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Ibernazione: un'utopia anche italiana?

di Anna Rosaria Gioeni (15 giugno 2007)

The appearance on the Italian scene of a Society for Crionics is a sign that a pro-hibernation campaign has now started in our country as well. The supporters of hibernation, besides creating a meeting of minds among those who want to know more about it, aim at modifying the legal situation which prevents it from spreading. Only the acceptance of a law on euthanasia, in fact, would set the first step along the road to the definite entrance of this technique even in Italy.

This article will propose some considerations on hibernation and on the utopias that characterize it.

L'ibernazione quale orizzonte dell'immaginario fantascientifico è un tema frequente, sia nella cinematografia, sia nel mondo delle produzioni per ragazzi. Tale argomento però rimane legato, per molti di noi, esclusivamente al lavoro creativo di scrittori o inventori dell'assurdo. Da sempre l'uomo coltiva il desiderio di sconfiggere la morte. Tale sfida è una costante nella storia dell'umanità; già gli antichi egizi con la mummificazione consegnavano il deceduto ad una nuova vita senza più limiti temporali. L'ibernazione nasce dallo stesso desiderio, consegnare l'uomo al mondo futuro, per eliminare la sconfitta che la morte infligge alla vita. Il primo lavoro con contenuti scientifici sul tema dell'ibernazione è il libro The Prospect of Immortality (pubblicato nel 1964 da Robert Ettinger, un professore di fisica), mentre il primo esperimento di crionica risale al 12 gennaio del 1967 a Los Angeles.

L'ibernazione umana,1 in senso stretto, consiste nel tentativo di conservare nel tempo il cadavere di una persona mediante l'abbassamento della temperatura. La sospensione crionica corrisponde anche ad una filosofia della morte che si fonda sulla teoria dell'informazione. La morte è la perdita irreversibile delle informazioni contenute nel cervello, se si preservano le strutture biologiche dalla morte tramite le tecniche crioniche, le informazioni potrebbero essere recuperate in futuro e la persona almeno potenzialmente non sarebbe morta.

Lo scopo dell'ibernazione, almeno in teoria, è offrire la possibilità di evitare la morte causata da un male incurabile, in attesa di future scoperte in grado di fornire una cura; oppure dare la possibilità di vivere una seconda vita, o ancora offrire un metodo unidirezionale per viaggiare nel tempo, immaginando un futuro migliore del presente.

L'ibernazione è stata finora utilizzata solo nei confini americani2 e in alcune parti dell'Europa, nelle nazioni dove è stata già accettata la legge sull'eutanasia. L'intervento sul corpo da crioconservare, infatti, deve essere immediato o precedente alla morte, mentre in parecchi paesi dell'Europa (compresa l'Italia) è obbligatoria l'attesa della dichiarazione della morte legale.3

L'apparire nello scenario italiano di una Società Italiana per la Crionica, fa pensare che sia iniziata ormai in tutta Europa, e quindi anche in Italia, una campagna pro-ibernazione. Gli obiettivi della Società Crionica, chiaramente descritti nel sito ufficiale,4 sono: promuovere l'idea dell'ibernazione, tramite materiale informativo; diventare un punto di incontro per coloro che entreranno a far parte della società; creare delle reti di supporto fra i fautori della crionica sul territorio e modificare la situazione legale che rende impossibile l'uso di tale tecnica in Italia. Prima di addentrarci in una valutazione bioetica, è opportuno descrivere il procedimento che caratterizza l'ibernazione.

1. La tecnica dell'ibernazione

L'avventura crionica negli Stati Uniti inizia, di solito, nella sala di rianimazione, subito dopo l'arresto cardiaco e la certificazione della morte legale.5 Viene applicato al paziente un apparecchio cardio-polmonare meccanico che, comprimendo ritmicamente il torace, assicura la ventilazione dei polmoni ed un continuo flusso di sangue al cervello. Entro due minuti vengono somministrati, per via endovenosa, dei farmaci per ridurre al minimo i danni conseguenti all'arresto cardiaco. Vengono posizionate due termosonde, una nasofaringea e una orofaringea, ed il paziente viene raffreddato con spray freddo e ghiaccio tritato. Viene anche somministrato del fluorocarbonio alla temperatura di 0 °C, per raffreddare rapidamente il sangue che arrivando nel cervello, abbasserà anche la sua temperatura. Il paziente quindi viene trasportato dall'ospedale alla camera mortuaria, dove si procede al passo successivo, cioè il lavaggio del sistema circolatorio. Attraverso l'incisione della vena e dell'arteria femorale, con una pompa a circuito aperto, viene fatto defluire tutto il sangue e il sistema circolatorio viene lavato con circa 15 litri di una speciale soluzione salina preraffreddata a 0 °C. Quando il corpo raggiunge 9 °C, circa 2 ore e mezzo dopo la morte, viene sconnesso l'apparecchio di supporto cardio-polmonare e il cadavere viene coperto con ghiaccio tritato. All'interno di una speciale unità di trasporto viene trasferito nella sala operatoria di un'associazione crionica. La fase successiva prevede la perfusione con una soluzione antigelo a base di glicerolo o con una soluzione vetrificante, messa a punto più recentemente.6 Vengono praticati due fori alla sommità del cranio, per osservare se il cervello sia andato incontro o meno ad emorragia od edema, che comprometterebbero la perfusione. Viene eseguita anche una sternotomia mediana e vengono esposti il pericardio e l'aorta ascendente, per valutare se le condizioni sono favorevoli al circolo dell'antigelo. Al termine della perfusione con il crioprotettore, i fori di trapanazione vengono chiusi e le incisioni cucite. Il paziente, protetto da un involucro di plastica, viene immerso in circa 15 litri di olio al silicone, preraffreddato a −20 °C, e grazie ad una speciale unità di raffreddamento computerizzata raggiunge, nell'arco di 20 ore, i −78 °C. Successivamente viene tolto dal silicone e dall'involucro, per essere posto, sempre protetto in un altro involucro preraffreddato, nel quale, in circa 120 ore, toccherà i −196 °C. Infine sarà trasferito in un contenitore Dewar, riempito con azoto liquido, per la conservazione a lungo termine.

2. Il risveglio degli ibernati

È strano, dopo aver descritto un procedimento così logico e scientifico, dover interrompere questa atmosfera, con il dato agghiacciante che non solo nessuno è stato risvegliato, ma che la speranza dei crionici di poter resuscitare qualcuno è demandata alle generazioni future. Esse hanno due ardui compiti: riuscire a scongelare questi corpi e riparare i danni che l'abbassamento della temperatura e la perfusione hanno determinato.

Il problema principale, quindi, è il danno provocato dal congelamento che disidrata e danneggia i tessuti. Anche l'uso di crioprottettori, data la loro tossicità e viscosità, non varia la situazione. Basta fare alcuni esempi, per capire come la crioconservazione non riesca a proteggere il corpo per un lungo periodo. I singoli organi da trapiantare non resistono in azoto liquido più di 24 ore: se il tempo è maggiore cadono in putrefazione. Gli embrioni, anch'essi congelati in azoto liquido, non sopravvivono più di cinque anni, superato questo periodo non sono in grado di indurre una gravidanza e vengono distrutti.

L'aria, composta approssimativamente dal 20% di ossigeno e dall'80% di azoto, alle temperature raggiunte nella crioconservazione, diventa liquida e ha la proprietà di trasformare in vetro tutto ciò che vi viene immerso. Proprio la vetrificazione dei corpi ibernati ha finora vanificato le tecniche di scongelamento e ogni tentativo di riportare in vita un corpo.

Non esiste, quindi, al momento, notizia documentata in letteratura scientifica di un corpo ibernato tornato in vita. Infine non bisogna trascurare il fatto che l'ibernazione non è in grado di ringiovanire il corpo e quindi di allungarne la vita. L'uomo ibernato, sempre che si risvegli, avrà le normali aspettative medie.

Davanti a questi risultati non certo esaltanti, i fautori dell'ibernazione umana ribattono con le seguenti argomentazioni. La probabilità di ottenere la resurrezione di un corpo ibernato, per quanto minima, è sicuramente maggiore di quella che si avrebbe dopo la distruzione del corpo. Per chi crede nell'ibernazione, la sia pur infinitesima possibilità di resurrezione vale l'investimento economico (non certo irrisorio e alla portata di tutti) necessario a organizzare la propria sospensione crionica. Se poi questa non dovesse funzionare, morto sei e morto rimani... per cui c'è poco da perdere. A tale affermazione si potrebbe rispondere in modo sarcastico, il morto c'è e rimane tale, ma il conto in banca di qualcuno subirà impinguamenti certamente consistenti. Quindi almeno una finalità sarà raggiunta.

3. Applicazioni dell'ibernazione in situazioni meno utopiche

Le ricerche crioniche potrebbero avere anche dei risvolti positivi applicabili alla chirurgia. Come già anticipato, uno dei problemi principali dei trapianti è la scarsa durata di conservazione degli organi espiantati. Se si riuscisse a trovare una tecnica che consentisse una conservazione più lunga, i vantaggi sarebbero indubbiamente notevoli.

Un'equipe del Massachusetts General Hospital di Boston, dopo aver ibernato dei maialini, riportandoli in vita, con un successo del 90%, ha annunciato che effettuerà dei test su pazienti gravissimi.

Il chirurgo, Hans Alam,7 ha dichiarato sulla rivista New Scientist che lo scopo di tale sperimentazione è di arrivare ad operare pazienti in condizioni critiche, che hanno perso molto sangue e rischiano di morire, eseguendo l'intervento sul loro corpo ibernato. Questi pazienti si potrebbero salvare tenendoli, per tutte le ore necessarie all'intervento, in bilico tra la vita e la morte in uno stato di non vita indotto portando il loro organismo a basse temperature. Ciò per abbassare il bisogno di ossigeno da parte del corpo, offrendo al chirurgo il tempo per riparare le ferite. Il cervello senza ossigeno a sufficienza, come avviene in condizioni di gravi emorragie, comincia a danneggiarsi nell'arco di cinque minuti, mentre il cuore nell'arco di venti minuti. Anche se miracolosamente i chirurghi riuscissero ad operare e chiudere le ferite in un lasso di tempo così ridotto, le probabilità che la persona torni cosciente alla fine dell'intervento sono minime.

La tecnica usata sugli animali consiste nel sostituire il sangue con un fluido di raffreddamento a 2 °C, portando la temperatura del corpo a circa 10 °C. Per simulare il tempo necessario per un intervento hanno tenuto fino a quasi due ore gli animali in stato di ibernazione, per poi riportarli in vita aumentando la loro temperatura corporea con l'infusione del loro sangue precedentemente riscaldato. La tecnica prevede un raffreddamento rapido, circa 2 gradi al minuto e un riscaldamento lento, circa mezzo grado al minuto.

4. Tecnica al servizio del desiderio di eternità dell'uomo o uomo al servizio della sperimentazione?

Spesso il rapporto fra bioetica e campo clinico viene visto non come dialogo o cammino comune di riflessione, piuttosto come un'ingerenza dell'etica perpetrata ai danni della libera ricerca. Il metodo che caratterizza la bioetica,8 invece, è fondato sul dialogo, che mette insieme elementi scientifici ed etici cercando di finalizzare il tutto alla ricerca di senso.

L'uomo sembra cedere un settore del proprio mistero, della propria autonomia e della propria libertà al dominio crescente delle scienze. L'essere umano, centro della creazione, sembra aver deciso di disfarsi di tutte quelle dimensioni che lo avevano da sempre accompagnato, per sfuggire a due realtà mai accettate, la malattia e la morte.

Prendendo in esame le chimere prospettate dall'ibernazione è possibile riflettere sull'utopia che essa rappresenta.

Prima finalità che si prefigge è posticipare la soluzione di una patologia ancora incurabile. La complessa realtà dell'essere umano non coinvolge solo componenti biologiche, ma anche affettive, sociali, culturali ed economiche. Proiettare un essere umano in un'altra realtà temporale, nell'eventualità che si verifichi la guarigione, significherebbe consegnarlo ad un ambiente che non riveste per lui significato affettivo, dove non possiede una sicurezza economica. Non bisogna sottovalutare la seria difficoltà di adattamento ad una cultura diversa,9 tecnologie avanzate e rapporti interpersonali caratterizzati da nuove sfaccettature, oggi non ipotizzabili. In ogni caso anche se guarito, non ha garantito un'aspettativa di vita superiore alla media; il conteggio dell'età anagrafica riparte dalla sua reale età biologica, e la morte potrebbe sopraggiungere già nell'arco di tempo necessario all'adattamento alla nuova realtà.

Altra finalità dell'ibernazione è la possibilità di vivere in un mondo futuro, nella speranza che sia più affascinante e migliore di quello nel quale si è inseriti.

La saggezza insegna che il mondo può diventare migliore solo grazie al nostro apporto. Se non siamo riusciti ad integrarci in un contesto, difficilmente otterremo risultati migliori scappando in un altro. Fuggire quasi sempre è segno di un disagio interno della persona, che in ogni caso va risolto e non posticipato, e la cui soluzione non può essere demandata solo a fattori esterni all'uomo stesso. Il Concilio Vaticano II chiarisce l'impegno dell'uomo nel mondo: «il messaggio cristiano, lungi dal distogliere gli uomini dal compito di edificare il mondo, lungi dall'incitarli a disinteressarsi del bene dei propri simili, li impegna piuttosto a tutto ciò con un obbligo ancora più stringente».10

Ma questo impegno non è esclusivamente conseguenza di una scelta di fede; tutelare e promuovere la creazione e l'uomo stesso è un dovere di tutti.

La complessa realtà dell'ibernazione coinvolge non solo la dimensione corporea dell'uomo ma anche la sua anima, quindi è opportuno riflettere sulla relazione inscindibile fra corpo e anima.

Il corpo non può essere interpretato solo come un ammasso di cellule o un composto biochimico, proprio perché esso è sempre il corpo di una persona, guidato e vivificato da uno spirito, che lo anima e lo struttura ontologicamente, facendone l'espressione visibile di un ricchissimo mondo interiore.11

Il Concilio esprime chiaramente come l'uomo sia costituito da due elementi, fra loro inscindibili: anima e corpo.

Non è lecito all'uomo disprezzare la vita corporale, anzi questi è tenuto a considerare buono e degno di onore il proprio corpo [...] è la dignità stessa dell'uomo che postula che egli glorifichi Dio nel proprio corpo [...]. L'uomo, però, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più che soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana. Infatti, nella sua interiorità, egli trascende l'universo. [...] Perciò, riconoscendo di avere un'anima spirituale e immortale, non si lascia illudere da fallaci finzioni che fluiscono unicamente dalle condizioni fisiche e sociali, ma invece va a toccare in profondo la verità stessa delle cose.12

Giovanni Paolo II scriveva nella Evangelium Vitae:

La Chiesa ha sempre insegnato, e tuttora insegna, che al frutto della generazione umana, dal primo momento della sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all'essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale.13

L'attenzione della cultura odierna ha nettamente spostato l'interesse dall'aspetto spirituale e quindi dalla dimensione dell'anima a quella corporale. Il corpo è al centro del business, la maggior parte della produzione è rivolta alla cura estetica e i prototipi proposti sono uomini e donne perfetti che diventano modelli irraggiungibili. L'impossibilità di rispecchiarsi in tali modelli ha determinato la nascita anche di nuove patologie, ad es., le disfunzioni alimentari come la bulimia e l'anoressia.

«Il corpo non viene più percepito come realtà tipicamente personale, segno e luogo della relazione con gli altri, con Dio e con il mondo. Esso è ridotto a pura materialità: è semplice complesso di organi, funzioni ed energie da usare secondo criteri di mera godibilità ed efficienza».14 La diversità non è percepita come una ricchezza, solo la conformazione agli stereotipi proposti è un'aspirazione diffusa.

Un corpo non perfetto, ancora peggio, malato e sofferente, non è più accettabile. Questa tendenza viene ulteriormente aggravata dal fatto che il tema della morte oggi è diventato un tabù. La stessa pastorale della Chiesa si mostra poco attenta a questo aspetto e solo occasionalmente assistiamo a catechesi sul vero significato della morte.

In faccia alla morte l'enigma della condizione umana diventa sommo. Non solo si affligge, l'uomo, al pensiero dell'avvicinarsi del dolore e della dissoluzione del corpo, ma anche, ed anzi più ancora, per il timore che tutto finisca per sempre. [...] Il germe dell'eternità che [l'uomo] porta in sé, irriducibile com'è alla sola materia, insorge contro la morte. Tutti i tentativi della tecnica, per quanto utilissimi, non riescono a colmare le ansietà dell'uomo: il prolungamento della longevità biologica non può soddisfare quel desiderio di vita ulteriore che sta dentro invincibile nel suo cuore.15

La morte da sempre è un evento difficile da affrontare, principalmente per la mancanza di prove oggettive dell'esistenza di una vita eterna. L'uomo, però, ha in sé la risposta a queste insicurezze, il germe a cui il Concilio si riferisce. In tutte le culture, dalle più antiche ad oggi, troviamo un culto dei morti e la credenza di una vita che va oltre. Questa dimensione, quindi, non è certo specifica della tradizione cristiana. Tale germe va alimentato e formato, per accompagnare l'uomo a tale inevitabile evento e in particolare noi cristiani dovremmo affrontare la morte come passo definitivo per il ricongiungimento con Dio. L'ultima meta dell'uomo non può che essere la visione beatifica di Dio.

L'allungarsi della vita biologica, sottolinea la Gaudium et Spes, in ogni caso, non potrà mai soddisfare i desideri di eternità dell'uomo.

Infine, la vita non è certamente qualcosa che l'uomo conquista, compra, riceve in cambio di meriti, ma è un dono, a prescindere se si creda o no ad un Dio creatore. Ciascun uomo deve comprendere che la difesa e la promozione della propria vita non dipendono solo da lui, ma anche dalle altre persone che con lui hanno a che fare.16 I fautori della crionica non possono sottovalutare il fatto che hanno in pugno le speranze, le paure di uomini che gli affidano il loro desiderio di eternità. Accettare di soddisfare tale desiderio, quando la stessa tecnica risulta non efficace, significa certamente illuderli e offrire loro un finto appagamento del loro desiderio di felicità.

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Note

  1. L'ibernazione umana viene chiamata anche crionica, criopreservazione, crioconservazione, biostasi o sospensione crionica. Testo

  2. L'American Cryonics Society è la più vecchia organizzazione dedicata alla crionica. Fondata a San Francisco nel 1969, promuove la ricerca e la diffusione dell'ibernazione. I primi esseri umani vennero sottoposti alla sospensione crionica dalla ACS nel 1974, attraverso la Trans Time, una società privata creata dai membri della stessa associazione. La più famosa organizzazione, però, che offre tale servizio è la Alcor Life Extension Foundation, che ha sede in Arizona. Testo

  3. Stabilire una definizione medica della morte è complicato dal fatto che la morte non sembra consistere in un arresto istantaneo di tutte le funzioni dell'organismo, ma piuttosto in una serie progressiva di arresti definitivi delle diverse funzioni vitali. Si parla di morte clinica, morte biologica, morte cardiaca, morte cerebrale, morte tronco-encefalica, morte corticale. Tali termini non si riferiscono a modi diversi di morire, ma a dei criteri diversi per l'accertamento della morte: Cfr. Comitato Nazionale per la Bioetica, Definizione e accertamento della morte nell'uomo, 15 febbraio 1991, 2. Testo

  4. Il sito più ampio sul tema è http://www.estropico.com, il quale ospita anche il sito della Società Italiana per la Crionica. Testo

  5. Il fattore più critico, per tutta la procedura, è il tempo che intercorre tra l'arresto cardiaco e l'inizio del massaggio cardiaco esterno, durante il quale possono formarsi, nel microcircolo vertebrale, coaguli di sangue irreversibili che impediscono una adeguata perfusione del cervello con la soluzione protettiva, quindi è indispensabile intervenire il più presto possibile dopo l'arresto cardiaco. Testo

  6. Sarebbe necessario sostituire il contenuto in acqua di un paziente con circa il 50% di glicerolo, per eliminare completamente i danni meccanici dovuti alla formazione del ghiaccio nei tessuti. Il glicerolo in alte concentrazioni risulta tossico e problematico anche per la sua viscosità. Si è avviata la sperimentazione di altre sostanze crioprottettive, mettendo a punto miscele meno tossiche e che in concentrazioni minori siano in grado di ridurre od eliminare la formazione di ghiaccio durante il raffreddamento. Testo

  7. Hans Alam ha previsto di iniziare gli studi sugli esseri umani con la collaborazione di un altro pioniere della tecnica, Patrick Kochanek del Safar Center for Resuscitation Reserch alla University of Pittsburgh School of Medicine, che ha effettuato esperimenti simili ibernando dei cani. Testo

  8. Capita spesso di fare confusione fra etica e bioetica, utilizzando questi termini come sinonimi. L'etica coglie tutto l'agire umano in quanto morale, mentre la bioetica si occupa dei principi morali in dialogo con i principi biologici in quanto finalizzati alla promozione della qualità della vita. L'etica offre i principi alla bioetica, quest'ultima poi deve interagire con i principi di altre scienze e discipline. Cfr. Russo G., Bioetica. Manuale per teologi, LAS, Roma 2005, 16-17. Testo

  9. Come esempio, basti immaginare la situazione storica, culturale, sociale, tecnologica ed economica degli anni '50 e confrontarla con la realtà odierna. Le differenze sono consistenti ed è difficile ipotizzare un facile adattamento ad un salto così evidente. Testo

  10. Concilio Vaticano II, Costituzione Pastorale Gaudium et Spes (= GS), 34. Testo

  11. Cfr. S. Spinsanti, Il corpo nella cultura contemporanea, Queriniana, Brescia 1983. Testo

  12. GS 14. Testo

  13. Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Evangelium Vitae (= EV), 60. Testo

  14. EV 23. Testo

  15. GS 18. Testo

  16. Cfr M. Cascone, Temi di bioetica, SEI, Torino 1996, 16-18. Testo