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Per fare il punto sul dibattito intorno al Gesù storico

di Emanuela Prinzivalli (3 agosto 2009)

C'è attualmente la necessità comprendere la figura di Gesù come uomo, protagonista di un'esperienza tanto straordinaria quanto tragica, che è nato e vissuto in un preciso contesto culturale, sociale e religioso di cui è stato partecipe e con cui ha interagito, che ha detto cose che continuano a toccare la coscienza e il cuore degli uomini. Il presente saggio introduce un volume che tenta di spiegare la differenza fra una ricerca autenticamente storica su Gesù e i tanti «sentito dire» che circolano. Le parole di Benedetto XVI confermano l'attualità della questione del «Gesù storico» e la persistente interrogazione, nell'ambito di molti teologi cattolici e forse anche di moltissimi che teologi non sono, circa il rapporto tra fede e storia. L'articolo elenca sinteticamente i criteri degli studi filologici, e storico-letterari per vagliare il materiale su Gesù e spiega i termini del dibattito attuale e la ricostruzione dei passaggi salienti della lunga storia della ricerca su Gesù.

1. Perché c'è bisogno di fare il punto sul dibattito intorno al Gesù storico?

Iniziamo i Neg/Otia nostra1 con un volume dedicato alla figura di Gesù di Nazaret, perché la questione concernente la ricerca storica intorno a Gesù risulta centrale nel dibattito culturale su tematiche religiose in questi ultimi tempi.

Nel mondo occidentale secolarizzato, dove le Chiese vedono ridurre la loro capacità di effettiva influenza sugli individui, l'interesse per Gesù non è affatto scemato, anzi si è intensificato. Restringendo lo sguardo all'Italia, si debbono segnalare, fra le cause che alla lontana hanno prodotto tale interesse, da un lato l'ormai quasi totale alfabetizzazione, che ha messo i singoli in condizione di accedere da soli a testi che parlino di Gesù -- siano essi i vangeli, o la pubblicistica di carattere religioso, oppure quella di vario genere, compresa la narrativa, non di rado furbescamente scandalistica -- sia l'azione della Chiesa cattolica, che ha incoraggiato, a seguito del rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano II, la lettura diretta delle fonti evangeliche. A ciò si unisca, nel recente periodo, la rinnovata centralità del fenomeno religioso, su scala mondiale, e il confronto sempre più frequente nel nostro paese, a causa anche dell'immigrazione, con le religioni diverse dal cristianesimo, in particolare con l'islamismo, e fra le diverse confessioni cristiane. Si aggiunga che il richiamo alle origini rappresenta una delle dinamiche interne alla stessa storia del cristianesimo e quindi le varie correnti riformiste che si oppongono a taluni esiti istituzionali del cattolicesimo non esitano, in molti casi, a richiamarsi polemicamente alla diversità degli inizi, e alla medesima diversità si richiamano non di rado anche i polemisti agnostici o semplicemente anticlericali. Tutto ciò rende naturale interrogarsi anche sulla figura che ha dato origine al cristianesimo, sulla sua vita e sulle sue intenzioni.

Intendiamoci: non voglio dire che il risultato di questo insieme di circostanze, desideri e pulsioni significhi che i vangeli siano oggi ben conosciuti in Italia -- nell'introduzione a un altro volume pubblicato da Carocci Giorgio Jossa2 afferma, probabilmente non a torto, che sono molto poco conosciuti e quasi per nulla compresi --, sostengo che c'è attualmente una pluralità di modi di fruizione di materiale evangelico o collegato a Gesù, e un'aspirazione diffusa, forse più velleitaria che consapevole, a comprenderlo non necessariamente secondo le modalità di presentazione ecclesiastica, o secondo il paradigma di fede, ma come uomo, che è stato protagonista di un'esperienza tanto straordinaria quanto tragica, che è nato e vissuto in un preciso contesto culturale, sociale e religioso di cui è stato partecipe e con cui ha interagito, che ha detto cose che continuano a toccare la coscienza e il cuore degli uomini. Con ciò credo di aver descritto il processo di avvio, spontaneo e irriflesso, della domanda di conoscenza storica del personaggio Gesù. Ma se l'avvio dell'interesse storico su qualsiasi materia che tocchi il nostro presente è un bisogno spontaneo, deve essere chiaro (e quindi ha bisogno di essere chiarito) ciò che è legittimo chiedere all'operazione storiografica che a tale bisogno risponde, e, ugualmente, l'operazione storiografica deve essere condotta seriamente, non barattando il metodo storico con ibridi surrogati. Per cui, un primo intento di questo volume è di spiegare la differenza fra una ricerca autenticamente storica su Gesù e i tanti «sentito dire» che circolano.

Detto questo in generale, bisogna registrare due fatti avvenuti fra il 2006 e il 2007, entrambi di interesse specifico per il nostro discorso. Da un lato, il grosso successo di pubblico che ha accolto il volume-intervista di Corrado Augias e Mauro Pesce, Inchiesta su Gesù; dall'altro l'uscita del volume di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI intitolato Gesù di Nazaret. Il primo intercetta quella richiesta generalizzata di informazione storica su Gesù, di cui dicevo sopra. Quanto al secondo, per comprenderne l'importanza basti leggere quanto ha scritto il cardinale Carlo Maria Martini: «non era mai successo finora che uscisse su Gesù un libro di un Papa. Papa Giovanni Paolo II ci aveva abituati a qualche racconto sulla sua vita. Ma è la prima volta che esce un libro di un Papa che affronta un tema così arduo e ampio».3

Il libro di Augias e Pesce è stato accompagnato da una serie di polemiche sulla stampa che, in ultima analisi, hanno evidenziato, al di là delle critiche su aspetti specifici della trattazione di entrambi, inficiate a volte dalla confusione fra la posizione di Augias e quella di Pesce, una rinnovata diffidenza da parte di taluni settori del cattolicesimo italiano nei confronti del metodo storico applicato alla ricerca su Gesù di Nazaret e, insieme, il timore per i possibili effetti derivanti dalla divulgazione dei risultati della ricerca storica. Un'analoga preoccupazione verso la storia e gli storici, espressa, certo, con linguaggio meditato e pacato, si registra nella premessa di Ratzinger/Benedetto XVI al suo volume: se è vero, infatti, che il pontefice non manca di citare, indicandola come «pietra miliare per l'esegesi cattolica» l'enciclica Divino afflante Spiritu del 1943, che legittimò l'uso per i teologici cattolici del metodo storico-critico (p. 10), ribadendo, subito dopo, il valore del metodo storico e il fatto che la storia, «la fatticità», appartiene alla fede cristiana4 e quindi essa «deve esporsi al metodo storico» (p. 11), è altrettanto vero che, proprio in apertura denuncia, a partire dagli anni Cinquanta del secolo appena trascorso, «lo strappo [corsivo mio] tra il "Gesù storico" e "il Cristo della fede"». Egli si domanda: «che significato può avere la fede in Gesù il Cristo, se poi l'uomo Gesù era così diverso da come lo presentano gli evangelisti e da come, partendo dai Vangeli, lo annuncia la Chiesa?» (p. 7). E, poco oltre (p. 8), osserva: «come risultato comune di tutti questi tentativi [cioè le ricostruzioni prodotte dalla ricerca storico-critica] è rimasta l'impressione che, comunque, sappiamo ben poco di certo su Gesù e che solo in seguito la fede nella sua divinità abbia plasmato la sua immagine [...]. Una simile situazione è drammatica per la fede perché rende incerto il suo autentico punto di riferimento: l'intima amicizia con Gesù, da cui tutto dipende, minaccia di annaspare nel vuoto» (p. 8). Dunque la figura stessa di Gesù, secondo il pontefice, si sarebbe allontanata o rischierebbe di allontanarsi dai fedeli per il moltiplicarsi delle ricostruzioni parziali e per lo iato fra l'annuncio della Chiesa e i risultati della ricerca storica. Il lettore non può non dedurne che questa intensa preoccupazione guidi il «tentativo» del suo libro che lo stesso scrivente così enuncia: «presentare il Gesù dei Vangeli [quando il pontefice parla dei Vangeli intende quelli canonici] come il Gesù reale, come il "Gesù storico" in senso vero e proprio [...] questa figura è molto più logica e dal punto di vista storico molto più comprensibile [corsivo mio] delle ricostruzioni con le quali ci siamo dovuti confrontare negli ultimi decenni» (p. 18). Confesso la mia perplessità nei confronti di questa posizione, la quale d'altro canto, cito le parole dello stesso pontefice, non vuole essere un «atto magisteriale» (p. 20). Mi sembra infatti che essa conduca a una confusione e mescolanza del piano storico con il piano teologico, che invece, per poter interagire utilmente, necessitano allo stesso tempo di distinzione e di una mediazione complessa, a livello teologico.

In ogni caso, le parole di Benedetto XVI confermano l'attualità della questione del «Gesù storico» e la persistente interrogazione, nell'ambito di molti teologi cattolici e forse anche di moltissimi che teologi non sono, circa il rapporto tra fede e storia. Non sempre, però, la percezione delle discrepanze nella ricostruzione storica produce una visione così preoccupata nei teologi e negli storici che siano anche credenti. Per rimanere in campo cattolico John P. Meier annota: «non dobbiamo ritenere i risultati della nostra ricerca insolitamente fragili e incerti. Non sono fragili e incerti più di molti altri aspetti della nostra vita».5 Nel campo dei riformati potremmo citare il libro Quale Gesù? Due letture di Marcus Borg e Tom Wright,6 entrambi fra i protagonisti della cosiddetta «Terza ricerca su Gesù»: nella loro comune introduzione dichiarano di essere «spesso rimasti sbigottiti, e talvolta turbati, di fronte a certe affermazioni dell'altro», epperò sempre protetti «dall'amicizia, dalla fede e dalla pratica cristiane condivise» (p. 6). Non negano che, in generale, l'odierno dibattito su Gesù si sia fatto aspro, con punte polemiche,7 ma rivendicano la possibilità di un diverso modo di procedere, di cui vorrebbero dare esempio, dialogando, ascoltandosi reciprocamente e confrontandosi con punti di vista che altrimenti non avrebbero preso in considerazione. Borg e Wright dicono di offrire il loro lavoro come «celebrazione della nostra amicizia, della nostra fede condivisa e del nostro studio» (p. 9). Prendendo le mosse dal loro urbano confronto e dalla reciproca accettazione delle divergenze di interpretazione storica come un passaggio ineludibile e necessario in vista di ulteriori progressi, mi chiedo -- e sto parlando non solo come storica, ma anche come credente, senza presumere di coinvolgere nessuno dei tre autori del presente volume nelle mie affermazioni sul versante della fede, -- se non sia molto più utile (nonché liberatoria) la posizione che prenda francamente atto della distinzione tra l'ambito della ricerca storica, che tale non sarebbe se non trattasse Gesù con lo stesso metodo usato per ogni personaggio storico, e l'ambito di fede, che tale non sarebbe se pretendesse di essere dimostrata o rafforzata dagli storici: potremmo chiederci allora se sia fede oppure umanissimo bisogno di certezze.

Proviamo allora a ribaltare la prospettiva, restituendo alla storia quanto le compete, cioè la facoltà di considerare storicamente accertati o altamente probabili solo quei fatti che possono essere ricostruiti in base al metodo storico, con procedimenti e secondo paradigmi accreditati nell'ambito della comunità degli storici e che possano essere presentati alla medesima comunità e al pubblico delle persone di buona volontà con la fiducia che siano accolti a partire da questa base condivisa. Il lavoro dello storico ha infatti comunque come punto di riferimento la verità, una verità accertabile storicamente, cioè secondo parametri stabiliti dalla stessa ricerca. Lo storico che manipola la documentazione, che omette deliberatamente parti di essa, che non dà ragione delle proprie fonti, che parte da un presupposto, qualsiasi esso sia, da dimostrare a tutti i costi, non merita il nome di storico. Il fatto che anche il lavoro più serio di uno storico raggiunga obiettivi limitati è cosa ovvia, ed è un'apparente debolezza che si rivela una forza. Voglio solo prospettare al lettore, credente o non credente, un'ipotesi: ammettiamo che i fatti su cui gli storici, o meglio la loro maggioranza, si trovi a concordare a proposito di Gesù siano un numero esiguo rispetto ai punti che rimangono in discussione, ma siano pur sempre un certo numero: avremo raggiunto un consenso che prescinde da fede, dottrine, convinzioni particolari, e che si basa solo su metodi e risultati condivisi. Questo, oltre ad essere un approdo meritorio in sede storica, e quindi importante per il non credente come per il credente, non è qualcosa di consolante proprio per quest'ultimo? Significa infatti che c'è qualcosa di Gesù, anche se poco, che egli può condividere con chiunque, fiducioso che qualsiasi uomo, che sia leale e intelligente, potrà seguirlo fino a quel punto. Una consolazione di tal fatta non ha nulla di particolarmente moderno, o di relativista (accusa di questi tempi lanciata a proposito e a sproposito), ma la riscontriamo anche negli antichi scrittori cristiani, che, spesso, avevano problemi analoghi ai nostri. Mi piace citare uno di loro, Girolamo. Come molti sanno, egli è stato l'audace traduttore della Scrittura direttamente dall'ebraico in latino, in un'epoca in cui cristiani della statura di un Agostino avevano serie perplessità ad abbandonare l'antica traduzione latina basata sul greco dei Settanta, perché si sarebbe creata una discrepanza nell'uso del testo sacro con i cristiani di lingua greca e perché sospettosi nei confronti degli ebrei, con cui c'era continua polemica, che avrebbero potuto criticare o negare la bontà della traduzione latina. Girolamo andò avanti per la sua strada; per questo è considerato il padre degli studi biblici ed è forse per questo stesso motivo che Benedetto XVI ha licenziato il suo volume su Gesù il 30 settembre, festa di san Girolamo. Ebbene, nel corso del dibattito, Agostino gli obietta che un suo malcapitato collega, vescovo di una cittadina africana, era stato messo in difficoltà da alcuni esperti ebrei che, per ignoranza o malizia, avevano dato torto alla traduzione fatta da Girolamo. Ma quest'ultimo risponde (ep. 112, 21), ribadendo di voler continuare ad affidarsi agli ebrei per un giudizio, di non credere che tutti gli ebrei avrebbero avuto lo stesso atteggiamento malevolo di quei pochi del villaggetto africano. In altri termini Girolamo ritiene il tradurre, anche qualora si eserciti sul testo sacro di ebrei e cristiani, e come tale oggetto di controversie, un'attività soggetta a pubblica e razionale verifica, noi diremmo un'attività «scientifica»: un terreno quindi di possibile incontro anche fra quanti siano divisi da irrimediabili divergenze religiose: se dunque Girolamo sapeva distinguere i diversi piani di verità, suppongo ci sia almeno una piccola speranza anche per noi.

Andiamo avanti: ci si lamenta del dubbio rispetto ai vangeli che sarebbe insinuato dalla moderna ricerca storica e che invece altro non è che il vaglio cui lo storico è obbligato nei confronti della sua documentazione. Si può rispondere: 1) che gli interrogativi sulla vita di Gesù non sono appannaggio dell'età contemporanea, perché fin dall'antichità i cristiani cercarono spiegazioni al problema delle incongruenze e difformità fra i vangeli canonici; 2) che già gli antichi cristiani, pur del tutto a digiuno del metodo storico-critico e dei suoi eventuali pericoli, si rendevano implicitamente conto del diverso valore, nonché del carattere problematico, di talune narrazioni contenute nei vangeli canonici. Potrei portare centinaia di esempi. Ne faccio solo uno, ben circoscritto. Didimo il Cieco, grande esegeta del IV secolo, si trova a commentare per i suoi studenti il passo di Mt 27, 52-3 («i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E, uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti»), che narra un episodio sconosciuto agli altri evangelisti. Didimo ammette che il fatto potrebbe essere realmente avvenuto, data la potenza di Cristo, nondimeno ammonisce l'allievo a non accedere a questa interpretazione letterale, spiegando: «sta' attento, che non vada contro il seguito del disegno salvifico. Pensa: se gli uomini avessero riconosciuto i loro congiunti, sarebbero stati forzati a non restare nell'incredulità».8 Didimo teme, in sostanza, che, accettando il senso letterale di un tale miracolo, avvenuto davanti agli occhi di tutti e riguardante gli affetti di tutti, si avalli l'idea, per lui sbagliata, di un Dio che costringa l'uomo all'assenso anziché proporgli un dono di grazia e una fiduciosa adesione al mistero. La sua proposta di un'interpretazione allegorica (i corpi santi sono in realtà le anime) tende a salvare la validità del testo di Matteo: è chiaro tuttavia che Didimo si muove contro ogni tentativo, da qualsiasi parte esso venga (persino dallo stesso testo sacro, attraverso una lettura inadeguata!) di ridurre il salto di qualità che la fede consente all'uomo di compiere.

Mi fermo qui a riguardo, perché volevo solo dare alcuni spunti di riflessione, che il volume darà modo di approfondire.

2. Qualche informazione di base per orientarsi

Il presente volume ha, nelle intenzioni, una destinazione ampia. Per questo inserisco ora, con estrema sintesi, alcune nozioni che possano facilitare la comprensione dei capitoli successivi al lettore che sia completamente digiuno dell'argomento.

Nel corso della lunga storia della ricerca su Gesù9 sono stati elaborati alcuni criteri per vagliare il materiale su di lui, che è abbondante, a paragone di quanto di solito accade per un personaggio dell'antichità. Gesù, predicatore itinerante e maestro, non ha lasciato nulla di scritto: il suo insegnamento è stato memorizzato, «ri-detto» e trasmesso in ogni occasione propizia dai suoi seguaci. D'altra parte questa è una situazione consueta nel mondo antico, nel quale l'oralità è dominante, anche in presenza di opere scritte.

Viene comunemente riconosciuto che chi ha composto le opere che vanno sotto la dicitura di «vangeli» (prescindo da ogni distinzione fra vangeli canonici e apocrifi) 10 si è servito di tradizioni precedenti, sia scritte sia orali, variamente assemblate, rielaborate e ri-orientate11 secondo le linee di tendenza sue proprie. Dobbiamo quindi immaginare, a monte del lavoro degli evangelisti, l'esistenza di raccolte più o meno lunghe di detti e fatti di Gesù, o anche la conoscenza di detti isolati. Insomma, gli studiosi hanno via via compiuto il cammino di risalita dall'attuale redazione dei vangeli ai materiali preesistenti che hanno costituito le fonti degli evangelisti. In proposito il primo passo compiuto fu la determinazione dei rapporti che legavano i tre vangeli di Matteo, Marco e Luca, detti sinottici perché, se posti su colonne parallele (sinossi), mostravano somiglianze tali da presupporre rapporti di dipendenza letterale fra loro. Ne risultò la teoria, tuttora accreditata, nonostante qualche persistente difficoltà, delle due fonti: Matteo e Luca dipendono da Marco e utilizzano anche un'altra fonte denominata Q da Johannes Weiss nel 1890 (Q è l'iniziale della parola Quelle che in tedesco significa appunto «fonte»), ricostruibile dagli studiosi solo in via ipotetica.12 La fonte Q doveva essere un seguito di detti privo di cornice narrativa (come il Vangelo di Tommaso, che, scoperto successivamente, dimostrò l'effettiva esistenza di raccolte di questo tipo) .13 Una prova, fra le altre, dell'esistenza di due fonti per Matteo e Luca è data dall'esistenza dei doppioni, cioè detti di Gesù che ricorrono due volte in Matteo e Luca, una volta in una forma uguale a Marco, e un'altra in forma comune a loro due e diversa da Marco: è il caso, per esempio, del detto «a chi ha sarà dato... a chi non ha sarà tolto...)»: a) Mt 13, 12; Mc 4, 25; Lc 8, 18; b) Mt 25, 29; Lc 19, 26. Matteo e Luca utilizzano inoltre anche materiale proprio, cioè che l'uno ha e l'altro non ha, e anche questo indica la varietà delle tradizioni loro pervenute. La tradizione utilizzata nei sinottici fu conosciuta ben oltre i tre vangeli di Marco, Matteo e Luca, confluendo anche negli apocrifi,14 ma non esaurisce il corpo di tradizioni di Gesù: lo stesso Vangelo di Giovanni, che conosce questa tradizione, rielaborandola profondamente a causa della sua marcata impostazione teologica, conserva altre tradizioni e informazioni autorevoli.15 Insomma, non siamo in grado di determinare l'entità e la diffusione del complesso corpo di tradizioni circolanti su Gesù, in forma orale e talvolta scritta.

Per quanto concerne i detti di Gesù, praticamente quasi in nessun caso si può arrivare a stabilire la forma «letterale» in cui sono stati pronunciati, non solo per il fatto che Gesù parlava in aramaico, e per il fatto che la forma letteraria dei detti può essere stata modificata per facilitare la memorizzazione,16 ma anche perché, come di recente la ricerca ha preso coscienza, egli stesso può aver espresso più volte, e con variazioni, nella performance orale, uno stesso concetto o una stessa immagine o parabola.17

Tuttavia il contenuto dell'insegnamento, come pure i fatti della sua vita, possono essere, in molti casi, ricostruiti su base storica grazie alla criteriologia elaborata, rispondendo alla domanda: in base a quale criterio è possibile distinguere il materiale effettivamente risalente a Gesù? Il primo a sentire l'esigenza di esplicitare dei criteri, alcuni peraltro già operanti de facto nella ricerca, fu Ernst Käsemann, allievo del grande Rudolf Bultmann. Così egli parla in una conferenza del 1953:18

Ci manca ancora del tutto, per la messa in evidenza del materiale autentico su Gesù, un presupposto essenziale, vale a dire una visione complessiva dello stadio più antico della cristianità primitiva, e difettiamo quasi completamente di criteri sufficienti e plausibili [corsivo mio] . Abbiamo un terreno in un certo senso solido sotto i piedi solo in un caso: quando una tradizione, per un qualche motivo, non può essere né desunta dal giudaismo, né attribuita alla cristianità primitiva; e specialmente quando il giudeo-cristianesimo ha temperato o ritoccato il materiale ricevuto dalla tradizione, perché ritenuto troppo audace.

Käsemann ha appena enunciato il criterio che sarà denominato della dissomiglianza, detto anche della discontinuità o della originalità, o della differenza, o della doppia irriducibilità. I limiti di questo criterio sono evidenti: esso corre il rischio di strappare Gesù dal suo contesto storico giudaico, facendone un isolato senza radici e senza frutti, ed è viziato dalla precomprensione teologica che Gesù sia unico e incomparabile. Il criterio non può però essere abbandonato: esso va usato in positivo, per stabilire l'autenticità di una tradizione, non in negativo, per respingere ciò che non sembra originale, e deve essere accompagnato da altri criteri che ne compensino le possibili distorsioni e restituiscano un quadro d'insieme, che la natura stessa di questo criterio impedisce di produrre, perché ricupera solo una conoscenza frammentaria. Ciò che si è detto per questo criterio, vale per qualsiasi altro che venga applicato in via preferenziale o addirittura unilaterale. Il modo più equilibrato di procedere è invece quello di applicare congiuntamente un certo numero di criteri riconosciuti come efficaci dalla critica, tenendo presente che alcuni studiosi tendono a moltiplicarne il numero, a rischio di confusione. Il lettore italiano, se desideroso di approfondire, ha a disposizione varie trattazioni in proposito.19

Iniziamo con: 1) il criterio della molteplice attestazione che può enunciarsi nel modo seguente: viene ritenuto autentico un detto o un fatto di Gesù trasmesso almeno da due fonti letterariamente indipendenti l'una dall'altra: per esempio, Paolo e Marco, o il Vangelo di Tommaso e Luca. Che Gesù abbia predicato il regno di Dio (o dei cieli) è innegabile, ricorrendo l'espressione in molte fonti indipendenti l'una dall'altra (Marco, Q, Paolo, Giovanni, Vangelo di Tommaso). Ciò naturalmente non significa che ogni detto contenente la menzione del regno sia autenticamente gesuano, perché il caratteristico modo di esprimersi di Gesù potrebbe essere stato imitato. Abbiamo poi: 2) il criterio dell'imbarazzo: sono ritenute autentiche le parole o gli atti di Gesù che, per vari motivi, hanno creato difficoltà alle comunità primitive: l'esempio classico è il battesimo di Gesù da parte di Giovanni Battista. Seguendo il racconto dell'evento in Mc 1, 9-11; Mt 3, 13-7; Lc 3, 21-22 si nota l'accrescimento dei dispositivi di sicurezza per compensare il fatto che Gesù si sottopone al battesimo di Giovanni, che era «per il perdono dei peccati» (Mc 1, 4) fino ad arrivare, con il Vangelo di Giovanni, alla soluzione radicale di tacere il battesimo di Gesù. 3) Il criterio della dissomiglianza è stato già enunciato. Per esempio, ha buona probabilità di essere autentico l'imperativo «lascia che i morti seppelliscano i morti» (Lc 9, 60) che non ha paralleli, salvo forse presso i filosofi cinici. Potremmo fare altri esempi: la predicazione del regno, essa soddisfa anche questo criterio perché l'espressione «regno di Dio» è discontinua rispetto al giudaismo dell'epoca e poco usata nella successiva tradizione ecclesiastica, Paolo compreso. 4) Il criterio della plausibilità storica è particolarmente adatto a correggere le eventuali distorsioni prodotte dal criterio precedente. Il criterio ammonisce a tenere conto del nesso fra Gesù e il contesto giudaico e del nesso fra Gesù e i suoi effetti: in altre parole, la differenziazione di Gesù può essere sorta solo all'interno del contesto giudaico e i suoi atteggiamenti devono essere stati tali da spiegare l'evoluzione successiva. Ad esempio, il suo atteggiamento verso la Legge giudaica è di rifondazione, non di abrograzione: in questo modo si spiega, riguardo a Gesù, sia la sua relativizzazione di alcune parti della Legge che arriva alla critica radicale (il detto sulla purità: Mc 7, 15) sia la sua tendenza ad «inasprire» altre parti per attuare l'intenzione profonda della Legge (come nel divieto di far adirare il fratello di Mt 5, 22, o quello del giuramento di Mt 5, 33) ,20 e, allo stesso tempo si spiegano, per quanto riguarda gli sviluppi successivi, le varie tendenze presenti fra i seguaci di Gesù nei confronti dell'osservanza della Legge (si pensi ai contrasti fra la linea degli ellenisti, la linea di Paolo, quella di Giacomo). 5) Il criterio della coerenza. È un criterio di appoggio, non principale. Una volta stabilito in base ai criteri sopra esposti il materiale che ha alta probabilità di risalire a Gesù, e una volta individuate linee di tendenza e costanti nel suo comportamento, si possono integrare nel quadro elementi che appaiano con esso coerenti. Per esempio: il detto sul divieto del ripudio gode della molteplice attestazione (cfr. 1Cor 7, 10-1; Mc 10, 1 ss.; fonte Q: Lc 16, 18 e Mt 5, 32), ma taluni fanno notare che non è del tutto originale (a Qumran c'era lo stesso divieto). A rafforzare l'autenticità gesuana si può invocare il criterio della coerenza, perché il detto si inserisce in modo coerente nella tendenza all'inasprimento etico della Legge propria di Gesù.

Naturalmente non dobbiamo aspettarci dall'applicazione di questi criteri una univocità di risultati: il mestiere dello storico non equivale all'applicazione di una tecnica, ma investe tutto l'ampio spettro della sensibilità e dell'intelligenza umane. Piuttosto, si tratta di una piattaforma condivisa di metodi, che consentono a chiunque di valutare il lavoro del singolo.

Quanto abbiamo detto finora si muove nell'ampio spazio degli studi filologici, e storico-letterari. Ma la ricerca più recente utilizza anche, con profitto, le scienze sociali.21 In questo modo si spera di collocare in modo più soddisfacente Gesù e i suoi seguaci nel contesto della loro cultura e società.22

3. La struttura del volume

Gli autori di questo volume, Claudio Gianotto, Enrico Norelli e Mauro Pesce, sono tre esperti della materia, riconosciuti a livello internazionale. Essi hanno animato la tavola rotonda dal titolo Gesù storico: un enigma? , organizzata dal Dipartimento di Studi storico-religiosi della Sapienza il 20 dicembre scorso, per iniziativa di Elena Zocca, di Francesca Cocchini e di chi scrive. L'interesse suscitato presso il numerosissimo uditorio ci ha quasi imposto di tradurre quanto prima in un volume i loro contributi, debitamente ampliati e ripensati, alla luce della loro reciproca interazione e delle domande poste in quella sede dal pubblico. I tre interventi si collegano fra loro in un discorso nel quale alla polifonia degli accenti fa da contrappunto la sostanziale condivisione dei presupposti metodologici, sì da costituire veri e propri capitoli di un'opera compatta. Il primo capitolo, scritto da Enrico Norelli, imposta il discorso di metodo, fondamentale per la ricostruzione della figura storica di Gesù, dell'uso delle fonti antiche. Il secondo capitolo, di Claudio Gianotto, incentra l'attenzione sulla fonte apocrifa attualmente tenuta in maggior conto dagli studiosi, il Vangelo di Tommaso. Infine Mauro Pesce entra nel vivo del dibattito contemporaneo in Italia e all'estero. Sia Norelli sia Pesce tornano sul nodo problematico del rapporto tra «fede» e «storia».

Naturalmente, nessun libro può pretendere di dare risposta a ogni interrogativo e dunque nemmeno questo, che fa il punto su alcuni aspetti di una ricerca che avrà ancora molti sviluppi affascinanti e non del tutto prevedibili. Appare ancora aperto, ad esempio, il quesito riguardante i motivi per cui proprio i vangeli ascritti a Matteo, Marco, Luca e Giovanni sono stati canonizzati. Ma l'obiettivo principale mi sembra raggiunto: il lettore troverà limpidamente spiegati i termini del dibattito attuale e la ricostruzione dei passaggi salienti della ricerca. Apprezzerà tanto il rigore dell'impostazione critica quanto, nella diversità dei toni dovuti alle diverse personalità di ciascuno, l'argomentata e talvolta appassionata difesa del valore della ricerca storica su Gesù di Nazaret, e le prospettive delineate per il futuro di essa.

[Con il gentile permesso della casa editrice, pubblichiamo questo saggio edito come Introduzione al volume: Emanuela Prinzivalli (a cura di) - Claudio Gianotto - Enrico Norelli - Mauro Pesce, L'enigma Gesù. Fonti e metodi della ricerca storica, (Biblioteca di testi e studi) Roma, Carocci, 2008.]

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Note

  1. Con il gentile permesso della Casa Editrice, pubblichiamo questo saggio edito come Introduzione al volume: Emanuela Prinzivalli (a cura di) - Claudio Gianotto - Enrico Norelli - Mauro Pesce, L'enigma Gesù. Fonti e metodi della ricerca storica, (Biblioteca di testi e studi) Roma, Carocci, 2008, Testo

  2. G. Jossa, La verità dei vangeli. Gesù di Nazaret tra storia e fede, Carocci, Roma 2001, p. 10. Testo

  3. «30Giorni», numero di maggio 2007: cfr. l'intervista di Martini al Corriere della Sera, 24 maggio 2007. Testo

  4. Per spiegare la frase del pontefice basti ricordare che lo stesso Credo niceno-costantinopolitano, base comune di dottrina per le varie confessioni cristiane, ricorda alcuni particolari della vicenda storica di Gesù: è stato crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato e ha patito ed è stato seppellito, cui aggiunge la proclamazione fondamentale di fede: ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture. Testo

  5. J. P. Meier, Un ebreo marginale. Ripensare il Gesù storico, 1, Le radici del problema e della persona, Queriniana, Brescia 2001 (ed. or. New York 1991), p. 184. Testo

  6. M. Borg, N. T. Wright, Quale Gesù? Due letture, trad. di Chiara Versino, Claudiana, Torino 2007 (ed. or. New York 1999). Testo

  7. Nelle quali, fra l'altro, loro stessi cadono in altri volumi. Testo

  8. Didimo il Cieco, Lezioni sui Salmi. Il Commento ai Salmi scoperto a Tura, Introduzione, traduzione e note di E. Prinzivalli, Paoline, Milano 2005, p. 445. Testo

  9. Di cui parlerà Mauro Pesce nel capitolo conclusivo di questo volume. Testo

  10. Per quanto riguarda l'irricevibilità di questa distinzione sul piano storico rimando alla spiegazione di Enrico Norelli. Testo

  11. Dico «ri-orientate» in quanto ogni raccolta ha, quasi inevitabilmente, un suo orientamento, perché la memoria non è mai asettica. Testo

  12. Tutta questa parte della storia degli studi neotestamentari è merito della grande filologia tedesca dell'Ottocento. Per una rapida informazione si veda F. R. Prostmeir, Breve introduzione ai vangeli sinottici, Queriniana, Brescia 2007 (ed. or. 2007). Testo

  13. Si veda il capitolo scritto da Claudio Gianotto in questo volume. Testo

  14. Sull'errore metodologico di una distinzione fra canonici e apocrifi per il vaglio e la ricostruzione delle tradizioni su Gesù vedi il capitolo di Norelli nel presente volume. Testo

  15. C. H. Dodd, La tradizione storica nel quarto Vangelo, Paideia, Brescia 1983 (ed. or. 1963). Testo

  16. Un esempio classico è l'autore della Prima lettera di Clemente ai Corinzi, scritta verso la fine del I secolo, che cita in una diversa forma letteraria alcune delle beatitudini sinottiche. Testo

  17. W. H. Kelber, The Oral and the Written Gospel. The Hermeneutics of Speaking and Writing in the Synoptic Tradition, Mark, Paul, and Q, Fortress Press, Philadelphia 1983. Una buona esposizione della problematica in italiano in J. D. G. Dunn, Gli albori del cristianesimo, I, 1, La memoria di Gesù, Paideia, Brescia 2006 (ed. or. 2003), pp. 207-70. Testo

  18. E. Käsemann, Saggi esegetici, Marietti, Genova 1985, pp. 30-57, spec. p. 48. Testo

  19. Elenco i criteri nell'ordine seguito da Daniel Marguerat nel volume I della monumentale Histoire du Christianisme, condotta sotto la direzione di J.-M. Mayeur, Ch. Pietri, L. Pietri, A. Vauchez, M. Venard. Faccio riferimento all'edizione italiana del I volume, dal titolo Il nuovo popolo (dalle origini al 250), curata da P. Grech e A. Di Berardino, Borla-Città Nuova, Roma 2003 (ed. or. Paris 2000), pp. 32-4. Fra le altre simili trattazioni, disponibili in italiano va citato innanzitutto Meier, Un ebreo marginale, cit., pp. 137-90, il quale spiega chiaramente i limiti derivanti dall'applicazione unilaterale di ciascun criterio. Cfr. la spiegazione più sintetica di J. Schlosser, Gesù di Nazaret, Borla, Roma 2002 (ed. or. Paris 1999), pp. 69-78. Vedi anche i riferimenti forniti da Norelli, alla nota 33 del suo contributo. Testo

  20. Cfr. G. Theissen, A. Mertz, Il Gesù storico. Un manuale, Queriniana, Brescia 1999 (ed. or., 1996), pp. 445-61. Testo

  21. Come spiega Mauro Pesce nel suo capitolo. Testo

  22. Cfr. W. Stegemann, B. J. Malina, G. Theissen (a cura di), Il nuovo Gesù storico, Paideia, Brescia 2006 (ed. or. 2002). Testo