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Bento de Spinoza

Lo stile in cui è composta rende l'Etica dimostrata in ordine geometrico di Spinoza un'opera estremamente laboriosa da leggere. Fortunatamente lo stesso autore se ne rende conto, e in diversi punti strategici riassume o completa le sue argomentazioni in modo più discorsivo. I due brani qui scelti sono tra i più significativi in proposito. Il primo, dopo che è stata dimostrata rigorosamente la dottrina su Dio, mostra che essa è incompatibile con una visione finalistica del mondo, anzi che è da quest'ultima che derivano tutti i più dannosi pregiudizi. Il secondo riassume in una trentina di precetti le norme di comportamento che possono permettere all'uomo di liberarsi dalla «schiavitù», in una mescolanza di coltivazione della propria intelligenza e saggia rassegnazione ad essere parte di un universo immensamente più potente di noi.

Etica dimostrata in ordine geometrico

Parte I: «Su Dio», appendice

Con ciò che precede ho dato un'idea chiara della natura di Dio e delle sue proprietà: ossia del suo esistere necessariamente; del suo essere unico; del suo essere ed agire per la sola necessità della sua natura; del suo essere causa libera di tutte le cose, e del come esser causa libera; ho chiarito che tutte le cose sono in Dio, e che dipendono da lui in modo tale da non potere, astraendo da Dio, né esistere né esser pensate; e infine ho chiarito che ogni cosa è stata predeterminata da Dio -- ma non già mediante una sua libertà di volere o una sua scelta arbitraria, bensì in conseguenza della sua natura considerata in sé, che corrisponde al suo infinito potere. Dovunque poi ne abbia avuto l'occasione io ho cercato di rimuovere i pregiudizi che potevano impedire la comprensione delle mie dimostrazioni: ma poiché restano ancora parecchi pregiudizi che possono, come quelli già rimossi, e anche più, impedire che i lettori afferrino la concatenazione delle cose nella maniera in cui io l'ho spiegata, ho pensato di esaminare qui alla luce della ragione anche quei pregiudizi restanti. E poiché tutti i pregiudizi che m'accingo a sottoporre ad esame dipendono da quest'unico, che gli umani immaginano comunemente che le cose della natura òperino, come essi stessi fanno, mirando a uno scopo (addirittura essi danno per certo che Dio stesso diriga le cose a un fine determinato: avendo egli fatto ogni cosa a pro dell'Uomo, e avendo fatto l'Uomo per essere da lui adorato), io prenderò dapprima in considerazione questo solo pregiudizio; e cercherò di scoprire, per cominciare, la causa per cui la maggioranza degli umani se ne sta tranquilla in questo pregiudizio, e la totalità è per natura così propensa ad accettarlo; mostrerò poi la falsità del pregiudizio in parola; e infine mostrerò come dal pregiudizio stesso siano sorti gli altri pregiudizi che concernono il bene e il male, il merito e il peccato, la lode e il biasimo, l'ordine e il disordine, la bellezza e la bruttezza, e via dicendo. Non è questo il luogo per mostrare come tali pregiudizi derivino dalla natura della mente umana: qui basterà riconoscere -- ed io lo prenderò come fondamento -- ciò tutti debbono ammettere: cioè che tutti gli umani nascono ignorando le cause delle cose, e tutti sono portati istintivamente a cercare il loro utile, e di questo hanno coscienza. Di qui derivano alcune conseguenze. 1º, Gli umani sono convinti di essere liberi perché sono consapevoli delle loro volizioni e dei loro desideri istintivi e perché non pensano neanche in sogno dato che ne sono ignari -- alle cause che li orientano a desiderare e a volere. 2º, Gli umani agiscono in ogni caso in vista di un fine, cioè in vista dell'utile che appetiscono: e ne deriva che essi si preoccupino sempre di conoscere soltanto le cause finali di ciò hanno compiuto, e, quando le abbiano apprese, smettano di preoccuparsi: e questo è ragionevole, poiché a questo punto non hanno motivo di porsi altri dubbi. (Non avendo nessuno che gli dia spiegazioni corrette, perché tutti si trovano nelle stesse condizioni, gli umani sono costretti a prendere se stessi come esemplare e a riflettere sui fini che di solito spingono ciascuno a compiere le azioni più comuni: e in questo modo col metro del loro sentimento misurano tutto il resto della natura). D'altronde gli umani trovano in se stessi, e all'esterno di sé, troppi mezzi assai efficaci per conseguire il loro utile -- quali gli occhi per vedere, i denti per masticare, i vegetali e gli animali per nutrirsi, il sole che li illumina, il mare che alimenta per loro i pesci -- perché essi non considerino da sempre, spontaneamente, tutte le cose della natura come mezzi per raggiungere il loro utile; e poiché sanno di non aver essi stessi apprestato quei mezzi, ma di averli trovati, ne hanno tratto il motivo per credere che ci sia qualcuno, estraneo alla specie umana, che abbia apprestato quei mezzi per loro uso. Dopo avere scoperto nelle cose la qualità di mezzi, gli umani non hanno, evidentemente, potuto credere che quelle cose si siano fatte da sé; e, tenendo conto di come essi si apprestano i mezzi di cui hanno bisogno, hanno dovuto concludere che esistano uno, o più, reggitori della natura, forniti di libertà come gli umani, che hanno disposto a favore degli umani tutte le cose e le hanno tutte destinate al loro uso. E anche il sentimento di quei reggitori -- del quale essi non hanno mai avuto notizia diretta -- gli umani hanno dovuto immaginare in base al proprio: ed hanno così stabilito che gli Dei dirigono tutte le cose per uso degli umani, così da legarseli e da esser tenuti da loro nel massimo onore; e di qui poi ognuno ha escogitato, secondo il suo modo di vedere, i diversi modi di render culto a Dio, così da essere amato da Dio più gli altri e da meritare che Dio rivolga l'intera natura a pro della sua cieca cupidigia e della sua insaziabile avidità. E questo pregiudizio, diventato superstizione, s'è profondamente radicato nelle menti: ed è stato la causa per cui tutti si sono dedicati con ogni impegno a capire e a spiegare le cause finali di tutte le cose. Ma si direbbe che questo cercar di mostrare che la natura non fa nulla invano (cioè nulla non che sia utile agli umani) è riuscito a mostrare soltanto che la stessa follia che è negli umani è anche nella natura e negli Dei. Vediamo un po' a qual punto la cosa è arrivata. Fra i tanti vantaggi offerti dalla natura i ricercatori hanno dovuto trovare non poche cose svantaggiose, quali tempeste, terremoti, malattie eccetera: e hanno stabilito che questo si verifica perché gli Dei sono irati a causa di offese recate loro dagli umani o di scorrettezze commesse nel culto; e sebbene l'esperienza quotidiana affermi a gran voce e mostri con infiniti esempi che fortune e sfortune toccano nella stessa maniera e indistintamente ai pii e agli empi, quei ricercatori non hanno dimesso il pregiudizio ormai inveterato, giudicando che porre quella incomprensibile uniformità fra le altre cose ignote, delle quali non si conosce il perché, e conservare così la loro presente e innata condizione di ignoranza, sia più facile che demolire tutte quelle loro costruzioni e concepirne un'altra, nuova: e su una tale base hanno decretato, come cosa certa, che le risoluzioni degli Dei superano di gran lunga il comprendonio umano. Questo trovato, da solo, sarebbe stato sufficiente a che la verità restasse in eterno nascosta al genere umano, se la Matematica -- che si occupa non dei fini, ma delle essenze e delle proprietà delle figure -- non avesse mostrato agli umani un altro criterio di verità; e oltre alla Matematica si può indicare, senza che sia necessario enumerarli qui, altri fattori, grazie ai quali ha potuto accadere che taluni umani si siano accorti della natura di pregiudizio che hanno queste credenze comuni e siano riusciti a giungere alla vera conoscenza delle cose.

Con quanto precede ho spiegato a sufficienza ciò che mi ero proposto come primo punto. Per mostrare ora che la natura non ha alcun fine che le sia stato prefissato, e che tutte le cause finali non sono invenzioni umane, non ci vuol molto. Credo infatti che questo risulti chiaro tanto tenendo conto dei fondamenti e delle cause dai quali ho mostrato che il pregiudizio in parola ha tratto origine, quanto rammentando la prop. 16 e i corollari della prop. 32, e inoltre tutte le altre proposizioni, con le quali ho mostrato che nella natura tutto è prodotto ed accade per una certa necessità eterna e con una perfezione suprema. Aggiungerò tuttavia ancora un'osservazione: che questa dottrina dei fini sconvolge completamente la natura. Essa infatti considera come effetto ciò che invero è causa, e viceversa; poi mette dopo ciò che per natura è prima; e infine riduce imperfettissimo ciò che per natura è supremo e perfettissimo. Lasciamo da parte i primi due punti, che sono evidenti di per sé. Quanto al terzo, come risulta dalle prop. 21, 22, 23, è perfettissimo quell'effetto che è prodotto da Dio immediatamente, ed una cosa è tanto più imperfetta quante più sono le cause intermedie di cui essa ha bisogno per essere prodotta: ma se le cose che sono state prodotte immediatamente da Dio fossero state fatte perché Dio conseguisse un suo fine, allora le ultime -- a causa delle quali sono state fatte le prime -- sarebbero necessariamente le più eccellenti. Inoltre, questa dottrina annienta la perfezione di Dio: dato che necessariamente, se agisce in vista di un fine, Dio manca di qualcosa, che desidera e cerca. E quantunque i teologi e i metafisici distinguano tra fine di indigenza (Dio creerebbe le cose perché ne ha bisogno) e fine di assimilazione (Dio vuole le cose siano per attribuire ad esse la sua beatitudine), essi tuttavia confessano che Dio ha fatto tutte le cose per se stesso, non per le creature: essi infatti non possono trovare che prima della creazione ci fosse un qualche Ente, oltre a Dio, a causa del quale Dio operasse; e pertanto debbono necessariamente ammettere che Dio mancava delle cose di cui ha predisposto l'esistenza, e le desiderava: come è evidente da sé. Non si deve poi passar sotto silenzio che i seguaci di questa dottrina, i quali coll'individuare i fini delle cose hanno voluto mettere in mostra il loro ingegno, hanno -- per rendere plausibili le loro affermazionì -- escogitato una nuova maniera di argomentare: la riduzione non all'impossibile, ma all'ignoranza: e questo mostra che per sostenere la loro dottrina non c'era alcun argomento vero. Per fare un esempio, se una tegola è caduta da un tetto sulla testa di qualcuno e l'ha ucciso, essi dimostrano nel modo seguente che la tegola è caduta per uccidere quell'uomo. Se la tegola non è caduta per volontà di Dio al fine predetto, chiederanno, come mai tante circostanze (perché spesso sono molte a concorrere) hanno potuto concorrere casualmente? Qualcuno risponderà che il caso avvenne perché tirava vento e perché l'uomo aveva bisogno di passare di là. Ed essi diranno: e perché il vento soffiò proprio allora? e perché quell'uomo doveva passare di là proprio nello stesso tempo? Qualcuno replicherà che il vento s'era levato proprio allora perché il giorno precedente, mentre il tempo era ancora calmo, il mare aveva cominciato ad agitarsi; e l'uomo era stato invitato da un amico. Ed essi di nuovo -- perché si può domandare all'infinito: perché il mare era mosso? perché l'uomo era stato invitato in quel momento? E non smetteranno di chiedere le cause delle cause fin che l'interlocutore non si rifugerà nella volontà di Dio, cioè nel ricovero dell'ignoranza. Per fare un altro esempio, i seguaci della dottrina dei fini stupiscono quando si pongono a considerare la struttura del corpo umano: e, siccome ignorano le cause di un così mirabile meccanismo, concludono che esso non s'è costruito da sé per certe sue leggi intrinseche, ma è il prodotto di un'arte divina o soprannaturale, dalla quale esso è stato congegnato in maniera che un pezzo non danneggi l'altro, o, piuttosto, che ogni pezzo cooperi con ogni altro. Vigendo tali criteri accade che chi vuol conoscere le vere cause degli eventi miracolosi, come chi cerca di capire da scienziato le cose della natura e non di meravigliarsene da sciocco, sia in generale giudicato eretico ed empio e proclamato tale da coloro che il volgo venera come interpreti della natura e degli Dei. Costoro sanno infatti che eliminando l'ignoranza si distrugge anche lo stupore, cioè l'unico mezzo che essi hanno di conservare credibile e di salvaguardare la loro autorità. Ma ora lascio questo argomento per passare a quello che ho stabilito di trattare in terzo luogo.

Essendosi persuasi che tutto ciò che accade è finalizzato a loro, gli umani hanno dovuto arrivar a giudicare che in ogni cosa il più importante è ciò che è più utile a loro, e che le cose più eccellenti sono quelle che danno a loro maggior piacere. Su questa base essi hanno, logicamente, dovuto formare le nozioni con le quali potere spiegare la natura delle cose: cioè le nozioni di Bene, di Male, di Ordine, di Confusione, di Caldo, di Freddo, di Bellezza, di Bruttezza; e dalla convinzione di esser liberi, che essi hanno, sono poi sorte le nozioni di Lode e di Biasimo, di Peccato e di Merito. Di queste ultime nozioni mi occuperò più avanti, dopo avere trattato della natura umana; qui invece spiegherò brevemente le prime. Gli umani dunque hanno chiamato Bene tutto ciò che favorisce la salute e inclina al culto di Dio, e Male ciò che è contrario a queste cose. Essi, poiché non penetrano intellettualmente la natura delle cose, ma si limitano all'apparenza di esse, che colpisce la loro immaginazione, non possono -- prendendo l'immaginazione per l'intelletto -- esprimere sulle cose giudizi corrispondenti al vero; e così, ignari della natura delle cose, e anche della natura propria, credono fermamente che nelle cose ci sia un ordine. Infatti, quando determinate cose sono disposte in maniera tale che noi, dopo averle considerate, possiamo facilmente figurarcele nella mente e quindi facilmente ricordarle, noi le diciamo bene ordinate; quando invece accade il contrario noi diciamo quelle cose male ordinate o confuse. E poiché le cose che noi immaginiamo facilmente ci piacciono più delle altre, gli umani preferiscono l'ordine alla confusione -- come se l'ordine della natura fosse non qualcosa che vi scopre la nostra immaginazione, ma una realtà: e dicono che Dio ha creato le cose con ordine, attribuendo con ciò a Dio, senza saperlo, un'immaginazione, o magari convincendosi che Dio, a favore dell'immaginazione umana, abbia disposto le cose in modo da poter essere immaginate con la maggior agevolezza; e forse, avviati gli umani su questa strada, non li tratterrà il riflettere che ci sono infinite cose che superano di parecchio la nostra immaginazione, e molte che la confondono, debole com'è. Ma di questo ho detto abbastanza. Per quanto concerne le altre nozioni, anch'esse non sono altro che modi dell'immaginare, dai quali l'immaginazione è variamente interessata: ma gl'ignoranti le considerano attributi principali delle cose, dato che, come abbiamo già detto, essi credono che tutte le cose siano state prodotte in vista di loro stessi, e chiamano le cose buone o cattive, sane o guaste o marce, a seconda del modo in cui ne sono toccati. Per esempio, se la sollecitazione che arriva ai nervi dagli oggetti percepiti attraverso gli occhi procura un senso di benessere, gli oggetti che ne sono causa sono chiamati belli; gli oggetti da cui proviene una sollecitazione sgradevole sono chiamati brutti. Gli oggetti poi che sollecitano i nervi tramite l'odorato sono, a loro volta, detti profumati o maleodoranti; quelli che sono percepiti dalla lingua sono detti dolci o amari, saporiti o insipidi; quelli che sono percepiti dal tatto sono detti duri o molli, ruvidi o lisci; di quelli, infine, che sollecitano i nervi per il tramite degli orecchi, si dice che producono un rumore, o un suono, o un'armonia. A proposito di quest'ultimo caso la follia degli umani è arrivata al punto di credere che dell'armonia si diletti anche Dio; e nemmeno mancano filosofi profondamente convinti che i movimenti dei corpi celesti producano un'armonia. Tutti questi fatti mostrano a sufficienza che sulle cose ciascuno ha espresso giudizi conformi alle caratteristiche del suo cervello, o, meglio, che la gente ha preso, in luogo delle cose, ciò che la sua immaginazione risentiva delle cose stesse. Per questo motivo non c'è da meravigliarsi (notiamo di passaggio anche questo) che tra gli umani siano sorte tutte le controversie filosofiche che conosciamo così bene, e che da esse sia infine uscito lo Scetticismo. Le strutture somaticopsichiche dei diversi umani sono simili in molti aspetti, ma sono dissimili in moltissimi altri: e per questo ciò che a uno pare buono, a un altro pare cattivo; quel che per uno è ordinato, per un altro è confuso; quel che a uno fa piacere, a un altro fa dispiacere. Potrei continuare, ma mi fermo qui, sia perché non è questa la sede per diffondersi su un tale argomento, sia perché tutti ne hanno fatto sufficiente esperienza: tutti infatti sanno che quante teste, tanti pareri; che ognuno stima d'aver giudizio anche più del necessario; che ci son tante differenze fra le idee quante fra i gusti: detti, questi, che mostrano a sufficienza come gli umani giudichino delle cose secondo la disposizione del loro cervello, e come le immàginino più che comprenderle. Se infatti gli umani le comprendessero mediante l'intelletto, le cose nella loro realtà -- come testimonia la Matematica -- potrebbero magari non attrarre tutti, ma almeno convincere tutti alla stessa maniera.

È dunque evidente che tutte le nozioni con le quali la gente è usa a spiegare la natura non sono altro che modi dell'immaginazione, e non chiariscono la struttura interna di alcunché ma soltanto ci informano sulla costituzione dell'immaginazione; e poiché questi enti hanno dei nomi, come se si trattasse di realtà esistenti fuori dell'immaginazione, io li chiamo enti non di ragione, ma d'immaginazione; e così è facile confutare tutti gli argomenti che vengono tratti da quelle nozioni contro il nostro modo di vedere. Molti infatti sogliono argomentare così: Se tutte le cose sono uscite dalla necessità della perfettissima natura di Dio, di dove provengono dunque alla natura tante imperfezioni: le cose che si guastano fino a puzzare, le cose tanto brutte da suscitare la nausea, il disordine, il male, il peccato, eccetera? Ma, l'ho detto or ora, è facile confutare quei tali. La perfezione delle cose, infatti, si deve valutare solo in riguardo della loro natura e della loro potenza; e le cose non sono più o meno perfette a seconda che dilettano o urtano i sensi degli umani, a seconda che sono gradite alla natura umana o ad essa ripugnano. A coloro poi che chiedono perché Dio non ha creato tutti gli uomini in modo tale che essi fossero guidati e indirizzati soltanto dalla ragione, rispondo semplicemente che a lui non mancò la materia per creare tutto, dal sommo grado di perfezione giù fino all'infimo; o, per parlare più propriamente, che le leggi della sua natura sono state tanto ampie da bastare alla produzione di tutte le cose che possono esser concepite da un intelletto infinito, come ho dimostrato con la prop. 16.

Ho così sistemato i pregiudizi mi ero proposto di mettere in evidenza. Se ne restano altri dello stesso tipo, ciascuno potrà facilmente emendarsene con un poco di riflessione.

Parte IV: «La schiavitù umana, ovvero la forza dei sentimenti», appendice

Non ho potuto ordinare gli insegnamenti, dati in questa Parte a proposito del corretto criterio del vivere, in modo tale che il lettore riesca a coglierli con un solo sguardo, ossia seguendo un filo logico; ho dovuto invece dimostrarli in maniera occasionale, ossia come via via mi tornava più agevole dedurne l'uno dall'altro. Ho perciò deciso di raccogliere e sintetizzare quegli insegnamenti qui di seguito, con ordine e per argomento.

  1. Tutti i nostri Sforzi, o Cupidità, derivano dalla necessità della nostra natura in modo tale da poter essere compresi o soltanto riferendosi a questa natura come alla loro causa prossima, o in quanto noi siamo una parte della Natura, parte che non può essere pensata adeguatamente considerandola a sé e astraendo dagli altri individui, ossia dalle altre realtà che fanno egualmente parte della Natura.
  2. Le Cupidità che derivano dalla nostra natura in modo tale da poter essere comprese mediante questa stessa natura sono le sole Cupidità che si riferiscono alla Mente in quanto essa è pensata come costituita di idee adeguate; le altre Cupidità invece non si riferiscono alla Mente se non in quanto essa concepisce cose in modo inadeguato: e la forza e l'accrescersi di queste ultime Cupidità debbono definirsi non in base alla potenza dell'umano che ne è sede, ma in base alla potenza delle cose che ci sono esterne. Perciò quelle Cupidità -- le prime esaminate qui sopra -- sono dette correttamente azioni, e queste invece -- le seconde -- passioni: quelle, infatti, sono sempre indice della nostra potenza, mentre queste, al contrario, sono sempre indice della nostra impotenza, e di una conoscenza incompleta.
  3. Le nostre azioni, cioè quelle Cupidità che sono definite mediante la potenza dell'Uomo, ossia mediante la Ragione, sono sempre buone; le altre nostre operazioni, di cui non siamo causa adeguata: e che perciò non chiamiamo azioni, possono essere tanto buone quanto cattive.
  4. Nella vita, pertanto, è utile in primo luogo perfezionare quanto possibile l'intelletto, cioè la Ragione, e solo in questo consiste la suprema felicità dell'Uomo, o beatitudine: dato che la beatitudine non è altro che la stessa soddisfazione interiore, o pace dell'anima, che sorge dalla conoscenza intuitiva di Dio. Ma perfezionare l'intelletto non è poi altro che conoscere, cioè intendere, Dio, e gli attributi di Dio, e le azioni che conseguono dalla necessità della sua natura; ragion per cui il fine ultimo di un umano guidato dalla Ragione, cioè la sua Cupidità suprema, mediante la quale egli procura di governare tutte le altre Cupidità, è quella da cui egli è portato a concepire adeguatamente se stesso e tutte le cose che possono essere oggetto della sua facoltà di conoscere.
  5. Senza l'intelligenza, cioè senza la facoltà di concepire le cose adeguatamente, ossia secondo la loro verità, non si può dunque vivere razionalmente, ossia conforme al dettame della Ragione; e le cose sono buone solo in quanto aiutano l'Uomo a godere della vita della Mente, che è individuata dall'intelligenza. Le cose che viceversa impediscono all'Uomo di perfezionare la Ragione e di vivere razionalmente sono le sole cose che noi diciamo cattive.
  6. Ma poiché tutte le cose -- pensieri e azioni e eventi -- di cui l'Uomo è causa efficiente sono necessariamente buone, niente di male può accadere all'Uomo se non da parte di cause al lui esterne: ossia se non in quanto egli è una parte della Natura tutta quanta, alle cui leggi la natura umana deve obbedire e alla quale essa deve adattarsi in una quantità di modi praticamente infinita.
  7. Certo non può accadere che l'Uomo non sia una parte della Natura e non si conformi al suo ordine generale; però, se un umano si trova a vivere tra individui la cui natura s'accordi con la sua propria, per ciò stesso la potenza d'agire di quell'umano sarà favorita e potenziata. Se invece, al contrario, egli si trovi tra individui che s'accordano poco o niente con la sua natura, per adattarsi a loro gli toccherà di modificare profondamente il suo assetto ideologico ed etico, e ciò non senza grande stento.
  8. Ci è lecito allontanare da noi, nel modo che appare più sicuro, tutto ciò che fra le cose e gli eventi noi giudichiamo cattivo, ossia capace d'impedirci di esistere e di godere di una vita vissuta razionalmente; e, viceversa, ci è lecito prendere per nostro uso, e servircene in qualsiasi modo, tutto ciò che noi giudichiamo buono, ossia utile alla conservazione del nostro essere e al godimento di una vita razionale. Per dirlo in termini assoluti, ciascuno può lecitamente, per supremo diritto di natura, fare ciò che egli giudica capace di contribuire al suo utile.
  9. Niente può accordarsi con la natura di una cosa meglio di quanto vi s'accordino gli altri individui della stessa specie; e perciò (v. il n. 7) non c'è cosa che per un umano, al fine di conservare il suo essere e di vivere una vita razionale, sia più utile di un altro umano guidato dalla Ragione. E poiché fra le cose singole non ne conosciamo alcuna che sia migliore di un umano guidato dalla Ragione, noi vediamo facilmente che per dimostrare il valore delle proprie doti e della propria preparazione un umano non ha mezzo migliore dell'educare gli altri umani in modo che essi arrivino finalmente a vivere davvero sotto l'imperio della Ragione.
  10. In quanto gli umani sono trasportati l'uno contro l'altro dalla Malevolenza o da altri sentimenti di Odio, in tanto essi sono contrari l'uno all'altro, e di conseguenza sono tanto più da temersi in quanto essi hanno un potere maggiore di quello degli altri individui (non-umani) che sono in natura.
  11. Gli animi però si vincono non con le armi, ma con l'Amore e con la Generosità.
  12. Agli umani è utile in primo luogo cercar di raggiungere fra di loro l'accordo ideologico ed etico, e legarsi fra di loro con quei vincoli che meglio riescono a costituire, di tante persone, un'unica entità; in assoluto, la cosa più utile agli umani è il fare ciò che serve a consolidare le amicizie.
  13. Per far questo, però, occorrono discernimento e garbo. Gli umani sono infatti diversi tra di loro, e incostanti (e invero sono rari quelli che vivono secondo le norme della Ragione); e in ogni caso sono in maggioranza invidiosi e malevoli, e più proclivi alla vendetta che alla misericordia. Bisogna pertanto avere una forza d'animo tutt'altro che ordinaria per sopportare ognuno di loro con la sua complessione e il suo carattere e per trattenersi dall'adeguare il proprio sentimento al loro. C'è invece chi affronta il problema della convivenza con la gente in altro modo: si tratta di coloro che non sanno che riprendere i loro simili e immiserire gli animi anziché fortificarli, e che infastidiscono gli altri senza essere contenti di se stessi: molti dei quali, per mancanza di tenacia nel resistere al mondo e per una malintesa religiosità, si fanno romiti, preferendo una solitudine selvaggia ad una comunità di umani. Costoro vanno somigliati a quei ragazzi o giovinetti d'una volta, i quali, incapaci di sopportare ragionevolmente i rimproveri dei genitori, si facevano soldati, e, pur di vendicarsi dei loro vecchi, preferivano agli agi della famiglia e alle ammonizioni paterne i disagi della guerra e il rigore della disciplina militare e ogni altro incomodo che gli capitasse di dover addossarsi.
  14. Pertanto, sebbene gli umani regolino perlopiù i loro affari conformandosi alle loro mutevoli voglie, dal loro vivere in comunità derivano però assai più vantaggi che danni. Ragion per cui è preferibile, da parte nostra, sopportare con equanimità i torti che la gente può farci, e dedicare il nostro impegno alle cose che favoriscono l'instaurarsi di concordia e di amicizia.
  15. Produce concordia ciò che si conforma alla giustizia, all'equità, alla correttezza. Gli umani infatti, oltre che le ingiustizie e i torti, sopportano male anche ciò che si considera scorretto o sconveniente, ossia ciò che qualcuno fa in ispregio del costume tradizionale della collettività. Quanto all'amicizia, o alla benevolenza, esse sono alimentate in primo luogo da ciò che si conforma alla Religiosità e al Civismo consapevole: come appare in questa p. IV, prop. 37, scolio 1 e 2; prop. 46, scolio; prop. 73, scolio.
  16. Una certa Concordia, inoltre, è spesso prodotta dal Timore: ma vi manca la buona fede. S'aggiunga che il Timore si origina da un'impotenza dell'animo, e quindi non ha a che fare con il comportamento guidato dalla Ragione. Altrettanto si dica della Compassione, sebbene essa possa mostrarsi come una virtù civica.
  17. Gli umani possono essere conquistati anche con la liberalità; soprattutto quelli che non hanno i mezzi per procurarsi il necessario a vivere. Ma il portare aiuto a tutti i poveri è un compito di gran lunga superiore alle forze, e allo stesso interesse, d'un privato: le cui ricchezze, per cospicue che siano, sono del tutto insufficienti a sostenere una tale impresa. I beni di un singolo privato sono sempre minori di quel che gli occorrerebbe per farsi amici tutti gl'indigenti: e perciò il prendersi cura dei poveri è un dovere della società tutta quanta, e riguarda soltanto l'interesse comune.
  18. Nell'accettare favori e nel dimostrare riconoscenza -- trattandosi di rapporti fra privato e privato -- si deve adottare tutt'altro comportamento: come appare in questa p. IV, prop. 70, scolio e prop. 71, scolio.
  19. Le relazioni extraconiugali, cioè gli episodi di consuetudine carnale generati preminentemente da motivi dell'ambito somatico, e, in assoluto, tutti gli amori che riconoscono una causa diversa dalla scelta di un animo libero, finiscono facilmente in odio; quando non siano -- ciò che è peggio -- una specie di follia, nel qual caso è proprio la discordia, più che la concordia, ad esserne alimentata (v. p. III, prop. 31, scolio).
  20. Quanto al matrimonio, esso s'accorda certamente con la Ragione se il desiderio degli amplessi coniugali è originato non solo dall'attrazione somatica, ma anche dalla volontà amorosa di procreare dei figli e di educarli saggiamente; e ancor più se l'amore dell'uno e dell'altro coniuge ha per causa non tanto l'attrazione somatica, quanto prevalentemente la scelta di un animo libero.
  21. Anche l'adulazione, poi, produce concordia, ma viziata da un'indegna servitù o da malafede: nessuno infatti si lascia abbindolare dall'adulazione più dei superbi, che pretendono di essere i primi (e non lo sono).
  22. L'Autosvalutazione ha un'apparenza (falsa) di civismo e di religiosità; e sebbene questo atteggiamento sia il contrario della Superbia, colui che mostra di stimarsi meno del giusto è tuttavia somigliante al superbo (v. p. IV, prop. 57, scolio).
  23. La Vergogna contribuisce alla Concordia solo quando riguarda cose che non si può nascondere. Inoltre, poiché la Vergogna è una specie di Tristezza, essa non ha relazione con l'uso della Ragione.
  24. Gli altri sentimenti di Tristezza che hanno gli umani per oggetto si oppongono direttamente alla giustizia, all'equità, alla correttezza, al civismo e alla religiosità; e, sebbene lo Sdegno (ossia l'Odio attivo verso chi ha commesso un'ingiustizia) presenti un aspetto di equità, un paese dove ognuno può giudicare palesemente le azioni altrui e farsi privatamente vindice del proprio o dell'altrui diritto è un paese senza legge.
  25. La Costumatezza, o Giusto sentimento di sé, ossia la Cupidità di essere gradito agli umani, si riferisce -- quando è determinata dalla Ragione al Civismo consapevole: come abbiamo detto nella p. IV, prop. 37, scolio 1. Se invece questo atteggiamento nasce dal sentimento è un'Ambizione, ossia una Cupidità, che sovente spinge gli umani a provocare -- sotto una maschera di falso Civismo -- discordie e sedizioni. Chi davvero vuole aiutare gli altri, con insegnamenti o con azioni, affinché tutti insieme s'arrivi a godere del bene supremo, procurerà prima di tutto di attirarsi il loro Amore (ma eviterà di renderli suoi ammiratori, sì che le norme di comportamento da loro adottate prendano il suo nome; e, in assoluto, eviterà di dare qualsiasi motivo di Malevolenza e d'Invidia); poi, nelle conversazioni, si guarderà dal trattare i vizi degli umani, e procurerà di parlare della limitatezza umana solo con grande misura: ma parlerà invece con abbondanza della virtù -- o potenza -- che gli umani hanno, e del modo in cui tale virtù può accrescersi e perfezionarsi: affinché in tal maniera gli umani a cui egli si rivolge si sforzino, per quanto sta in loro, di vivere secondo il precetto della Ragione non per timore o per disgusto di qualcosa, ma soltanto perché mossi dal sentimento della Letizia, ossia perché convinti che la più intensa Letizia si trova nella Virtù.
  26. All'infuori degli umani noi non conosciamo, in Natura, alcuna cosa singola dal cui pensiero espresso noi possiamo trarre gioia intellettuale o con la quale possiamo stringere legami d'amicizia o di consenso ideologico ed etico: e quindi il criterio del nostro utile non richiede di conservare tutto ciò che nella Natura v'è di non-umano, ma c'indirizza -- a seconda di quello a cui ogni cosa possa servire -- a conservare tali cose, o a distruggerle, o in qualsiasi modo ad adattarle al nostro bisogno.
  27. Oltre all'esperienza e alle conoscenze che noi acquistiamo dall'osservare e dal trasformare le cose non-umane e a noi estranee, l'utilità che hanno per noi queste cose concerne principalmente la conservazione del nostro corpo. Per questa ragione sono utili in primo luogo le cose capaci di nutrire e di sviluppare il Corpo in modo tale che tutte le sue parti riescano a svolgere correttamente il loro compito: e, come abbiamo detto (p. IV, prop. 38 e 39), quanto più numerosi sono i modi in cui il Corpo è capace di ricevere stimoli dai corpi esterni e di stimolarli a sua volta, tanto più la Mente è capace di pensare. Ma sembra che alimenti così completi siano scarsissimi in natura: e perciò, se vogliamo che il Corpo sia nutrito come bisogna, dovremo utilizzare molti cibi di natura diversa; perché il Corpo umano si compone di moltissime parti di diversa natura, le quali continuamente abbisognano di un'alimentazione nuova e variata affinché il Corpo nella sua totalità sia atto in maniera equilibrata a tutto ciò che può esprimersi dalla sua propria natura, e affinché -- di conseguenza -- anche la Mente sia egualmente capace di produrre molte idee su tutti gli argomenti di cui essa deve occuparsi.
  28. Per procurarsi però tali cose le forze di un singolo sarebbero praticamente insufficienti, se gli umani non si dessero aiuto a vicenda. A rappresentare i beni e i servizi che gli umani si scambiano, e ad esserne addirittura l'equivalente, è venuto il denaro: e questa è la ragione per cui l'idea di questo mezzo occupa in sommo grado la Mente della gente, la quale quasi non riesce ad immaginare alcuna specie di Letizia che non sia accompagnata dall'idea dei soldi come causa.
  29. Questo, però, è un modo di pensare che è proprio preminentemente di coloro che vogliono far soldi non perché siano poveri o perché ne abbiano bisogno per una qualche occorrenza specifica, ma perché considerano l'arricchirsi un'arte -- della quale essi conoscono le regole, e per cui hanno un'enorme considerazione di se stessi. Essi peraltro si alimentano come è consuetudine, ma con misura, perché a loro sembra che quanto spendono per la conservazione del loro Corpo sia sprecato. Coloro, invece, che conoscono la vera funzione del denaro, e commisurano le sostanze di cui desiderano disporre a ciò che a loro realmente serve, vivono contenti di poco.
  30. Tenendo conto che sono buone le cose che mettono le parti del Corpo in grado di svolgere il loro compito, e che la Letizia consiste nel trovarsi assecondata o accresciuta la potenza dell'Uomo, il quale si compone di Mente e di Corpo, è dunque buono tutto ciò che produce Letizia. Ma poiché in genere le cose esterne a noi non operano allo scopo di procurarci Letizia, né la loro potenza d'agire è regolata secondo i nostri criteri di utilità, e poiché inoltre una Letizia riguarda spessissimo una sola parte del Corpo, i sentimenti di Letizia -- se noi non siamo vigili, e sempre presenti con la Ragione -- sono perlopiù eccessivi, ed eccessive sono anche le Cupidità che da essi si generano; e a ciò s'aggiunge che noi, in base al sentimento che sul momento proviamo, giudichiamo importante ciò che sul momento ci piace, e non riusciamo a valutare le cose future con lo stesso sentimento con cui valutiamo le cose presenti (v. p. IV, prop. 44, scolio e prop. 60, scolio).
  31. A certuni, che si dicono religiosi ma che sono semplicemente superstiziosi, sembra invece che sia buono ciò che arreca Tristezza, e, viceversa, cattivo ciò che arreca Letizia. Ma, come abbiamo già detto (p. IV, prop. 45, scolio), nessuna divinità -- se non si tratti di un Dio malevolo e invidioso -- trae piacere dalle mie incapacità e dai miei disagi. In realtà, quanto è maggiore la Letizia che noi proviamo, tanto maggiore è la perfezione a cui passiamo, e di conseguenza tanto maggiore è la nostra partecipazione alla natura divina: e non può mai essere cattiva una Letizia che è regolata dal criterio vero della nostra utilità. E invece chi, consigliato dalla Paura, fa del bene per evitare il male, non è davvero guidato dalla Ragione.
  32. La potenza umana è molto limitata, e la potenza delle cause esterne la supera infinitamente: e quindi noi non abbiamo un potere assoluto di adattare al nostro uso le cose esterne a noi. Ciononostante, noi riusciremo a sopportare con equanimità gli eventi contrari a quel che richiederebbe il criterio della nostra utilità se saremo consapevoli d'aver compiuto il nostro dovere, e se ci renderemo conto che la potenza, che pure abbiamo, non riesce ad impedire il verificarsi di quegli eventi, e che noi siamo semplicemente una parte di tutta la Natura, nel cui complessivo procedere è incluso anche il nostro. Se comprenderemo queste verità in maniera chiara e distinta la parte di noi che è definita dall'intelligenza, ossia la parte migliore del nostro essere, troverà in esse una tranquillità e una soddisfazione piene, e in questa tranquillità, e in questa soddisfazione, essa vorrà perseverare. Nella nostra condizione di esseri intelligenti, cioè capaci di intendere e di conoscere, noi non possiamo infatti desiderare se non ciò che è necessario, e, in assoluto, non possiamo acquietarci e godere se non nella verità delle cose; e, perciò, in quanto noi comprendiamo correttamente questa realtà, in tanto lo sforzo della miglior parte di noi s'accorda con l'ordine dell'intera Natura.

[Traduzione di Renato Peri]