Ogni classe è un piccolo mondo: elementi di pedagogia della condivisione

1. Competenze di un insegnante

La professione di insegnante è più complessa di come sovente appare. Le componenti che la costituiscono sono infatti numerose e anche le ricerche degli ultimi anni ci hanno portato a rimettere in discussione aspetti dati troppo per scontati. Come ho rilevato nell’articolo precedente richiamandomi alle riflessioni dell’amico Guido Petter, è fondamentale che un docente conosca in modo accurato gli argomenti che insegna. Ciò include una conoscenza da parte sua di numerosi temi in una forma organica e problematica insieme. Conoscere la propria materia in una forma organica significa saper cogliere e porre in evidenza i punti nodali che permettono di dare ordine a un certo insieme di dati in una struttura semplice e solida. Questo, è bene ricordarlo, comporta anche un attento studio della terminologia tecnica della disciplina in questione e uno specifico lavoro sul linguaggio da utilizzare nella didattica, affinché l’esposizione in classe risulti chiara, comprensibile a tutti. Conoscere la propria materia in una forma problematica significa invece mettere gli studenti nella condizione di potersi accostare a temi nuovi partendo ogni volta da qualche problema capace di suscitare il loro interesse, coinvolgendoli così più facilmente. Un bravo insegnante deve poi aiutare gli allievi a comprendere che studiare una materia significa trovare in essa gli strumenti per arricchire la propria sensibilità e la propria comprensione in ordine ai problemi umani. In primo luogo, i risultati acquisiti grazie a una didattica portata avanti in modo attento devono essere duraturi. È chiaro che un insegnamento i cui risultati spariscono non appena la scuola non li richiede più (dopo gli esami o dopo il conseguimento del diploma) è un cattivo insegnamento, a prescindere da quello che può essere il valore intrinseco. In secondo luogo, i risultati di un insegnamento devono poter essere fatti propri, utilizzati anche fuori dalla scuola, nella vita quotidiana degli allievi. Indipendentemente dalla materia insegnata, il docente dovrebbe sempre aiutare gli allievi a stabilire una connessione fra ciò che si dice in aula durante le lezioni e la vita al di fuori della medesima. È chiaro che un sapere scolastico i cui risultati rimangono circoscritti all’interno dei muri della scuola, che non modifichi affatto il comportamento dell’allievo e ne arricchisca la prospettiva a partire dalla quale valuta le realtà che lo circondano, e dunque non venga anche utilizzato per risolvere dei problemi della quotidianità di tutti i giorni, è un sapere sul quale è inevitabile nutrire forti dubbi, un sapere che molti non esiterebbero a definire inutile e senza giustificazione.1 Riguardo la competenza didattica di un docente, la pedagogia della condivisione trova piena espressione nelle parole dello psicologo e pedagogista Mario Polito quando afferma che molti docenti si sentono ossessionati dai contenuti da impartire e dai programmi da svolgere e spesso trascurano l’essenziale, che consiste non tanto nell’insegnare quanto nell’accompagnare gli studenti nel loro percorso di apprendimento. L’apprendimento più efficace «nasce dalla cura che l’insegnante rivolge ai propri studenti, dedicandone di più a chi ha più bisogno. Riesce in questo obiettivo, se ama i propri studenti, se non insegna solo la matematica, ma insegna ad amare la matematica, che è molto di più. Se non insegna solo storia, ma ad amare la storia, che è tutt’altra cosa. Se non insegna solo letteratura, ma è capace di farla amare. In questa dimensione formativa l’insegnante valuta in modo autentico e globale i propri studenti e non li ossessiona con i test di verifica. È interessato a formare tutti, più che a selezionare i migliori».2

Nei prossimi anni gli istituti scolastici saranno poi chiamati a lavorare con più cura sulla didattica speciale, quella che si occupa della valorizzazione della diversità dei soggetti portatori di handicap, riconoscendo e salvaguardando meglio la loro specifica identità. Verrà inoltre riconosciuto in modo più chiaro ciò che docenti ed educatori, spesso lasciati soli nel loro compito educativo, denunciano da tempo, ovvero che gli alunni svantaggiati sono una categoria più ampia di quello che siamo soliti supporre. Gli alunni svantaggiati comprendono infatti, oltre ai portatori di handicap, anche tutti coloro che, per ragioni culturali, sociali, di provenienza geografica o altro, incontrano o possono incontrare difficoltà scolastiche.3 Sono comunque certo che il declino dell’attuale sistema economico e la progressiva introduzione di nuovi metodi di lavoro non più dipendenti dalle risorse finanziarie ma da un più libero contributo del personale che lavora nella scuola e di molti volontari impegnati nella ricostruzione di ogni settore delle attività umane, favoriranno un inserimento dei portatori di handicap più attento di come è adesso.4 Intendo qui con il termine ricostruzione il piano che diversi esperti internazionali dell’economia e dell’amministrazione pubblica stanno studiando da alcuni anni, che potrà essere determinante nella risoluzione della drammatica situazione verso cui stiamo andando incontro e che toccherà il suo apice nel crollo dell’attuale sistema economico. Tale ricostruzione non potrà che richiedere un impegno condiviso da parte di tutti in ogni paese e prevedere l’introduzione graduale di nuovi metodi di scambio. L’attuale sistema dominante di produzione e distribuzione del cibo, il sistema sanitario, dell’istruzione e dei trasporti saranno ripensati mettendo al centro l’uomo e non più i profitti. Fra i suoi primi obiettivi, il piano di ricostruzione dovrà risolvere il grave problema della concentrazione del cibo in una sola matrice produttiva. Poche società controllano attualmente la maggior parte della produzione mondiale delle sementi, degli input agricoli e della distribuzione del cibo in tutto il mondo. Queste società hanno favorito una crisi che nel 2009 è arrivata a colpire più di un miliardo di persone in tutto il mondo e ora tende sempre più ad aggravarsi. La fame e la malnutrizione (fattori che stanno sempre più diffondendosi negli Stati Uniti e che l’Europa sta attualmente sottovalutando) non sono un fatto naturale, ma il risultato di rapporti sociali e produttivi precisi che l’egemonia neoliberale ha imposto in modo spregiudicato.5

Alla componente culturale segue quella pedagogico-didattica. Essa consiste nell’avere chiari gli obiettivi educativi e possedere una metodologia e degli strumenti atti a garantirne il conseguimento. Un insegnante deve avere chiaro quale tipo di individuo vuole contribuire a formare, quale tipo di atteggiamento desidera avere da parte dell’allievo durante l’attività in classe e quale tipo di rapporto intende stabilire tra la didattica e la crescita personale dei suoi alunni. Deve inoltre possedere degli strumenti che possano consentirgli il conseguimento dei traguardi che si pone lavorando sulla teoria e la tecnica della programmazione, sulla ricerca e discussione di gruppo, sull’uso adeguato di didattiche specifiche o di tecnologie audiovisive. La didattica multimediale opera per esempio mediante ipertesti che possono aiutare a completare la spiegazione, visualizzare esempi, effettuare approfondimenti, attivare lavori personali o di gruppo. Consente l’uso di diversi media (testi scritti o verbali, immagini, filmati, sonoro) e agevola in molti casi l’apprendimento attraverso la pluralità di linguaggi impiegati in simultanea. Nata in tempi relativamente recenti grazie alla crescente diffusione di nuove modalità di scambio economico e al largo utilizzo di internet, la pedagogia della condivisione ha mantenuto uno stretto legame con la didattica multimediale e in particolar modo con i nuovi approcci alla ricerca e al lavoro di gruppo presenti sul web.6 Questi approcci hanno fatto progressivamente emergere l’idea secondo cui la conoscenza non può essere di proprietà esclusiva di alcuno, non si consuma e non diminuisce di valore se viene scambiata e ceduta ad altri. La conoscenza non rappresenta un bene competitivo: più circola più il suo valore aumenta e si moltiplica. Se ci riflettiamo bene, l’economia della conoscenza prefigura un’economia dell’abbondanza che contraddice radicalmente l’attuale economia capitalista fondata sull’illusione della scarsità, l’esclusività della proprietà e la competizione per l’utilizzo delle risorse. In molti settori ci si sta poi sempre più accorgendo che difendere il monopolio intellettuale dal punto di vista legale — tramite brevetti, copyright e altre restrizioni all’utilizzo di un’invenzione — non favorisce necessariamente l’innovazione e la creatività.

Il declino dell’attuale sistema economico si accompagnerà certamente a una riflessione più attenta sulle problematiche relative al possesso dei beni. Faccio riferimento in particolar modo a quella che riguarda il possesso non come uso o appropriazione delle cose, ma come presenza di potere. Si può infatti constatare come ciò che conta nella ricchezza non sia tanto il possedere, quanto il potere. È molto meno importante la quantità di ciò che si possiede rispetto alla propria qualificazione nell’ambiente in cui si vive e si opera. Viceversa, la povertà non consiste tanto nel possedere poco, quanto nel potere poco; non tanto nel non avere, quanto nel non contare; non tanto nel non avere nulla, quanto nell’essere nulla. Nel nuovo sistema socioeconomico che andrà ad affermarsi questo modo di valutare se stessi e le relazioni con gli altri muterà in maniera considerevole. Grazie alla diffusione di un’attenta pedagogia della condivisione, dentro e fuori il mondo della scuola, sarà possibile operare quell’importante spostamento dall’avere all’essere che, se da una parte rappresenterà una sorta di percorso obbligato con il quale dovremo tutti quanti fare i conti, accettando così di avere tutti l’indispensabile ma rinunciando al superfluo e agli sprechi, dall’altra rappresenterà una grande opportunità per diventare finalmente esseri umani degni di questo nome.7 Ho ribadito in altre sedi il fatto che l’attuale sistema capitalistico di stampo anglosassone ha effetti devastanti sulla vita delle persone e necessita di essere accompagnato da un robusto sistema di protezione sociale. Sono fermamente convinto che tutte le persone, che lavorino o meno, debbano godere dell’incondizionato diritto a non morire di fame e ad avere un ricovero; non dovrebbero ricevere più di quanto sia indispensabile per mantenersi, ma neppure ricevere di meno. Il reddito minimo annuo, richiesto da molti già a partire dagli anni cinquanta del secolo scorso ma mai preso sul serio, avrebbe per esempio l’effetto di dilatare l’ambito della libertà personale, assicurerebbe maggiore indipendenza. Nessuno che sia economicamente dipendente da altri (da un genitore, da un marito, da un capo) sarebbe più sottoposto al ricatto di venir lasciato morire di fame. In ogni modo, nel sistema socioeconomico che le persone dovranno contribuire a ricostruire sulle rovine dell’attuale, è assai probabile che per la prima volta prenda corpo la visione di chi lotta per un mondo in cui «tutti i ragazzi vengono nutriti, in cui il cibo, l’assistenza sanitaria, l’istruzione, la casa e i vestiti sono diritti e non privilegi».8 Ogni persona avrà la possibilità di sperimentare quella gioia autentica che proviene dal dare e condividere, non già dall’accumulare e sfruttare. Docenti ed educatori dovranno trasmettere alle nuove generazioni coinvolte nelle prime fasi della ricostruzione il valore della gratuità, del dono di sé e della fratellanza, non come vaghi ideali ma come principi di vita senza i quali non potrà esserci alcuna possibilità di sopravvivenza. Dovranno lottare nei primi tempi contro l’egoismo e l’avidità di coloro che, opponendosi a ogni cambiamento, hanno sempre fatto del loro meglio per sfruttare gli altri imponendo l’idea secondo cui tutto ha un prezzo, “educando” le persone a valutare il loro successo in base a quanto possono comprare e consumare.9 Dovranno fare il possibile per rigettare quelle prassi educative che relativizzano la dimensione politica dell’essere umano, favorendo di fatto quell’individualismo irresponsabile che sta erodendo le società “avanzate”. Questo significherà lavorare in modo più preciso e prolungato sul gruppo delle abilità sociali e interpersonali e sul gruppo delle abilità emozionali e affettive.10 Al primo gruppo appartengono quelle abilità che hanno a che fare con l’interazione, come il saper collaborare, il saper comunicare, il saper affermare se stessi senza calpestare gli altri, il saper rispettare le norme di comportamento, il saper gestire i conflitti o il saper mediare e negoziare. Le abilità emozionali affettive riguardano invece la consapevolezza delle proprie emozioni e di quelle degli altri, per poter essere più preparati nella comunicazione sociale. Rientrano in questo gruppo il saper leggere le emozioni proprie e quelle degli altri, il saper esprimere le proprie emozioni con spontaneità e autenticità, l’essere sensibili ed empatici, il sapersi automotivare, il saper affrontare le situazioni di stress e neutralizzare le emozioni distruttive o il saper controllare la propria aggressività.

La terza componente della professione di insegnante è infine quella psicologica. Un insegnante non può trascurare la natura dei processi psichici dei suoi allievi, come la percezione, l’apprendimento, la motivazione ad apprendere o le intelligenze multiple, al fine di stimolarli con il suo intervento educativo. Deve tener presente che non esiste un unico modello di processo educativo. Il soggetto dell’educazione è innanzitutto un singolo irripetibile con un proprio bagaglio ereditario e una specifica condizione esistenziale e socioculturale. Il tema della diversità, messo a fuoco dalla ricerca sperimentale e poi diffusosi, per le evidenti implicazioni didattiche, anche nel mondo della scuola, suscita un interesse crescente da parte di psicologi e pedagogisti.11 Sebbene la scuola si ponga in teoria l’obiettivo di conseguire la migliore prestazione possibile dalla totalità degli allievi, gli studiosi più attenti ricordano che esistono differenze notevoli fra gli individui e che educare significa innanzitutto valorizzare l’identità personale. L’apparente ovvietà di tali considerazioni nasconde però un’implicazione metodologica che richiederebbe all’istituzione scolastica l’impegno di differenziare in modo più preciso i metodi e gli stili di insegnamento in funzione dei singoli allievi.12 Il docente deve poi conoscere le caratteristiche psicologiche tipiche delle diverse età, con particolare riguardo agli allievi di cui si occupa, ponendo la massima attenzione sugli interessi, le modalità di rapportarsi agli altri e gli eventuali problemi di tipo personale. Come già osservato, la competenza psicologica include un’attenta considerazione da parte dell’insegnante degli aspetti emotivi legati all’apprendimento. Le ricerche internazionali tese a verificare le competenze degli studenti hanno in genere trascurato questi aspetti.13 Nei normali contesti educativi, la riduzione dell’apprendimento al solo aspetto cognitivo può forse andare bene al momento della verifica di una conoscenza o di un’abilità, ma nella competenza che si vuole certificare entrano fortemente in gioco anche fattori della sfera emotiva, quali la motivazione, l’autostima, l’autoefficacia e la relazione affettiva. La comunicazione didattica si sviluppa in un ambiente saturo di emozioni e non si può certo ridurre al solo momento certificativo.14

2. Atteggiamenti psicologici

Proprio in riferimento a questa terza componente della professionalità del docente, l’assunzione di atteggiamenti psicologicamente adeguati nei confronti dei propri allievi rappresenta un fattore rilevante nella pedagogia della condivisione. Guido Petter ci aveva chiarito che si trattava non solo di riconoscerne la natura e l’importanza, ma anche di saperli assumere con naturalezza, farli propri, rendendoli elementi permanenti del nostro modo di entrare in relazione con gli altri e con noi stessi. Il primo atteggiamento è senza dubbio la curiosità dello studioso, quella che, di fronte agli oggetti e ai fenomeni del mondo naturale, agli aspetti dell’ambiente culturale in cui vive, ma anche di fronte alle persone e al loro comportamento, si pone con frequenza dei problemi, dei perché. È l’atteggiamento di colui che vuole capire e ricerca, che rifiuta un approccio superficiale allo studio e alla riflessione. Sul piano didattico si traduce nella presentazione ai propri allievi di situazioni problematiche che li coinvolgano nell’ascolto, nella discussione di gruppo e nella ricerca.15 È mostrare loro che un tema particolare o un aspetto di esso può davvero essere più complesso di come appare al senso comune. La curiosità può così portare il docente a cogliere meglio le motivazioni degli allievi, il loro modo di sentire o di ragionare, i loro giudizi precostituiti o la natura delle difficoltà che incontrano. La storia delle scienze è ricca di uomini che, collaborando fra loro e unendo i risultati delle rispettive ricerche, hanno incarnato e incarnano tuttora questo atteggiamento di apertura nei riguardi della conoscenza, concepita come un bene comune che più di condivide più si arricchisce.

Un secondo atteggiamento importante è quello di ascolto. È ritenere la persona con cui stiamo parlando portatrice di messaggi sempre nuovi. È non darla mai per scontata, capace dunque di avere sempre qualcosa di nuovo e di rilevante da comunicarci. Si tratta di un atteggiamento che considera il dialogo e la relazione come occasioni grazie alle quali è sempre possibile arricchirsi.16 L’ascolto permette all’insegnante di cogliere i bisogni, gli interessi e gli stati d’animo dei suoi allievi, dando loro una risposta adeguata; gli consente di diventare presente nella vita dei suoi alunni e partecipe dei loro vissuti, riuscendo a dare loro il senso che quanto gli dicono ha importanza per lui, non verrà divulgato, non sarà oggetto di pettegolezzo, né darà luogo a rimproveri. Nell’ascolto può trovare espressione quell’amore per l’altro quale egli è, purché si intenda il termine amore quale equivalente del termine teologico agape, e non negli abituali significati romantici e possessivi. Significa rispetto per l’altro quale persona autonoma, meritevole di attenzione, che comporta quella che lo psicologo Carl R. Rogers aveva indicato come un’accettazione positiva non valutativa.17

Un atteggiamento strettamente legato all’ascolto è quello di empatia, ovvero di attenzione ai vissuti dell’altro e di partecipazione emotiva. È aprirsi al modo in cui la vita viene esperita da un altro, impegnarsi a vedere il mondo nei termini che gli sono propri e farlo sentire meno solo nella situazione che sta vivendo. Il docente empatico avverte il mondo interiore dell’allievo, i suoi significati personali come se fossero suoi, senza mai perdere questa caratteristica “come se”.18 A questo atteggiamento, che dà al bambino o al ragazzo il senso di vivere un rapporto più profondo e autentico con la persona dell’insegnante, è possibile unire quello di valorizzazione e fiducia. Esso consiste nel trasmettere agli allievi l’idea che è sempre possibile migliorare, che è sempre possibile fare meglio. Significa dare il senso che certe cose sono già in grado di farle bene e in altre riusciranno sicuramente con l’esercizio e l’impegno, anche se questo porterà loro via più tempo. Un insegnante responsabile ha sempre il dovere di incoraggiare i suoi allievi e di individuare e favorire i loro talenti e le loro abilità, pur restando nell’ambito di valutazioni realistiche. È suo dovere il comprendere le debolezze di coloro che sono affidati alle sue cure e il fatto che riuscirà a far fronte alle loro cattive inclinazioni solo circondandoli di amore e offrendo loro, attraverso il suo esempio personale, un modello di impegno costante, di forza e di buon senso. L’educazione è cosa di cuore: non c’è forza più grande dell’amore e solo nell’amore è possibile quel miglioramento che ci si auspica dai propri allievi. Solo un insegnante che ama davvero il suo lavoro e offre generosamente quell’amore che protegge e aiuta può rendere serena e piacevole la loro vita di scuola.19

Un altro atteggiamento sul quale ogni docente dovrebbe porre attenzione è l’autoriflessione. Esso consiste in una costante valutazione di sé, delle proprie idee, del proprio lavoro, anche in vista di alcuni importanti conseguimenti da raggiungere nell’attività in classe. Nessun docente può insegnare in modo efficace una materia, se lui stesso non la ama e se non riesce a farla amare agli allievi, indipendentemente dal fatto che siano o meno portati in quella disciplina specifica. Nessun docente può insegnare bene una materia, se non si propone di farla apprezzare a partire dalla considerazione che nutre per i suoi allievi.20 La considerazione rappresenta la stima che l’insegnante manifesta nei confronti di un allievo nel momento in cui gli riconosce un valore intrinseco, accettandolo innanzitutto per come è. Gli attribuisce una dignità umana, a prescindere dal suo aspetto, dal suo rispetto per le regole comunitarie, dall’autocontrollo delle sue pulsioni, dalla considerazione che nutre per gli altri in classe o dall’ambiente familiare da cui proviene. Avere considerazione per gli allievi significa credere in loro, incoraggiandoli a raccogliere delle sfide sempre nuove. Significa anche riprenderli e rimproverarli quando si comportano in modo irresponsabile e maleducato, senza però mancare loro di rispetto, senza offenderli o umiliarli. Si tratta di esercitare dunque quell’autorità formativa indispensabile che non si arresta al voler bene agli studenti, ma si muove nell’ottica del volere il loro bene e perseguirlo, anche quando costa enorme fatica per il docente e per gli allievi. Per i bambini e i ragazzi, gli insegnanti che operano nella scuola rappresentano inoltre la principale fonte di sicurezza dopo i genitori. Un docente può rendere un inferno la vita di un allievo (cosa tutt’altro che rara) o farlo vivere in un ambiente sereno, che lo induca a svegliarsi ogni mattina senza l’angoscia di dover recarsi a scuola. Un docente può favorire l’insorgere di stati di ansia e avere effetti gravissimi sull’autostima dei giovani o impegnarsi a lavorare sulle proprie mancanze e organizzare la vita della classe in modo da trasmettere una sensazione di sicurezza. Perché ciò sia possibile, l’insegnante deve avere fiducia nella propria capacità di far fronte alle novità e agli imprevisti: un atteggiamento che, oltre a richiedere flessibilità, ovvero la disponibilità a modificare le proprie convinzioni o valutazioni di fronte a dati di fatto che smentiscono le sue attese o ipotesi, comporta un continuo lavoro interiore su se stesso. Ho assistito a lezioni di insegnanti plurilaureati incapaci di far fronte a banali emergenze educative, con metodi didattici scadenti, poco attenti alle esigenze degli allievi e incapaci di favorire un clima positivo in classe. Allo stesso tempo, ho constatato come educatori privi di tanti attestati e titoli di studio, ma con più esperienza educativa, passione per il proprio lavoro e attenti al fatto che in classe ci fosse maggiore rispetto, ascolto e collaborazione, fossero molto più apprezzati dagli studenti, perché più impegnati nel lavoro di rassicurazione. A differenza di moltissimi docenti interessati esclusivamente a portare avanti il programma, gli educatori sono più consapevoli che il benessere comunitario in classe è un bene da proteggere, salvaguardare e coltivare in modo continuativo, altrimenti risulta impossibile portare avanti le lezioni ed educare. Riconoscono inoltre la necessità di un comportamento coerente all’interno della scuola. La coerenza rappresenta l’atteggiamento dell’insegnante-formatore interessato a vivere con i suoi studenti delle relazioni autentiche e oneste. Le sue parole e la sua linea di condotta riflettono ciò che pensa e sente, in un ambiente dove non si tratta di essere arrendevoli e accondiscendenti, ma comprensivi ed esigenti.

3. Accoglienza e condivisione

Un indicatore macroscopico di complessità emerso in questi ultimi anni è l’inserimento sempre più consistente nelle classi di alunni di origine straniera, nati in Italia o ricongiunti ai genitori, che ha reso possibile un confronto, spesso problematico, con diversità culturali di cui non ci si era mai preoccupati veramente.21 Nel processo di formazione e adattamento al nuovo ambiente i bambini intrecciano molte relazioni significative e devono creare e mantenere dei legami con più contesti sociali e culturali rispetto ai loro genitori. L’esperienza della migrazione e del confronto con una lingua e un modo di pensare diversi rispetto al proprio gruppo d’origine rende sovente la loro vita più complessa rispetto a quella dei compagni di classe.22 Fra i requisiti di un bravo insegnante non può dunque mancare l’impegno a facilitare l’inserimento dei bambini immigrati nella scuola, quell’amore che si traduce in accoglienza. La pedagogia della condivisione promuove l’accoglienza di allievi che arrivano da altrove, cerca le possibili vie comunicative per interagire con loro e con le loro famiglie, pone attenzione ai loro bisogni e ai loro vissuti e incrementa quelle iniziative didattiche che orientano le finalità della scuola verso una prospettiva egualitaria, aperta e dialogica. Gli atteggiamenti, le scelte, i compiti che un docente che si ispira a tale pedagogia riconosce come propri sono l’apertura, l’accoglienza dello straniero, il muoversi verso l’altro. Oltre che impartire il sapere, si rende conto che il compito più importante è suscitare negli allievi il senso della responsabilità, la comprensione, la buona volontà e la perseveranza nei giusti rapporti umani, qualunque sia la sua disciplina. Questi sono valori nei quali oggi più che mai è opportuno credere, ritenendoli necessari nella vita politica, sociale, quotidiana, oltre che nei rapporti educativi e nelle situazioni formative.23 Un insegnante deve porre la massima fiducia nel valore dell’incontro con chi viene da lontano e ritenere necessari la comunicazione e un dialogo costruttivo con bambini, ragazzi e adulti di nazionalità diverse. Questa comunicazione e questo dialogo potranno però essere efficaci solo a patto che lui sia il primo a credere davvero nella condivisione come mezzo per promuovere una convivenza pacifica, dentro e fuori la scuola. Solo la condivisione e la collaborazione in classe potranno dare vita a un clima sereno grazie al quale i bambini immigrati potranno conciliare meglio dentro di sé messaggi e richieste, anche contraddittorie, che provengono da un lato dalla famiglia e dall’altro dalla scuola e dalla società. A loro è infatti richiesto di “riuscire” nel nuovo paese, ma allo stesso tempo di mantenere i legami con le origini culturali della famiglia. Il conflitto identitario che queste generazioni devono affrontare nasce proprio dall’appartenenza a luoghi, spazi e contesti differenti fra loro e, a volte, in contraddizione.24 Un insegnante deve pertanto prendere coscienza del fatto che niente deve essere dato per scontato nella convivenza reciproca e nella costruzione di un clima-classe dove è importante che le differenze siano accettate e le disuguaglianze abbattute. Proprio per questo è bene ricordare quello che Mariangela Giusti, appellandosi al buon senso, ci esorta a riconoscere quando afferma che «tutti siamo diversi, che lo siamo in tanti modi differenti e che non è proprio il caso di porre un’enfasi fuori misura sull’appartenenza a una qualche comunità etnica, a un qualche gruppo territoriale, come se ciò dovesse essere un segno distintivo che debba creare barriere insormontabili fra noi e gli altri».25

Gli insegnanti saranno sempre più chiamati a fare i conti con classi multietniche, che rappresenteranno la normalità nel nuovo sistema socioeconomico che andrà affermandosi, caratterizzato da una mobilità molto più accentuata di adesso. Gli antropologi avranno un ruolo importante nella scuola dal momento che dovranno aiutare a rendere visibili agli adulti e alle giovani generazioni gli aspetti meno evidenti degli universi culturali (punti di vista, abitudini e atteggiamenti) delle famiglie migranti. Docenti ed educatori dovranno rendersi disponibili a decodificare simboli che non conoscono, a prendere maggiore confidenza con codici comunicativi diversi interpretandone il senso senza anteporre giudizi precostituiti, in modo da gestire meglio incomprensioni e possibili conflitti. Ogni classe multietnica sarà concepita come un piccolo mondo. Così come non sarà possibile un futuro per l’umanità intera senza una cooperazione pacifica fra le nazioni, allo stesso modo, in classe, la competizione fra gli allievi dovrà essere sostituita dalla collaborazione, dal venirsi incontro, dal percepirsi come un gruppo all’interno del quale ciascuno mette del suo per farlo crescere. Per gli allievi di una classe, condividere significherà coabitare pacificamente il medesimo spazio e sostenersi reciprocamente considerando le difficoltà degli altri come proprie. Il singolo avrà importanza nella misura in cui sarà educato a riflettersi negli altri e a concepire se stesso come elemento che arricchisce il gruppo cui appartiene. Ognuno metterà a disposizione degli altri ciò che ha di meglio, lo valorizzerà secondo le sue caratteristiche specifiche, imparando anche a mettere in comune.26 I valori dell’altruismo, della solidarietà e il senso di unità caratterizzeranno il clima di ogni classe, che riprodurrà in piccolo il tipo di relazioni che, dopo il crollo dell’attuale sistema economico, le nazioni saranno inevitabilmente portate a stabilire fra loro in grande. Uso qui il termine inevitabilmente perché solo nel momento in cui ogni nazione si farà carico del benessere delle altre accettando di mettere in comune ciò che ha in eccesso rispetto ai propri bisogni (e con questo mettere in comune si potranno soddisfare i bisogni di tutti) eviteremo di distruggere la vita sul pianeta. L’abisso esistente fra nazioni ricche e povere dovrà essere colmato al più presto. Centrale per l’intera trasformazione dell’umanità è l’accettazione del principio di condivisione. Da questo dipende la giustizia, e dalla giustizia dipende la pace per il mondo. Con l’accettazione del principio di condivisione, tutti gli altri problemi potranno essere risolti più facilmente.27


  1. Per un approfondimento relativo a questi due criteri di un insegnamento efficace, sui quali sono state avviate diverse riflessioni, soprattutto in Francia a partire dagli anni settanta del secolo scorso, rimando a J. L. Mursell, Successful Theaching. Its Psychological Principles, McGraw-Hill, New York 1954. ↩︎

  2. M. Polito, Educare il cuore. L’intelligenza emotiva degli adolescenti a scuola, edizioni la meridiana, Bari 2005, p. 13. ↩︎

  3. Si pensi per esempio agli immigrati, agli extracomunitari, agli alunni provenienti da aree socialmente e culturalmente degradate. ↩︎

  4. «Gli insegnanti più sensibili e consapevoli della propria funzione formativa esprimono molta amarezza, delusione, indignazione morale verso la classe politica ed economica dominante che non è disposta a investire di più nella scuola e nella formazione integrale delle nuove generazioni. Anzi è la scuola che subisce tagli quando l’economia va male e quando i politici succubi dei potentati economici si prodigano a obbedire alle loro richieste di risparmio. Si tagliano gli investimenti nella scuola per regalarli all’economia, dichiarando solennemente che quest’ultima è il settore produttivo e trainante della nostra società, lasciando intendere che la scuola non lo è: è solo un costo» (M. Polito, Educare il cuore. L’intelligenza emotiva degli adolescenti a scuola, edizioni la meridiana, Bari 2005, p. 37). ↩︎

  5. R. Patel, I padroni del cibo, Feltrinelli, Milano 2008; E. Holt-Giménez (a cura di), Food Movements Unite! Strategie per trasformare i nostri sistemi alimentari, Slow Food Editore, Bra 2011. ↩︎

  6. Si pensi al sistema operativo Linux, alle enciclopedie multimediali messe a disposizione gratuitamente o alla condivisione di ricerche in alcuni settori. ↩︎

  7. «Siamo tutti più benestanti, più comodi e con le pance più piene, ma non siamo né più sani né più felici di quanto non fossero i nostri nonni, pur con molto meno a disposizione. Siamo più insoddisfatti, depressi, soggetti ad allergie, perennemente stressati e, spesso, anche disperatamente soli. Non si tratta di tornare indietro, di buttare a mare le conquiste della tecnologia per tornare a lampade a gas e buoi che tirano l’aratro. No, certo. Si tratta di andare avanti cercando di capire perché, pur con tutto quello che abbiamo in più, non siamo ancora felici. Allora forse ci accorgeremo che, abbagliati dai valori materiali, ci siamo dimenticati di riconoscere anche valori di tipo diverso, più legati all’essere e meno all’avere, più attenti al rapporto umano, alla comunicazione autentica, alla realizzazione dei sogni e degli ideali, alle emozioni della musica, alla contemplazione della bellezza, al divertimento del gioco, al piacere di ampliare le proprie conoscenze, alla soddisfazione di sentirsi utili, alla gioia di costruire, alla serenità di sentirsi in pace con se stessi, alla conquista della capacità di incontrare davvero gli altri, all’apertura a curiosità e meraviglia, all’intimità d’animo con le persone che ci stanno più a cuore, alla sensibilità nei confronti dell’innocenza dei bambini, al rispetto per l’esperienza esistenziale degli anziani, all’amore per la natura, al senso di riconoscenza per la vita stessa» (M. Roveda, Perché ce la faremo, Ponte alle Grazie, Milano 2004, pp. 45-46). ↩︎

  8. E. Holt-Giménez (a cura di), Food Movements Unite! Strategie per trasformare i nostri sistemi alimentari, Slow Food Editore, Bra 2011, p. 179. ↩︎

  9. «La felicità non si può comprare, però tutti comprano per essere felici» (M. Roveda, Perché ce la faremo, Ponte alle Grazie, Milano 2004, p. 82). ↩︎

  10. Da qui la rivalutazione futura del lavoro degli psicologi che opereranno in modo fisso all’interno di ogni istituto scolastico. ↩︎

  11. «Le domande sui fini dell’educazione sono come una bussola, ci aiutano a orientarci verso una scuola autenticamente formativa. Cosa vogliamo ottenere insegnando questo o quello? Cosa ci interessa veramente: la crescita e autorealizzazione degli studenti o le regole del mercato? Lo sviluppo delle varie forme di intelligenza che ognuno possiede o la selezione attraverso l’uso sfacciato dei test standardizzati? Il successo formativo ed esistenziale dei nostri studenti o l’imposizione di cose che detestano e li demotivano? Aumentare le loro capacità di apprendimento o tarpare le loro ali, decretando se sono bravi o meno nella nostra disciplina? La loro formazione o la loro selezione? Personalizzare il percorso di studi o imporre a tutti lo stesso curriculum standardizzato?», (M. Polito, Educare il cuore. L’intelligenza emotiva degli adolescenti a scuola, edizioni la meridiana, Bari 2005, p. 11). ↩︎

  12. Uno dei più importanti studiosi che ha portato all’attenzione di un vasto pubblico la critica alla visione unitaria dell’intelligenza è certamente lo statunitense Howard Gardner. Nel 1983 Gardner giunge a individuare sette intelligenze, cui se ne aggiungerà in seguito un’ottava (quella naturalistica) e l’ipotesi, non del tutto confermata, di una nona, quella esistenziale. Concepite come insiemi di abilità specifiche, relativamente indipendenti fra loro, egli individua (secondo otto precisi criteri) un’intelligenza linguistica, un’intelligenza musicale, un’intelligenza logico-matematica, un’intelligenza spaziale, un’intelligenza corporeo-cinestetica, un’intelligenza intrapersonale, un’intelligenza interpersonale, un’intelligenza naturalistica, un’intelligenza esistenziale. Il pensiero pedagogico di Gardner rappresenta senza dubbio un’occasione per riflettere su un modo diverso di impostare l’insegnamento, molto più aperto alle problematiche sulle diversità cognitive e affettive degli alunni e più attento a valorizzarne le capacità. ↩︎

  13. «La dimensione emotiva riguarda tutto il percorso scolastico. Le emozioni non sono un argomento da trattare solo nella scuola primaria. Sono un tema che riguarda tutti gli studenti e tutti gli spazi formativi. Le emozioni sono importanti per tutta la vita, perché danno orientamento, gusto, forza vitale alle proprie azioni e progetti» (M. Polito, Educare il cuore. L’intelligenza emotiva degli adolescenti a scuola, edizioni la meridiana, Bari 2005, p. 9). ↩︎

  14. L. Tuffanelli, Le diversità degli alunni. Utilizzare le differenze cognitive e affettive per l’apprendimento, Erickson, Trento 2006, pp. 161-180. ↩︎

  15. «L’insegnante educa con le sue emozioni, non soltanto con le sue parole. Le sue lezioni più interessanti sono quelle più emozionanti. Non è richiesta una laurea in psicologia per gestire le proprie emozioni. Basta solo la consapevolezza e la capacità di volersi bene. È sufficiente coltivare in se stessi la fioritura della propria persona e lo sviluppo della propria umanità. L’insegnante consapevole di questo aspetto fondamentale della propria professionalità si concentra non solo sui contenuti che espone, ma soprattutto su come li presenta agli studenti. Per entusiasmare gli studenti sa attivare in se stesso le risorse affettive necessarie per comunicare interesse e motivazione» (M. Polito, Educare il cuore. L’intelligenza emotiva degli adolescenti a scuola, edizioni la meridiana, Bari 2005, p. 19). ↩︎

  16. «È un atteggiamento che sembra ovvio e facile da assumere, e invece è in realtà abbastanza raro; molti, infatti, sono spesso convinti, in piena buona fede, di sapere già bene “come stanno le cose”, o sono mossi da pregiudizi, o tendono a ritenere che gli altri vedano e valutino le situazioni nel loro stesso modo» (G. Petter, Il bambino impara a pensare. Introduzione alla ricerca sullo sviluppo cognitivo, Giunti, Firenze Nuova edizione 2011, p. 22). ↩︎

  17. C.R. Rogers, Barry Stevens, Da persona a persona. Il problema di essere umani, RCS Libri, Milano 2007, p.103. ↩︎

  18. «Avvertire la sua confusione o la sua timidezza o la sua rabbia, o la sua sensazione di essere trattato ingiustamente come se fossero nostre, e tuttavia senza che la nostra incertezza o la nostra paura o rabbia o sospetto rimangano invischiati in esso, questo è lo stato che sto cercando di descrivere. Quando il mondo del cliente è chiaro al terapeuta ed egli può muoversi liberamente in esso, può sia comunicare la sua comprensione di quello che il cliente sa solo vagamente, sia esprimere dei significati dell’esperienza del cliente dei quali questi è solo scarsamente consapevole. È questo tipo di empatia molto sensibile che sembra essere importante per rendere possibile a una persona avvicinarsi a se stessa e imparare, cambiare e crescere» (Ivi, p. 101). ↩︎

  19. «La cosa peggiore per gli studenti è associare la scuola a emozioni negative, come odio per lo studio, noia, assenza di significato, enorme distanza dalla vita reale, senso di inutilità, demotivazione, insuccesso, umiliazione, sarcasmo di alcuni insegnanti, selezione e sbarramenti determinati dai test a scelta multipla, sensazione di inadeguatezza, bassa autostima, percezione di inospitalità. Come si può imparare in queste condizioni? È impossibile. Bisogna creare a scuola una dimensione positiva di benessere e di felicità, se desideriamo che apprendano in modo sereno ed efficace» (M. Polito, Educare il cuore. L’intelligenza emotiva degli adolescenti a scuola, edizioni la meridiana, Bari 2005, p. 13). ↩︎

  20. «Il dono più grande che un insegnante possa fare ai suoi alunni è stimolare in loro la curiosità e l’amore per la conoscenza, una passione che li accompagnerà per tutta la vita. Quando uno studente è motivato allo studio e la sua curiosità viene stimolata, apprende meglio e più rapidamente. Si sente valorizzato e acquisisce la convinzione di poter sperimentare altri successi» (G. Duclos, La scuola mi piace!, Red Edizioni, Milano 2011, p. 46). ↩︎

  21. A. Colombo, A. Genovese, A. Canevaro (a cura di), Educarsi all’interculturalità. Immigrazione e integrazione dentro e fuori la scuola, Erickson, Trento 2005, pp. 89-136. ↩︎

  22. Merita un’attenta considerazione l’analisi del sociologo Alessandro Del Lago che nell’opera Non-persone (Feltrinelli, Quarta edizione luglio 2009) ha esaminato l’atteggiamento di chiusura della società italiana verso gli stranieri, trasformati in nemici sociali attraverso la doppia spirale di panico ed esclusione. ↩︎

  23. «Conoscere gli altri e accettarli per quello che sono, in un movimento reciproco di apertura disponibile, restando tuttavia ben saldi nelle proprie radici culturali: questa è la finalità da raggiungere per mezzo di un processo educativo complesso, che per la situazione specifica in cui ci troviamo oggi, in un mondo sempre più piccolo, dove le etnie più disparate si vengono spesso a trovare in contatto permanente e prolungato, non possiamo che etichettare come interculturale, perché in continuo divenire» (L. Operti, L. Cometti (a cura di), Verso un’educazione interculturale, Bollati Boringhieri, Torino 1992, p. 14). ↩︎

  24. A. Colombo, A. Genovese, A. Canevaro (a cura di), Educarsi all’interculturalità. Immigrazione e integrazione dentro e fuori la scuola, Erickson, Trento 2005, pp. 89-136. ↩︎

  25. M. Giusti, Pedagogia interculturale. Teorie, metodologia, laboratori, Laterza, Roma-Bari 2004, p. 25. ↩︎

  26. «Cosa vuoi fare di te e della tua vita? Quali aspetti della tua personalità desideri affermare? Conosci le tue risorse? Quali sono i tuoi talenti? Trova il tuo posto in questo mondo. Osserva quanta ingiustizia, quanta miseria, quanto bisogno di amore c’è in questo mondo. Trova un modo per migliorare la vita dei tuoi cari e quella dell’intera umanità» (M. Polito, Educare il cuore. L’intelligenza emotiva degli adolescenti a scuola, edizioni la meridiana, Bari 2005, p. 14). ↩︎

  27. «I miti dell’apparenza, della quantità, della competizione, della sopraffazione, del fine che giustifica i mezzi, stanno entrando in crisi. Un numero sempre crescente di persone si sta accorgendo che le cose importanti nella vita non sono solo quelle materiali e non sente più bisogno di ostentare il possesso come vessillo di un traguardo raggiunto» (M. Roveda, Perché ce la faremo, Ponte alle Grazie, Milano 2004, p. 85). ↩︎