Tra razionalizzazione e spettacolarizzazione. Michel de Certeau interprete della modernità

Introduzione

Accostarsi alle opere di Michel de Certeau a un secolo dalla sua nascita e senza indulgere in sterili processi celebrativi significa certamente provare a sfuggire alla tentazione di ricondurre ancora una volta il suo pensiero a ormai più che consolidati ambiti di ricerca e riflessione, come, ad esempio, partendo da una prospettiva sociologica, quelli della sociologia dei consumi, della sociologia della comunicazione o della sociologia della cultura. È, infatti, qui che, soprattutto a partire dagli anni ’90 del secolo scorso e, soprattutto, a partire dalla cosiddetta «ricezione angloamericana»,1 opere come La culture au pluriel2 oppure come L’invention du quotidien3 vengono lette e interpretate in modo certamente legittimo ma, al tempo stesso, estremamente parziale e limitato, traendo da esse alcune categorie concettuali che negli anni successivi diventeranno uniche ed emblematiche rappresentanti del pensiero certiano. È questo, innanzitutto, il caso della celebre distinzione tra «strategie» e «tattiche»,4 utilizzata per inquadrare due diverse «formalità delle pratiche» che si intrecciano all’interno del tessuto sociale e culturale ed utilizzata in seguito per analizzare una molteplicità di configurazioni di potere e sapere ad una pluralità di livelli. È questo però, ad esempio, anche il caso delle distinzioni tra «luoghi» e «spazi»5 oppure tra «scrittura» e «lettura»,6 le quali diventano concetti da tradurre operativamente in relazione a differenti ambiti della vita sociale.

A un secolo dalla nascita, può però essere utile provare ad accostarsi alle opere di Certeau cercando anche altri possibili temi di ricerca e riflessione, così come certamente è stato fatto negli ultimi anni a partire da una pluralità di contributi provenienti dal contesto italiano e da quello internazionale.7 Pur con tutti i limiti del caso, è quello che vuole provare a fare questo contributo, tratteggiando due possibili traiettorie, le quali accostano quella che, all’interno del pensiero certiano, può essere definita come la «questione della modernità». Questione certamente ampia e complessa che riguarda, al tempo stesso, l’origine storica ma anche politica, economica, sociale e culturale dell’epoca moderna e i suoi successivi sviluppi contemporanei in termini di post-modernità oppure di tarda modernità.8 Come detto, non è possibile in queste pagine affrontare e sintetizzare tale questione.9 Tuttavia, un piccolo contributo in questa direzione può essere dato dall’analisi di due processi storici che il gesuita francese identifica come costitutivi della modernità stessa, così come della sua evoluzione tardo-moderna. Il primo è il processo di razionalizzazione a base tecnico-scientifica; il secondo è il processo di spettacolarizzazione a base mediatica e consumistica.10 In entrambi i casi, la questione della ’visibilità del reale’ acquisisce una crescente salienza come logica operativa e come posta in gioco da declinarsi successivamente nelle molteplici pieghe del tessuto sociale. Detto altrimenti, per Michel de Certeau, è attraverso sempre più potenti processi di razionalizzazione e di spettacolarizzazione del reale che la società moderna, così come quella tardo-moderna, va assumendo una specifica configurazione storica. Non è possibile ricostruire l’intero pensiero certiano circa questi due processi; è però possibile provare a porre alcune questioni iniziali partendo da due contributi in parte ancora inesplorati del gesuita francese: il primo è il capitolo conclusivo de L’invention du quotidien dal titolo Indetérminées;11 il secondo è il secondo capitolo de La culture au pluriel dal titolo L’imaginaire de la ville.12

Razionalizzazione

Il primo processo storico che Michel de Certeau identifica come costitutivo della modernità è quello della razionalizzazione a base tecnico-scientifica. Nelle sue opere egli non si sofferma tanto sull’analisi di singole specifiche tecnologie o dispositivi tecnologici. E anche quando questo avviene, come ad esempio nel caso del computer e dell’informatica,13 è sempre anche per indicare qualcosa di altro, una posta in gioco più profonda e radicale. Infatti, quando parla di razionalizzazione, il riferimento è certamente all’operatività, alle possibilità di fare, rese disponibili dall’applicazione della razionalità strumentale ad una serie crescenti di ambiti della vita umana e sociale. Tuttavia, il riferimento è soprattutto alla specifica «prospettiva», allo specifico «sguardo», che guida e caratterizza questo processo e la sua apparentemente inarrestabile avanzata.

Questo emerge con chiarezza proprio riprendendo le pagine finali de L’invention du quotidien, nelle quali Certeau si interroga circa lo specifico rapporto che lega l’azione della «tecnica razionale» e le molteplici resistenze e interferenze che a livello politico, sociale e culturale si oppongono ad essa. Scrive, infatti:

[la tecnica] si difende dalle interferenze che creano opacità e ambiguità nelle pianificazioni, ovvero nelle proiezioni su superfici piane. Ha il proprio gioco, quello della leggibilità e della distinzione delle funzioni, sulla pagina in cui vengono scritte fianco a fianco, una dopo l’altra, in modo da poter ricalcare questo disegno sul terreno o sulla facciata, in città o in macchine. Leggibilità dei rapporti funzionali fra elementi e riproduzione del modello in ingrandimenti e in rilievi: questi sono i due principi operativi della tecnica. Certamente essi sono inseriti in un percorso dalla complessità indefinita che risponde alla diversificazione della domanda, essa stessa del resto compresa nel sistema, cartografata, e analiticamente ripartita su uno spazio che ha come essenza (persino nel caso del computer) di essere un artefatto leggibile, un oggetto offerto da un capo all’altro ai percorsi di un occhio immobile.14

In queste righe si delinea una concezione del processo di razionalizzazione che, prima ancora che definirsi come uno specifico modo di fare, si presenta come uno specifico modo di vedere e soprattutto di rendere visibile il reale. E questo specifico modo di vedere è governato dalla ricerca della «leggibilità» e della «distinzione delle funzioni», così come dalla «riproduzione del modello in ingrandimenti e rilievi». Quella di cui parla qui Certeau è la logica funzionalista che soggiace alla tecnica moderna e tardo-moderna; quella logica che ambisce a distinguere, separare e cartografare, a proiettare ogni dettaglio su superfici piane (pagine o schermi) così da poter eliminare tutte le «interferenze che creano opacità e ambiguità nelle pianificazioni». Prima ancora che il controllo e la manipolazione, la posta in gioco è, dunque, quella della visibilità: fare del reale un «artefatto leggibile, un oggetto offerto da un capo all’altro ai percorsi di un occhio immobile».

E proprio l’immagine dell’«occhio immobile» indica altresì il debito e l’intreccio tra il pensiero di Michel de Certeau e quello di Michel Foucault.15 Quest’ultimo, infatti, attraverso l’immagine del panopticon mostra come, all’interno del percorso storico della modernità, l’avvento di un potere disciplinare pervasivo ma sfuggente possa essere legato all’avvento di uno specifico «regime di visibilità» caratterizzato da un modo di vedere che accomuna scuole, caserme, fabbriche, prigioni e ospedali. Un modo di vedere da parte di pochi nei confronti di molti, il quale permette di distinguere e di separare, ma anche di individualizzare e assoggettare l’intero corpo sociale, rendendolo così controllabile e governabile. Per Certeau, è questo uno dei grandi meriti di Foucault: l’aver posto la questione della visibilità, legandola a quella del potere e a quella del sapere e soprattutto a quella della modernità. È, infatti, «un gesto minuscolo, riprodotto dappertutto, che ripartisce lo spazio visibile nell’intento di sottomettere i suoi abitanti a una forma di sorveglianza»16 a produrre uno specifico effetto di visibilità. Questa visibilità panottica permette di trattare e di controllare funzionalmente ogni specifico gruppo umano e finanche ogni specifico individuo da cui esso è composto. Prima ancora che l’operatività, dunque, è ancora lo sguardo a qualificare il processo di razionalizzazione moderna. Un processo che certamente passa attraverso una pluralità di fasi storiche, caratterizzate da accelerazioni e rallentamenti, espansioni e contrazioni e che, tuttavia, resta profondamente legato ad una stessa posta in gioco: quella della visibilità del reale.

Certeau ne parla anche nei capitoli precedenti de L’invention du quotidien. Per esempio, nella parte terza, dedicata alle «pratiche di spazio», quando prende spunto dalla vista della città di New York dall’alto di quello che fu il World Trade Center per affrontare la questione della «pulsione scopica» che muove la tecnica moderna:

Vedere Manhattan, dall’alto del 110º piano del World Trade Center. Avvolta nella bruma sospinta dai venti, l’isola urbana, un mare in mezzo al mare, fa svettare i grattacieli di Wall Street, s’infossa verso Greenwich, riemerge nuovamente tra le creste di Midtown, si placa a Central Park e s’increspa infine oltre Harlem. Un’ondata di linee verticali. L’agitazione si arresta, per un attimo, attraverso la visione. La massa gigantesca s’immobilizza sotto i nostri occhi. Si trasforma in una testurologia dove coincidono gli estremi dell’ambizione e del degrado, le opposizioni brutali di razze di stili, i contrasti tra gli edifici costruiti ieri, già ridotti a pattumiere, e le irruzioni urbane della luce che sbarrano lo spazio. […] Salire in cima al World Trade Center significa sottrarsi alla presa della città. Il corpo non è più avvolto dalle strade che lo fanno girare e rigirare secondo una legge anonima; né posseduto, attivamente o passivamente, dal frastuono di tante differenze e dal nervosismo del traffico newyorchese. Chi sale lassù esce dalla massa che travolge e spazza via qualsiasi identità di autore o di spettatore. Librandosi sopra queste acque, Icaro può ignorare le astuzie di Dedalo in labirinti mobili e senza fine. Il suo elevarsi lo trasfigura in voyeur. Lo mette a distanza. Tramuta in un testo che si ha davanti a sé, sotto gli occhi, il mondo che ci stregava e dal quale eravamo «posseduti».17

La spinta a «sottrarsi dalla presa della città», a uscire «dalla massa che travolge e spazza via qualsiasi identità di autore o di spettatore», a diventare «voyeur» e a mettere «a distanza» il reale che inquieta e, al tempo stesso, affascina. È la finzione di un «occhio vedente» che precede di gran lunga la possibilità di essere realizzata tecnicamente18 ma che caratterizza lo sguardo tecnico moderno fin dalla sua origine. Un gesto semplice ma potente di messa a distanza e di totalizzazione funzionale del visibile. La città che da «fatto urbano»19 diventa un «concetto di città»,20 un «simulacro teorico»21 controllabile e manipolabile da una pluralità di discorsi: urbanistici, innanzitutto, ma anche politici, economici e culturali.

Spettacolarizzazione

Il secondo processo storico che Michel de Certeau lega profondamente all’avvento della modernità e della tarda-modernità è quello che può essere definito come «spettacolarizzazione» del reale. «Essere moderni» significa, infatti, sempre più «essere spettatori» di grandi spettacoli costruiti ad hoc nei più diversi ambiti della vita politica, sociale, culturale ed economica per reincantare le masse più ampie possibili. Anche in questo caso, Certeau cerca di cogliere una specifica logica che, prima ancora che incarnarsi in un particolare modo di fare, che sia quello del consumo oppure, ad esempio, quello dei media, si incarna in uno specifico modo di vedere e soprattutto di rendere visibile il reale. In questo caso, però, il riferimento è soprattutto a Guy Debord e a quella «società dello spettacolo»22 che negli anni ’60 e ’70 del Novecento si definisce con tutta la sua forza e complessità. Come scrive quest’ultimo:

L’alienazione dello spettatore a vantaggio dell’oggetto contemplato (che è il risultato della propria attività incosciente) si esprime così: più esso contempla meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio. L’esteriorità dello spettacolo, in rapporto all’uomo agente, si manifesta nel fatto che i suoi gesti non sono più i suoi, ma di un altro che glieli rappresenta. Questo perché lo spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perché lo spettacolo è dappertutto.23

Certeau legge e cita Debord, ad esempio, nell’Introduzione generale de L’invention du quotidien, parlando di un consumatore sempre più «ridotto a voyeur (troglodita o itinerante) in una società dello spettacolo».24 Nel 1970, invece, nell’articolo intitolato L’imaginaire de la ville, pur non citandolo esplicitamente, scrive:

[…] ciò che entra in quel linguaggio è ciò che esce dalla vita quotidiana e che l’esistenza non offre più, sia a causa della fatica, sia perché non si osa più pensare a un cambiamento del possibile. Così bisogna accontentarsi di sognarlo. Lo si vede, non potendo farlo. Come diceva una pubblicità televisiva: «Siate sportivi – nella vostra poltrona». Si è spettatori rinunciando a essere attori. L’immaginario sta dal lato del «vedere». Sviluppa un esotismo, ma un esotismo oculare. Alla fine, infatti, una logica si trova ovunque […] quello che viene dato all’occhio viene tolto alla mano. Si vede tanto più quanto meno si prende. […] L’inazione sembra essere il prezzo dell’immagine.25

L’articolo è dedicato alla città e, in particolare, all’immaginario che pervade la vita delle città moderne e tardo-moderne trasformate in «labirinti di immagini».26 Certeau si interroga sul ruolo che queste giocano nella vita quotidiana e nell’esistenza di milioni di individui. Il «vedere» rende possibile un «esotismo oculare», la possibilità di essere «spettatori rinunciando a essere attori» Dallo sport ai viaggi, dalla cucina alla sessualità: «si vede tanto più quanto meno si prende». Le immagini coprono e ri-coprono ogni evento e ogni ambito della vita sociale. E, tuttavia, secondo Certeau quanto più esse acquistano potere nel rendere visibile il reale e tanto più esse conducono a perdere potere in termini di capacità di azione. Le immagini catturano e spettacolarizzano il reale che pretendono di rappresentare e lo trasformano in una serie di «mitologie».27 Scrive, infatti, Certeau:

Le mitologie dicono ciò che si cerca «in immagine» perché non si osa più credervi, e spesso ciò che la finzione è la sola a dare. Ingannano sia la fame sia l’azione. Tradiscono sia un rifiuto di perdere sia un rifiuto di agire. Così troppe volte parole o immagini raccontano una perdita e un’impotenza, vale a dire tutto il contrario di quello che prodigano.28

In questo senso, l’avanzare del processo di razionalizzazione tecnico-scientifica non fa scomparire il bisogno di nuovi miti e di nuovi spettacoli. Continua Certeau:

Se credessimo di averne disinfettato le strade, ci sbaglieremmo. Essi, al contrario, vi regnano. Espongono su superfici di immagini i sogni e il rimosso di una società. Risorgono da ogni lato, ma attraverso altri canali di ieri.29

E questi canali sono soprattutto quelli legati al consumo, al discorso pubblicitario e al discorso mediatico. Citando il sociologo Lucien Goldmann parla di una «mistica del frigorifero»,30 attraverso la quale ogni oggetto è associato a immagini che lo trasformano in altro, in una promessa temporanea di felicità, di benessere, di sicurezza e di libertà.

Anche il corpo viene preso in questa logica e, dunque, reso sempre più visibile e sempre più spettacolare. Scrive Certeau:

Ovunque si annuncia, una festa dei sensi, una festa del corpo. Un corpo però frammentato, inventariato grazie a una divisione analitica, scomposto in luoghi successivi di erotizzazione. La dispersione dei piaceri sostituisce uno spazio sensoriale alle integrazioni del passato. Metafora della felicità, il corpo è seriale. È l’anti-ragione, ma strutturato come la ragione contemporanea, il suo negativo e il suo omologo.31

Una «festa dei sensi» e una «festa del corpo», dunque. Il corpo che diventa «metafora della felicità», fonte di un «nuovo esotismo»32 che esprime, al tempo stesso, la ricerca di una trasgressione, la promessa di una comunicazione e la possibilità di raggiungere un «al di qua delle rappresentazioni».33 Eppure, un corpo che diventa anche «seriale», un’«anti-ragione ma strutturato come la ragione contemporanea». Lo svelamento e la visibilità del corpo oscillano continuamente «fra la manifestazione e il camuffamento»,34 tra il mostrare e l’ingannare. Qui entra in gioco nuovamente il consumo, come scrive Certeau:

La trasgressione torna a vantaggio delle tecniche di consumo, che la recuperano e la sfruttano. La comunicazione è filtrata dalle censure sociali; passa, alienandosi, negli spettacoli consacrati all’amore degli altri o nell’«esercizio di pietà» che diventa il dialogo. La realtà nuda appare sempre e solo sotto forma di «possessi»; si frammenta e si nasconde in uno scambio di piaceri o di beni.35

Resistenze

Razionalizzazione e spettacolarizzazione, pulsione a totalizzare il reale, a cercare la piena «leggibilità dei rapporti funzionali tra elementi», e pulsione a rendere visibile e spettacolare il reale, attraverso le «fiction» di un «esotismo oculare». La modernità sembra essere presa in questa opposta tensione generata da potenti processi di innovazione e trasformazione tecno-scientifica e da potenti processi di mediatizzazione e di mercificazione consumistica. Di fronte a ciò, la domanda sorge con forza: cosa resta? Cosa sfugge a questa duplice tensione? È lo stesso Certeau che ci aiuta e ci accompagna lungo questa strada. E lo fa sempre nelle pagini finali de L’invention du quotidien, proprio dopo aver parlato dello specifico sguardo, della specifica prospettiva che guida il processo di razionalizzazione. Scrive, infatti:

A noi qui interessa ciò che avviene sotto la superficie della tecnologia e turba il suo gioco. Ovvero il suo limite, individuato da tempo ma che non dev’essere configurato come una terra di nessuno, poiché si tratta di pratiche effettive. […] Tralasciamo dunque l’eufemia che persiste ovunque nel discorso dell’amministrazione e del potere, ovvero l’autoincensazione continua di questa razionalità funzionalista, e torniamo piuttosto al brusio delle pratiche quotidiane.36

Tornare al «brusio delle pratiche quotidiane», a «ciò che avviene sotto la superficie», al «limite» di quello sguardo totalizzante e, possiamo aggiungere, spettacolarizzante, che non costituisce una «terra di nessuno», bensì «pratiche effettive» con una loro logica e una loro formalità. Per tecnici, progettisti e manager mere «resistenze» che ostacolano e scompigliano l’esecuzione di progetti di ogni sorta. Eppure, proprio queste «resistenze» sembrano poter sfuggire alla duplice logica della visibilità razionalizzante e spettacolarizzante. Come noto, a esse e al loro «eroe», l’«homme ordinaire», è dedicato proprio L’invention du quotidien.37 Non si tratta, però, semplicemente di una questione accademica o speculativa: la mera possibilità di far emergere e indagare qualcosa di altro, al di sotto della superficie del visibile tecnico e spettacolare. Per Certeau, la posta in gioco è innanzitutto strettamente politica.38 Continua, infatti, poco dopo:

Esse [cioè queste pratiche effettive] non costituiscono delle sacche nel sistema economico. Nulla a che vedere con quelle realtà marginali che l’organizzazione tecnica finisce ben presto per integrare trasformandole in significanti e in oggetti di scambio. Al contrario, attraverso queste pratiche si insinua una differenza incodificabile, la quale turba il felice rapporto che il sistema vorrebbe avere con le operazioni che pretende di gestire. Ma non si tratta di una rivolta circoscritta, dunque classificabile, bensì di una sovversione diffusa e silenziosa, quasi gregaria – la nostra.39

Una «differenza incodificabile»: ecco forse una delle possibili chiavi che Certeau ci consegna oggi e che egli ci invita a utilizzare per proseguire il cammino. Pensare a queste pratiche e al soggetto da cui si originano non tanto come ad una realtà marginale, ad una «rivolta circoscritta», «classificabile», dunque, facilmente integrabile e trasformabile in «significanti e in oggetti di scambio».40 Bensì, piuttosto, come ad una «sovversione diffusa e silenziosa», ad uno «scacco del visibile» che si insinua nei processi di razionalizzazione e di spettacolarizzazione e che turba l’ordine istituito e «le operazioni che pretende di gestire». Nelle pagine finali de L’invention du quotidien, Certeau si sofferma, in particolare, su due sintomi rivelatori di questa sovversione ad opera delle pratiche dell’uomo ordinario. Da una parte, la stratificazione profonda, ben al di sotto della superficie del visibile, dei luoghi che compongono la vita sociale. Dentro e attraverso di essi permangono – invisibili e ostinate – resistenze, memorie, opacità frutto del passato, di altre storie e di altre esistenze. Dall’altra parte, gli imprevisti del tempo, i «lapsus del sistema»41 che scompaginano le traiettorie di progetti, piani e programmi. Permangono, dunque, gli scacchi, le perdite e i fallimenti che fanno del tempo un «tempo accidentato».42 Conclude, quindi, Certeau:

L’insuccesso o lo scacco della ragione è precisamente il punto cieco che la fa accedere a un’altra dimensione, quella di un pensiero che si articola su qualcosa di differente come sua inafferrabile necessità.43

Riferimenti bibliografici

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  1. Rispetto alla ricezione anglo-americana si vedano in particolare: Buchanan 2000 e Highmore 2006; per una presentazione della ricezione si vedano: Dosse 2002 e Di Cori 2020. ↩︎

  2. De Certeau [1974] 2025. ↩︎

  3. De Certeau [1990] 2001. ↩︎

  4. Ibidem, p. 63. ↩︎

  5. Ibidem, p. 173. ↩︎

  6. Ibidem, p. 233. ↩︎

  7. Il riferimento, a livello italiano, è, ad esempio, a: Napoli 2023, Lampugnani 2023 e Sobrero 2025. A livello internazionale, invece, il riferimento è, ad esempio, a: Freijomil 2020, Mendiola 2023 e Álvarez 2024. ↩︎

  8. Affrontando il pensiero di Michel de Certeau è forse più appropriato parlare di «tardo-modernità», piuttosto che di «post-modernità», come si è cercato di spiegare in Lampugnani 2024. In questo contributo, si continuerà, dunque, a parlare di ’tardo-modernità’ e di ’società tardo-moderna’. ↩︎

  9. Per un approfondimento si vedano: Lampugnani 2023 e Napoli 2023. ↩︎

  10. Il testo riprende, integra e approfondisce alcune riflessioni già raccolte nei capitoli V e VI della monografia Modernità e alterità. Un percorso sulle tracce di Michel de Certeau (cfr. Lampugnani 2023). ↩︎

  11. De Certeau [1990] 2001, p. 279. ↩︎

  12. De Certeau [1974] 2025, p. 31. ↩︎

  13. Si veda, ad esempio, il testo dal titolo L’ordinaire de la communication, raccolto in de Certeau [1994] 2007. ↩︎

  14. De Certeau [1990] 2001, p. 279. ↩︎

  15. Sul rapporto tra Certeau e Foucault si vedano, ad esempio: Guglielmi 2009 e Petit 2020. ↩︎

  16. De Certeau [1987] 2006, p. 157. ↩︎

  17. De Certeau [1990] 2001, pp. 143-144. ↩︎

  18. A questo riguardo, de Certeau cita le vedute in prospettiva presenti in alcuni dipinti medievali e rinascimentali. ↩︎

  19. De Certeau [1990] 2001, p. 146. ↩︎

  20. Ibidem↩︎

  21. Ibidem, p. 145. ↩︎

  22. Si veda, in particolare: Debord [1967] 2002. ↩︎

  23. Ibidem, p. 53. ↩︎

  24. De Certeau [1990] 2001, p. 18. ↩︎

  25. De Certeau [1974] 2025, p. 32. ↩︎

  26. Ibidem, p. 34. ↩︎

  27. Certeau non spiega in che senso utilizza il termine “mitologia”. Tuttavia, i suoi riferimenti potrebbero essere fondamentalmente due: da una parte, Claude Lévi-Strauss con la sua serie dal titolo Mythologiques (si veda, ad esempio: Lévi-Strauss [1964] 2008); dall’altra parte, Roland Barthes con il suo Mythologies (Barthes [1957] 2016). ↩︎

  28. De Certeau [1974] 2025, p. 33. ↩︎

  29. Ibidem↩︎

  30. Ibidem↩︎

  31. Ibidem, p. 35. ↩︎

  32. Ibidem, p. 37. ↩︎

  33. Ibidem, p. 36. ↩︎

  34. Ibidem, p. 37. ↩︎

  35. Ibidem↩︎

  36. De Certeau [1990] 2001, p. 280. ↩︎

  37. Ibidem, p. 25. ↩︎

  38. Così, infatti, scrive nell’introduzione generale a L’invention du quotidien: «l’atomizzazione del tessuto sociale conferisce oggi una pertinenza politica alla questione del soggetto», ibidem, p. 21. ↩︎

  39. Ibidem, pp. 280-281. ↩︎

  40. A questo riguardo, il riferimento al pensiero di Jean Baudrillard è imprescindibile. Si vedano, ad esempio: Baudrillard [1970] 1976 e Baudrillard [1972] 1974. ↩︎

  41. De Certeau [1990] 2001, p. 283. ↩︎

  42. Ibidem↩︎

  43. Ibidem, p. 284. ↩︎