Introduzione
L’apparato teorico di un’opera imponente, come la Trilogia di Sfere di Peter Sloterdijk è sottoposto alla tensione di molteplici fronti di indagine e offre una miriade di prospettive interpretative, che spaziano su vari campi della ricerca: dall’antropologia filosofica all’estetica, dalla teoria dei media alla filosofia politica, senza dimenticare le numerose derive extrafilosofiche che ne fanno un’opera complessa e a trazione decisamente centrifuga, nonostante l’apparente sistematicità. Questo intreccio innerva il concetto stesso di Sfera che, in quanto collettore dei rapporti del soggetto con l’altro e con l’ek-stasi, si presta a diverse funzioni teoriche tutte ampiamente percorse dallo stesso Sloterdijk: da quelle ancorate alla microsferologia che interpretano le prossimità più intime e primordiali dei soggetti a quelle della macrosferologia che riguardano l’analisi delle grandi costruzioni politiche e culturali. Approfittando di questa ricchezza tematica e semantica, in questa sede, si intenderà prendere in esame il versante macrosferico dell’impalcatura teorica delle Sfere e, nello specifico, il passaggio che presenta e analizza i processi trasformativi occorsi alle forme e alle dimensioni delle relazioni collettive tra gli esseri umani alle soglie della contemporaneità nello spazio politico occidentale. A questo scopo verranno prese in considerazione le teorizzazioni che si dipanano tra la fine del secondo e l’inizio del terzo volume della Trilogia. A questa altezza, Sloterdijk si occupa, infatti, della fine delle grandi sfere inclusive, ovvero del tramonto di quei grandi progetti politici e religiosi a propulsione metafisica che hanno caratterizzato lunghi tratti della storia dell’Occidente. Le ricadute del collasso delle grandi sfere conduce all’approdo nel panorama post-metafisico contemporaneo. Nell’immaginario estroso ed originale che popola le Sfere questo processo viene descritto simbolicamente come il passaggio dai globi (quelle costruzioni politiche e religiose con pretese universalistiche rispetto all’offerta e alle garanzie di senso, con un alto coefficiente di immunizzazione e di costruzione identitaria) alle schiume (configurazioni ridotte e mutevoli della sociazione, nelle quali le prestazioni immunitarie sono ridotte e il tema dell’identità risente dell’iperdiversificazione dei soggetti). L’uso di queste immagini ci permette di mettere a fuoco questo processo come un vero e proprio passaggio di stato psicopolitico che viene definito afrogenesi.1 Follow the subjectivity: come spesso accade nell’opera di Sloterdijk, anche in questo caso, i termini della ricerca si ancorano metodologicamente sull’analisi delle soggettività specifiche che si formano nel rapporto di doppia implicazione con l’ambiente2 — culturale, politico, architettonico — che di volta in volta le circonda, le crea e che queste contribuiscono, nel medesimo tempo, a creare e ad aggiornare. Una chiave di volta per ricostruire la storia del collasso dei globi sembra poter essere rintracciata nell’approfondimento della soggettività dei rappresentanti intesi come media delegati a saturare la distanza tra il centro del potere e della sovranità — emissario di messaggi in forma di ordini e notizie, nonché collettore e stabilizzatore della co-appartenenza sotto l’egida di una grande sfera inclusiva — e lo spazio di caduta di questi ordini e di queste notizie. La funzione di unificazione svolta dai media mostra in prima istanza la centralità del trasporto di messaggi, ordini e notizie per conto di un altro. Ogni globo sembra essere pertanto agire e configurarsi mediante la trasmissione di una grande narrazione inclusiva. Sotto questa formula apparentemente à la page, si cela un sorprendente intreccio che comprende una serie di analisi sull’emanazionismo politico, sull’ascesi e sul concetto di informazione, che permette a Sloterdijk di approdare a una concezione sui generis del rapporto dei media-rappresentanti con il potere, finalizzata a presentare un modello di analisi epocale dell’insorgenza degli spazi politici post-metafisici.
L’emanazione, la decisione e l’essere-in-servizio
Sloterdijk ricalca lo schema centralistico che caratterizza la configurazione dello spazio dell’interazione e della formazione delle narrazioni inclusive nell’epoca metafisica3 dei globi sul modello emanazionistico della sovranità. Quello dell’emanazionismo è uno schema di lungo corso nella storia delle idee con inflorescenze transculturali, che si concentra sull’operazione peculiare messa in atto da un movens che, restando al suo posto, innesca una catena di azioni derivate dalla sua presenza, secondo il movimento dell’irradiazione. In ragione di ciò, è molto frequente nella descrizione di questo modello, l’utilizzo di metafore afferenti alla solarità e alla propagazione del calore. Sloterdijk nel suo riferimento all’emanazionismo non ha in mente solo fonti manifestamente neoplatoniche, ma anche alcuni passaggi del Trattato sul Cosmo per Alessandro,4 un testo pseudo-aristotelico, nel quale si può rinvenire una chiara applicazione politica del modello emanazionistico, che si sostanzia attraverso un parallelismo tra l’operato di un Dio di matrice emanazionistica e quello del Re Persiano. Le due figure sono accomunate da un «auto-operare senza agire».5 Questa è per il filosofo di Karlsruhe la vera cifra caratterizzante della sovranità fondata sull’emanazione. I teorici antichi dell’emanazione rappresentano dunque fonti decisive per l’analisi delle configurazioni, dei segni e dei significati delle narrazioni che hanno contribuito a intessere lo spazio politico dell’epoca dei globi. Un debito che lo stesso Sloterdijk ha ampiamente riconosciuto.
Se si vuole comprendere in modo più preciso l’energetica della dominazione a distanza per mezzo dell’invio di segni dell’essere, è necessario occuparsi della modalità di secrezione e di invio dei segni dal centro del potere. Il focus della ricerca diventa, perciò, un processo nucleare radiocratico con il quale si giunge a una distribuzione dell’essere attraverso raggi e spedizioni di immagini. Il neoplatonismo ha enunciato questa procedura, da principio piuttosto misteriosa, attraverso il concetto di emanazione (ἀπόῤῥοια) — che di norma viene tradotto con irraggiamento o effluvio.6
Con l’esplicitazione di questa «energetica della dominazione» emerge un presupposto fondamentale per la possibilità stessa della produzione di ampie sfere inclusive e della disposizione della sovranità al loro interno. Una condizione di portata tale da assumere il tono di un’assioma nella proposta interpretativa sloterdijkiana:
Sovrano è chi può essere rappresentato, come se fosse presente nel proprio rappresentante. Per questa ragione le grandi sfere inclusive — sia che si tratti di imperi politici o di spazi di irraggiamento della verità, intesi in base al modello dell’ecclesia o dell’academia — hanno bisogno del dispiegamento della possibilità di rappresentanza.7
Ci troviamo di fronte a un ampliamento dello spettro fenomenico a cui si può fare riferimento con l’espressione grande sfera inclusiva: le costruzioni politiche appaiono essere infatti solo un versante di ciò che è descritto con questa formula. Ma non solo, emerge, infatti, con chiarezza la centralità del medium per l’esistenza di una grande sfera inclusiva. Si tratta della presentazione di un medium sui generis, destinato a fare spazio nel suo Sé al Sé del mittente allo scopo di mantenerne intatta la sovranità anche in absentia.
«In una prospettiva idealtipica […] si tratta di rendere presente il centro del potere in un punto distante, come se si trattasse di una presenza reale. Nell’espressione “come se si trattasse di una presenza reale” si esprime il vantaggio del centro del rimanere presso di sé e di vigere, tuttavia, anche in posizioni più lontane sui raggi che lo circondano. La possibilità della rappresentanza dipende perciò interamente da questo “come”».8
Il punto nodale per l’applicabilità di questo come se, consiste nell’impellenza di elaborare un programma che implementi l’efficienza del trasporto delle comunicazioni, in modo tale da eludere il rischio di un depotenziamento della sovranità causato dalla distanza spaziale e (spesso) temporale del mittente, dal punto di caduta dei suoi segni e dalla lavorazione secondaria del messaggio iniziale. L’elusione di questa difficoltà, secondo il filosofo di Karlsruhe, è avvenuta mediante la sistematica ripetizione dello svuotamento di Sé9 richiesto al rappresentante. Ciò ha permesso di normalizzare e routinizzare la disponibilità all’accoglienza della soggettività del mittente conducendo alla possibilità di definire i lineamenti di quella che è a tutti gli effetti un’«etica». Un’etica in grado di garantire la possibilità reale della configurazione di una grande sfera inclusiva e, conseguentemente, la longue durée del successo del modello dell’emanazionismo nella storia delle idee.
Se stabilmente impiegati come funzionari o come messaggeri di un servizio mobile, gli uomini possono dimenticare sé stessi, per meglio ricordare ciò di cui il centro li ha incaricati: questa finzione fantasmatica e, allo stesso tempo, irrinunciabile per l’architettonica del potere ha reso per la prima volta possibile l’etica veteroeuropea (e veteroasiatica) dell’essere-in-servizio.10
Il motivo principale che induce all’assunzione di un compito di questo genere deriva, in linea di principio, dall’incontro del medium con un Altro imponente che lo anima11 — e lo immunizza — mediante la garanzia di un plus di senso. È la presenza incontenibile di questa alterità a costringere colui che ne è animato a trasmettere l’eccedenza di senso, che stilla dall’espressione della fonte del centro emittente dando vita alla narrazione inclusiva.
Se il completamento restasse semplicemente un amico o un amante, il linguaggio di questo amore si consumerebbe in sussurri privati — la parte eventualmente in eccesso sarebbe pubblicabile sotto forma di letteratura. Se l’amato è Dio, le dichiarazioni d’amore e di fedeltà devono rappresentarsi come missione entro ciò che è grande. Il messaggero fornisce la sua prova d’amore per il grande Altro, parlando di lui a delle terze persone.12
Non si può tacere di un rapporto di questa portata. Il riferimento esplicito di Sloterdijk è a Dio, per la tipicità e la purezza del caso,13 ma lo schema non perde di efficacia se applicato a qualsiasi altra animazione monocentrica orientata a garantire prestazioni immunizzanti per le comunità e un orizzonte di senso per i soggetti coinvolti.
Dividere la soggettività con un Altro interno, segnato da un formato monoteistico, conduce […] a uno stress da verità che si deve generare nella prassi missionaria. Per i partecipanti umani a questa dualità ambiziosa sarebbe insopportabile essere imbrigliati insieme a un grande Dio senza regno. Naturalmente questo grande Dio è il partner provvidenziale per la grandezza mondana. Per collaborare con Dio al suo regno, e per prendere parte alla sete di regno stessa, nel partner umano si sviluppa l’unità di azione tra servizio e trasmissione.14
Non si può essere rappresentanti di un Dio senza regno, non si può trasmettere un messaggio che si ritiene essere vuoto. Anche nel caso in cui il messaggio del centro fosse illusorio, inconsistente o addirittura pernicioso; lo svolgimento del compito da parte di un medium deciso non ne risentirebbe. Per Sloterdijk «la decisione del messaggero è la situazione mediocratica fondamentale»,15 ovvero il perno sul quale si struttura — e prolifera - l’intera catena di trasmissione, un innesco di inneschi. Il funzionamento della trasmissione di una narrazione è, infatti, strettamente correlato alla quantità di decisioni ulteriori che un messaggero riesce a innescare a partire dalla sua. In questa catena è molto difficile scorgere un cominciamento o un primo messaggero, «in realtà l’unica cosa possibile è che il messaggero attuale sia preceduto da uno anteriore».16 Maggiore è la funzionalità di questo processo, maggiore è la possibilità di successo dell’emittente in questione. Inoltre, direttamente proporzionale a questo successo, è l’influenza che l’apparato mediale guadagna per sé. È proprio su questa circolarità autofondante che l’etica dell’essere-in-servizio ha costruito la propria fortuna storica.
Tentativi di restaurazione: i Partigiani della Parola Prima17
La preminenza della «decisione del messaggero» nella catena di trasmissione delle grandi narrazioni inclusive rende necessaria una riflessione ulteriore sul rischio dell’acquisizione incontrollata di posizioni di eminenza e di quote di potere da parte della categoria dei rappresentanti. Non è un caso che, già sul piano teorico, i mali collegati al venire meno del medium ai suoi doveri di carità e ascetismo divengano i «modelli politici cardinali di delitto».18 Nella presentazione di queste criticità Sloterdijk ci offre una sponda per un leggero détour, utile ad approfondire alcuni aspetti di un dibattito teorico che si mantiene attivo anche nello spazio politico della contemporaneità. Nello specifico, la suggestione riguarda le critiche mosse dal neoconservatorismo americano nei confronti dell’autoreferenzialità della classe dei rappresentanti, che discenderebbe da una distorsione del modello dell’essere-in-servizio.
Non è un caso che il neoconservatorismo dei nostri giorni, perlomeno quello statunitense, si sia occupato stabilmente della questione dei funzionari di Stato come self-serving class; raggiunge ottimi successi tra il pubblico, quando scende in campo contro il parassitismo di quei funzionari che non servono nessuno; in Europa, nell’ambito del medesimo schema di critica al male burocratico, domina il discorso sulla corruzione, sul formalismo e sullo spreco.19
La schiera degli scettici nei confronti delle aggiunte al messaggio iniziale che vengono apposte dai corpi intermedi è folta e non mancano gli agganci argomentativi di lungo corso nella storia delle idee.
[…] una polemica che si è articolata in modo esemplare nella figura caratteristica del discorso gesuita “Sta scritto, ma sono io che vi dico!”. […] Il suo terreno di coltura è quella nota critica presente nell’ebraismo antico che i farisei rivolgono ai farisei — che dal punto di vista tipologico è possibile mettere in analogia alla critica che i sofisti greci rivolgono ai sofisti.20
Sloterdijk intende dimostrare che il fastidio rispetto all’interpretazione secondaria e all’interposizione di corpi intermedi tra gli emittenti di ordini e notizie e i riceventi, investe in maniera cronologicamente trasversale ed epocale la lotta per il predominio sulle narrazioni. In ognuno di questi casi, i termini della contesa sono i medesimi ed hanno a che fare con il potere acquisito dai rappresentanti per mezzo della messa in circolazione di segni secondari considerati come inautentici. Questi attacchi sono rivolti ad assicurare la preminenza del messaggio iniziale, per come questo è stato emesso in principio. In definitiva l’obiettivo è quello di scongiurare la minaccia dell’insorgenza di ciò che è secondario, che attraverso l’egoismo e l’autoreferenzialità dell’essere-in-servizio parziale (o inautentico) dei media apre la strada alla proliferazione di versioni derivative del messaggio, al politeismo dei mittenti e al pluralismo delle narrazioni, intaccando dall’interno la densità del monopolio. È interessante, d’altro canto, notare come qualora l’obiettivo dei partigiani della Parola Prima fosse raggiunto, verrebbe meno uno dei caratteri definitori delle comunicazioni nello schema emanazionistico classico: «la natura a-chirurgica»21 del centro. La fonte di una trasmissione di tipo emanazionistico è tale in quanto sottostà all’«obbligo ad astenersi dall’intervento della propria mano».22 Un centro informato — «che domina perché sa» — e informante — «che sa come si crea il sapere»23 — opera rimanendo al suo posto. L’«auto-operare senza agire del centro»:
Rimane conciliabile con la sua sovranità solo a condizione che la sua essenza e la sua volontà confluiscano nel sistema di rappresentanza e azione, in un certo senso in modo co-sostanziale, in modo tale che il sovrano senza muoversi, come il movens aristotelico, con una parola appena sussurrata riesca, in modo armonioso e irrevocabile, conferire il giusto corso alle cose.24
Se le cose stanno così non sembra poterci essere emanazionismo politico senza medialità, un’idea che si condensa nel motto francese Dieu règne mais il ne gouverne pas. Quella dei partigiani della Parola Prima è dunque una posizione chimerica da un punto di vista narrativo. Essi hanno l’intenzione di rendere il centro emittente tanto regnante quanto governante, per mezzo del depotenziamento dei media. A questa altezza, il fraintendimento che è alla base di questo genere di argomentazione diviene ineludibile. Il riferimento a una trasmissione pura che agisce dal centro alla periferia di uno spazio dell’interazione su vasta scala senza l’utilizzo di segni, simboli e di un qualche tipo di apparato mediale, difatti è illusorio. Bisogna rilevare, inoltre, come gli stessi partigiani della Parola Prima, attraverso la difesa delle comunicazioni pure assumano il ruolo di media. Media che formalmente desistono dall’agire sul «mondo» in senso trasformativo, perpetuando senza soluzione di continuità un medesimo flusso comunicativo e amplificando il Leitmotiv della conservazione, che rimane un modo di agire sul mondo nella forma della ripetizione e del fare eco. Dalla modernità in avanti, sembra mostrarsi con maggiore chiarezza che la «pienezza del mittente è una funzione della pienezza del segno posta dal rappresentante». Solo seguendo le tracce lasciate dalle conseguenze di questa affermazione compiamo il passo definitivo verso il superamento delle posizioni degli epigoni, del già detto, e ci avviamo nella direzione di una seria considerazione del passaggio dai globi delle grandi narrazioni inclusive alla schiuma della contemporaneità. Queste tracce conducono effettivamente al carattere produttivo inscritto nell’azione del medium, ma in un declinazione che questi critici hanno intuito solo esteriormente — e con timore — senza riuscire a coglierne le ragioni di fondo.
Il concetto di informazione
Abbiamo finora presentato i contenuti della trasmissione per mezzo di termini quali: comunicazioni, ordini e messaggi. Ma è sulla specificità del concetto di informazione che si gioca la partita decisiva, per l’invalidazione dello schema emanazionistico del potere e per la sopraggiunta difficoltà a riprodurre grandi narrazioni nel panorama contemporaneo.
Con le novelle, le nuove storie, inizia davvero ciò che è possibile chiamare un processo d’informazione; […] il flusso moderno di informazioni apre il confronto essenziale delle intelligenze con l’ignoto, con ciò che è esterno e che, fino ad allora, non c’era mai stato; il concetto matematico di informazione, tipico del XX secolo, trae da questo orientamento all’innovazione la sua conseguenza ultima, poiché definisce come informazione solo ciò che è nuovo rispetto al sistema.25
All’Età dell’oro della sferopoiesi su vasta scala è corrisposto il massimo grado di controllo e di chiusura, del circuito della trasmissione dei messaggi del centro emittente. In misura tale da poter strutturare un’atmosfera interna caratterizzata dalla ridondanza, nella quale il controllo dell’incontro con ciò che è esterno è il principale fattore per la difesa dello status quo. L’ignoto è tenuto fuori, così da permettere una ricezione sicura dei messaggi messi in circolazione, facilitata dalla saturazione dello spazio. Ciò conduce all’ispessimento dei sistemi di immunizzazione e alla facilitazione dell’arruolamento di soggetti informati e animati dall’unico emittente legittimamente a disposizione.
Le principali avvisaglie della crisi di questo modello epocale si avvertono sui fronti dei cambiamenti che avvengono nelle soggettività, generati dall’aumento nel numero delle varianti e dei contenuti di ciò che viene messo in circolazione. Sloterdijk raccoglie questa serie di fenomeni sotto il cappello rappresentato dall’introduzione del «concetto matematico di informazione tipico del XX secolo»,26 inteso nel senso specifico di ciò che introduce «ciò che è nuovo rispetto al sistema».27 La comparsa di questo nuovo player in grado di ritagliare degli spazi per nuovi mittenti sul mercato delle comunicazioni nel cuore del monopolio, fa emergere un dato poco sorprendente ma estremamente rilevante riguardo al coefficiente polemogeno di una situazione di aumento degli emittenti: la proliferazione degli emittenti è inversamente proporzionale alla possibilità del loro successo e della loro istituzionalizzazione. Gli esiti di questo assioma su un piano di realtà hanno generato la normalizzazione della lotta per il monopolio della trasmissione, al punto da inquadrarla su uno sfondo di ineluttabilità. Dalla fine dell’etica dell’essere-in-servizio e con l’accresciuta possibilità di diversificazione soggettiva, deriva la possibilità della presentazione di un’accezione specifica del concetto di guerra mondiale.
Qui l’espressione naif degli storici guerra mondiale svela la propria struttura profonda, perché è possibile capire questo fenomeno solo a partire dalla collisione tra posizioni di rappresentanza di rango elevato della presenza salvifica e del suo sistema di trasmissione. “L’impero è una posta e la posta è una guerra”. Ne consegue che ogni teoria sufficientemente sviluppata del segno pieno, della trasmissione e della conferma del ricevimento è un affare che riguarda lo stato maggiore generale.28
L’autore delle Sfere scava tra gli strati di significato dell’espressione guerra mondiale suggerendo una possibilità di risemantizzazione. Questo tipo di conflitto e la sua piena comprensione sarebbero realizzabili solo tenendo presente la base di concorrenza telecomunicativa che soggiace all’avvenimento. La guerra — soprattutto se di questa portata — ha a che fare con l’indifferibile pretesa di monopolio degli emittenti decisi a trasmettere narrazioni con pretese monocentriche e universali. Inoltre, attraverso la straordinaria immagine dell’identificazione dell’impero con la posta e della posta con la guerra, mutuata da Relays29 di Bernhard Siegert, Sloterdijk giunge al culmine di questa risemantizzazione nella chiave di lettura di una teoria dei media — che nel caso specifico definiamo, col termine adoperato dal suo stesso autore: Sferologia. Uno strumento in grado di interpretare gli spazi politici nei termini di circoli coerenti di segni con velleità di garanzie di senso assolute per chi è deciso a trasmetterle.
La teopoiesi esplicita e l’esplosione dei globi
Com’è possibile dire in tono rilassato, i grandi mittenti sono finzioni dei rappresentanti nate dallo spirito di divisione imperiale della sete di potere e di senso?30
La proliferazione delle informazioni squarcia l’atmosfera della ridondanza e apre lo spazio — tanto interno, quanto esterno — all’ambizione di una miriade di nuovi emittenti. Al fine di comprendere quanto questa apertura incida sull’ampiezza delle narrazioni, è utile mettere in spotlight gli snodi che hanno intaccato la preminenza dell’etica dell’essere-in-servizio. Se rappresentare, in questo contesto, vuol dire «produrre immagini e parole nonché occupare gli spazi della presenza dell’immagine e della parola»31 per conto terzi,32 la possibilità di questa rappresentanza è impensabile senza la partecipazione «alla sete di regno» e alla «grandezza mondana» del «partner provvidenziale».33 Si tratta di un tipo di rappresentanza, che non può essere neutra da un punto di vista operativo, ma deve necessariamente implicare un fare che si fonda sull’unità di azione di servizio e trasmissione.
Quale gesto dotato di una propria natura, questo rappresentare è originariamente teopoietico, secondo il verbo greco theopoiein: rendere un dio, divinizzare — un termine nel quale, come anche nel latino deificare, era già espresso in modo chiaro l’attivo apporto del rappresentante alla raffigurazione sacra. È naturale che questo termine venisse bandito dal vocabolario positivo della metafisica monoteistica e della religione cristiana, perché sembrava utilizzabile solo per la teopoesia [Theopoesie] delle posizioni pagane o eretiche.34
È evidente come la rappresentazione della produttività dei media sia uno snodo problematico per l’autobiografia di una rete di trasmissione monocentrica. Se la dimensione del fare fosse stata inclusa nel novero delle caratteristiche del medium, sarebbe stata messa in discussione la geometria stessa della sovranità e, di conseguenza, sarebbero stati invertiti i poli della trasmissione della narrazione. L’orrore per l’attività teopoietica dei rappresentanti dell’Unico Centro non è, tuttavia, una questione solamente interna al sistema di trasmissione religioso. Sloterdijk, a partire da una riflessione che egli stesso fa risalire a Vico, propone l’idea per la quale la teopoiesi, declinata sul versante della «realtà storica dei popoli» premoderni, sia il casus decisivo per la considerazione delle «scienze dello spirito» in chiave costruttivista:
A partire da Giambattista Vico, il fondatore delle scienze dello spirito, le quali, come vediamo sempre meglio, andrebbero chiamate scienze delle sfere, è stato enunciato l’argomento secondo il quale la realtà storica dei popoli prima della modernità sarebbe stata intesa eo ipso in chiave teopoietica, e che la scienza dell’uomo deve perciò essere la scienza delle forme di vita che scrive se stessa in forma di poesia.35
Il campo di indagine e di narrazione che fu occupato dalla poesia — intesa da Sloterdijk come arte eminente dell’autorappresentazione metafisica delle sfere, riconosciuta solo ex post — dalla modernità in avanti, proprio a causa dell’emersione della serie di problematicità connesse al ruolo attivo dei media, ha ceduto il passo in maniera irrevocabile. La fine dell’illusione della possibilità di una pura trasmissione ha ceduto il passo in maniera definitiva alla comprensione del ribaltamento tra i ruoli dei centri emittenti, dei media e dei destinatari.
La proliferazione dei centri, la crisi dell’autore e il punto di vista democratico
La crisi dell’autore non ha colpito già da molto tempo anche il cielo? E la crisi del rappresentante non è forse il pendant del tramonto del mittente assoluto? Dove sono finiti i postini altruisti dopo che, prima, avevano occupato tutti i posti interessanti?36
Raccogliere l’invito a cercare «postini altruisti» per emittenti metafisici significa addentrarsi in un vicolo cieco. Più utile, al fine di rispondere a questi quesiti, è provare a capire le trasformazioni della logistica della consegna di messaggi nella «modernità» post-metafisica. Sloterdijk introduce il tema con (più di) un velo di ironia, considerata la crescente importanza del settore della logistica nell’Occidente contemporaneo:
I puri trasporti di trasmissioni sono oggi garantiti al meglio dai servizi privati di consegna dei pacchi, i quali si fanno pagare a caro prezzo la loro altruistica puntualità. Tutti gli altri servizi di consegna, anche quelli sacri, vanno visti come attività svolte da uomini dediti ad affari mediali, che si preoccupano dello share del mercato dei messaggi, e ciò interamente per ragioni che non è facile descrivere come altruistiche.37
L’obiettivo della consegna e di chi se ne incarica non è più la trasmissione di un messaggio talmente ingombrante, denso e partecipato da non poter fare a meno di trasmetterlo. Con la proliferazione degli emittenti e con l’acquisita consapevolezza del ruolo produttivo degli addetti «agli affari mediali», l’obiettivo diventa ampliare le quote di share per il proprio centro di emissione.
Nella modernità è sempre il mittente a pagare l’affrancatura, mentre nell’epoca metafisica a ciò doveva provvedere il ricevente. La storia economica del monoteismo classico non è stata forse un tentativo su vasta scala di far pagare l’affrancatura non al mittente, ma al ricevente?38
Per ottenere una quota maggiore sul mercato delle comunicazioni ogni centro deve rendersi — o deve essere reso — appetibile, in questo modo si ribalta il rapporto della trasmissione tra mittente e destinatario del messaggio. Per l’inversione di questa polarità e per la subordinazione dei messaggi alla logica dello share, è difficile, nella modernità, poter utilizzare «espressioni monocentriste» in riferimento a flussi delle trasmissioni. Eppure i tentativi di revival avvengono più spesso di quanto si sia disposti a credere, causando la riproposizione di idee chimeriche — e distopiche — di trasmissioni pure, dense e lineari. Non bisogna, tuttavia, sottovalutare che il superamento dello schema monocentrico non mette a tacere gli effetti psicodinamici di secoli di grandi narrazioni. La possibilità di un’animazione tendente al monocentrismo si può riproporre anche in presenza di una pluralità di mittenti, come ha sostenuto Mirko Alagna in un lavoro monografico su Peter Sloterdijk:
Se anche ogni “società” è stata schiuma, il suo rappresentarsi come unica sfera compatta, inglobante e distante da altre ha causato atteggiamenti, abitudini, istituzioni, pratiche, scelte politiche opposte alla sua “schiumosità”, diverse e irrispettose della pluralità mobile del sociale, e quindi ha contribuito a modellare uno spazio interno effettivamente e realmente meno schiumoso e a più alta densità atmosferica. Il nostro mondo e il nostro tempo, in questa prospettiva, sono “solamente” quelli in cui l’illusione è crollata: ciò però non significa la semplice presa di consapevolezza di un dato preesistente e inconscio, ma implica anche il frenare degli effetti che quell’illusione provocava, imponendo e attuando una modifica degli atteggiamenti, abitudini, istituzioni, pratiche e scelte politiche dell’epoca precedente e un rarefarsi effettivo di quella densità.39
Il retaggio della centralizzazione monopolistica continua a esistere all’interno dell’atmosfera a bassa densità della contemporaneità — attraverso pratiche consolidate, tradizioni e istituzioni- generando ulteriori tensioni e conflitti tra le bolle che si muovono, si intersecano, si contaminano e confliggono nella Schiuma.
[…] la storia delle creazioni di sfere — di volta in volta con i loro giochi linguistici, la loro border politics e le loro funzioni di verità — è andata oltre il suo medioevo metafisico, cioè oltre lo stadio delle monosfere totalistiche. A partire dal viaggio di Colombo, la storia del “mondo” doveva trasformarsi in una sequenza protratta di guerre mondiali […].40
È proprio nel confronto, seppure vittorioso, di quelle guerre mondiali occorse con le altre monosfere regionali, che gli europei hanno cominciato ad elaborare il rapporto con esterni a loro volta pieni e a intuire, non senza eventi catastrofici, il passaggio dal monocentrismo dei globi al pluralismo — non ancora pienamente dispiegato, tantomeno accettato e, pertanto, conflittuale della Schiuma. A questo ha inoltre contribuito, in maniera decisiva, sul piano delle scoperte scientifiche e dello sfondo culturale, la ferita narcisistica della rivoluzione copernicana e del passaggio — rilevantissimo sul fronte della comprensione dello spazio — «dalle scorze celesti aristotelico-cattoliche all’universo infinito»:
Da qui in avanti gli europei hanno dovuto prendere atto di un esterno, che solo con grande dispendio di negazioni era possibile continuare a raggruppare intorno a un centro collocato a Roma o a Gerusalemme. A partire dal debutto del colonialismo, i signori europei avevano dovuto sapere e avevano potuto comprendere il fatto che la cosiddetta periferia era qualcosa di molto diverso dal semplice margine di un centro che risiedeva nella madrepatria.41
La fine dell’illusione monocentrica comporta un ridimensionamento delle velleità delle narrazioni inclusive. L’incontro tra «monosfere regionali» ha permesso, inoltre, di mettere in rilievo una nuova possibile descrizione del potere in un orizzonte policentrico.
The inconsistency of an image of power as a compact and monolithic “thing” owned by someone to the detriment of others has become dramatically visible; what emerges is a mobile and foamy picture with contrasts, negotiations, momentary alliances, strategies of direct and indirect conditioning.42
Non si può più sostenere tanto facilmente un’idea «compatta» e «monolitica» del potere, ci troviamo di fronte a uno spazio nel quale l’interezza è il risultato di riconfigurazioni, lotte e interventi.43 La ricerca dello share soppianta il servizio a una (pur sempre presunta) verità in un orizzonte dai marcati tratti neopoliteistici,44 generando un riorientamento delle soggettività coinvolte nella trasmissione e dell’ambiente stesso in cui avvengono queste interazioni. Si ampliano le possibilità di produzione di messaggi, aumenta la consapevolezza dei produttori sugli effetti della loro attività e si moltiplicano le occasioni di prendere parte al «mercato» dell’informazione. Ciò si traduce in una ridescrizione della prassi sferopoietica di portata tale da produrre una frattura epocale: il passaggio di stato dai globi alla schiuma.
La situazione appena delineata non rappresenta, tuttavia, l’avvenuto approdo nel migliore dei mondi possibili. L’uso di una semantica afferente al linguaggio dell’economia di mercato per descrivere questi fenomeni offre il fianco alla considerazione del rischio della strutturazione di oligopoli, o di incancrenimenti sul fronte della libera emissione delle informazioni, che permettono il rientro di quelle pratiche di controllo dell’accesso alla produzione di reti di trasmissione, con l’aggravante della dissipazione dei contenuti di senso e del cedimento delle garanzie di immunizzazione che caratterizzavano le grandi narrazioni dell’epoca metafisica. È, forse, sulla base di questo non detto che Sloterdijk descrive in maniera pessimistica i contorni di quanto avviene nelle schiume e nella cultura di massa che caratterizzano la contemporaneità:
In essa è possibile celebrare la rivelazione duratura della banalità; ma in realtà, non c’è nulla da celebrare, ai partecipanti non resta che girare imperterriti l’ingranaggio dell’autoapplauso per ciò che non è poi così speciale.45
Eppure, dal punto di vista della messa in pratica del pluralismo:
L’opzione della cultura banale non è in sé banale; così come nella tarda Antichità la decisione è andata al primato del Vangelo anziché alle muse, così la modernità postmodernizzata vota per il primato della democrazia anziché per quello dell’arte filosofica. La conseguenza di gran lunga più gradevole che ne deriva: la convivenza pacifica di tutti i messaggi senza violenza e senza contenuto […].46
Se, dunque, è legittimo pensare che, al fine della salvaguardia di un assetto democratico e genuinamente pluralista, è auspicabile la proliferazione dei messaggi svincolati da una pretesa necessità di grandezza, e la diminuzione delle garanzie di immunizzazione attraverso il venir meno della radicale stabilizzazione del senso e l’indecisione dei media. Proprio perché le conseguenze di un’adesione al modello del centralismo — inteso nei termini di una filiazione dell’emanazionismo — sfociano nell’asfissia della riproduzione, sempre uguale, di una comunicazione ridondante, nella quale la trasmissione efficace dei segni del centro serve ad annullare la distanza tra centro e periferia “solo” per «assicurare la reale presenza del comando, e di colui che lo ha impartito, nel luogo del ricevimento del messaggio, come se provenisse dalle immediate vicinanze».47
Tuttavia, Sloterdijk avverte che dalla liberalizzazione del banale deriva il contrappasso connesso al rischio dell’appiattimento e dell’indifferenza delle narrazioni che si sostanzia nei termini dello:
[…] eterno ritorno del leggermente altro, l’autodiffusione attraverso altoparlanti da parte delle società dei media di un mix, a un tempo sempre uguale ma sempre nuovo, di nonsense e non-nonsense, libertà di scelta tra diverse forme di azione della medesima decadenza; emancipazione del parlante dall’obbligo di dover avere qualcosa da dire.48
L’«emancipazione del parlante dall’obbligo di avere qualcosa dire» è sicuramente una «conseguenza gradevole» della fine delle grandi narrazioni, purché il discorso senza senso non divenga una circostanza obbligata.
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Cfr., Peter Sloterdijk, Sfere III, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015, pp. 19-79. ↩︎
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Bisogna considerare il debito che Sloterdijk contrae con l’opera del biologo Jakob von Uexküll in riferimento all’uso del termine ambiente. Cfr. Jakob von Uexküll, Ambienti animali e ambienti umani, Quodlibet, Macerata, 2010. ↩︎
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Sloterdijk rinviene l’inizio di questa epoca della produzione di Sfere nell’antichità greco-romana e persiana, ma ne individua l’apice nell’Età medievale. Cfr., Peter Sloterdijk, Sfere II, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014, pp. 112-113. ↩︎
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Cfr., Pseudo-Aristotele, Sul cosmo, tr.it. in G. Reale, A.P. Bos, Il trattato Sul Cosmo per Alessandro attribuito ad Aristotele, Vita e Pensiero, Milano, 1995, 397b 25-30. ↩︎
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Peter Sloterdijk, Sfere II, cit., p. 657. ↩︎
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Ivi, pp. 650-651. ↩︎
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Ivi, p. 613. ↩︎
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Ivi, p. 614. ↩︎
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La resa in italiano del termine tedesco selbstlos non è pienamente efficace. Come ha rilevato, attraverso un approfondimento in nota al testo, il curatore dell’edizione italiana della trilogia delle Sfere: «Il termine tedesco selbstlos significa “altruista”, letteralmente “colui che è privo di sé: in questo caso è impossibile rendere il gioco di parole proposto dall’autore, che prima dichiara il medium “privo di sé” e poi usa l’aggettivo selbstlos per definire gli angeli, perché in italiano il termine “altruista” fa riferimento all’”altro”, e solo mediatamente all’idea che un altruista sia colui che non pensa a sé». Gianluca Bonaiuti, in Peter Sloterdijk, Sfere II, cit., p. 671 [44]. ↩︎
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Ivi, p. 677. ↩︎
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La storia descritta nelle Sfere, come ogni storia, è a detta del suo autore «storia di rapporti di animazione» in una eco corrosiva del famoso adagio marxiano. Ivi, p.628. ↩︎
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Ivi, pp. 711-712. ↩︎
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Si noti come l’utilizzo di una semantica afferente all’ambito della religione sia prevalente in tutto il testo. Ad esempio, Sloterdijk individua il caso paradigmatico del medium di una grande sfera inclusiva nella figura di Paolo di Tarso e nella radicalità della sua dedizione al compito di trasmettere il messaggio dal quale è animato. Tuttavia già nel ruolo dell’apostolo possiamo individuare un’unità di servizio e azione creatrice che sembra mescolare i ruoli e sfuggire alla pretesa purezza della trasmissione nello schema emanazionistico del potere. Cfr. ivi, pp. 613-638. ↩︎
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Ivi, p. 712. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Questa espressione è un hapax legomenon e indica coloro i quali si pongono in posizione conflittuale rispetto alle posizioni mediali e intermedie. Cfr., Ivi, p. 680. ↩︎
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Ivi, p. 678. ↩︎
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Ivi, pp. 678-679. ↩︎
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Ivi, p. 679-680. ↩︎
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Ivi, p. 657. ↩︎
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Ibid. ↩︎
-
Ibid. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Peter Sloterdijk, Sfere II, cit.,p. 646. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Ivi, p. 702. ↩︎
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Bernhard Siegert, Relays: Literature as an Epoch of the Postal Service, Stanford University Press, Reedwood City, USA, 1999. ↩︎
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Peter Sloterdijk, Sfere II, cit., p. 714. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Forse, considerato il contesto, sarebbe più appropriato dire “per conto dell’Uno”. ↩︎
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Infra, pp. 4-5. ↩︎
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Peter Sloterdijk, Sfere II, cit., pp. 712-713. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Ivi, p. 714. ↩︎
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Ivi, p. 714-715. ↩︎
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Mirko Alagna, Peter Sloterdijk. Madre, Antigravitazione, Thymòs, Mostro, DeriveApprodi, Roma, 2021, pp. 74-75. ↩︎
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Peter Sloterdijk, Sfere II, cit., pp. 724-725. ↩︎
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Ivi, p. 725. ↩︎
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Mirko Alagna, Houston, We Have a Problem. Sloterdijk and the Anthropocene, European Journal of Creative Practices in Cities and Landscapes, Vol. 5, No. 1, 2022, p. 75. ↩︎
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Cfr. Bruno Accarino, pp. LXI-LXV. Prefazione alla Trilogia di Sfere, in Sfere I, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Peter Sloterdijk, Sfere II, cit., p. 727. ↩︎
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Ibid. ↩︎
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Ivi, p. 669. ↩︎
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Ivi, p. 727. ↩︎
