionfo della materia, l’atomizzazione della società, la meccanicizzazione delle scienze; sotto la categoria della "qualità" sono invece compresi i fenomeni di natura opposta. R. Guénon, La crisi del mondo moderno, a cura di G. de Turris, A. Scarabelli, G. Sessa, traduzione a cura di J. Evola, Edizioni Mediterranee, Roma 2015, pp. 136 e ss. ↩︎

  36. In termini molto simili, ne Il tramonto dell’Occidente, Spengler delinea uno sviluppo biologico di vita di ciascuna civiltà. Più precisamente la storia di ogni popolo si caratterizza con il susseguirsi di specifiche fasi: la nascita di un’anima collettiva indissolubilmente legata a uno specifico paesaggio, la successiva e progressiva realizzazione di tutte le potenzialità (artistiche, scientifiche, militari, religiose, politiche, linguistiche…) insite a quell’anima, l’inesorabile processo di declino che sancisce prima il trapasso della civiltà a "civilizzazione" e successivamente la morte definitiva dell’organismo-civiltà. Cfr. O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, a cura di R. Conte, M. Cottone, F. Jesi, traduzione di J. Evola, Longanesi, Milano 2008, pp. 173-184. In questa sede si intende constatare semplicemente un’affinità di idee sviluppate da autori di generazioni vicine, dotati di personalità diverse ma anche di una comune percezione critica verso la modernità. Il nome di Oriani non è mai citato da Spengler e, più in generale, difficilmente si può sostenere un’influenza diretta del Nostro su Guénon e su altri intellettuali antimoderni vissuti negli anni Venti. Si può anche approfondire un’indagine di senso opposto, verificare la comunanza di idee (o l’influenza diretta) tra Oriani e altri autori conservatori o critici verso la modernità vissuti nella seconda metà dell’Ottocento. In tal senso, anche nella Psicologia delle folle di Le Bon è reperibile un importante riferimento alla "razza" di un popolo, alla specificità di una serie di credenze, istituzioni e costumi inscritte per natura nell’essenza di una civiltà. Cfr. G. Le Bon, Psicologia delle folle, traduzione di G. Villa, Longanesi, Milano 1980, pp. 79-86. La storica Luisa Mangoni ribalta il giudizio crociano intorno a un Oriani isolato e antagonista della sua epoca e inserisce l’intellettuale casolano nel tessuto intellettuale della seconda metà dell’Ottocento. Una prospettiva simile consente di ritenere La rivolta ideale «come punto di arrivo di sollecitazioni culturali che venivano dalla cultura europea e italiana degli anni precedenti [e che hanno influito sull’intera produzione orianea]». Il riferimento è chiaramente rivolto alla cultura antiparlamentare di Mosca e Vittorio Emanuele Orlando, al rinato idealismo, alle varie dottrine legate alla psicologia collettiva, all’irrazionalismo francese e alla cultura lombrosiana. Cfr. L. Mangoni, Alfredo Oriani e la cultura politica del suo tempo, in Alfredo Oriani e la cultura del suo tempo, a cura di E. Dirani, cit., p. 84. ↩︎

  37. A. Oriani, La Rivolta ideale, cit., p. 20. ↩︎

  38. Ivi, p. 36. ↩︎

  39. Ivi, p. 277. ↩︎

  40. Ivi, p. 33. ↩︎

  41. Ivi, p. 276. ↩︎

  42. Salvatorelli volge il proprio sguardo sugli scritti minori di carattere storico e specialmente su Lotta politica in Italia ed esalta la capacità di Oriani di «cogliere il senso profondo degli avvenimenti, guadandoli con aderenza ai fatti esteriori, ma senza perder mai di vista la complessità dei loro aspetti, e il loro legame nella contemporaneità e nella successione». In una tale prospettiva, in definitiva, «Oriani è uno storico autentico». Secondo Salvatorelli, le uniche critiche che si possono muovere allo storico casolano sono quelle di restare ingabbiato nell’intreccio "materiale" dei fatti politici, di ignorare i particolarismi locali nella storia d’Italia e di abusare di un linguaggio deterministico. L. Salvatorelli, Oriani storico, in Oriani, a cura di G. Spadolini, cit., p. 25. Più o meno su questa linea d’onda Gramsci dal carcere ha etichettato la visione storica di Oriani come «feticistica». A suo avviso, infatti, l’errore di ricerca di Lotta politica consiste nel ridurre il processo storico a "documento", a una serie meccanica, unilineare e determinata di eventi e, conseguentemente, nell’innalzare a protagonista della storia delle entità astratte e mitologiche (l’Unità, l’Italia, la Rivoluzione…). Cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, pp. 1169-1170. ↩︎

  43. A. Oriani, La Rivolta ideale, cit., p. 37. ↩︎

  44. Ivi, p. 37. ↩︎

  45. Ivi, p. 129. ↩︎

  46. A. Oriani, La Rivolta ideale, cit., p. 148. ↩︎

  47. Ivi, p. 20. ↩︎

  48. Ivi, p. 49. ↩︎

  49. Ivi, p. 29. ↩︎

  50. Ivi, p. 29. ↩︎

  51. Ivi, p. 30. ↩︎

  52. A. Oriani, Diana, in A. Oriani, Fuochi di bivacco, Laterza, Bari, 1913, p. 13. ↩︎

  53. A. Oriani, La Rivolta ideale, cit., p. 49. ↩︎

  54. Ivi, p. 45. ↩︎

  55. Ivi, p. 249. ↩︎

  56. Ivi, p. 247. ↩︎

  57. Ivi, p. 272. ↩︎

  58. Ivi, p. 272. ↩︎

  59. A. Oriani, Punte secche, in A. Oriani, Fuochi di bivacco, cit., p. 263. ↩︎

  60. Ivi, p. 265. ↩︎

  61. A. Oriani, La Rivolta ideale, cit., p. 256. ↩︎

  62. Ivi, p. 253. ↩︎

  63. Ivi, p. 256. ↩︎

  64. Ivi, p. 256. ↩︎

  65. A. Oriani, Vaticinio, in A. Oriani, Gli eroi, gli eventi, le idee. Pagine scelte, cit., p. 191. ↩︎

  66. Uno specifico riferimento – seppur soltanto accennato – per l’attuazione di una rivolta e per il ristabilimento del dominio della salita intesa come predominante necessità della vita è individuato nella Russia. Più precisamente, secondo Oriani, il Paese degli Zar è l’unica entità politica in Europa a possedere «ancora l’unità barbarica del comando necessaria alle lunghe imprese», l’unica nazione ancora dotata di un certo vigore e in grado di contrastare le altre potenze extraeuropee. Oriani esprime considerazioni simili anche in La lotta politica. A. Oriani, La Rivolta ideale, cit., p. 74. Cfr. A. Oriani, La lotta politica in Italia. Origini della lotta attuale (476-1887), Società anonima editrice "La Voce", Firenze 1921, vol. III, pp. 380 e ss. In un certo senso l’intellettuale casolano sembra anticipare alcune tesi elaborate da Arthur Moeller van den Bruck in seguito al primo conflitto mondiale. Il filosofo tedesco, infatti, in opposizione alla diagnosi spengleriana dell’imminente e inevitabile fine della civiltà occidentale e al generale clima di pessimismo postbellico diffuso in Germania, invita i propri connazionali ad approfittare della sconfitta militare, a dissociarsi dal destino dei paesi occidentali (delle declinanti "civilizzazioni") e a volgere il proprio sguardo verso Russia, verso i popoli giovani dell’Est per instaurare un nuovo dialogo e per insinuarsi in un contesto adatto alla salvaguardia dei vigorosi valori della "civiltà" occidentale. Cfr. in particolare l’articolo di risposta alle tesi spengleriane pubblicato da Moeller nel 1920 sulla rivista berlinese Deutsche Rundschau, A. Moeller van den Bruck, Tramonto dell’Occidente? Spengler contro Spengler, a cura di S. G. Azzarà, OAKS, Milano 2017. ↩︎

  67. Anche in Spengler e in Nietzsche l’ascesa dell’aristocrazia è successiva al diffuso senso di nausea, alla manifestazione dell’inadeguatezza degli ideali della democrazia e dell’uguaglianza. Più precisamente la visione di Spengler si innesta sul concetto di "civilizzazione", sulla descrizione di una civiltà in declino e soggiogata dalla potenza del denaro; Nietzsche, invece, denuncia la mediocrità morale tipica dei regimi democratici e la meschina figura dell’ultimo uomo. Se la critica alla moderna società di massa presenta importanti affinità nelle riflessioni dei tre filosofi, nel momento costruttivo la descrizione dell’aristocrazia orianiana diverge da quella di Spengler e di Nietzsche per l’assenza di riferimenti legati al carisma e ai valori del sangue. Non a caso, Galli della Loggia associa l’aristocrazia orianiana all’avanguardia intellettuale, agli esponenti della ideologia italiana. Cfr. O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente. Lineamenti di una morfologia della storia mondiale, pp. 1342 e ss. F. Nietzsche, La volontà di potenza. Frammenti postumi ordinati da Peter Gast e Elisabeth Förster-Nietzsche, a cura di M. Ferraris, P. Kobau, traduzione di A. Treves, edizione Bompiani, Milano 2018, pp. 422 e ss. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Luigi Reverdito, Varese 1995, pp. 12-14. E. Galli della Loggia, Alfredo Oriani e «La Rivolta ideale», in I Quaderni del «Cardello». Collana di studi romagnoli dell’Ente «Casa di Oriani», p. 21. ↩︎

  68. A. Oriani, La Rivolta ideale, cit., p. 279. ↩︎

  69. Ivi, p. 215. ↩︎

  70. Ivi, p. 215. ↩︎

  71. Cfr. A. Oriani, Sotto il fuoco, in A. Oriani, Fuochi di bivacco, p. 285. ↩︎

  72. F. Portinari, Le parabole del reale. Romanzi italiani dell’Ottocento, Einaudi, Torino 1976, p. 157. ↩︎

  73. Ivi, p. 150. ↩︎

  74. Ivi, p. 160. ↩︎

  75. A. Vittoria, Il rapporto tra l’intellettuale e la politica in Oriani, in Alfredo Oriani e la cultura del suo tempo, a cura di E. Dirani, p. 257. ↩︎