La rivoluzione arginata di Edmund Burke, una traduzione italiana dimenticata

Un’insolita vicenda editoriale

La rivoluzione arginata è un’opera misteriosa. Si tratta della traduzione di un discorso parlamentare di Edmund Burke che, come recita il frontespizio, è stato «per la prima volta italianizzato». Da chi, però, non è dato saperlo. Pubblicato nel 1798, fin da subito l’opuscolo di appena 32 pagine è avvolto da un fitto mistero: il traduttore è anonimo, sicché è un enigma anche il motivo della stessa operazione editoriale. Si sa solo che il tipografo è Francesco Andreola e che la città della stampa è Venezia. Altri dettagli sono oscuri e, presumibilmente, ormai perduti per sempre. Non è perduta però l’opera in sé, ancora rinvenibile in qualche biblioteca e qui per la prima volta digitalizzata.

Ad aggiungere maggiore aura di mistero al pamphlet è il fatto che La rivoluzione arginata sembra essere stata dimenticata dagli interpreti italiani di Edmund Burke: non è quasi mai citata negli studi specialistici sul suo pensiero ed è anche sparita dagli elenchi delle opere burkeane tradotte in italiano.1 La cosa è alquanto curiosa, dacché la traduzione ripropone in italiano un rilevante e rimarchevole discorso parlamentare del politico anglo-irlandese. Trattasi dell’intervento del 9 febbraio 1790 nella Camera dei Comuni e noto come On the Army Estimates, Comprehending a Discussion of the present Situation of Affairs in France. Impossibile sottovalutare l’importanza dell’orazione di Burke: è la sua prima, clamorosa presa di posizione pubblica contro la Rivoluzione francese – tematica che, com’è noto, rimarrà legata al suo nome nei secoli a venire e alla quale egli dedicherà il più noto Reflections on the Revolution in France (novembre 1790). A tal proposito, bisogna notare che nell’edizione italiana del 1798 non c’è alcuna indicazione circa il discorso originale di Burke, e al lettore è pressoché impossibile risalire all’intervento parlamentare del 9 febbraio 1790. Si aggiunga che il titolo, La rivoluzione arginata, è stato scelto arbitrariamente dall’anonimo traduttore, contribuendo ad accrescere la difficoltà dell’intelligibilità dell’opera.

Ad ogni modo, l’edizione del 1798 è interessante, se non altro perché rappresenta l’unica traduzione italiana del sopracitato discorso. Come riporta Mauro Lenci, al dibattito parlamentare del 9 febbraio 1790 «nei giorni successivi i maggiori giornali europei diedero particolare risonanza»2. Roberto Zapperi rintraccia nella gazzetta Notizie del Mondo del 6 marzo 1790 la notizia di quella stessa orazione burkeana commentata da Giuseppe Compagnoni nel seguente modo: «Il sig. Burke aggiunse che la Rivoluzione di Francia aveva prodotta una democrazia sanguinaria, tirannica e feroce»3. Così è stato accertato che fin da subito il discorso del 9 febbraio giunse in Italia, verosimilmente nell’originale inglese o nelle eventuali traduzioni francesi. Bisognerà però aspettare il 1798, e quindi appunto La rivoluzione arginata, per la prima traduzione italiana.

La lettera dedicatoria dell’anonimo traduttore

L’opera si apre con una epigrafe inserita dal traduttore che recita così: «Giustifichiamo all’uomo le vie di Dio. Pope, “Saggio sull’Uomo”». Segue una dedica: «Alla sua unica amica M. Lore-Kiss» e, poco più giù, una lettera dedicatoria lunga qualche pagina. Si tratta di un testo dello stesso traduttore offerto alla sua presumibile amante M. Lore-Kiss, anch’ella misteriosa figura sulla quale non sono noti dati biografici.

Ad aver studiato e catalogato la prima ricezione in Italia del pensiero di Edmund Burke è stato il già citato Roberto Zapperi, in uno scritto che è essenziale per un corretto inquadramento del ruolo di Burke all’interno dell’Illuminismo italiano della seconda metà del secolo XVIII. A fronte di un ingente lavoro d’archivio, Zapperi è costretto a concludere, a proposito di La rivoluzione arginata, che «non mi è riuscito di identificare l’ignoto traduttore, né la sua amica inglese»4. Scrive più estesamente:

Nel 1798 un anonimo letterato pubblicò la traduzione italiana del discorso On the Army Estimates, segnalato a suo tempo dal Compagnoni, dedicandolo «alla sua unica amica M. Lore-Kiss», a quel che pare una dama inglese amata dal traduttore. La dedicatoria, traboccante di un’enfasi sentimentale che tradisce un’educazione retorico-letteraria piuttosto che politica, insiste sull’eloquenza del deputato irlandese definita «una musica», ne ricorda la recente scomparsa e accenna a un elogio di circostanza. Solo le ultime righe si riferiscono, ma molto discretamente, al contenuto dell’opuscolo tradotto e all’impegno controrivoluzionario dell’autore.5

Zapperi dà per certo che M. Lore-Kiss sia di origini inglesi. Ma questo a noi sembra un’assunzione infondata. D’altra parte, perché tradurre l’opera in italiano se M. Lore-Kiss fosse stata inglese? C’è anche un ulteriore indizio che mette in discussione la presunta origine inglese della dama: il traduttore la chiama «estimatrice della nazione Inglese», e aggiunge: «Abbiti da me non un amoroso romanzo, ma una sentenza da meditare. È opera d’un suo parlamentario». Ora, il traduttore si rivolge alla sua amata con il tu, sicché quel «suo parlamentario» è riferito alla nazione inglese e non alla donna.

Anche se il nome, M. Lore-Kiss, è di evidenti origini inglesi, a noi sembra essere più un affettuoso appellativo per il semplice fatto che “kiss” è l’inglese per «bacio», esprimendo credibilmente un giocoso scherzo tra i due. L’anonimato, poi, potrebbe essere una esigenza dettata dalla necessità: da quanto risulta dalla dedica, la donna starebbe soffrendo per una situazione a lei sconveniente, di dolore e sofferenza (forse un matrimonio forzato?) «Nata ad amare, tu non hai per te che gli sguardi ed i desiderj; e soffri. Nata a leggere, appena il puoi sopra una steril gazzetta; e soffri. [… Quest’opera] più si conviene al tuo stato di violenza». L’anonimo traduttore non poteva esporsi pubblicamente con un dono così vistoso e anche un po’ sfrontato – così, almeno, risulterebbe dalle parole della dedica.

È degno di nota il finale: «Senz’adulazione e senz’interesse ho il piacere di sottoscrivermi. Immutabile, e Grato». Le ultime parole sono stampate in basso a destra, proprio laddove si è soliti firmare i documenti. Ma quelle parole non corrispondono a un nome. Si è dunque portati a credere, e specialmente in forza di quel «ho il piacere di sottoscrivermi», che «Immutabile» e «Grato», entrambe con la maiuscola, siano due parole scelte non a caso, e che le iniziali – I.G. – nascondano il nome del traduttore.

Le intuizioni del traduttore e la great chain of being

L’anonimo traduttore elogia Edmund Burke a più riprese, al contempo non dimenticando che «dalle mischie politiche […] sempre uscì con gloria, non però sempre con trionfo». Questa considerazione rivela una certa conoscenza della carriera politica di Burke: probabilmente si riferisce al famoso impeachment di Warren Hastings, governatore generale dell’India britannica dal 1774 al 1785. Il processo, promosso proprio da Edmund Burke, durò dal 1787 al 1794, concludendosi con l’assoluzione di Hastings e con il conseguente ritiro di Burke dal Parlamento.

Il traduttore conclude che Burke «ebbe quello, che Bossuet chiamava illuminazione». Jacques Bénigne Bossuet (1627-1704) è stato un autorevole vescovo cattolico e precettore del delfino Luigi di Francia, figlio del re Luigi XIV. Grande apologeta della fede cattolica, Bossuet è considerato da Paul Hazard una personalità cardine di quella che fu la crisi della coscienza europea di fine secolo XVII e inizio secolo XVIII. Bossuet rimprovera l’invincibile bisogno di critica così diffuso nella società del suo tempo, e scrive: «Ciascuno si arroga la libertà di dire: “Io intendo questo, non intendo quello”; e su quest’unico fondamento, si approva e si nega tutto quel che si vuole, senza riflettere che, oltre alle nostre idee chiare e distinte, ce ne sono di confuse e generali, che contengono tuttavia Verità così essenziali che, negandole, si distruggerebbe tutto»6. Impossibile non riconoscere una certa somiglianza, quantomeno di attitudine, con il pensiero di Edmund Burke. Egli infatti sostiene in Reflections in the Revolution in France: «È uno dei mali più gravi della nostra epoca – e non una delle sue splendide glorie, come affermano questi signori – che tutto debba essere discusso»7. E difende altresì quelli che chiama i pregiudizi (prejudices): nella filosofia burkeana, il pregiudizio è «un movente forte abbastanza per attuare il principio razionale insito in esso mentre racchiude in sé un elemento affettivo tale da garantirne la permanenza nei cuori umani»8. In conclusione, sembra che i «pregiudizi» di Burke e le «idee confuse e generali» di Bossuet siano similari nella forma oltreché nel contenuto, e che siano inoltre ambedue oggetto degli aspri attacchi da parte dei philosophes e dei free thinkers dell’epoca. L’ignoto traduttore di La rivoluzione arginata sembra dunque aver avvertito l’affinità, non avendo avuto però l’occasione di esplicitarla più estesamente.

L’epigrafe, posta dal traduttore all’inizio del testo, recita così: «Giustifichiamo all’uomo le vie di Dio. Pope, “Saggio sull’Uomo”». Alexander Pope compose An Essay on Man tra il 1730 e il 1732, un’opera che divenne fin da subito espressione del «sentimento fondamentale dell’epoca»9, come scrive Ernst Cassirer in La filosofia dell’Illuminismo. La citazione posta come epigrafe è tratta dalla prima epistola che compone l’opera popeana e che nell’originale inglese suona così: “But vindicate the ways of God to Man” (I, 16). Si tratta di una variazione dell’espressione di John Milton contenuta in Paradise Lost, “And justify the ways of God to men” (I, 26). Come giustificare e razionalizzare i piani di Dio agli uomini? Ecco, è proprio questa la questione che ruota intorno a Saggio sull’Uomo, e l’anonimo traduttore di La rivoluzione arginata sembra ravvisare un rapporto tra questa e le parole di Edmund Burke.10

Alexander Pope si domanda quale posto occupi l’uomo nell’universo. La risposta è: quello a lui più congeniale e in accordo alla Volontà di Dio. Dunque

l’uomo non è che parte di un ordine che lo implica e che perciò lo trascende. È l’armonico tutto a rivelare la catena dell’essere, che è retta da Dio, non dall’uomo; in essa l’uomo è solo un anello intermedio. Per questa ragione, lo studio adatto all’uomo è lo studio di sé; non è alla conoscenza della volontà divina che l’uomo deve rivolgersi ma a se stesso.11

L’opera popeana è una critica alla presunzione di valicare il proprio posto nella great chain of being: «Non dire che l’uomo è imperfetto e il Cielo in fallo; / Di’ piuttosto che l’uomo è perfetto quanto deve, / La sua conoscenza commisurata al suo stato e posto»12. Continuando sul tema della conoscenza, possiamo leggere:

Tu, più saggio! Con la bilancia del tuo giudizio / Soppesa l’opinione tua contro la Provvidenza. […] Nell’orgoglio, nell’orgoglioso ragionare sta il nostro errore, / Nell’abbandonare il nostro àmbito per lanciarci nei cieli. / L’orgoglio ancor mira a beata dimora, / Angeli vorrebbero essere gli uomini, gli angeli dèi, / Gli uomini son ribelli anelando ad essere angeli; / Chi anche solo desìderi capovolgere le leggi / Dell’Ordine pecca contro l’Eterna Causa.13

A noi sembra che il collegamento tra la scelta dell’epigrafe e il pensiero burkeano sia da rintracciare proprio nel tema della conoscenza. Per Burke la ragione «costituisce solo una parte [della natura umana], e nemmeno la parte più grande»14; ugualmente Pope sostiene che «due principî regnano nella natura umana, / L’amor proprio quale sprone, la ragione quale freno; / Né possiamo definire questa un bene, quello un male, / Giacché ognuno segue il suo fine: muovere o governare il tutto»15. L’uomo non è interamente razionale, altrimenti sarebbe un angelo; l’uomo non è interamente animale, altrimenti sarebbe una bestia. «L’uomo è l’essere più stolto e più saggio che esista»16, scrive altrove Burke. Il tema, già pascaliano, è senz’altro presente e definisce intimamente, talvolta per influenza diretta e talaltra per mera similitudine, la concezione di Burke e quella di Pope. Come scriveva Burke già nel 1756:

un’intelligenza non frenata dalla coscienza della propria debolezza, del posto subordinato che occupa nell’universo, e del grave rischio che si corre lasciando sbrigliare l’immaginazione su alcuni temi, può attaccare in modo convincente anche ciò che vi è di più grande e venerabile, e non trova difficoltà ad attaccare la stessa Creazione.17

Tanti sono i riferimenti nei testi di Burke che lo collegano alla tradizione della great chain of being,18 come puntualmente segnalato anche da Mauro Lenci19 e come in apparenza ravvisato dall’anonimo traduttore di La rivoluzione arginata. Tra questi: tutte le creature sono «ciascuna al proprio posto stabilito [each in their appointed place]. Questa legge non può essere soggetta al volere di coloro che, da un’obbligazione superiore a essi e ad essi infinitamente superiore, sono obbligati invece a sottometterle il proprio volere»20. E inoltre: «Il temibile Autore del nostro essere è anche l’Autore del nostro posto nell’ordine dell’esistenza; avendoci disposti e ordinati con una tattica divina [a divine tactick], non secondo la nostra volontà ma conforme alla Sua, ci ha per quella disposizione virtualmente obbligati a recitare la parte conveniente al posto assegnatoci»21. In Thoughts and Details on Scarcity Burke scrive che «un tentativo di spezzare in un qualunque punto questa catena di subordinazioni [chain of subordination] è assurdo nella stessa misura»22. Risuona qui il monito di Alexander Pope: «Tutto questo maestoso Ordine sia spezzato. Per chi? Per te? / Vile verme! – oh pazzia, orgoglio, empietà! / Cosa accadrebbe se il piede destinato a calpestare la polvere, / O la mano destinata a faticare, aspirassero ad essere la testa? […] Smettila, dunque, non chiamare l’Ordine Imperfezione»23. E conclude: «Chi ben ragiona si sottomette»24, «Sottomettiti, in questa o qualsiasi altra sfera / Sarai certo di avere felicità quanta puoi serbarne»25.

A chi sono rivolti gli appelli di Burke che tradiscono un inequivocabile accento popeano? Chi starebbe rompendo la great chain of being, compiendo violenza contro la Provvidenza26 che ci ha disposti ciascuno al proprio posto? Chi abusa della ragione, attribuendole un ruolo così di supremazia che, però, è menzognero quando non pernicioso? Per rispondere a questa domanda dobbiamo volgerci al contenuto di La rivoluzione arginata.

Contenuto del discorso e tematiche burkeane

L’obiettivo polemico di Edmund Burke è rappresentato dalla Rivoluzione francese, quel grandioso evento che il pensatore anglo-irlandese giammai sottovalutò ma che anzi, e fin da subito, si prodigò di contrastare. Il discorso qui presentato per la seconda volta in lingua italiana, quantunque nella stessa traduzione del 1798, rappresenta la prima presa di posizione pubblica di Burke contro gli sconvolgimenti rivoluzionari francesi – e questo già il 9 febbraio 1790, quasi contemporaneamente allo svolgersi della stessa Rivoluzione. La cosa sorprendente è la presenza, già in La rivoluzione arginata, di tutti i motivi27 che distingueranno l’elaborazione burkeana negli anni a venire e che gli conferiranno quel riconoscimento destinato a sopravvivere fino ad oggi: dalla denuncia del pericolo dell’anarchia28 alla condanna dell’ateismo,29 «vizio abbominevole» (infra); dalla critica all’inganno di «un falso amore di libertà» (infra) alla netta disapprovazione dello spirito d’innovazione (a suo giudizio «il più grande di tutti i mali»30), quest’ultimo contrapposto alla giusta riforma (finalizzata a «reincarnare i principî morali immutabili in nuove circostanze»31); fino alla preoccupazione per la proprietà (vieppiù minacciata dai livellatori) e alla severa critica dei diritti dell’uomo («efficaci strumenti di dispotismo»32) che compongono quel pericoloso «digest of anarchy» (infra); senza ignorare, inoltre, la minaccia rappresentata dalla supposta eguaglianza33 innalzata a principio universale che, in verità, nasconde una sotterranea guerra alla nobiltà e all’aristocrazia; per giungere, infine, alla negazione risoluta – e Burke sarà costretto a ribadirlo nelle sue opere future – di qualsivoglia consonanza fra la Rivoluzione francese e la Gloriosa rivoluzione del 1688.34

La rivoluzione arginata è un documento importante, un’orazione carica di un travolgente trasporto emotivo e, insieme, di una fredda lucidità. Sono i rivoluzionari francesi ad aver rotto la great chain of being, asserisce Burke – e questo sembra sostenerlo esplicitamente, senza però citare Alexander Pope, allorquando considera l’intero edificio sociale e politico come composto da una lunga «catena della subordinazione [chain of subordination]» (infra), tale per cui, scrive Pope, «se ogni sistema secondo un ritmo ruota, / In egual misura ciò è essenziale al mirabile tutto. / La più piccola confusione in uno solo, non soltanto / Quell’intero sistema, ma il tutto farebbe cadere»35.

Burke, insomma, ritiene che la Rivoluzione sia catastrofica nei suoi effetti e preoccupante nelle sue cause, dacché è facile a diffondersi e il suo esempio (tematica che tratta nella prima parte di La rivoluzione arginata) può infondere coraggio a sobillatori e incendiari in qualunque angolo d’Europa. Piuttosto, a Burke interessa «la continuità storica»36 di una data società politica e il suo «equilibrio costituzionale»37, senza con ciò sostenere un altrettanto pernicioso immobilismo, bensì garantendo in tal modo un’evoluzione graduale e ponderata o, in altre parole, prudente.38 Scrive Eugenio Garin commentando le posizioni burkeane: «Riforma ed evoluzione vanno contrapposte alla rivoluzione che, in nome della libertà che non esiste senza giustizia, infrangendo la norma, si fa instauratrice di arbitrio e, quindi, di dispotismo, di “ateismo”, anteponendo fatalmente a un qualsiasi diritto la forza e la violenza»39. Burke, in altre parole, considera il vero uomo politico colui che «non promuove rivoluzioni ma, guidato dalla prudenza, propone riforme basate sulla pratica di governo»40.

Il tema portante di La rivoluzione arginata, perciò, deve essere considerato quello della continuità. In una importante monografia sul pensiero di Burke, Mario Einaudi scrive limpidamente che «la lentezza del riformare, fa sì che ogni nuova istituzione si colleghi alla precedente e questa a quella anteriore ancora, così che risalendo indietro nel tempo si ha una catena non interrotta di sviluppo sociale che assicura la solidità e la vera sicurezza di un popolo»41.

Con La rivoluzione arginata Burke mette in guardia la Gran Bretagna dal «mal Francese» (infra) e si meraviglia nel vedere che «fino nel mio paese, alcuni uomini o ciechi, o sedotti, o perversi» (infra) elogiano la Rivoluzione e sperano apertamente che essa venga esportata fuori dai confini francesi; a suo dire, si tratterebbe di una perversione da arginare e soffocare. Non è un caso che la sua opera principale, Reflections on the Revolution in France, si apra con la celebre critica a un sermone tenuto nel 1789 dal reverendo Richard Price, un noto dissenting minister che aveva approvato la Rivoluzione e predicato a favore dei nuovi principî francesi.42

La rivoluzione arginata è un testo immeritatamente dimenticato dal mondo culturale italiano, essendo infatti il primo monito di Burke verso un evento epocale, la Rivoluzione francese, che aveva lacerato il tessuto spirituale europeo, composto com’era, a suo dire, da tre elementi, e cioè «la cultura greco-romana e specialmente la legge civile romana; la religione e la moralità cristiana; e i costumi e i manners teutonici delle tribù che hanno invaso l’impero romano»43. In realtà, si può concludere, i rivoluzionari francesi «non era già che volessero far guerra alla schiavitù, ma alla società» (infra), e alla fine non resta che un cumulo di macerie: questo, in breve, il giudizio di Edmund Burke che l’anonimo traduttore ha considerato urgente di diffondere anche in Italia, dedicandolo a M. Lore-Kiss sotto forma di «una sentenza da meditare».

Lo scritto qui presentato è la fedele trascrizione della traduzione italiana del 1798. Tutto è stato mantenuto come nella versione originale, compresa la posizione degli accenti (es. «allorchè», «nè») e la maiuscola «È» data nella forma con l’apostrofo «E’». Questo lavoro rappresenta la prima trascrizione digitale dell’opera.

La rivoluzione arginata

Discorso inglese di Mr. Burke. Per la prima volta italianizzato. Venezia. Dalle stampe di Francesco Andreola. Con Sovrana Permissione. 1798.

Dedica dell’anonimo traduttore Giustifichiamo all’uomo le vie di Dio. Pope, Saggio sull’Uomo

Alla sua unica amica M. Lore-Kiss.

Potrei ben io narrare i tuoi casi a tutti gli uomini; ma questi per non crederli non ti farebbono degna dell’immortalità. Tu resti dunque immortale sol nel mio cuore, testimonio unico di tue virtù. Nata alla società, da cui non ti divide il vincolo delle nozze, tu vivi schiava; e soffri. Nata ad amare, tu non hai per te che gli sguardi ed i desiderj; e soffri. Nata a leggere, appena il puoi sopra una steril gazzetta; e soffri. Fra tante calamità del tuo spirito ricevi un dono in conforto. Come estimatrice della nazione Inglese abbiti da me non un amoroso romanzo, ma una sentenza da meditare. E’ opera d’un suo parlamentario. Questa più si conviene al tuo stato di violenza, e di riflessione, che ti formarono le circostanze.

Edmondo Burke dee pascerti l’anima. Egli fu il non ultimo tra i grandi oratori dell’Inghilterra. La sua eloquenza era una musica. Son note le sue opere sulle vicende d’Europa dopo il 1789, e tradotte in tutte le lingue. Questo suo discorso non lo era ancora nell’Italiana: ed esso compie il suo elogio. Morì in Londra nel 1797. Non credeva che l’esser vecchio lo scusasse dalle mischie politiche, da cui sempre uscì con gloria, non però sempre con trionfo. L’età rispettò in lui tutte le facoltà dello spirito. Alla memoria la più feconda unì il dono dell’applicazione la più felice e la più pronta; alla scienza la più profonda la facondia più dominante; il modo di dir le cose le più ardite alla maggiore delicatezza; la sagacità dei pensieri a quella opportuna penetrazione, che occupa il centro delle idee per presto arrivarne alla circonferenza. In somma egli ebbe quello, che Bossuet chiamava illuminazione.

Occupa un momento, se il puoi, a quell’armata permanente, che qui vuol l’autore; e vedrai quanto giovi ad ogni stato una relativa forza militare disciplinata, come argine di qualunque rivoluzione. Senz’adulazione e senz’interesse ho il piacere di sottoscrivermi.

Immutabile, e Grato.

Discorso di Mr. Burke

La confidenza, o Signori, può prendere il colore del vizio, come la gelosia quello della virtù. Ciò dipende da circostanze. Tra tutte le virtù pubbliche quella che ci dee più mettere in sospetto, è la confidenza; come tra tutti i pubblici vizj la gelosia dee meritare più di condiscendenza in un’assemblea, qual è la Camera dei Comuni d’Inghilterra, sopra tutto quando si tratta della quotità d’un’armata permanente in tempo di pace.

Ogn’anno questa Camera passa e rinnova un Decreto per mantener la disciplina nelle truppe, per impedir gli ammutinamenti, e prevenire la diserzione. Questo metodo ha avuto formalmente a scopo la necessità di conservare in Europa la bilancia delle podestà. Questa bilancia dunque decida della forza di nostra armata permanente; poiché ogni anno può essa ricevere qualche urto diverso. Se gli accrescimenti son a proporzion misurati per ciò ch’esige l’equilibrio dell’Europa, i Ministri che li hanno ordinati e disposti, son liberi da ogni rimprovero. Se al contrario questi accrescimenti non sono giustificati dalle apparenze proprie a decidere l’uomo di stato, allora la confidenza ingannata deve abbandonarli a una meritata censura.

Dopo aver gettato uno sguardo, o Signori, sopra tutti gli stati d’Europa, io non trovo politicamente parlando, che ve n’abbia alcuno, di cui l’Inghilterra possa temere; nè che alcuna Potenza (se si eccettuino i nostri proprj alleati) possa pretendervi qualche preponderanza.

La Francia avea finora richiamati i nostri primi pensieri. Noi eravamo usi a porla sempre prima nella bilancia. Al presente, essa è come rasa dal sistema d’Europa, ed è difficile a decidere, se mai più sarà rimpiazzata nel numero delle Potenze Maggiori. E’ probabile, che i posteri potran dir dei Francesi «Furono essi un tempo uomini di riputazione». Gallos quoque in bellis floruisse videmus.

Intanto, sebbene io riguardi la Francia in questo momento, come non esistente nel sistema politico, conchiudo però che non conviene perderla di vista. E’ necessario anzi di regolare le nostre disposizioni e i nostri movimenti sopra i sintomi della sua malattia. Fermiamoci, non già sulla sua forma di governo, ma sulle sue forze. Le Repubbliche, come le Monarchie son capaci d’ambizione, di rivalità, d’odio, e di risentimento.

Ma se mentre la Francia resta nel suo sopore, noi aumentiamo le nostre spese, possiam temere, che nel momento critico in cui si desti, se questo accada mai, le nostre forze non siano proporzionate alle nostre intraprese.

Si è detto da alcuni, che, come la caduta della Francia fu rapida, così rapido e quasi momentaneo possa essere il suo risorgimento. Ma quale apparenza? La rapidità della caduta da un luogo si accelera in ragione della sua altezza: ma le leggi della gravitazione, in politica ed in fisica, si oppongono nel ristabilimento nella medesima proporzione.

La Francia ha perduto ogni cosa, fino al proprio nome.

Jucet ingens littore truncus;

Avulsumque humeris caput & sine nomine corpus.

Sin non v’è Francia; è la Repubblica Francese. Questo spettacolo mi sorprende… mi scoraggisce… mi spaventa, offrendomi l’immagine dell’incertezza delle umane grandezze.

Dall’ultima prorogazione di questo Parlamento, quante novità son nate in Francia! Gli abitatori di quel regno infelice son divenuti i più abili architetti in ruine. In questo breve intervallo i Francesi hanno scavato fino ai fondamenti l’edifizio di loro antica Monarchia. Han demolito la loro Chiesa, rovesciata la lor nobiltà, distrutte leggi, rendite, armata, marina, commercio, arti, manifatture. Han fatto più pei loro nemici, che questi non avrebbero fatto da se medesimi. Venti battaglie di Ramillies, o di Blenheim non ci avrebbero potuto recare i vantaggi, di cui oggi i Francesi si son spogliati per nostro bene. Quando noi fossimo divenuti loro conquistatori, quando si gettassero essi curvi a’nostri piedi, la vergogna c’impedirebbe d’impor loro una legge sì dura, come quella ch’essi imposero ora a se stessi.

La Francia, anche in riguardo della sua vicinanza, è sempre stata, e sotto una certa vista deve sempr’essere per noi un oggetto di vigilanza. La sua influenza e il suo esempio non possono essere indifferenti per noi. Essa ha annullato il suo potere; ma ci resta il suo esempio, che può divenirci più fatale, che la sua stessa nimicizia.

Nell’ultimo secolo, Luigi XIV avea stabilito, col favore d’una forza, e d’una disciplina militare, sconosciute fino a quel tempo in Europa, un potere assoluto. Il suo fiero contegno, ornato dai vezzi della pulitezza, della magnificenza, della galanteria; e insieme della letteratura, dell’arti, e delle scienze, presentava all’Europa un leggiadro sistema di tirannia in politica e in religione. Questo contagio s’insinuò in tutte l’altre Corti. Si vide presto in ogni luogo il medesimo spirito d’una magnificenza alterata e fuori di proporzione; la medesima voglia di armate permanenti, il cui peso opprimeva i popoli: due dei nostri Re, Carlo e Giacomo, furono gl’imitatori, e presto anche le vittime di quest’orgoglio preso ad imprestito, che li rese piccoli, mentre poteano esser grandi. Questa conformità di gusto produsse dei legami pericolosi per gl’interessi e per le libertà del loro paese. Fortuna volle che il contagio si concentrasse nelle lor Corti, e non passasse dal trono al popolo. E’ vero, che un governo, il quale, signor delle sue operazioni, mostrava di comandare agli eventi, eccitava in tutti una certa ebrietà, che portava alla maraviglia. Ma i nostri buoni patrioti attraversarono i progressi, e vi riuscirono con impedire ogni comunicazion colla Francia, allontanando la nazione dal suo esempio. Furono ajutati da certi atti di coraggio, che restano ancora in vigore tra noi.

Oggi il male ha cangiato di moda in Francia; ma esiste. L’influenza ha preso un altro carattere, ma la sua vicinanza è la stessa. Tali sono i pensamenti degli uomini, che il vizio da cui ora la Francia è contaminata, sia per sua natura più contagioso che l’antico, perchè questo lusinga il popolo più dell’altro. E’ più facile allettare la moltitudine con un falso amore di libertà, che con un sistema di servitù, sebbene moderatissimo. Altre volte l’esempio della Francia credè di condurci nelle reti del dispotismo. Oggi noi dobbiamo guardarci dall’epidemia d’un esempio che ha mire opposte; ciò che non fa meraviglia in una nazione, che si è sempre compiaciuta degli estremi. Questo esempio è quello dell’anarchia. Il pericolo per noi è di lasciarci strascinare a quella spezie d’istinto, che ammira perfin la violenza e la perfidia, quando sono felici. Non sarà mai grande l’orrore che abbiam concepito sopra gli eccessi d’un popolo feroce, sanguinario, e tirannico, che senza ragione e senza principio vuol autorizzare le proscrizioni, le confiscazioni, i saccheggi, le stragi, e gl’incendj.

Quanto alla religione, non è già che la Francia ne dia l’esempio dell’intolleranza; ma bensì dell’ateismo mille volte peggiore: vizio abbominevole, la cui natura mostra la sua mostruosità, che degrada l’uomo, ne avvilisce l’anima, togliendole la sua più dolce consolazione. Da lungo tempo questo germoglio pestifero ha dilatate in Francia le sue radici. I suoi fautori si sono in guisa moltiplicati e ingranditi, che sotto i suoi stendardi si è radunato un esercito d’increduli, tanto formidabili al trono, quanto alla felicità dei popoli.

A questo pericoloso esempio si aggiunge quello della indisciplina, e della sollevazion delle truppe. Soldati spergiuri, trasformati in cittadini, che non riconoscono il lor capo supremo! Questo esempio deve far colpo su tutte le Potenze d’Europa. Nissuna ve n’ha, che non debba fermarlo sul suo confine, e procurar di estinguere nel suo germogliare un male, che si qualifica col nome di mal Francese, preceduto dalla corruzione.

Ma quale è la mia sorpresa in vedere, fino nel mio paese, alcuni uomini o ciechi, o sedotti, o perversi, che facciano elogi allo spirito della mostruosa rivoluzione di Francia, e che la propongano per esempio! Finché avrò vita, io opporrò i miei sforzi all’introduzione d’una democrazia detestabile nei suoi mezzi, atroce nel suo oggetto. Dichiaro anzi, che qualunque siasi il mio rispetto verso i gran talenti, e qualunque bisogno che abbia il mio cuore dell’amicizia, io romperò, se conviene, ogni legame co’miei amici, e mi unirò a’miei maggiori nemici, per rispingere questa peste d’una innovazione, distruttiva d’ogni principio d’una sana e sicura riforma.

Tolga il cielo, ch’io mi chiami nemico della riforma. Ma quando questa non fa che servire di pretesto alla violenza e all’ambizione, dura ella sempre meno, che il tempo che si è impiegato a riformare. Quanto a una rigenerazione, io non conosco che quella, che ci torna all’innocenza, e questa non è certamente quella di Francia. La rigenerazione che ora occupa quel paese, è distruzione e non riforma degli stati. Vi è più ancora: essa rende impossibile ogni buona riforma.

Qual è dunque il delirio del popol Francese? Egli si fa gloria d’aver fatta una rivoluzione, come se una rivoluzione fosse una buona cosa in se stessa. Egli non vede, che questa rivoluzione è una disgrazia per lui. La sua frenesia pel solo nome di rivoluzione gli chiude gli occhi su tutti gli orrori, su tutti i delitti dell’anarchia, nella quale s’è immerso. Dopo aver radunato dinnanzi a se un monte di ruine, egli si affatica camminando su questa macerie verso uno spettro che ha il titolo di Costituzione. Ma egli già ne aveva una tra le mani, e una buona Costituzione, in quel giorno, quando gli stati Generali si adunarono in tre Ordini distinti. S’egli avesse avuto una virtù pubblica, o solamente un pò di prudenza, avrebbe profittato delle felici disposizioni del suo Monarca, per dare a questi stati una convenevole permanenza, sotto l’autorità d’un Principe, che non dimandava altro che conoscer gli abusi per riformarli.

In vece di pensare a questa riforma, invece di riattare l’antica e rispettabile fabrica dello stato, scopo unico al quale il Monarca li aveva chiamati, e che i Committenti avean loro imposto, i pretesi Rappresentanti han preso la mannaja e la clava per far man bassa su tutto ciò, che fin dall’origine della Monarchia ha servito di bilancia e di contrappeso nei differenti ordini dello stato, come in quelli di tutti gli stati d’Europa.

Dopo aver tutto confuso insieme in una sola massa informe, incoerente, e sempre facile a disciogliersi, essi hanno con una perfida temerità attaccato la proprietà istessa fino nei fondamenti, confiscando coll’ajuto di alcuni infelici sofismi tutti i possedimenti della Chiesa. Nel tempo stesso han compilato una specie d’Instituto o Digesto d’anarchia, che hanno intitolato i Diritti dell’Uomo, e la cui somma è un abuso dei principj elementari della politica, che i nostri scolari arrossirebbon di ammettere.

Ma questa dichiarazione di diritti non sarebbe stata che ridicola, se non fosse stata che l’effetto del pedantismo. Il suo oggetto era empio insieme e malvagio. Si voleva introdurre nello spirito del popolo un sistema di distruzione, mettendo sotto la sua falce tutte le autorità civili e religiose, e rimettere in lui lo scettro dell’opinione.

Da quel momento tutto l’edifizio crollò. Un diluvio di disastri piombò sulla Francia, che si trova oggi assalita da tanti mali, quanti nè moderno nè antico stato mai ne ha sofferti senza la guerra la più calamitosa: tali però che possono dar origine a una moltitudin di guerre in tutta l’Europa.

Non v’era allora più questione di libertà, o di dispotismo. Non fu già sull’altar di quella, che i capi della rivoluzione vennero a sacrificar la pace e la gloria del lor paese. L’avrebbero potuta ottenere questa libertà, e assicurarsela in altro modo senza farne un sacrifizio. Hanno immerso la lor patria in un oceano di calamità, non per avere una Costituzione simile a quella della Gran Bretagna, ma per allontanarsene essenzialmente. E se fosse stato possibile, che il piano ch’essi han concepito, vincesse tutte le resistenze locali, ch’esso deve naturalmente incontrare in uno stato simile, qual è quel di Francia, cioè se fosse possibile, che questa fosse divisa in quella moltitudine d’associazioni democratiche, di cui han dato il piano, essa darebbe lo spettacolo d’un genere di tirannia, che il genere umano non ha ancor conosciuto.

La stravaganza di questo piano si conosce da ogni parte, e singolarmente nella formazione dell’armata, che si rende propria a tutto, fuorchè al suo principale oggetto, che è la difesa.

Non si tratta già d’esaminare in astratto la questione di sapere, se i soldati debbano dimenticarsi d’essere cittadini; ma in concreto ciò che è accaduto in Francia, non parla nè in favor dell’atto, nè in favor dell’esempio. Erano forse cittadini que’soldati, che si son innalzati fino al cielo, che si son premiati con medaglie civiche per essersi lasciati corrompere, e abbandonare le loro insegne? Questi altri non erano in vece che sordidi disertori, privi e incapaci d’ogni sentimento d’onore. La loro condotta è stata il frutto di quello spirito d’anarchia ch’è la speranza dei miserabili, i quali non hanno nulla ad aspettar dall’onore, e molto a guadagnare da una eguaglianza, che nel loro interno disprezzano. Questa già non era un’armata in corpo, vivente sotto disciplina, e unita per far fronte alla tirannia – No; erano semplici soldati, che partivano dai loro Uffiziali per collegarsi con una vile e licenziosa plebe. L’oggetto di questa diserzione era di ridurre al medesimo livello tutte le instituzioni, e rompere ogni legame naturale e civile, che unisce insieme le parti d’uno stesso edifizio politico colla catena della subordinazione. Il suo scopo era di sollevare i soldati contro i proprietarj, i parrochi contro i vescovi, i figliuoli contro i padri; non era già che volessero far guerra alla schiavitù, ma alla società. Che direste voi, o signori, se si venissero a saccheggiare le vostre case, ingiuriare, insultare, e maltrattar le vostre persone, insidiare alla vostra vita, strapparvi i vostri titoli di proprietà per bruciarli sotto i vostri occhi, rendervi esuli, e forzarvi colle vostre mogli e coi vostri figliuoli a cercar terre straniere, colla sola ragione che voi siete nati gentiluomini o proprietarj, e in conseguenza sospetti di conservare i vostri beni, e la considerazione che v’è dovuta? La diserzione che ha disonorata la Francia dovea servir d’appoggio a un’abbominevole sedizione, la quale, col grido selvaggio di guerra, all’Aristocratica, si dichiarasse l’implacabil nimica d’ogni uomo ben nato, d’ogni uomo, che nel saccheggio suo proprio ravvisasse un allettamento alla rapina e alla strage: mentre che i fautori secreti, e d’una classe assai superiore, di quest’orribil sistema, ne usavano per soddisfare al loro odio, vendetta, e ambizione, calpestando tutto ciò che v’era di più rispettabile e di virtuoso nella nazione, e annientando tutti i nomi, che potessero suggerire alla memoria, che vi era stato una volta un paese celebre, qual era la Francia.

Io ben lo conosco, e lo sento quanto alcun altro, come è difficile di conciliare il sistema d’un’armata permanente con una Costituzion libera. Un corpo armato è per se stesso una cosa pericolosa per la libertà, quando è disciplinato: ma quando non lo è, dà un peso ruinoso da una parte, e mostruoso dall’altra, non essendo i suoi membri nè soldati, nè cittadini. Qual fu la condotta in Francia in una materia, le cui difficoltà mettono a rischio quasi tutte le facoltà della prudenza umana? Hanno posta l’armata sotto un giogo carico troppo di doveri, che devono produrre e formare altrettanti uomini litigiosi, e fazionarj, piuttosto che soldati. Si da loro il giuramento d’ubbidire alla Nazione, alla Legge, e al Re: e, come per bilanciare l’armata della Corona, si arrola un’altra armata, che sotto il nome d’armata municipale riconosce un’altra autorità.

Uno stato può sussistere (e meglio senza dubbio che in altro modo) con una divisione di autorità civili: ma un’armata si scioglie sotto un comando diviso. Tale stato di cose è uno stato di guerra, o almeno di tregua, non già di pace.

E’ veramente grande la responsabilità in un’armata permanente: ma nello stato in cui ora si trova la Francia, questa responsabilità è impossibile. Vi è un Generale, che possa esser responsabile della disubbidienza dell’esercito? un colonnello di quella d’un reggimento? un capitanio di quella d’una compagnia? Quanto all’armata municipale rinforzata da cittadini disertori, sotto gli ordini di chi è ella mai? Non si è egli forse veduto il suo comandante in capite strascinato ad una atroce spedizione, il cui solo racconto fa fremere tutti quelli, che non si sono famigliarizzati col tradimento, e coll’assassinio? e queste sono armate? e questi son cittadini? Noi ci siamo condotti assai diversamente, stabilendo un’armata permanente tra noi. Noi non l’abbiamo già minuzzata con dividerne i principj d’obbedienza; noi l’abbiamo anzi collocata sotto una sola autorità, sotto la religione d’un solo ed unico giuramento di fedeltà: noi non ci siamo riserbati che una ispezion d’anno in anno. Questo è quello che si poteva e doveva fare in una materia sì delicata.

Io resto ancora nella mia sorpresa, quando mi si dice, che questo strano e bizzarro avvenimento, che sotto nome di Rivoluzione rapisce i Francesi nell’estasi, è paragonabile al nostro glorioso cambiamento, e che la condotta di nostra armata d’allora fu poco diversa da quella, che ha disonorate le truppe di Francia ai nostri giorni. Allorchè il Principe Orange fu chiamato dal fiore dell’aristocrazia inglese, per difendere la nostra antica Costituzione, e non per ridurre all’eguaglianza ogni ordine ed ogni condizione, i capi di questa aristocrazia gli andarono incontro alla testa di diversi corpi, che comandavano, come si va con unanime consenso all’incontro d’un liberatore. Questi capi ricevettero e condussero con loro i corpi dei cittadini, che s’erano arrolati nella medesima causa, in guisa che l’obbedienza non fece che cangiare oggetto, la disciplina restò la stessa; il suo principio non soffrì alcuna alterazione, o interrompimento; le truppe furon pronte a combattere, e non ad ammutinarsi. La condotta di tutta l’Inghilterra fu tanto diversa da quella di Francia, quanto lo era stata quella delle truppe. Tutte le circostanze che accompagnarono la nostra mutazione politica, tutto il suo spirito, furono precisamente al rovescio di ciò che si chiama in Francia collo stesso nome. In Inghilterra vi avea un Monarca legittimo, che cercava di usurparsi un potere arbitrario; in Francia v’è un Monarca assoluto, che non voleva se non un potere legittimo. L’uno provocava la resistenza, l’altro la riconoscenza. In ognuno di questi casi, non era necessario di rovesciare la base del governo. Non si trattava che di correggerlo, e di ritornarlo alla sua purezza. In Inghilterra si abbandonò l’uomo, e si salvò la Costituzione: in Francia si sacrificò la Costituzione, e si conservò l’uomo. Ciò che noi abbiam fatto fu in realtà una mutazione Costituzionale; o a dir meglio noi prevenimmo una rivoluzione. Abbiamo assicurato il fondamento; regolammo le questioni dubbiose; abbiam corrette certe anomalie nelle nostre leggi; ma in vece di degradare la monarchia, la fortificammo. La nazione conservò i medesimi ordini, e condizioni di persone, e privilegj, ed esenzioni, e regole di proprietà, e gradi di subordinazione, e rendite, e magistrati: gli stessi Lords, gli stessi Comuni, gli stessi Corpi, gli stessi Elettori. La nostra Chiesa non perdè nulla nè dei suoi beni, nè della sua maestà, nè della sua gerarchia. Essa conservò la sua antica influenza sui popoli.

Non era questo un far molto? e vi abbisognava una rivoluzione nella stessa Costituzione? L’Inghilterra divenne fiorente, perchè noi cominciammo dal riattare, non dal demolire. In vece di divenire immobili, come estatici, o di esporci, come i convulsionarj, alla compassione, o alle beffe dell’altre nazioni, e di renderci dispregievoli con quegli eccessi, che farebbono arrossire i selvaggi, e dopo i quali altro non resta, che schiacciarci il capo sul pavimento, noi c’innalzammo sopra noi stessi. Noi ci aprimmo un secolo d’una nuova prosperità, che la mano del tempo distruggitore del tutto sembra migliorare di giorno in giorno. Tutta la Nazione si trovò in moto. D’allora in poi l’Inghilterra acquistò un contegno più fiero, e braccia più nervose contro i suoi rivali e nemici. L’Europa parve sespirare insieme, e sentir nuova forza. Protettrice e vendicatrice d’una libertà legale, l’Inghilterra intraprese la guerra e la sostenne contro la fortuna istessa. Questa guerra finì col trattato di Ryswick, che pose i limiti al poter della Francia. Poco dopo demmo una scossa a quel potere gigantesco che spaventava l’Europa, fin nei suoi fondamenti, coll’effetto della grande alleanza. Tutte l’altre potenze respirarono all’ombra d’una potenza, che seppe conservare la pace al di dentro, e rendersi formidabile al di fuori, senza usurparsi palmo alcuno dei suoi vicini.

Tali sono i miei sentimenti sopra ciò che i Francesi chiamano la loro rivoluzione. Io non dissimulo di aver provato un piacere secreto nell’aver l’occasione, offertasi naturalmente per farli conoscere. Io spero, ch’essi onoreranno il fine della mia carriera politica, che s’appressa forse col fine della mia vita. Io sono in un’età, in cui convien ritirarsi dalla mischia: turpe senex miles.


  1. Da quanto ci risulta, l’ultimo riferimento sembra essere contenuto nell’elenco delle traduzioni italiane presente nella raccolta Scritti politici di Edmund Burke, a cura di A. Martelloni, Unione Tipografico Editrice Torinese, Torino 1963, p. 44. ↩︎

  2. M. Lenci, Individualismo democratico e liberalismo aristocratico nel pensiero politico di Edmund Burke, Istituti Editoriali e Poligrafici Internazionali, Pisa-Roma 1999, p. 46. ↩︎

  3. Notizie del Mondo, edito da Antonio Graziosi, 6 marzo 1790, p. 146. Citato in R. Zapperi, Edmund Burke in Italia, in «Cahiers Vilfredo Pareto», T. 3, No. 7/8 (1965), p. 7. ↩︎

  4. R. Zapperi, Edmund Burke in Italia, cit., p. 59. ↩︎

  5. Ivi, p. 41. ↩︎

  6. Bossuet, citato in P. Hazard, La crisi della coscienza europea (1935), UTET, Milano 2019, p. 165. ↩︎

  7. E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese (1790), in A. Martelloni (a cura di), Scritti politici di Edmund Burke, Unione Tipografico Editrice Torinese, Torino 1963, p. 262. ↩︎

  8. Ivi, p. 257. Sempre riprendendo le parole di Burke, e per meglio definire il concetto, il pregiudizio è inteso come un «patrimonio generale di esperienza accumulato dai popoli nel corso di lunghi secoli» (ibidem), un’abitudine insomma, sia essa mentale che pratica, attraverso cui «il dovere diviene parte della nostra natura» (ivi, p. 258). Qui Burke sembra parlare dell’aristotelico hexis e del tommasiano habitus, la disposizione stabilmente acquisita, la seconda natura. ↩︎

  9. E. Cassirer, La filosofia dell’Illuminismo (1932), La Nuova Italia, Firenze 1973, p. 19. ↩︎

  10. Non bisogna dimenticare che Burke in più occasioni cita Alexander Pope. In Reflections il suo nome ricorre per due volte. Cfr. E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, cit., pp. 206 e 359. ↩︎

  11. A. Zanini, Scena etica dell’Essay on Man, in A. Pope, Saggio sull’Uomo, Liberilibri, Macerata 2020, p. xx. ↩︎

  12. A. Pope, Saggio sull’Uomo, Liberilibri, Macerata 2020, p. 19. ↩︎

  13. Ivi, pp. 22-23. ↩︎

  14. E. Burke, Observations on a Late Publication Intituled 'The Present State of the Nation' (1769), in The Works of the Right Honourable Edmund Burke, vol. I, John C. Nimmo, London 1887, p. 398. ↩︎

  15. A. Pope, Saggio sull’Uomo, cit., p. 39. ↩︎

  16. E. Burke, Speech on the Reform of the Representation of the Commons in Parliament (1782), in F. Canavan (a cura di), Miscellaneous Writings, Liberty Fund, Indianapolis 1999, p. 21. ↩︎

  17. E. Burke, Difesa della società naturale (1756), Liberilibri, Macerata 1993, p. 5. Così anche Mario D’Addio che, commentando la filosofia di Burke, scrive che «la ragione che fa del criterio razionale il principio di tutte le cose, non solamente misconosce il contenuto di verità del costume e delle tradizioni, pretendendo di sostituirli con le sue regole astratte perché prive di ogni nesso con i sentimenti e le passioni umane, ma dissolve anche tutte le forme, i simboli, le cerimonie, le convenzioni, gli ideali con cui gli uomini hanno dato un senso ed un significato alla morte, al dolore e alla miseria che l’accompagnano, al rapporto fra i sessi, all’amore, alla procreazione, alla nascita di nuovi esseri» (M. D’Addio, Natura e società nel pensiero di Edmund Burke, Giuffrè, Milano 2008, p. 11). ↩︎

  18. Si veda A.O. Lovejoy, The Great Chain of Being: A Study of the History of an Idea (1936), Harvard University Press, Cambridge 1976. ↩︎

  19. Cfr. M. Lenci, Individualismo democratico e liberalismo aristocratico nel pensiero politico di Edmund Burke, cit., pp. 99-100 e p. 184. ↩︎

  20. E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, cit., p. 268. ↩︎

  21. E. Burke, Ricorso dai nuovi agli antichi Whigs (1791), in A. Martelloni (a cura di), Scritti politici di Edmund Burke, Unione Tipografico Editrice Torinese, Torino 1963, p. 536. ↩︎

  22. E. Burke, Pensieri sulla scarsità (1795), Manifestolibri, Roma 1997, p. 35. ↩︎

  23. A. Pope, Saggio sull’Uomo, cit., pp. 31-33. ↩︎

  24. Ivi, p. 25. ↩︎

  25. Ivi, p. 33. ↩︎

  26. Sul tema della Provvidenza in Edmund Burke si veda, fra tutti, F. Canavan, Edmund Burke. Prescription and Providence, Carolina Academic Press, Durham 1987. ↩︎

  27. È la posizione di Ian Harris il quale, commentando il discorso On the Army Estimates, rintraccia in esso tutti gli elementi della successiva riflessione burkeana. A tal proposito, Harris riporta le parole del figlio di Edmund Burke, Richard: «Le opinioni di mio padre non sono mai state avventate; e anche quelle idee che mi sembrarono l’effetto di uno slancio momentaneo o di una reazione superficiale, in un secondo momento le ho riconosciute, oltre ogni dubbio, come il risultato di una sistematica meditazione lunga forse addirittura anni, oppure, qualora sorte in risposta a un preciso evento, nondimeno basate su conclusioni di una lunga esperienza filosofica» (Richard Burke, citato in I. Harris [a cura di], Edmund Burke. Pre-Revolutionary Writings, Cambridge University Press, Cambridge 1993, p. 298). ↩︎

  28. «Il tentativo rivoluzionario di far diventare effettivi i diritti naturali, nella società civile, mette in moto una spirale del desiderio, essendo l’affermazione del diritto individuale a collocarsi e dirigersi nella società; per conseguenza la nuova idea francese di libertà è un concetto anarchico» (G. Tamagnini, Un giusnaturalismo ineguale. Studio su Edmund Burke, Giuffré, Milano 1988, p. 85). ↩︎

  29. Burke dirà che «l’uomo è, per natura, un animale religioso [man is by his constitution a religious animal], che l’ateismo è contrario non solo alla nostra ragione, ma ai nostri istinti e che non può prevalere per lungo tempo» (E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, cit., p. 262), giacché il popolo può essere «liberato di ogni rimasuglio di egoismo […] solo con l’aiuto della religione» (ivi, p. 266). ↩︎

  30. E. Burke, Letter to William Elliot (1795), in D.E. Ritchie (a cura di), Further Reflections on the Revolution in France, Lilberty Fund, Indianapolis 1992, p. 271. ↩︎

  31. Ch. Parkin, The Moral Basis of Burke’s Political Thought, Cambridge University Press, Cambridge 1956, p. 126. A tal proposito risulta illuminante l’analisi di Vittorio Mathieu: «Il rivoluzionario non può che porsi dal punto di vista della totalità: se così non facesse non sarebbe un rivoluzionario, ma un riformista. È proprio delle riforme l’essere parziali» (V. Mathieu, La speranza nella rivoluzione, Armando Editore, Roma 1992, p. 66). E infatti, scrive Burke, «una riforma ottenuta a buon mercato e senza spargimento di sangue […] sembra loro [ai rivoluzionari francesi] cosa piatta ed insipida» (E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, cit., p. 230). ↩︎

  32. E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, cit., p. 291. Bisogna precisare che Burke è contrario solo alla declinazione libertaria dei diritti dell’uomo, quelli che lui chiama i pretended rights of man, ai quali contrappone i real rights of men, questi ultimi riferiti all’individuo inteso come «tensione che sussiste tra la nostra natura di individui liberi e il nostro esser membri di comunità da cui dipende la nostra realizzazione» (R. Scruton, Sulla natura umana [2017], Vita e Pensiero, Milano 2018, p. 77). ↩︎

  33. Burke distingue una «eguaglianza morale dell’umanità» (E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, cit., p. 196) da una «ineguaglianza reale, che è irremovibile» (ivi, p. 197). Riecheggia qua la visione del great chain of being: come scrive Yuval Levin, la concezione burkeana considera la società come un “whole of which all are equally parts, even if not equal parts” (Y. Levin, The Great Debate. Edmund Burke, Thomas Paine, and the Birth of Right and Left, Basic Books, New York 2014, p. 87). ↩︎

  34. La Gloriosa rivoluzione del 1688 è intesa da Burke come un necessario correttivo a una «piccola e temporanea deviazione dal rigoroso ordine di una regolare successione ereditaria» (E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, cit., p. 172) – una vera e propria restaurazione dunque, resasi necessaria dal periodo di reggenza di Giacomo II Stuart. Si veda, ad es., P. Lurbe, “A small and a temporary deviation”: Edmund Burke’s Reflections on Exception in Reflections on the Revolution in France, in «XVII-XVIII. Revue de la Société d’Etudes Anglo-Américaines des XVII^e^ et XVIII^e^ siècles», n. 77 (2020), online, https://doi.org/10.4000/1718.4237↩︎

  35. A. Pope, Saggio sull’Uomo, cit., p. 31. ↩︎

  36. V. Beonio Brocchieri, La personalità politica di Edmondo Burke, in Id. (a cura di), Riflesioni sulla Rivoluzione francese, L. Cappelli Editore, Bologna 1930, p. 16. ↩︎

  37. Ivi, p. 17. ↩︎

  38. La prudenza (prudence) gioca un ruolo di primo piano nella filosofia di Burke. Egli la considera «non soltanto la prima delle virtù politiche e morali, ma di esse costituisce la guida, la norma, il modello» (E. Burke, Ricorso dai nuovi agli antichi Whigs, cit., pp. 463-464). Jürgen Habermas vede nella prudence burkeana quella saggezza pratica «che deriva […] dalla fronesis aristotelica attraverso la prudentia ciceroniana» (J. Habermas, Prassi politica e teoria critica della società [1963], Il Mulino, Bologna 1973, p. 181). Per un approfondimento, si veda J. MacCunn, The Political Philosophy of Burke, Edward Arnold, London 1913, pp. 38-49. ↩︎

  39. E. Garin, Introduzione alla dottrina politica di Burke, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1938, p. 21. ↩︎

  40. E. Graziani, Ordine e libertà. L’autorità del tempo in Edmund Burke, Aracne, Roma 2006, p. 18. ↩︎

  41. M. Einaudi, Edmondo Burke e l’indirizzo storico nelle scienze politiche, Edizioni Università di Torino, Torino 1930, p. 69. Corsivo aggiunto. ↩︎

  42. Cfr. E. Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione francese, cit., p. 162-170. ↩︎

  43. P.J. Stanlis, Burke, Rousseau, and the French Revolution, in S. Blakemore (a cura di), Burke and the French Revolution. Bicentennial Essays, The University of Georgia Press, Athens 1992, p. 100. Nella prima Letter on a Regicide Peace (1796) Burke sottolinea che l’Europa «è virtualmente un solo grande Stato con le stesse leggi generali, e con qualche diversità nei costumi provinciali» (E. Burke, First Letter on a Regicide Peace (1796), in Id., Letters on a Regicide Peace, Liberty Fund, Indianapolis 1999, p. 133). ↩︎