Giovanni Salmeri | Ancora l'uomo | Testi antologici | Agostino

Agostino

Dell'immensa produzione di Agostino offriamo qui solo due estratti. Il primo è dall'opera giovanile La vera religione: in essa (con una fiducia nel platonismo che più tardi sarà un poco ridimensionata) si intende dimostrare che i princìpi della vera filosofia coincidono con quelli del cristianesimo. Quest'ultimo però offre alle nobili aspirazioni dell'uomo una realizzazione che nel mondo pagano poteva avvenire solo molto limitatamente. Il fondamento del cristianesimo non è dunque di per sé la dottrina, ma «la storia e la profezia», cioè il manifestarsi nel tempo dell'aiuto divino senza il quale l'uomo sarebbe abbandonato alle proprie forze. Il posto cruciale è quindi occupato dall'incarnazione e dalla morte redentrice di Cristo: il tema che nelle celebri Confessioni viene presentato sotto la forma di una suggestiva autobiografia, come scoperta di ciò che nei libri dei platonici «non era scritto».

La vera religione

[Disaccordo tra dottrina e culto nei filosofi pagani]

1.1. La via che conduce alla vita buona e felice risiede nella vera religione, con cui si onora l'unico Dio e, con purissima pietà, si riconosce in Lui il principio di tutte le creature, per il quale l'universo ha un inizio, un compimento ed una capacità di conservazione. Da ciò emerge con maggiore evidenza l'errore di quei popoli che preferirono adorare una moltitudine di dèi anziché l'unico vero Dio, Signore di tutto; tale errore è in relazione al fatto che i loro sapienti, chiamati filosofi, pur appartenendo a scuole tra loro in contrasto, frequentavano i medesimi luoghi di culto. Non sfuggiva infatti né ai popoli né ai sacerdoti quanto fossero diverse le loro posizioni sulla natura degli dèi, dal momento che nessuno di essi aveva ritegno a rendere pubblica la propria opinione e, se possibile, faceva in modo da persuaderne gli altri; eppure tali sapienti, insieme ai loro seguaci, anch'essi di opinione diversa e perfino contraria, partecipavano tutti agli stessi riti sacri, in piena libertà. Ora, non si tratta di stabilire chi di loro abbia pensato in maniera più conforme al vero; di certo però, a quanto mi sembra, è abbastanza chiaro che essi, in materia di religione, con il popolo sostenevano una posizione, mentre in privato, ma con lo stesso popolo che ascoltava, ne difendevano un'altra.

[Socrate si libera dell'idolatria, ma resta ancora lontano dal vero Dio]

2.2. Si dice comunque che Socrate fosse più impudente degli altri, in quanto giurava su qualsiasi cane o pietra o cosa che si trovasse davanti o che, per così dire, gli capitasse per le mani al momento di giurare. A mio avviso, comprendeva che qualsiasi opera della natura, generata con il governo della divina provvidenza, è di gran lunga migliore di quelle fatte dagli uomini e da qualsivoglia artigiano, e perciò è più degna di onori divini degli oggetti che sono adorati nei templi. Quindi lo faceva non già perché davvero i sapienti dovessero adorare la pietra e il cane, ma perché, in tal modo, chi ne era capace comprendesse che gli uomini erano sprofondati in una superstizione così grande che occorreva mostrare, a chi ne stava uscendo, che il livello a cui si era pervenuti era tanto turpe, perché si rendesse conto che, se era vergognoso pervenirvi, molto di più lo era restare ad un livello ancora più turpe. Nello stesso tempo, a coloro i quali credevano che questo mondo visibile fosse il sommo Dio, faceva rilevare la loro bassezza morale, mostrando che ne scaturiva, come conseguenza, l'opinione per cui era legittimo adorare una pietra qualsiasi allo stesso modo di una sua particella. Se la cosa pareva loro esecrabile, dovevano cambiare giudizio e cercare l'unico Dio che, come sappiamo, è il solo ad essere sopra le nostre menti ed è colui dal quale è stata creata ogni anima e questo mondo nella sua totalità. In seguito, di queste cose scrisse anche Platone, ma in modo più piacevole a leggersi che efficace a persuadere. Questi, come Socrate, invero non era nato per far passare i popoli dalla superstizione degli idoli e dalla vanità di questo mondo all'autentico culto del vero Dio. Socrate stesso, del resto, venerava gli idoli insieme al popolo; eppure, dopo la sua condanna a morte, nessuno osò più giurare su un cane o dare il nome di Giove ad una pietra: di queste cose si tramandò soltanto il ricordo mediante gli scritti. Non spetta a me giudicare se ciò sia stato fatto per timore di pena o per adattamento ai tempi.

[Il Cristianesimo come vera religione e la sua diffusione universale]

3.3. Posso tuttavia dire, con la massima sicurezza e con buona pace di tutti coloro che amano ostinatamente i loro libri, che non si può dubitare, in questi tempi segnati dal Cristianesimo, quale religione sia da preferire e costituisca la via per la verità e la felicità. Se infatti Platone stesso fosse vivo e non disdegnasse le mie domande o, piuttosto, se qualcuno dei suoi discepoli l'avesse interrogato quando era ancora in vita, egli lo avrebbe persuaso che la verità non si vede con gli occhi del corpo, ma con la mente pura; che qualunque anima, che ad essa aderisca, diviene felice e perfetta; ma che nulla le impedisce di coglierla più della vita dedita ai piaceri e delle false immagini delle cose sensibili, le quali, impresse in noi da questo mondo sensibile attraverso il corpo, sono fonte di opinioni diverse e di errori. E che, perciò, bisogna risanare l'animo perché possa fissare lo sguardo sull'immutabile forma delle cose e sulla bellezza che si conserva sempre uguale e in ogni aspetto simile a sé stessa, non divisa dallo spazio né trasformata dal tempo, unitaria e identica in ogni sua parte: una bellezza della cui esistenza gli uomini diffidano, mentre esiste davvero e al massimo grado. Inoltre, l'avrebbe persuaso che tutte le altre cose nascono, muoiono, scorrono, svaniscono, ma tuttavia, in quanto sono, sussistono create dall'eterno Dio mediante la sua verità; e che, fra queste cose, soltanto all'anima razionale e intellettuale è stato concesso di godere della contemplazione della sua eternità, di ornarsene e di poter meritare la vita eterna. Gli avrebbe fatto presente anche che, finché è presa dall'amore e dal dolore per le cose che nascono e passano e, dedita alle consuetudini di questa vita e ai sensi del corpo, si perde dietro a vuote immagini, essa irride a chi afferma che vi è qualcosa che non può né essere visto con questi occhi né essere pensato mediante immagini, ma che può essere percepito soltanto dalla mente e dall'intelligenza. Qualora dunque quel discepolo, mentre il maestro lo persuade di queste cose, gli domandasse -- nel caso in cui esista un uomo grande e divino che riesca a convincere i popoli per lo meno a credere tali cose, quando non siano capaci di comprenderle; o ad impedire che quelli che ne sono capaci, in quanto non inviluppati nelle perverse opinioni della moltitudine, rimangano sopraffatti dagli errori comuni -- se lo giudica degno di onori divini, credo che risponderebbe che ciò non può essere opera di un uomo; a meno che la Virtù e Sapienza stessa di Dio non lo abbia sottratto alle leggi della natura e, dopo averlo istruito fin dall'infanzia non con un insegnamento umano ma con un'illuminazione interiore, non lo abbia ornato di tanta grazia, dotato di tanta fermezza, infine elevato con tanta maestà da convertire il genere umano, con sommo amore e autorità, ad una fede così salutare, disprezzando tutto ciò che i perversi desiderano, sopportando tutto ciò di cui hanno orrore e facendo tutto ciò che guardano con ammirazione. Riguardo invece agli onori dovuti a tale uomo, invero sarebbe stato inutile chiedere a Platone un parere, poiché si può facilmente comprendere quali grandi onori si debbano rendere alla Sapienza di Dio, sotto la cui azione e guida siffatto uomo, per la vera salvezza del genere umano, ha meritato qualcosa di grande e che oltrepassa le possibilità umane.

3.4. Ora, appunto, è accaduto, e i libri e i monumenti lo celebrano, che da una sola regione della terra, nella quale soltanto si onorava l'unico Dio e in cui soltanto avrebbe potuto nascere un tale uomo, sono stati inviati in ogni parte della terra alcuni uomini eletti , i quali hanno suscitato il fuoco dell'amore divino con le loro opere virtuose e con la loro predicazione e, dopo aver consolidato quell'insegnamento veramente salvifico, hanno lasciato ai posteri le terre ricolme di luce. Per non parlare di eventi passati a cui qualcuno potrebbe anche non credere, oggi tra le genti e i popoli si annunzia: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di Lui e niente senza di Lui. E, per far sì che questa verità sia compresa, amata e goduta, di modo che l'anima sia risanata e l'occhio della mente si rinvigorisca per accogliere una luce così grande, agli avari si dice: Non accumulate tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; accumulate invece tesori nel cielo, dove né la tignola né la ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano. Perché là dov'è il tuo tesoro, ivi sarà anche il tuo cuore; ai lussuriosi: Chi semina nella carne, dalla carne raccoglierà corruzione; mentre chi semina nello spirito, dallo spirito raccoglierà vita eterna; ai superbi: Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato; agli iracondi: Hai ricevuto uno schiaffo, porgi l'altra guancia; ai litigiosi: Amate i vostri nemici; ai superstiziosi: Il regno di Dio è in mezzo a voi; ai curiosi: Non cercate le cose che si vedono, ma quelle che non si vedono; quelle che si vedono infatti sono temporanee, quelle che non si vedono eterne; e infine si dice a tutti: Non amate il mondo e ciò che è del mondo, perché tutto quello che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia mondana.

3.5. Queste massime oggi vengono lette ai popoli in tutto il mondo e sono ascoltate con la più schietta venerazione. Dopo tanto sangue, tanti roghi, tante croci di martiri, le chiese infatti sono sorte con tanta maggiore fertilità ed abbondanza fin tra le popolazioni barbare. Ormai più nessuno si meraviglia delle migliaia di giovani e fanciulle che rinunciano al matrimonio per vivere castamente; mentre Platone, che aveva fatto lo stesso, si dice che fosse tanto condizionato dalle perverse idee del suo tempo da far sacrifici alla natura, quasi per purificarsi da un atto peccaminoso. Queste cose invece oggi sono così accettate che sarebbe una mostruosità metterle in discussione, come una volta lo era il ritenerle possibili. A questa promessa e a questo impegno, in ogni parte abitata della terra, sono affidati i misteri cristiani. Ogni giorno queste massime sono lette e illustrate dai sacerdoti nelle chiese, e coloro che si sforzano di attuarle si battono il petto; e sono così numerosi coloro che si mettono per questa via che isole un tempo deserte e terre desolate si riempiono di uomini di ogni genere, i quali, abbandonate le ricchezze e gli onori di questo mondo, vogliono dedicare tutta la vita all'unico e sommo Dio. Infine, nelle città, nei villaggi, nei luoghi fortificati, nei borghi e anche nelle campagne e nelle private dimore questa scelta è così condivisa e la fuga dai beni terreni per consacrarsi all'unico vero Dio così cercata, al punto che ogni giorno per l'intero universo il genere umano quasi ad una sola voce risponde di avere i cuori in alto, rivolti a Dio. Se è accaduto tutto ciò, perché dunque sbadigliamo ancora per le gozzoviglie di ieri e ricerchiamo i segni della volontà divina negli animali sacrificati? E perché, quando si viene ad una discussione, preferiamo avere la bocca che risuona del nome di Platone piuttosto che il cuore ripieno della verità ?

[Non meritano considerazione i filosofi che restano attaccati alle realtà sensibili]

4.6. Chi, dunque, reputa cosa inutile o dannoso il disprezzo di questo mondo sensibile e la purificazione dell'anima con la virtù, sottomettendola al sommo Dio, deve essere confutato con altri argomenti, se mai vale la pena di discutere con lui. Chi invece ammette che è cosa buona e desiderabile, cerchi di conoscere Dio e si sottometta a Lui per mezzo del quale ormai tutti i popoli si sono persuasi che queste verità vanno credute. Di certo, lo farebbero anche i filosofi, se ne fossero capaci; oppure, se non lo facessero, non potrebbero evitare l'accusa di essere invidiosi. Prendano atto della loro inferiorità rispetto a chi è stato capace di farlo; la curiosità e la vana presunzione non impediscano loro di riconoscere la differenza che c'è tra le timide congetture di pochi e la manifesta salvezza e rigenerazione dei popoli. Se infatti ritornassero in vita quegli illustri uomini dei cui nomi costoro si gloriano e trovassero le chiese gremite e i templi deserti, e il genere umano che, non più attratto dalla cupidigia dei beni temporali e caduchi, corre verso la speranza della vita eterna e verso i beni dello spirito e dell'intelletto, forse direbbero (se fossero tali quali si tramanda che siano stati): «Queste sono le verità di cui non abbiamo osato persuadere i popoli; abbiamo ceduto ai loro costumi di vita invece di condurli alle nostre convinzioni e ai nostri propositi».

4.7. Pertanto, se quei grandi uomini potessero di nuovo vivere con noi, di certo si renderebbero conto qual è l'autorità che più facilmente provvede all'umanità e, operato qualche cambiamento nel linguaggio e nel modo di pensare, diventerebbero cristiani, come hanno fatto la maggior parte dei Platonici dell'epoca più recente e della nostra. Se invece non lo riconoscessero e non lo facessero, perseverando nella superbia e nell'invidia, non vedo come, impigliati in queste meschinità, sarebbero capaci di rivolgersi di nuovo verso quei beni che, anche a loro avviso, si devono amare e desiderare. Non so poi se tali uomini si facciano ostacolare da un terzo vizio, cioè dalla curiosità di consultare i demoni: è, questo, un vizio troppo puerile; eppure è quello che allontana dalla salvezza cristiana in modo particolare i pagani, con i quali abbiamo ora a che fare.

[Filosofia e religione sono la stessa cosa]

5.8. Ma, quale che sia la presunzione dei filosofi, per chiunque è facile capire che la vera religione non va cercata tra coloro che condividevano con il popolo gli stessi culti, mentre nelle loro scuole, pur in presenza della medesima moltitudine, proclamavano dottrine diverse e persino opposte sulla natura degli dèi e sul sommo bene. Perciò, anche se l'insegnamento cristiano non avesse fatto altro che guarirci da questo unico grande vizio, nessuno potrebbe dire che non sia da celebrare con ineffabile lode. Le innumerevoli eresie, che si sono allontanate dalla disciplina cristiana, attestano che sono esclusi dalla partecipazione ai sacramenti coloro che, intorno a Dio Padre, alla sua Sapienza e al Dono divino, pensano in modo diverso da come la verità richiede e cercano di convincerne gli altri. Così appunto si crede e si insegna -- e questo è il principio della salvezza umana -- che la filosofia, cioè l'amore della sapienza, e la religione sono la stessa cosa, dal momento che non partecipano con noi ai sacramenti coloro di cui non condividiamo la dottrina. [...]

[Le ragioni della fede e dell'adesione alla Chiesa]

[...] 7.13. Il caposaldo di questa religione è costituito dalla storia e dalla profezia del manifestarsi nel tempo della divina Provvidenza per la salvezza del genere umano, che doveva essere restituito alla sua condizione originaria in vista della vita eterna. Credendo queste cose, si terrà uno stile di vita conforme ai divini precetti, per cui la mente si purificherà e diventerà capace di comprendere le realtà spirituali, che non hanno né passato né futuro ma, non essendo soggette a mutamento, restano sempre identiche, ossia l'unico stesso Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Una volta capita questa Trinità, per quanto è consentito in questa vita, senza alcuna esitazione si comprende che ogni creatura dotata di intelletto, di anima e di corpo, in quanto è, trae il suo essere da questa Trinità creatrice, dalla quale ha la sua forma ed è regolata nel modo più ordinato possibile. Ciò però non va inteso come se, dell'intero creato, una parte l'avesse fatta il Padre, un'altra il Figlio e un'altra ancora lo Spirito Santo, ma nel senso che il Padre, mediante il Figlio, nel dono dello Spirito Santo, ha creato simultaneamente tutte le cose ed ogni singola natura. Infatti ogni cosa, sostanza, essenza o natura, o con quale altra parola la si voglia meglio designare, ha queste tre proprietà insieme: di essere qualcosa di uno, di distinguersi da tutto il resto per la sua forma propria e di avere un suo posto nell'ordine naturale.

[Autorità e ragione]

8.14. Con questa conoscenza apparirà chiaro all'uomo, per quanto gli è consentito, come ogni cosa sia sottomessa a Dio, suo Signore, secondo leggi necessarie, inviolabili e giuste. Perciò tutte quelle cose, che prima abbiamo creduto confidando unicamente nell'autorità, in parte le comprendiamo come evidenti, in parte come tali che possono diventare evidenti ed è opportuno che lo diventino. Quindi compiangiamo gli increduli i quali, invece di credere insieme a noi, preferirono irridere la nostra fede. Una volta conosciuta l'eternità della Trinità e la mutevolezza della creatura, infatti la sacra e santa incarnazione, il parto della Vergine, la morte del Figlio di Dio per noi, la sua resurrezione dai morti, la sua ascensione al cielo, il suo sedersi alla destra del Padre, la remissione dei peccati, il giorno del giudizio, la resurrezione dei corpi non sono più soltanto oggetto di fede, ma vanno considerati anche come espressione della misericordia che il sommo Dio mostra nei confronti del genere umano. [...]

[L'origine dell'errore in materia di religione]

10.18. Ti sia ben chiaro, perciò, che non vi sarebbe nessun errore in fatto di religione se l'anima, invece del suo Dio, non adorasse o un'altra anima o un corpo o le proprie rappresentazioni o due di queste cose congiuntamente o tutte quante insieme. Durante questa vita essa, pur adeguandosi con lealtà alle esigenze della convivenza umana, dovrebbe meditare le realtà eterne e onorare un solo Dio il quale, se non restasse immutabile, renderebbe impossibile la sussistenza di qualsiasi natura mutevole. Ciascuno sa dai propri stati affettivi che l'anima è soggetta a cambiamento, non certo per quel che concerne il luogo, ma a proposito del tempo. Per ciascuno poi è facile rendersi conto che il corpo è mutevole tanto rispetto al tempo quanto rispetto al luogo. Le rappresentazioni, a loro volta, non sono altro che immagini ricavate dalla forma corporea mediante i sensi. È facilissimo ricordarle così come le abbiamo ricevute oppure, mediante il pensiero, dividerle, moltiplicarle, riunirle, ampliarle, metterle insieme, scompigliarle o dar loro qualunque forma, mentre è difficile liberarsene completamente quando si cerca la verità.

10.19. Guardiamoci dunque dal servire la creatura invece del Creatore, dal perderci dietro alle nostre fantasie: in questo consiste la perfetta religione. Infatti, se stiamo vicini al Creatore eterno, necessariamente anche noi saremo resi eterni. Ma l'anima, sommersa e avvolta dai peccati, di per sé stessa non sarebbe capace né di scorgere né di raggiungere questa meta, poiché non troverebbe tra le realtà umane nessun punto d'appoggio che le consenta di afferrare quelle divine e attraverso il quale, perciò, l'uomo possa cercare di innalzarsi dalla vita terrena alla somiglianza con Dio. Per questo motivo l'ineffabile misericordia divina viene in aiuto in parte di ciascun uomo, in parte dello stesso genere umano, secondo un'economia di ordine temporale, per mezzo di creature mutevoli ma sottomesse alle leggi eterne, allo scopo di ricordare loro la loro primitiva e perfetta natura. Un aiuto di tal genere è ai nostri tempi la religione cristiana nella cui conoscenza e pratica è la garanzia assoluta della salvezza.

10.20. Molti sono i modi in cui la verità può essere difesa contro i chiacchieroni e resa accessibile a chi la ricerca: è Dio stesso onnipotente che la rivela mediante sé stesso e aiuta coloro che hanno buona volontà a intuirla e contemplarla, per mezzo di angeli buoni e di alcuni uomini. Spetta poi a ciascuno servirsi del metodo che gli pare più adatto per coloro con i quali deve trattare. Da parte mia, dopo aver considerato a lungo e attentamente la questione, nel tentativo di capire quali uomini parlino a vanvera e quali cerchino la verità sul serio ovvero quale io stesso sono stato, sia quando semplicemente cianciavo sia quando l'ho cercata veramente, ho ritenuto che fosse meglio procedere in questo modo: tieni ben saldo ciò che hai riconosciuto come vero e attribuiscilo alla Chiesa cattolica; respingi invece ciò che è falso e, poiché sono solo un uomo, perdonami; accetta ciò che ti pare dubbio, fino a che o la ragione non ti avrà dimostrato o l'autorità non ti avrà ordinato di respingerlo o di riconoscerlo come vero oppure di continuare a crederlo. Per quanto puoi, dunque, presta attenzione in modo diligente e pio a ciò che segue; Dio infatti non può che aiutare gli uomini che si comportano così.

[Ogni vita proviene da Dio. La morte dell'anima consiste nella malvagità]

11.21. Non vi è vita che non provenga da Dio, perché Dio è la vita suprema e la sorgente stessa della vita. Nessuna vita, in quanto tale, è male, ma lo è in quanto volge verso la morte. Tuttavia la morte della vita non è altro che l'iniquità, la quale appunto è così chiamata perché non è nulla, ed è per questo che gli uomini più iniqui sono chiamati uomini da nulla. La vita dunque volge verso il nulla se, per volontaria colpa, si allontana da Colui che la creò e della cui essenza godeva, per poter godere, contro la legge divina, delle realtà corporee alle quali Dio l'aveva preposta. In questo sta l'iniquità. Ma ciò non significa che il corpo sia nulla: anche il corpo, infatti, presenta una certa armonia tra le sue parti, senza la quale non potrebbe assolutamente essere; perciò anche il corpo è opera di Colui che è il principio di ogni armonia. Il corpo poi consta di un certo equilibrio nella sua forma, senza il quale non sarebbe proprio nulla; anche il corpo perciò è stato creato da Colui dal quale proviene ogni equilibrio, forma increata e di tutte la più bella. Il corpo si caratterizza anche per una sua bellezza, senza la quale non sarebbe un corpo. Se dunque si vuol sapere chi ha formato il corpo, si cerchi Colui che è il più bello di tutti, perché è da Lui che deriva ogni bellezza. Ora chi è costui, se non l'unico Dio, unica verità, unica salvezza per tutti e prima e somma essenza, dalla quale proviene tutto ciò che è, in quanto è? Perché ciò che è, in quanto è, è buono.

11.22. La morte dunque non viene da Dio. Dio, infatti, non ha creato la morte, né gode per la rovina dei viventi, giacché la somma essenza fa essere tutto ciò che è: per questo si chiama essenza. La morte, invece, fa sì che tutto ciò che muore non sia più, in quanto muore. Se, infatti, le cose che muoiono morissero del tutto, certamente giungerebbero al nulla; esse invece in tanto muoiono in quanto partecipano meno dell'essenza o, per dirla in maniera più breve, tanto più muoiono quanto meno sono. Ora, il corpo è inferiore a qualsiasi genere di vita perché, per quanto poco conservi la sua forma, la conserva in virtù della vita, sia di quella che governa ogni essere animato sia di quella che regola l'intera natura del mondo. Il corpo dunque è più esposto alla morte e quindi è più vicino al nulla; pertanto la vita che, attratta dai godimenti del corpo, dimentica Dio, volge verso il nulla. In questo sta l'iniquità.

[Caduta e redenzione dell'uomo]

12.23. Così la vita diventa carnale e terrena, e appunto per questo l'uomo è chiamato anche carne e terra; e finché è tale, non possederà il regno di Dio e gli sarà portato via ciò che ama. Egli infatti ama ciò che è meno della vita, perché è corpo; e, a causa di questo peccato, ciò che è amato diviene corruttibile, in quanto che esso, con il suo dissolversi, abbandona chi lo ama, perché anche questi, con l'amarlo, ha abbandonato Dio. Non ha tenuto conto appunto dei precetti di Colui che dice: Mangia questo e non quello. Costui perciò viene trascinato verso la pena perché, amando cose inferiori, si predispone per gli inferi, dove sarà privato dei piaceri e proverà dolore. Cosa è infatti il dolore fisico, se non un'improvvisa alterazione della salute di quella cosa che l'anima, con il cattivo uso, ha reso suscettibile di corruzione? E cosa è poi il dolore morale, se non la privazione delle cose mutevoli di cui si godeva o si sperava di poter godere? In questo consiste tutto ciò che si chiama male, cioè il peccato e la pena del peccato.

12.24. Se invece l'anima, finché è nello stadio della vita umana, riesce a vincere quei desideri che ha alimentato a suo danno godendo delle cose mortali e, per vincerli, confida nell'aiuto della grazia di Dio, che serve con la mente e la buona volontà, senza dubbio sarà rigenerata e dalla molteplicità delle cose mutevoli sarà riportata all'Uno immutabile e, rinnovata dalla Sapienza non creata ma che crea tutte le cose, godrà di Dio per virtù dello Spirito Santo, che è suo dono. Così si forma l'uomo spirituale che tutto giudica senza essere giudicato da nessuno, che ama il Signore Dio suo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente, e il suo prossimo non secondo la carne ma come sé stesso. Ama sé stesso secondo lo spirito chi ama Dio a partire da tutto ciò che in Lui vive. In questi due precetti, infatti, è contenuta tutta la Legge e i Profeti.

12.25. In conseguenza di ciò, dopo la morte fisica, che è un effetto del peccato originale, questo corpo, a suo tempo e nel suo ordine, sarà restituito alla sua primitiva stabilità, condizione però che non avrà da sé stesso ma dall'anima divenuta stabile in Dio. Essa, a sua volta, non è stabile per sé stessa, ma per virtù di Dio di cui gode. Perciò sarà più vigorosa del corpo; il corpo infatti trarrà il suo vigore da essa ed essa dalla verità immutabile, che è il Figlio unigenito di Dio. Così anche il corpo avrà vigore in virtù del Figlio di Dio, perché tutto esiste per mezzo di Lui. Per il dono di sé, che è concesso all'anima, cioè per lo Spirito Santo, non soltanto l'anima, che lo riceve, ottiene la salvezza, la pace e la santità, ma anche il corpo avrà la vita e diventerà purissimo nella sua natura. Infatti Egli stesso ha detto: Purificate ciò che è interno, e anche ciò che è esterno sarà puro. E l'Apostolo aggiunge: Darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Tolto dunque il peccato, sarà tolta anche la pena del peccato: e allora che ne è del male? Morte, dov'è la tua forza? Dov'è il tuo pungiglione? L'essere infatti vince il nulla e così la morte sarà riassorbita nella sua vittoria. [...]

[La creazione dal nulla causa della mutabilità delle creature]

18.35. Mi potresti chiedere: «Perché vengono meno?». Perché sono mutevoli. «E perché sono mutevoli?». Perché non sono in senso assoluto. «E perché non sono in senso assoluto?». Perché sono inferiori a colui che le ha create. «Chi le ha create?». Colui che è l'essere sommo. «Chi è quest'essere?». Dio, l'immutabile Trinità, che le ha create mediante la sua somma sapienza e le conserva con la sua somma bontà. «Perché le ha create?». Perché fossero. L'essere infatti, quale che sia, è bene, poiché il sommo bene è il sommo essere. «Da che cosa le ha fatte?». Dal nulla, poiché ogni cosa deve avere una sua essenza, per quanto piccola; perciò, anche se è un bene minimo, sarà pur sempre un bene e proverrà da Dio. Dal momento, infatti, che la somma essenza è il sommo bene, l'essenza minima è un bene minimo. Ma ogni bene o è Dio o proviene da Dio; perciò anche la più piccola essenza proviene da Dio. E ciò che si dice dell'essenza, si può dire anche della forma; non a caso, infatti, nel lodare si usa tanto il termine speciosissimum (che ha l'essenza in sommo grado) quanto il termine formosissimum (che ha la forma in sommo grado). Dunque, ciò da cui Dio ha creato tutte le cose è ciò che non ha né essenza né forma, perché non è che nulla. Infatti ciò che, rispetto alle realtà perfette, è detto informe, se ha una qualche forma, sebbene piccola e embrionale, non è ancora il nulla; anche questo perciò, in quanto è, non proviene che da Dio.

18.36. Pertanto, se il mondo è stato creato da qualche materia informe, questa materia è stata creata interamente dal nulla. Infatti, anche ciò che non ha ancora una forma, è in qualche modo predisposto per riceverla: può assumere una forma per la bontà di Dio, perché è cosa buona avere una forma. Dunque, anche la capacità di avere una forma è un bene; quindi l'autore di tutti i beni, che ha dato la forma, ha dato anche la possibilità di avere la forma. Così, tutto ciò che è, in quanto è, e tutto ciò che ancora non è, in quanto può essere, dipendono da Dio; e, per dirla in un altro modo, tutto ciò che ha una forma, in quanto ha una forma, e tutto ciò che non ha ancora una forma, in quanto può avere una forma, dipendono da Dio. Ma nessuna cosa raggiunge la perfezione della propria natura se non è integra nel suo genere. Ora, ogni salvezza viene da colui dal quale viene ogni bene: ma ogni bene viene da Dio; dunque ogni salvezza viene da Dio.

Le confessioni

III. 4,7. In mezzo a compagni di questo genere, in quell'età ancora così fragile, andavo studiando i testi di eloquenza, e mi sforzavo di essere il primo nell'intento deplorevole e sciocco di soddisfare l'umana vanagloria. Seguendo il normale programma di studi, mi imbattei in un libro di Cicerone, la cui eloquenza, anche se non l'animo, è pressoché universalmente apprezzata. Quel libro contiene un suo invito alla filosofia ed è intitolato Ortensio; devo dire che esso operò una trasformazione nei miei sentimenti, mi fece cambiare modo di pregarti, Signore, creò in me nuove aspirazioni e nuovi desideri. D'improvviso tutte le mie vacue speranze mi apparvero vili, e presi ad aspirare con tutte le mie forze all'immortalità che viene dalla sapienza. Cominciavo ad alzarmi per ritornare a te. Avevo diciannove anni e mio padre era morto due anni prima. Non mi servivo di quel libro per affinare la mia loquela, scopo per il quale ricevevo il denaro da mia madre: esso mi aveva conquistato non per le sue belle espressioni, ma per quello che conteneva. Dio mio, come ardevo dal desiderio di riprendere il volo verso di te risalendo dalle cose terrene, anche se non sapevo ancora che cosa tu intendessi compiere in me! La sapienza è presso di te; ma l'amore per la sapienza si chiama, con termine greco, filosofia, e ad essa mi stimolava quella lettura. [...]

VII. 9,13. Hai voluto anzitutto mostrarmi come resisti ai superbi mentre dai la tua grazia agli umili, e come misericordiosamente tu abbia voluto indicare la strada dell'umiltà: il tuo Verbo, infatti, s'è fatto carne ed abitò fra gli uomini. Mi hai procurato, per mezzo d'un uomo orgogliosissimo, alcuni libri di filosofia platonici tradotti dal greco in latino, e in essi ho trovato scritto, se non con le stesse parole certo con l'identico significato e con molte prove convincenti, che al principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio; egli era al principio presso Dio; tutte le cose sono state fatte per mezzo suo e senza di lui nulla è stato fatto; ciò che è stato fatto ha la vita in lui, e la vita era la luce degli uomini; la luce brilla nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno compresa; vi ho trovato anche che l'anima dell'uomo, quantunque sia una testimonianza della luce, non è essa stessa la luce, ma il Verbo, che è Dio, è la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo: era in questo mondo, e il mondo fu fatto per mezzo suo, ma non lo ha riconosciuto. Non vi trovai scritto però che egli venne nella sua casa e i suoi non lo accolsero; a quanti però lo accolsero diede il potere di diventare figli di Dio perché credettero in lui. Vi ho letto, invece, che il Verbo di Dio è nato non da carne e sangue, non da volontà d'uomo né da volontà di carne, ma da Dio; che però il Verbo si è fatto carne e abitò tra noi non l'ho trovato. Vi trovai, espresso in molti diversi modi, che il Figlio essendo conforme al Padre non ritenne un'usurpazione quel suo essere uguale a Dio, perché questa uguaglianza è per natura. Ma quei libri non contengono che egli annientò sé stesso assumendo la condizione di servo, si fece simile agli uomini e fu riconosciuto nell'aspetto come uomo, e si è umiliato facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce; che per questo Dio lo risollevò dai morti e gli diede un nome che è al di sopra di ogni altro nome, tanto che al nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio in cielo, in terra e agli inferi e ogni lingua proclami che il Signore Gesù Cristo è nella gloria del Padre. Che poi il Figlio tuo unigenito, a te coeterno, rimane immutabile prima del tempo e al di sopra del tempo, che le anime attingono la possibilità di essere beate dalla pienezza di lui, e che, per essere sapienti, si rinnovano partecipando alla saggezza divina che non viene mai meno, tutto questo si trova lì. Ma non c'è scritto che morì nel tempo per i peccatori e che tu non hai voluto risparmiare il tuo unico Figlio, ma lo hai dato per la salvezza di noi tutti. [...]

10,16. Ammonito da quegli scritti a guardare in me stesso, entrai nel mio intimo sotto la tua guida, e potei farlo perché tu ti sei fatto mio sostegno. Vi entrai, e vidi con l'occhio pur ottenebrato dell'anima una luce immutabile, che stava al di sopra del mio sguardo e al di sopra della mia stessa intelligenza. E non era questa luce ordinaria e visibile a tutti con gli occhi del corpo, né una luce più forte ma sempre dello stesso tipo, come se splendesse di gran lunga più luminosa e tutto riempisse con la sua grandezza; non era una luce come questa, ma tutta un'altra cosa dalle luci di quaggiù. Né stava al di sopra della mia mente come, ad esempio, l'olio sta sopra l'acqua o il cielo sopra la terra, ma era superiore a me perché essa mi ha creato, e io inferiore perché creato da lei. Chi conosce la verità conosce quella luce, e chi la conosce, conosce l'eternità. L'amore la conosce. O eterna verità, vero amore, eternità desiderata! Tu sei il mio Dio, a te sospiro notte e giorno. Appena ti conobbi, tu mi sollevasti per farmi capire che c'era qualcosa che avrei potuto vedere, ma ancora non ero capace di vederlo. Irraggiando con forza la tua luce su di me, tu colpisti la mia vista malata, e io tremai tutto d'amore e di timore; mi accorsi di essere lontano da te, in una regione diversa e mi sembrava di udire la tua voce dall'alto: «Io sono il cibo dei forti: cresci e ti ciberai di me; non sarai tu a trasformarmi in te, come fai con il nutrimento per il corpo, ma tu, piuttosto, ti trasformerai in me». Capii allora che hai ammaestrato l'uomo per la sua iniquità e hai fatto consumare la mia anima come una tela di ragno, e dissi: «Forse che la verità non esiste per il fatto che non è una realtà estesa nello spazio né finito né infinito?». E tu mi gridasti di lontano: «Anzi, io sono colui che sono». Io udii come si ode nel cuore, e non avevo più motivo per dubitare; ormai mi sarebbe stato più facile dubitare della mia vita che non dell'esistenza della verità, che si coglie nelle cose create. [...]

20,26. Dopo aver letto quei libri dei platonici, dai quali fui spinto a cercare la verità al di fuori della realtà corporea, imparai a scoprire i tuoi attributi invisibili attraverso le cose create e, anche se in mezzo a sconfitte, capii quale era la verità che non ero riuscito fino allora a contemplare, immerso com'ero nelle tenebre. Fui sicuro, così, che tu esisti e che sei infinito senza essere esteso per spazi finiti o infiniti; che tu esisti veramente perché sei sempre uguale a te stesso senza diventare mai diverso o mutare in qualche modo; che tutte le cose derivano da te, come prova il solo e irrefutabile argomento che esistono. Ero certo di tutto ciò, ma ero ancora troppo meschino per sapere godere di te. Ne andavo blaterando come se fossi stato un competente, mentre, senza cercare la tua via in Cristo nostro Salvatore, sarei stato ben presto, più che un perito, un perituro! Ormai, infatti, miravo ad apparire un sapiente, mentre ero ricco solo di pena interiore: ma non piangevo per questo, anzi ero tutto orgoglioso della mia scienza. Dov'era quella carità che edifica quando è fondata sull'umiltà, cioè su Gesù Cristo? Quando mai avrei potuto impararla su quei libri? Eppure, credo che tu abbia voluto farmi imbattere in essi prima che mi applicassi alla meditazione della tua Scrittura, allo scopo di imprimermi bene nella memoria gli effetti che ebbero su di me; così che poi, reso umile dai tuoi Libri e curato nelle mie ferite dalle tue mani benefiche, io riuscissi finalmente a distinguere la differenza che passa fra presumere di sé e confessare i propri limiti, tra chi vede dove bisogna andare senza però capire per dove bisogna passare, e la via che porta alla patria beata, e non solo a vederla, ma ad abitarla. In effetti, se avessi cominciato col formarmi sulle tue sacre Scritture, e avessi prima gustato la familiarità con esse, e soltanto dopo mi fossi imbattuto in quei libri, forse o questi mi avrebbero strappato ai soliti fondamenti della pietà, oppure, se anche fossi rimasto attaccato a quelle buone disposizioni, avrei avuto il dubbio che sarebbe stato possibile ottenerle anche con il solo studio di quei libri.

21,27. Mi buttai pertanto con grande avidità sulla venerabile Scrittura ispirata da te, e soprattutto sull'apostolo Paolo; svanirono allora quelle difficoltà, là dove una volta mi era sembrato che il testo del suo discorso cadesse in contraddizioni e fosse in contrasto con le testimonianze della Legge e dei Profeti, e mi apparve l'unico volto di quelle espressioni pure e imparai a esultare con trepidazione. Cominciata la lettura, scoprii che ciò che di vero avevo trovato nei libri platonici, qui viene espresso con l'avallo della tua grazia, affinché chi riesce a vedere non se ne vanti, come se non avesse ricevuto non solo ciò che vede, ma neanche la facoltà stessa di vedere. Che cos'ha, infatti, l'uomo, che non abbia ricevuto? Inoltre egli non solo è indotto a vedere te che sei sempre lo stesso, ma anche a guarire per poterti possedere; e chi poi è troppo lontano per vederti, intraprenda quella via che lo conduce a vederti e possederti. Poiché, se anche uno si compiace della legge di Dio secondo l'uomo interiore, che cosa farà di quell'altra legge che nelle sue stesse membra lotta contro la legge del suo spirito e lo trascina prigioniero sotto la legge del peccato insita in lui? Tu sei giusto, Signore; noi invece abbiamo peccato, commesso iniquità e agito ampiamente; la tua mano si è appesantita sopra di noi, e secondo giustizia siamo stati abbandonati all'antico peccatore, al principe della morte, poiché egli persuase la nostra volontà a farsi conforme alla sua, che non aveva perseverato nelle tue verità. Che cosa farà l'uomo resosi infelice? Chi lo libererà da questo corpo di morte, se non la tua grazia per mezzo di Gesù Cristo Signore nostro, che hai generato a te coeterno e creato al principio delle tue vie? In lui il principe di questo mondo non trovò nulla che fosse degno di morte, eppure lo uccise, e fu così cancellato il chirografo che era contro di noi. Tutto questo quei libri non lo contengono. Quelle pagine non riportano il volto di un così grande amore, le lacrime della confessione, il tuo sacrificio, lo spirito affranto, il cuore contrito e umiliato, la salvezza del popolo, la città sposa, il pegno dello Spirito Santo, il calice della nostra redenzione. Nessuno lì canta: Non sarà forse l'anima mia sottomessa a Dio? Da lui proviene la mia salvezza; egli è il mio Dio, e il mio Salvatore, il mio sostegno: io non vacillerò più. Nessuno in quegli scritti sente questo invito: Venite a me voi che soffrite; anzi, si disdegna di imparare da lui poiché è mite ed umile di cuore. E questo perché tu hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Altro è scorgere dall'alto di una cima boscosa la patria della pace, e non trovare la strada per raggiungerla e vagare senza esito per luoghi impervi, tra le insidie e gli assalti di banditi disertori guidati dal leone e dragone; altro è invece conoscere la via che porta là, custodita dal Sovrano del cielo, libera da ogni azione banditesca dei disertori dell'esercito celeste, i quali anzi la evitano come una tortura. Queste riflessioni mi entravano dentro in modo mirabile mentre leggevo il minimo dei tuoi apostoli; meditavo il tuo operato e ne ero sbigottito.