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Ruggero Taradel

Jacques Maritain e il mistero d'Israele. III

1. Maritain politique: la difesa della civiltà e la denuncia della Shoah ^

All'indomani dell'invasione e dell'occupazione della Polonia nel settembre del 1939, e dell'inizio del II conflitto mondiale, Maritain levò la sua voce per mettere in guardia i paesi democratici dalla tentazione di rassegnarsi al fait accomplit, e di accettare una pace basata sul cedimento e il compromesso con Hitler.

Al momento dell'invasione nazista della Francia nel marzo del 1940 Maritain si trovava in Canada per tenere delle conferenze presso il Pontificio Istituto di Studi Medievali di Toronto. Da lì si trasferì poi a New York dove sarebbe rimasto sino alla fine della guerra, e vi fondò, assieme ad altri esuli, l'École Libre des Hautes Études, un istituto di carattere universitario che durante il periodo bellico divenne un punto di riferimento imprescindibile per molti intellettuali europei in esilio. In questo periodo, a commento della catastrofe che aveva colpito la Francia e l'Europa, scrisse due opere importanti, De la justice politique, e À travers le désastre. Nel primo libro Maritain scriveva che «la malattia mortale che rode l'Occidente, la menzogna orribile in virtù della quale si crede obbligato a scegliere tre il male e il male, e ad opporre disperatamente il male al male [...] che minaccia il mondo civilizzato di un'autodistruzione senza rimedio» si era ormai pienamente manifestata nel nazismo e nei totalitarismi, costringendo paesi democratici, la Francia e l'Inghilterra a entrare in guerra «per arrestare la mostruosa impresa di dominio hitleriana».1 In À travers le désastre», scritto febbrilmente a seguito del collasso militare della Francia, all'armistizio e alla creazione del regime di Vichy, Maritain concludeva il testo con una nota profetica: «la Germania hitleriana si appoggia ovunque sulle forze della dissoluzione, sulle risorse senza fine del male e sulla debolezza della coscienza. C'è da credere che sarà sconfitta proprio per questo. I regimi di disciplina meccanica non favoriscono lo sviluppo delle forze del cuore».2 Da questo momento in poi, Maritain, scheratosi risolutamente con De Gaulle e il governo francese in esilio, divenne a pieno titolo un philosophe en la Resistance, punto di riferimento essenziale per l'opinione pubblica francese ed europea: À travers le désastre, tradotto in polacco, fu il primo scritto clandestino a circolare a Varsavia nella Polonia occupata,3 e il libretto Christianisme et Démocratie dedicato «au peuple de France», completato nel 1942 fu espressamente scritto e stampato per l'Office of War Information statunitense per essere paracadutato sul territorio francese.4

Le notizie riguardanti la persecuzione degli ebrei in Germania, e nei territori che venivano man mano annessi al Reich o occupati militarmente scossero profondamento il filosofo, che dedicò alla denuncia di quanto stava accadendo in Europa tutte le sue energie: con conferenze, discorsi radiofonici verso la Francia occupata, pubblicazione di saggi e articoli, attività volta ad aiutare profughi e perseguitati, Maritain tenne durante il periodo della Shoah un alto e sempre riconoscibile profilo di intellettuale cattolico critico e militante. Alla condanna delle atrocità naziste aggiunse anche la protesta e la fiera denuncia delle connivenze politiche e religiose della Francia di Vichy con le persecuzioni antiebraiche.

Il filosofo inorridì alla promulgazione di leggi antiebraiche da parte del governo Laval, e nel lungo articolo Sur L'antisémitisme pubblicato in lingua inglese sulla rivista Christianity and Crisis il 6 ottobre 1941, diede voce a tutta la sua indignazione: «Ho già parlato dell'antisemitismo molte volte, non avrei mai pensato che lo avrei dovuto fare a proposito delle leggi antisemite promulgate dal governo francese -- che sono un rinnegamento delle tradizioni e dello spirito del mio paese».5 La prima parte dell'articolo è integralmente dedicata alla denuncia delle leggi antisemite della Francia di Vichy, e le considerazioni proposte dal filosofo sono estremamente interessanti. Queste leggi discriminatorie, leggi antisemite a tutti gli effetti, e nel senso proprio del termine colpiscono gli ebrei francesi deprivandoli «di ogni posizione governativa e culturale, imponendo ogni sorta di restrizione per quanto riguarda le professioni liberali e commerciali».6 Queste leggi inique e odiose, sono una vergogna per la Francia, dice Maritain, che sferza i tentativi del governo di Vichy «di nascondere una cattiva coscienza sotto un pathos pseudo-nazionalistico in cui considerazioni religiose e razziali sono vergognosamente mescolate».7

Incurante del fatto che il Vaticano, sollecitato dal maresciallo Pétain, avesse dato un sostanziale, nihil obstat a queste leggi, Maritain le denunciò immediatamente non solo come inaccettabili, ma anche come terribilmente pericolose, vero cavallo di Troia della nazificazione della società francese: «se i regolamenti e la propaganda antisemite dureranno qualche anno, possiamo immaginare che i deboli si rassegneranno al peggio; penseranno che dopotutto i campi di concentramento sono più confortevoli per i loro vicini di quanto dicano gli ebrei, e alla fine si ritroveranno perfettamente capaci di guardare o contribuire all'eliminazione dei loro amici con un sorriso e una coscienza tranquilla (la vita deve continuare!)».8

Maritain dichiara poi di nutrire gravi preoccupazioni anche per le sorti dei cristiani. «È anche per il cristianesimo che temo. Forse il pericolo è più grande per paesi che non hanno conosciuto -non ancora- il terrorismo nazista. Ci è stato detto che in alcuni paesi del Sudamerica l'antisemitismo si sta diffondendo in alcuni settori della gioventù cattolica e degli intellettuali cattolici. È impossibile scendere a compromessi con l'antisemitismo; esso porta dentro di sé, come un germe vivente, tutto il male spirituale del Nazismo. L'antisemitismo è la quinta colonna della coscienza morale cristiana».9

In questo articolo si trova anche uno snodo importante dell'evoluzione del pensiero del filosofo sull'essenza dell'antisemitismo. Maritain dichiara infatti di condividere pienamente, e di sottoscrivere in toto le riflessioni di Maurice Samuel contenute nel libro, allora di recentissima pubblicazione, The Great Hatred. Da un punto di vista ebraico, Samuel aveva infatti rilevato come l'aggressione contro l'ebraismo andasse interpretata anche come un'aggressione contro il cristianesimo. Maritain cita in extenso il passo in cui Samuels scrive: «Non comprenderemo mai la maniacale, mondiale convulsione antisemita a meno che non ne trasponiamo i termini. È di Cristo che i nazifascisti hanno paura: è nella sua onnipotenza che credono. È Lui che disperatamente desiderano annientare. Ma i nomi di Cristo e della cristianità sonno troppo schiaccianti, e l'abitudine della sottomissione ad essi troppo profondamente radicata dopo secoli e secoli d'insegnamento. Quindi, lo ripeto, devono lanciare il loro assalto contro coloro che sono stati responsabili della nascita e della diffusione del cristianesimo. Devono sputare sugli ebrei in quanto assassini di Cristo perché desiderano sputare sugli ebrei come coloro che hanno donato il Cristo».10 Questo passo di Samuels consente a Maritain di meglio articolare e arricchire una delle intuizioni centrali di Bloy, che poco prima della sua morte, aveva indicato nell'aggressione contro l'ebraismo una mascherata aggressione contro Cristo e la Vergine.11 Unendo le profetiche intuizioni di Bloy alla riflessione di Samuel, Maritain compie qui un passo decisivo e gravido di conseguenze. Pregiudizi, odî e persecuzioni di carattere antisemita non sono mai diretti contro il solo ebraismo, ma, scaturendo da una inconfessata e inconfessabile Cristophobie sono sempre un attacco portato anche contro il Cristianesimo.12

Nel 1943 L'École Libre de Hautes Études di New York di cui Maritain era presidente, pubblicò, per la sua Bibliothèque de l'Institut de Droit Comparé un volume dal titolo esplicito ed inequivocabile, Le droit raciste a l'assault de la civilisation, che era interamente dedicato «al diritto razzista e ai suoi crimini». Il volume si apriva con un drammatico testo di Ernest Hamburger, L'extermination des juifs allemands par le régime hitlérien dedicato alla dettagliata descrizione del tragico destino dell'ebraismo tedesco, prima vittima e testimone dell'aggressione razzista che nel 1943 si era estesa all'intero continente europeo, e si concludeva con un incisivo e complesso intervento di Maritain intitolato Le droit raciste et la vraie signification du racisme.13

Maritain mostra di essere straordinariamente ben informato su quanto stava avvenendo, e denuncia la situazione descrivendo la sorte degli ebrei di £odz, Varsavia, Kiev, Odessa, Vitebsk, Riga, Smolensk. «In Polonia e in Lituania soltanto, circa 700. 000 persone appartenenti alla razza ebraica sono già state uccise all'inizio dell'autunno scorso [...] e per l'insieme delle vittime della persecuzione razzista [...] la cifra data come più probabile è di due milioni. Quattro o cinque milioni -- ciò che resta degli ebrei nell'Europa sottomessa alla croce uncinata, son minacciati della stessa sorte [...]. Le mitragliatrici non bastano più. Il freddo, la fame e le epidemie neppure. Si fa uso di gas tossici, di scariche elettriche, della compressione in massa in spazi chiusi dove l'asfissia si produce a poco a poco, con il soffocamento dei più anziani e dei più deboli nei vagoni piombati che portano le folle dei deportati verso i campi [...]».14

Viene poi denunciato l'avverarsi dei timori già espressi a partire dal 1937: la propaganda e le persecuzioni antisemite hanno ormai inflitto un danno gravissimo al sistema di atteggiamenti e sensibilità dell'opinione pubblica mondiale, ottenendo un duplice nefando risultato: crescente apatia e insensibilità nei confronti del destino dei perseguitati e pervadente e grave collusione o adesione ideologica nei confronti dei temi portanti della propaganda antisemita. Questi due fenomeni, tra loro profondamente correllati sono descritti da Maritain in una pagina memorabile: «Ciò che è spaventoso quanto gli omicidi perpetrati dagli assassini e gli orrori dello sterminio razzista, è l'inazione di coloro che potrebbero agire, è l'indifferenza di molte persone oneste. Ogni mattina leggono sul loro giornale le descrizioni di nuove atrocità, tanto regolarmente quanto regolarmente consumano la loro colazione. Sospirano d'indignazione, e passano ad altre notizie. Ci hanno fatto l'abitudine».15

Maritain descrive poi «la complicità morale che come una lebbra insidiosa che a poco a poco si diffonde in certuni che, pur riprovando gli abomini hitleriani si lasciano insensibilmente conquistare da sentimenti antisemiti. Perché vi è infine un fatto, non serve a nulla nasconderlo, che è un genere di antisemitismo più o meno larvato che cresce in certe sacche sociali dei paesi democratici, man mano che i nazisti perseguono la loro opera di sterminio».16 Quest'ultimo fenomeno è molto allarmante, non solo per i suoi effetti deleteri immediati, ma perché la diffusione di sentimenti e atteggiamenti antisemiti, anche se non necessariamente collegati in modo diretto all'ideologia nazista non costituisce affatto «un buon segno per i problemi del dopoguerra».17

Descritta in dettaglio la situazione Maritain sottolinea però che gli orrori ormai sotto gli occhi di tutti, sono perpetrati come realizzazione di un programma e di un'ideologia precisa, e che la barbarie scatenatasi in Europa è ben lungi dall'essere una pura e semplice esplosione di odio e di violenza cieca. «Il diritto razzista è una dottrina, ha i suoi principi e la sua logica, ha i suoi professori, i suoi dottori, i suoi giornalisti, le sue cattedre e le sue università [...] Il diritto razzista è un'Idea. È l'esempio par excellence dell'Idea omicida»; è per questo che, oltre che denunciare i crimini cui conduce e che giustifica, è assolutamente necessario «smascherare gli errori e i sofismi del diritto razzista».18

Maritain rileva che il pensiero razzista non è un'invenzione specificamente nazista, e cita diversi esempi storici di teorie e pratiche persecutorie razziste, che vanno dal tentativo di alcuni domenicani spagnoli, poi condannati da Paolo III, di negare anima e umanità agli indigeni del nuovo mondo e giustificare così il loro sfruttamento, al razzismo del Giappone imperiale.

Tuttavia il razzismo nazista è di altro ordine e grado rispetto ai razzismi sino ad allora apparsi sulla scena della storia, e la sua specificità deve essere compresa appieno perché lo si possa efficacemente combattere. «Il razzismo tedesco o nordico non si è costituito per la razza tedesca o nordica [...] il razzismo tedesco si è costituito contro un nemico mitico, perché la sua fonte primordiale è l'odio, e perché all'odio è utile un nemico da detestare e da distruggere».19 La specificità del razzismo nazista, quella che lo rende radicalmente diverso da tutti gli altri razzismi è la sua ossessione relativa al popolo ebraico, concepito come «razza» e denunciato come il nemico ed il male assoluto. Il popolo ebraico è anche l'unico popolo che i nazisti intendono completamente sterminare in quanto tale. «I nazisti affamano e torturano l'Europa intera [...] nondimeno gli ebrei d'Europa sono la sola popolazione che intendono sterminare, e che in quanto popolazione sono condannati a morte».20

Il diritto razzista tedesco porta impressa in ogni sua parte questa ossessione, che lo fonda, lo anima e lo sostiene. Senza quest'odio contro gli ebrei, il diritto razzista perderebbe la sua stessa ragion d'essere. «Il diritto razzista non è altro che un processo ideologico secondario destinato a giustificare una passione criminale e primitiva, e a liberarla da ogni freno. Non vi è che una sola cosa ferma e inattaccabile al cuore del razzismo tedesco, ed è l'antisemitismo nazista, forma estrema e parossistica del vecchio antisemitismo tedesco».21

Quest'odio antisemita, vero cuore pulsante del razzismo tedesco, è un odio che, nella sua essenza, riguarda non solo gli ebrei ma anche i cristiani e che suggella in un paradosso storico il paradosso teologico che unisce i destini di Israele e della Chiesa. Maritain ritorna ancora una volta su questa intuizione centrale, che non si stanca di ripetere: l'antisemitismo nazista intende sterminare gli ebrei anche perché imputa segretamente loro la venuta di Cristo, ovvero di colui che è venuto «per rendere testimonianza alla verità, e che ha annunciato le beatitudini ai poveri e ai misericordiosi, e che getterà giù i potenti dalle loro sedi, il cui regno non è di questo mondo e che ci giudicherà tutti sull'amore e sulla carità».22 Il trait d'union che congiunge, al di là di ogni possibile differenza ebraismo e cristianesimo, è per Maritain l'idea e l'attesa messianica. La vexata quaestio sul Messia, che deve ancora giungere per gli ebrei, e che è già giunto per i cristiani in Gesù di Nazareth costituisce simultaneamente il punto di massima disgiunzione e massima congiunzione tra le due fedi. «Gesù Cristo soffre nella passione d'Israele. Nel colpire Israele, è Lui che gli antisemiti colpiscono e insultano, fustigano e coprono di sputi. Perseguitare la Casa d'Israele è perseguitare Cristo, non nel suo corpo mistico come quando è la Chiesa ad essere perseguitata, ma nella sua discendenza carnale [...]. È il nostro Dio ad essere in causa, è lui che viene frustato, colpito, insultato, coperto di sputi attraverso la persecusione antisemita. Ormai il Cristo non separa, ma unisce ebrei e cristiani».23

Nell'agosto del 1944 Maritain scrisse una lunga lettera aperta a Haym Grendley che fu pubblicata sulla rivista Jewish Frontier, interamente dedicata al problema dell'insegnamento cristiano della storia della crocefissione, definita «la più terribile irruzione dei segreti disegni della Divina Provvidenza nella trama della storia umana».24 Il filosofo affrontava direttamente la questione della tradizionale accusa di deicidio, e della lunga storia della retorica religiosa sul «popolo deicida». L'approccio è interamente teologico, e e va ben oltre il semplice tentativo di discolpare il popolo ebraico dalla vecchia accusa. «Non dobbiamo semplicemente rimarcare [...] che un ebreo del giorno d'oggi è tanto innocente della morte di Cristo quanto un cattolico del giorno d'oggi lo è della morte di Giovanna d'Arco o della prigionia di Galileo».25 Secondo il filosofo, infatti, è necessario soprattutto affermare che coloro che desiderano «punire gli ebrei [...] per la morte del Golgota si rendono loro stessi colpevoli di blasfemia e sacrilegio».26 Secondo Maritain la vexata quaestio su chi sia stato il vero responsabile della morte di Gesù, non ha alcun senso, a meno che non venga innalzata dal livello storico e politico a quello propriamente teologico. «Chi ha messo a morte il Cristo? gli ebrei? i romani? Io, io stesso l'ho messo a morte e lo metto a morte ogni giorno con i miei peccati. Non ci può essere altra risposta cristiana a questa domanda».27

È alle pagine di questa lettera, in cui intuizione teologica e morale e analisi storica vengono fuse in un tutto indissolubile, che Maritain affida la sua più profonda riflessione sull'enigma ultimo, ovvero quello di un antisemitismo professato, promosso e attuato da cristiani. «Vogliamo cercare il più profondo impulso di questa mostruosità -- cristiani che sono antisemiti? Cercano un alibi per il loro più riposto senso di colpa, (la colpa) per la morte di Cristo di cui desiderano liberarsi: ma se Cristo non è morto per i loro peccati, alloro fuggono dalla misericordia di Cristo! In realtà non vogliono essere redenti. Qui sta la più perversa e segreta radice in virtù della quale l'antisemitismo scristianizza i cristiani, e li conduce al paganesimo».28 In questo passo cruciale Maritain denuncia l'antisemitismo come una costante tentazione presente all'interno del cristianesimo. Rilevare l'implicazione anticristiana dell'antisemitismo nazifascista non significa per Maritain accreditare la rassicurante e consolatoria tesi, allora e ancora adesso in voga tra diversi scrittori e intellettuali cattolici, dell'assoluta estraneità del cristianesimo e del cattolicesimo al sorgere e all'affermarsi di questo paradigma antisemita.

Se l'antisemitismo biologico-razziale nazista minaccia il cristianesimo ab extra, ripudiandone apertamente i valori, l'antisemitismo teologico e politico germinato al suo interno lo minaccia ab intra. Queste due forme di antisemitismo, apparentemente così distanti, e certamente diverse sotto molti punti di vista, condividono un segreto comune denominatore, possono manifestarsi in modo storicamente contiguo e possono, quasi osmoticamente, influenzarsi l'una con l'altra a livello teorico e finire con l'operare in oggettiva sinergia a livello pratico. Questo è possibile perché ogni forma di antisemitsmo, teologico, religioso, politico, economico e razziale scaturisce in ultima analisi da una identica, anche se ben nascosta radice comune, ovvero da un delirio Cristofobico.29

L'originalità di questo approccio sta nel suo coraggioso e lucido congiungere due tesi che vengono spesso presentate come tra loro alternative e mutualmente inconciliabili: la tesi che rileva l'esistenza di un elemento essenzialmente anticristiano nell'antisemitismo biologico e razziale, e quella che denuncia, non nel cristianesimo in quanto tale, ma in alcune politiche della civitas christiana medievale l'origine dell'antisemitismo in quanto fenomeno di lunga durata. È questo lo sconvolgente paradosso scoperto ed esplicitamente denunciato da Maritain: l'antisemitismo è una forma di anticristianesimo interno al cristianesimo stesso. Occorre tenere presente quest'affermazione per comprendere appieno il senso della sua frase secondo cui l'antisemitismo è la quinta colonna morale della coscienza cristiana.

2. «Une œuvre de justice et de réparation»: dal dopoguerra al Concilio Vaticano II ^

Nel 1945, all'indomani del suo ritorno in Europa, Maritain fu nominato dal generale De Gaulle ambasciatore di Francia presso la Santa Sede. Tra le varie incombenze, la più grave e urgente era quella di trattare con il Vatricano una soluzione negoziata riguardante la rimozione dei vescovi cattolici che avevano giurato fedeltà alla Francia di Vichy. Maritain non fu entusiasta dell'incarico, ma una volta arrivato a Roma vi si dedicò con grande energia. Fonte di conforto per lui, in questo periodo, fu il poter godere della fraterna amicizia del futuro Papa Paolo VI, Monsignor Montini, che era allora segretario di Stato di Pio XII, e nutriva per Maritain una grande ammirazione.30

Nel corso del 1946 Maritain fu profondamente turbato dalle notizie dei pogrom che in Polonia si stavano abbattendo sui sopravvissuti dell'Olocausto. I pogrom di Kielce, che ebbero risonanza mondiale in particolare, erano stati originati dalle tradizionali accuse di omicidio rituale, probabilmente orchestrate, secondo recentissime ricerche, dal KGB. La popolazione polacca aveva preso parte attiva ai pogrom e vi erano state molte vittime.31 Il 12 luglio Maritain scrisse di getto una lunga lettera a Monsignor Montini, non in quanto ambasciatore di Francia presso la Santa Sede ma come amico, per chiedergli di intercedere a suo favore, perché gli fosse accordata udienza privata da Pio XII.32

Maritain scrive che è sua intenzione presentaree «deporre ai piedi del Santo Padre» una supplica. Dopo aver rievocato con parole accorate l'immensa tragedia sofferta dagli ebrei nel corso della guerra appena conclusasi, Maritain tocca cautamente la questione del «silenzio» di Pio XII sull'Olocausto: «È, non l'ignoro, per delle ragioni di saggezza e bontà superiori, e al fine di non esasperare ulteriormente la persecuzione, e per non provocare creare insormontabili all'azione di salvatagggio che perseguiva, che il Santo Padre s'è astenuto dal parlare direttamente degli ebrei».33 Adesso però che la guerra è finita e che il nazismo «è stato sconfitto, e che le circostanze sono cambiate» è forse possibile sollecitare il Papa affinché si pronunci solennemente in merito alla questione, raccogliendo così «l'appello di tante anime angosciate».34

Scrive il filosofo: «la psicosi antisemita non è affatto svanita, al contrario si vede che in America come in Europa, l'antisemitismo si diffonde in ampi strati della popolazione, come se i veleni secreti dal nazismo continuassero la loro opera di distruzione nelle anime, conducendo ancora qua e là, particolarmente in Europa Centrale, a manifestazioni violente».35 Maritain fa poi riferimento al fatto, che molti cattolici avevano direttamente contribuito allo sviluppo dell'antisemitismo. La conclusione è che una solenne dichiarazione del Pontefice condannante con chiarezza ogni forma di antisemitismo, «sarebbe simultaneamente une œuvre d'illumination volta a distruggere un errore nefasto e crudele, e une œuvre de justice et de réparation».36

Se il Papa accogliesse la sua supplica, scrive Maritain, «e si degnasse di portare sulla tragedia di cui ho parlato i lumi del suo spirito e la forza della sua parola, di testimoniare la sua compassione verso il popolo d'Israele, di rinnovare le condanne lanciate dalla Chiesa contro l'antisemitismo e di ricordare al mondo la dottrina di San Paolo e gli insegnamenti della fede sul Mistero d'Israele, un tale atto avrebbe un'importanza straordinaria, per persevare le anime e la coscienza cristiana da un pericolo spirituale sempre minaccioso, per toccare le anime degli israeliti e preparare nelle profondità della storia la grande riconciliazione che l'Apostolo annuncia e a cui la Chiesa non ha mai cessato d'aspirare».37

L'incontro tra Maritain e Pio XII ebbe luogo quattro giorni dopo, il 18 luglio del 1946. La reazione del pontefice alla supplica fu per il filosofo un'amara delusione. Pio XII gli disse di non avere alcuna intenzione di promulgare una speciale dichiarazione o documento sulla Shoah e l'antisemitismo perché sull'argomento aveva già espresso compiutamente il suo pensiero in un'allocuzione tenuta alcuni mesi prima di fronte ad una delegazione di ebrei da lui ricevuta in Vaticano il 29 novembre 1945. Si trattava di un gruppo di settanta sopravvissuti della Shoah che avevano incontrato Pio XII per ringraziarlo personalmente per la generosità mostrata durante le persecuzioni durante il periodo del nazifascismo.

Il testo del breve discorso di Pio XII era stato pubblicato integralmente dall'Osservatore Romano il 30 novembre 1945. Pio XII aveva detto che gli ebrei avevano sì conosciuto l'orrore delle persecuzioni, ma avevano anche potuto vedere come la Chiesa Cattolica avesse saputo, in un periodo così tragico, innalzarsi al di sopra i limiti ristretti e arbitrari creati dall'egoismo umano e dalle passioni razziali.

Nel discorso non compariva alcun riferimento diretto all'antisemitismo né in quanto fenomeno generale, né in quanto problema affliggente lo stesso cristianesimo. Maritain lasciò il Vaticano deluso e scorraggiato, e affidò ad una scarna nota del suo diario del 19 luglio le sue impressioni: «Visita a Montini. Gli parlo degli ebrei e dell'antisemitismo. Il Santo Padre non li ha mai nominati. Coscienza cattolica avvelenata, occorre chiarire. (Visite à Montini. Je lui parle des Juifs et de l'antisémitisme. Le Saint Pére ne les a jamais nommés. Conscience catholique empoisonné, il faut l'éclairer)».38

Inquieto e preoccupato, Maritain aderì, nello stesso anno, assieme a Jules Isaac all'International Council of Christian and Jews che tra le sue prime iniziative promosse la Conferenza Internazionale contro l'antisemitismo di Seeliberg. A Maritain non fu possibile esservi presente, ma nei giorni precedenti alla conferenza (30 luglio-5 agosto 1947) scrisse la Lettre à la Conference de Seelisberg indirizzata a Pierre Visseur, il segretario della conferenza internazionale straordinaria convocata per combattere l'antisemitismo. Nella lettera il filosofo esprimeva il suo allarme per la situazione dell'immediato dopoguerra: «Per un fenomeno vergognoso, che la miseria umana è largamente sufficente a spiegare, si scopre che lo sterminio di milioni di ebrei, le camere a gas e le torture dei campi della morte non bastano a risvegliare la coscienza dei popoli, e ad ispirare un orrore definitivo del principio razzista. Ben lungi! Il virus, al contrario, si è diffuso in una forma più o meno attenuata [...]. Nei paesi del Vecchio e Nuovo Mondo l'antisemitismo è in crescita e la lezione di Hitler si fa strada negli spiriti».39 La conferenza si concluse con la pubblicazione dei Dieci Punti di Seelisberg, vero e proprio manifesto per la trasformazione dei rapporti ebraico-cristiani che portava impresse in modo inconfondibile molte delle idee di Maritain.40

In questi anni è anche particolarmente interessante la lunga recensione scritta nell'estate del 1953 sulla rivista Social Research sul libro di Léon Poliakov Le Breviare de la Haine. Le troisiéme Reich et les Juifs, allora appena uscito. Il libro dello storico che negli anni successivi avrebbe pubblicato in sei volumi la sua monumentale Histoire de l'Antsémitisme sosteneva una tesi che aveva provocato non poche polemiche in ambito cattolico. Poliakov, infatti, non si limitava ad analizzare in dettaglio la propaganda antisemita nazista, il suo impatto e la sua efficacia. Rilevava anche alcune delle somiglianze e contiguità che emergevano con alcuni aspetti dell'antigiudasimo e dell'antisemitismo cristiani.

Maritain riassume così le tesi di Poliakov sulll'efficacia della propaganda nazista: «la perversa abilità del nazionalsocialismo è stata grande. Ha reso possibile la sua "soluzione finale" -- lo sterminio -- fornendo alle masse di 'brava gente' delle spiegazioni speciose. La propaganda era ben fatta. Si appoggiava sul fondo dell'antisemitismo psicologico di cui le popolazioni europee, troppo sovente si erano rese colpevoli».41 Maritain si spinge oltre, e pur tracciando una distinzione tra la Chiesa in quanto tale dal punto di vista teologico e il suo materiale declinarsi nella storia, sostanzialmente sottoscrive le tesi del fondatore della storia dell'antisemitsmo come disciplina storica a sé stante. «Rimane il fatto che nelle profondità della storia troppi cristiani portano qui una parte di responsabilità, perché in loro vi è stata troppa compiacenza nel corso dei secoli verso l'antisemitismo. Se Poliakov, qui o là, sembra troppo facilmente confondere la Chiesa con questo o quell'aspetto del mondo cristiano temporale, sarebbe errato da parte nostra scandalizzarci. Siamo noi cristiani, che rappresentiamo, per gli spiriti sinceri, l'immagine esteriore sulla quale giudicano la Chiesa. [...]. Per il solo fatto che v'è stato e che v'è ancora, malgrado tutto, un mondo cristiano, l'atroce realizzazione della "soluzione finale" non avrebbe dovuto essere possibile».42

Risulta chiaro che nel periodo del primo dopoguerra il pensiero di Maritain sull'antisemitismo e sull'ebraismo aveva raggiunto un punto di piena elaborazione e definizione, saldandosi con altre idee sviluppate negli anni '30 e durante il secondo conflitto mondiale: Maritain aveva infatti non solo ripudiato i totalitarismi secolari, come nazifascismi e comunisti, ma aveva anche negato legittimità anche agli autoritarismi a sfondo religioso, indicando nella democrazia la forma di governo in assoluto più idonea al mondo moderno e in una società aperta e pluralistica l'ideale civitas alla cui edificazione dedicare ogni sforzo.

In una lunga lettera indirizzata a Sir Robert Mayer il 9 novembre 1954 Maritain riassunse ancora una volta, e con rara concentrazione di contenuti e di idee, le sue idee sull'antisemitismo e sulle sue radici storiche: «direi che (. .) un qualunque genere di civiltà cristiana non è né la Chiesa né la cristianità. E che un particolare tipo di civiltà temporale, che è stato il cristianesimo medievale ha prodotto un certo tipo di antisemitismo, di natura religiosa -- perché il cristianesimo medievale era una civiltà «sacrale», in cui l'ebreo non era un membro della città temporale; vi era tollerato (al contrario dell'eretico) ma era un potenziale nemico, a causa del suo rifiuto di riconoscere Cristo. Ora, l'antisemitismo medievale, per quanto nefando potesse essere, (specialmente quando si alleava all'avidità di denaro dei principi) era essenzialmente impazienza contro coloro che impedivano, con la loro ostinazione, l'avvento del Regno di Cristo sulla terra. Era completamente differente dal razzismo antisemita. Quest'ultimo, nondimeno, può essere considerato una metamorfosi e una secolarizzazione aggravata del precedente. Questo non autorizza, a mio avviso, il reverendo Parkes a considerare l'antisemitismo 'una creazione della Chiesa cristiana'».43

In questo passo Maritain si dimostra in grado di sciogliere con estrema eleganza formale e onesta adesione ai fatti storici un nodo che tuttora affatica non poco molti storici, teologi e filosofi cattolici, e che riguarda sia il modo di intendere il termine antisemitismo, sia il modo di concepire il complesso e multifattoriale rapporto intercorrente tra l'antisemitismo a sfondo religioso e teologico medievale e moderno e quello contemoraneo di tipo biologico e razziale. In questa lettera Maritain mostra anche di aver ulteriormente meditato sulle cause profonde dell'antisemitismo, e alla teoria della Cristofobia più o meno inconsapevole, aggiunge un altro elemento: «a questo punto direi che la causa basilare dell'antisemitismo è la sete di giustizia degli ebrei, e la loro ansia di avere Dio quaggiù, e la testimonianza data dalla loro speranza indefettibile».44 Per il futuro e le prospettive del dialogo ebraico-cristiano il filosofo propone poi la seguente visione, che anticipa in modo sbalorditivo molti recenti sviluppi: «Il Cristianesimo medievale è finito, e non risorgerà mai più. Un nuovo cristianesimo, semmai verrà, apparterrà ad un tipo di civiltà «secolare» e non «sacra». E i cristiani sono oggi chiamati a purificare se stessi da quelle forme di pensiero e linguaggio che sono distorte da pregiudizi antisemiti ereditati dagli errori del passato, e che non hanno nulla a che fare con l'essenza della Cristianità, ma che se ne nutrono come dei parassiti. La sola strada che ci è aperta è quella di sviluppare mutua amicizia, stima e comprensione tra ebrei e cristiani».45

Negli anni precedenti al Concilio Vaticano II, Maritain, ormai anziano e duramente colpito dalla lunga malattia e dalla morte della moglie, avvenuta nel 1960, ridusse progressivamente la sua attività, pur continuando ad insegnare e a scrivere. La nascita dello stato d'Israele nel 1948 e il succedersi di crisi nel medioriente non poteva non stimolare la sua riflessione: anche su questo punto, il suo pensiero presenta molti aspetti interessanti. Il punto di partenza è costituito dal diritto degli ebrei al ritorno alla Terra Promessa: «per uno strano paradosso, vogliamo oggi contestare agli israeliani, tra gli stati che gli sono vicini il solo territorio al quale, a considerare l'intero spettacolo della storia umana, si è assolutamente, divinamente certi un popola abbia incontestabile diritto: perché il popolo d'Israele è l'unico popolo al mondo cui una terra, la terra di Caanan sia stata donata dal vero Dio, il dio unico e trascendente, creatore dell'universo e del genere umano. E ciò che Dio ha donato una volta, ha donato per sempre».46 Il cardinale Charles Journet, con il quale Maritain aveva da anni un fitto scambio epistolare, espresse immediatamente riserve e preoccupazioni di fronte a queste affermazioni del filosofo: non c'era forse il rischio che una posizione del genere potesse condurre ad una sorta di macchiavellismo teologicamente fondato, e ad una giustificazione acritica, in nome di una presunta voluntas Dei, di qualunque azione -anche violenta- che lo Stato d'Israele potesse intraprendere?

A queste perplessità Maritain rispose con una precisazione: «Non ho assolutamente preteso che lo Stato d'Israele sia di diritto divino! Dico soltanto che questa terra è stata donata dal vero Dio a questo popolo, e che è normale che vi ritorni come l'uccello al nido. Lo stato, sono gli uomini che lo fanno, ed è la volontà umana di vivere assieme che costituisce la sua leggittimità, non è Dio che la fonda».47 È questa la distinzione cruciale che permette a Maritain di esprimere tutta la sua sensibilità nei confronti della questione palestinese. In una sua densa Digression sur l'État d'Israël del 1970 scrisse infatti: «i diritti dei palestinesi sono in primo luogo i diritti della persona umana e di ciascuno di noi, ovunque ci si trovi, e allo Stato d'Israele non si chiede che di rispettarli tra la popolazione araba dei suoi territori. E, in secondo luogo, [tali diritti] sono il loro diritto ad una compensazione [...]» con «la legittima installation di una nuova unità nazionale e politica di una parte del territorio [...]».48 Deprecando i conflitti che «lungi dal cercare i rimediare alla situazione miserabile degli sfortunati rifugiati palestinesi» stavano allora trasformando «la Palestina in un campo di battaglia», Maritain osservava che la responsabilità principale di rendere possibile questa compensation, ricadeva soprattutto sulle grandi potenze, che «divorate dall'egoismo nazionale e dalle loro rivalità economiche e militari, hanno mancato sino al momento presente (scrivo queste righe nel 1970) a questo dovere».49 Per quanto riguarda invece lo scottante problema del Sionismo e dell'antisionismo, che in questi anni scuoteva l'opinione pubblica -anche cattolica -- francese ed europea, Maritain notò, profeticamente il rischio che l'antisionismo potesse essere strumentalizzato dall'antisemitismo, e diventare il principale veicolo di un suo nuovo riaffermarsi.50

Nel 1965 Maritain decise di pubblicare in un volume antologico la raccolta dei suoi scritti ed interventi più significativi sull'ebraismo e l'antisemitismo. Le mystere d'Israël et autres essais non includeva, ovviamente, il testo della conferenza A propos de la question juive del 1922, i cui contenuti il filosofo aveva completamente ripudiato, e si concludeva con con un lungo postscriptum. Maritain lo introduceva dicendo che avrebbe voluto scrivere «un lungo capitolo sullo Stato d'Israele», ma che le sue condizioni di salute e il declino delle forze gli avevano reso impossibile sia un viaggio in Palestina sia la preparazione di uan trattazione organica «con la documentazione dettagliata e le analisi convenienti».51 Nondimeno, I brèves remarques proposti in sostituzione del progettato capitolo sono di estremo interesse. Per Maritain «dalla formazione dello Stato israeliano, la condizione d'Israele è entrata in una fase interamente nuova. Ormai questa condizione è, si può dire, bipolare: essa implica allo stesso tempo la diaspora tra i Gentili, che non è cessata [...] e l'unità politica del popolo israeliano in un dato punto del globo, per la quale vediamo decisamente scomparire le vestigia del regime del ghetto [...]».52 La comprensione delle caratteristiche di questa paradossale e nuova condizione bipolare è per Maritain essenziale, e per spiegarla ricorre ad un'audace e complessa analogie renversée prendendo come termine di raffronto il cattolicesimo. È attraverso il rapporto che lega i cattolici alla Santa Sede che Maritain intende analizzare il rapporto che lega gli ebrei allo Stato d'Israele. L'analogia è quindi Cattolici: Santa Sede = Ebrei: Stato d'Israele, e Maritain espone innanzitutto le differenze dei suoi termini. «Ciò che è sempre stata assolutamente essenziale alla Roma dei Papi è la sua missione spirituale e la sua sovranità spirituale. Il potere temporale del Sovrano Pontefice non è esigita se non secondariamente e come accessoria [...]. Al contrario, ciò che è principale e assolutamente essenziale allo Stato d'Israele è al sua missione temporale. Per importante che sia, il ruolo spirituale che è chiamato a giocare non è che un inevitabile corollario, e non comporta alcuna autorità dottrinale o giuridica alla quale sottomettersi per gli ebrei del mondo intero».53 Malgrado questa evidente differenza tra Santa Sede e Stato d'Israele, Maritain riscontra una somiglianza notevole tra la condizione dei cattolici e gli ebrei. «Così come i cattolici appartenenti ai diversi paesi del mondo sono pienamente cittadini di questi stati anche se sono spiritualmente fedeli al Pontefice» che pur esercita «un potere temporale su uno Stato temporale», così anche gli ebrei della Diaspora «sono pienamente cittadini degli Stati ai quali appartengono, e leali a questi stati, anche se mantengono «una certa parentela e solidarietà spirituale con lo Stato d'Israele», che pur essendo uno Stato Nazione in senso proprio, «gioca di fatto e giocherà sempre di più un ruolo spirituale importante riguardo all'intera Judaicité».54

Il lascito più evidente della sua riflessione su ebraismo e antsemitismo, in questo ultimo periodo della sua vita, si può trovare nel testo della dichiarazione conciliare Nostra Aetate del 1965. Si tratta di un documento non solo epocale nel senso pieno del termine, ma anche una preziosa testimonianza di quanto forte fosse stata l'influenza dell'opera di Maritain sulla sua stesura, e quanto difficile fosse per lui vedere pienamente accolte le sue tesi e i suoi suggerimenti.

È noto quanto laboriosa fu la preparazione del testo della Nostra Aetate: la prima stesura di padre Agostino Bea SJ fu respinta da diversi vescovi e teologi perché giudicata troppo innovatrice: furono necessarie altre due versioni del documento, in cui alcuni punti vennero ulteriormente cassati perché si arrivasse alla quarta e ultima stesura, che fu infine approvata, malgrado alcuni vivaci dissensi come quelli del vescovo di Segni, cui Bea rispose in un saggio pubblicato dalla Civiltà Cattolica.55

Vi sono tre punti nella Nostra Aetate in cui l'influenza di Mariain e la resistenza alle sue idee e indicazioni diventano evidenti. La versione finale evita un'esplicita proscrizione del termine deicidio suggerita da Maritain sin dal 1944, ma si limita a reinterpretarlo: «E se autorità ebraiche con i propri seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione, non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo».56 Una vittoria netta per la linea caldeggiata dal filosofo si trova invece nella parte del documento che spezzava una volta per tutte il collegamento tra l'idea della Chiesa come Novus Israel e l'idea di una maledizione divina sul Vecchio Israele: «E se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli Ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura. Curino pertanto tutti che nella catechesi e nella predicazione della Parola di Dio non insegnino alcunché che non sia conforme alla verità del Vangelo e dello Spirito di Cristo».57 Infine, l'ultima parte del testo recepiva solo in parte i suggerimenti di Maritain: lasciando cadere l'originale idea di una esplicita condanna dell'antisemitismo, la rimpiazzava con una più generica deplorazione, sostituendo al termine damnat, il più anodino termine deplorat: «la Chiesa inoltre, che esecra tutte le persecuzioni contro qualsiasi uomo, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei, e spinta non da motivi politici, ma da religiosa carità evangelica, deplora (deplorat) gli odi, le persecuzioni e tutte le manifestazioni dell'antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque».58

Conclusasi la stagione conciliare, Maritain, ormai anziano e in condizioni di salute ormai precarie, continuò a scrivere e a intrattenere fitte corrispondenze. Nel 1970, all'età di ottantasei anni, diede alle stampe la sua ultime opera vera e propria, De l'Église du Christ. La personne de l'Église et son personnel. Era un libro ambizioso e sistematico. Maritain lo presentava come il lavoro di «un vecchio filosofo cristiano» per portare «testimonianza della sua fede e della sua riflessione» sul Mistero della Chiesa.59 In questo testo si trovano anche le riflessioni conclusive del filosofo sul Mistero d'Israele e sul rapporto tra Chiesa ed ebrei. I capitoli XII, XIII e XIV del libro erano dedicati interamente a un Regard sur l'histoire in cui il filosofo intende passare in rassegna e analizzare delle colpe e degli errori commessi dal personnel della Chiesa: «parlare in generale delle colpe e degli errori senza dire chiaramente a cosa penso, sarebbe, credo, mancare ad un dovere d'onestà intellettuale»,60 nota Maritain dispondendosi ad affrontare in pagine dense e drammatiche argomenti scomodi come le Crociate, il concetto di Guerra Santa, l'Inquisizione, il processo di Galileo Galilei e il rogo di Giovanna d'Arco.

Un'intera sezione de L'Église du Christ risulta dedicata agli ebrei e all'ebraismo, e a quello che Maritain chiama «l'antisemitismo relgioso che per lungo tempo ha macchiato la cristianità».61 Occore ricordare che per Maritain, sin dal titolo del suo libro distingue tra la person de l'Église (infallibile e indefettibile) e il personnel de l'Église. Con questa espressione il filosofo designa tutti coloro, nessuno escluso che «fanno parte del clero secolare e regolare» e che «dall'altro al basso della gerarchia, hanno autorità sul popolo cristiano».62 Questo concetto include anche i vescovi e pontefici: «il Papa e i vescovi sono al vertice del personnel della Chiesa come dottori della fede e pastori del gregge di Cristo: il Papa, successore di Pietro; i vescovi successori degli apostoli».63 Ora, per Maritain, il personnel della Chiesa, a differenza della sua personne «non è né indefettibilmente santo né sempre inerrante».64 La trattazione viene aperta dall'inquadramento teologico della questione: «Il mistero d'Israele è inseparabile dal mistero della Chiesa»,65 ricorda il filosofo, che prevedibilmente passa subito a citare e commentare la Lettera di San Paolo ai Romani. Segue poi una ricostruzione dell'evoluzione dei rapporti tra Chiesa ed ebraismo dai primi secoli all'età moderna e contemporanea. La scaturigine dell'odio nutrito per secoli dai cristiani viene indicato da Maritain nell'idea del popolo deicida: «L'aggettivo deicida fa corpo con il sostantivo, designando un marchio di maledizione impresso per sempre e divenuto consustanziale: popolo deicida ieri, oggi e domani».66 Questa sciagurata nozione, che Maritain definisce un'idée-vampire «porta in se stessa l'omicidio e l'odio. [...] L'idea del popolo deicida e l'odio religioso per il popolo ebraico sono legati come la carne e le ossa».67 Pur addossando responsabilità gravi a certi settori della gerarchia ecclesiatica, e pur denunciando l'iniquità e il carattere vessatorio di molte dell disposizioni segregative e discriminatorie poste in atto nel corso dei secoli, Maritain in sostanza assolve il Papato dall'accusa di essere stato infettato dall'antisemitismo religioso: «l'odio contro il popolo ebraico del Medioevo» era diffuso certamente tra la popolazione, borghesia e il basso clero, ma «l'alto personnel della Chiesa, soprattutto il papato, ne è rimasto indenne [...]. I papi, anche quelli più severi nella loro legislazione non hanno mai conosciuto quest'odio. Sapevano leggere San Paolo senza fargli dire il contrario di quanto aveva scritto».68

Per quanto riguarda i vescovi, Maritain nota che anche se diversi di loro (e tra loro grandi e influenti personalità come Bossuet) hanno ceduto alla tentazione dell'ostilità antiebraica, «il corpo episcopale nel suo insieme si è ben guardato dall'odio religioso contro il popolo ebraico».69

Queste riflessioni del filosofo sono di particolare importanza. Al di là del condividere o meno la sua sostanziale assoluzione del Papato e del corpo episcopale dalla responsabilità di essere stati promotori di idee e politiche di carattere antiebraico e antisemita nel corso della storia, non si possono non rilevare tre spunti di estremo interesse. Il primo è l'affermazione che l'intero corpo del personnel della Chiesa (inclusi pontefici e vescovi) non è in linea di principio immune dalla possibilità di commettere gravi errori e di incorrere in colpe vere e proprie. Il secondo è il lucido e coerente utilizzo dell'espressione antisemitismo religioso per designare l'ostilità antiebraica espressa dalla cristianità. Il terzo è indicare nel mito del popolo deicida la vera origine dell'antisemitismo cristiano. Affermazione che permette di integrare la nozione, che Maritain aveva desunto dal libro di Maurice Samuel The Great Hatred quasi trent'anni prima, secondo cui l'odio contro gli ebrei sorge tra i cristiani come sintomo di un'inconsapevole Cristofobia, e che il filosofo aveva intepretato come effetto del desiderio di voler allontanare da sé e proiettare su di un capro espiatorio l'insostenibile affermazione teologica cristiana secondo cui Cristo è morto sulla Croce non a causa degli ebrei ma per (e quindi a causa) i peccati di tutti gli uomini. In queste pagine di Maritain si ritrovano dunque esposti e intrecciati tra di loro in forma estremamente condensata, in una fuga vertiginosa, tutti i temi della sua riflessione sul Mistero d'Israele.

Viene poi descritto con esultanza il cambiamento radicale apportato dal Concilio Vaticano II e dalla Dichiarazione Nostra Aetate: «Oggi ci siamo infine completamente liberati dall'idea del popolo deicidia e dell'odio cristiano verso il popolo ebraico. L'antisemitismo religioso che per lungo tempo ha macchiato la cristianità è decisamente scomparso [...]. La persona della Chiesa, una, santa cattolica e apostolica, ha solennemente fatto intendere la sua voce, per troppo tempo soffocata dalle sciagure e dai crimini della storia».70 Questa notazione trionfante è comprensibile, e ben spiegabile in un filosofo che aveva strenuamente combattuto per più di trent'anni, e attraversato gli orrori del secondo conflitto mondiale e dell'Olocausto, prima di veder riconosciute, accettate, riprese e infine espresse, sia pur non nella loro interezza, dal Concilio Vaticano II, e con esso dalla Chiesa, le sue idee.

Giunto quasi al termine della sua vita, nella sua meditazione finale e conclusiva sul mistero d'Israele Maritain propone però non un analisi storica o un'analisi filosofica, ma con un'ardita visione, interamente teologica ed escatologica, proietta il suo sguardo sulle cose a venire. L'amicizia tra Israele e la Chiesa è per lui infatti ancora tutta da costruire: «mi sembra che l'amicizia in questione, per essere autentica pre-esiga dalle due parti una purificazione del pensiero: è necessario che i cristiani comprendano veramente che Dio non ha riprovato, ma che continua ad amare i figli d'Israele, e che è il suo amore che ha permesso questa lunga passione; ed è necessario che gli ebrei comprendano veramente che non è la volontà di potenza, ma la carità di Cristo, che anima lo sforzo della Chiesa verso gli uomini; mi sembra anche che se questa amicizia s'affermasse, sarà di presagio di cose grandi [...]».71 Se «la Croce della sopravvivenza portata dal popolo ebraico e la croce della redenzione portata dalla Chiesa» che «sono ancora ben lontane dall'essere pronte a riunirsi» potranno infine «riconoscersi e incontrarsi e formassero una sola croce per offrire la salvezza agli uomini di tutta la terra», scrive Maritain, «potrebbe essere che, prima della fine dei tempi, la terra stessa passi per un momento in cui le sarà concesso di conoscere la pace che dona l'Agnello di Dio».72

3. Conclusioni ^

Jacques Maritain morì il 28 aprile 1973 a Tolosa. Il corpo fu traslato e seppellito accanto a Raïssa nel cimitero di Kolbsheim. Sotto il nome della moglie, Maritain, aveva lasciato istruzione che fosse scritto semplicemente scritto, in piccoli caratteri in basso a destra et Jacques. Come recentemente rilevato da Jude Dougherty, «l'interesse per l'opera di Maritain continua inarrestabile in tutto l'Occidente. Si trovano istituti e conferenze costruiti sull'eredità in europa e nel Nord e Sud America».73 Ai sedici volumi della sua monumentale opera completa in francese si stanno aggiungendo quelli della sua traduzione in lingua inglese. La bibliografia su di lui è ormai sterminata e nuovi titoli vi si aggiungono continuamente. Nondimeno, la riflessione del filosofo sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo e antisemitismo risulta ancora lungi dall'essere stata pienamente e adeguatamente compresa studiata e analizzata.

Alcune delle formulazioni più audaci cui Maritain era pervenuto nel corso della sua vita, conclusasi la grande stagione conciliare, sono state messe in parte in sordina, poste tra parentesi o dimenticate. Eppure vi sono ben pochi dubbi che il complesso della sua opera e della sua azione su questo problema centrale sia non, come detto da Vidal-Nacquet «il suo più alto titolo di gloria»,74 ma anche uno degli aspetti più importanti del suo lascito morale e intellettuale. D'altra parte, alcuni studiosi, pur riconoscendo gli straordinari meriti di Maritain nel trasformare e ridefinire in modo decisivo i rapporti ebraico-cristiani nel XX secolo, hanno espresso perplessità di fronte alla forte connotazione religiosa e metafisica del suo approccio. Maritain parla infatti sempre e comunque da un punto di vista teologico e cristiano. Il dato rivelato è per lui un punto di partenza irrinunciabile. Al di là degli attacchi provenienti dalla destra cattolica e tradizionalista, presso la quale gode tuttora di pessima fama, Maritain ha subìto anche molte altre critiche ingenerose. Uno dei suoi critici, Rabbi Leon Klenicki è recentemente giunto al punto di definirlo un antisemita: «Maritain ha difeso l'ebreo come cittadino, i suoi diritti e la sua eguaglianza nella società, ed ha appassionatamente denunciato l'antisemitismo. La sua teologia, però, e specialmente la sua lettura di San Paolo, proiettavano un senso di disprezzo per il Giudaismo [...]. Sotto molti punti di vista, e tremo nel farlo notare, egli era un antisemita metafisico».75

A questi e altri simili appunti, per la verità non nuovi, Maritain aveva già in qualche modo cercato di rispondere. In un testo poco noto, scritto nel 1955 per introdurre un'antologia in cui compariva la ristampa in lingua inglese del suo The Mystery of Israel aveva osservato: «se queste pagine verranno viste da lettori ebrei, spero capiranno che come cristiano posso cercare di capire la storia del loro popolo solo da una prospettiva cristiana. Quando questo saggio fu pubblicato in Francia, vi furono alcuni che, guidati dal loro pregiudizio, cercarono di vedervi latenti intenzioni di proselitismo, quando invece la mia mente era impegnata solo dal desiderio per la verità. [...]. Non intendo cercare di convincere un simile lettore, ma, per amore di reciproca comprensione, penso che potrebbe forse essere interessante per lui sapere come un filosofo cristiano considera la questione».76

Jacques Maritain, nel corso della sua vita, si è oggettivamente spinto più in avanti di chiunque altro nel mondo cattolico e forse cristiano tout court a lui contemporaneo nel cercare di trovare una soluzione alla problematica dei rapporti ebraico-cristiani che salvasse in uguale misura la dignità e l'identità di entrambe le fedi e di entrambe le tradizioni storiche. Si spinse anche più in avanti di chiunque altro nel tentativo di comprendere l'antisemitismo, in tutte le sue varianti storiche, come fenomeno complesso e multifattoriale. Ebbe quindi il coraggio intellettuale e morale di affermare che una delle scaturigini dell'antisemitismo fosse da identificare in un processo degenerativo, religioso e morale, interno al cristianesimo.77 Conseguentemente tentò di combattere e sconfiggere il monstrum dell'odio antiebraico ponendo l'ascia a quella che gli appariva come la sua più riposta e segreta radice, l'odio contro il Cristo stesso. Maritain fu anche estremamente lucido nel riconoscere che, dal punto di vista del cristianesimo (non necessariamente dal punto di vista ebraico) il rapporto tra le due fedi si sarebbe giocato nel modo di intendere e gestire una tensione irriducibile tra comunione e opposizione. Forse il senso più riposto della sua visione è contenuto in un suo enigmatico postcriptum del 1965: «Chi può misurare la comunione di speranza tra ebrei e cristiani, così radicalmente divisi da essere gli uni contro gli altri, nel seno di questa comunione, la speranza degli uni e quella degli altri? Vieni, grida Israele, vieni Salvatore d'Israele e Salvatore del mondo, tu che vieni nella gloria e che non sei ancora venuto in umiltà! E noialtri cristiani, che sappiamo che è già venuto in umiltà, e che conosciamo il suo nome, anche noi gridiamo: Vieni, vieni nella gloria, Salvatore d'Israele e Salvatore del mondo! VENI DOMINE JESU».78

[III. Fine]

4. Appendice ^

Lettera di Jacques Maritain al Cardinale Segretario di Stato Giovanni Battista Montini.

Le 12 Julliet 1946

Monseigneur,

C'est avec la pleine confiance et liberté de l'amitié, et non comme Ambassadeur, que je me permets d'écrire à Votre Excellence, pour Lui parler d'une supplique que mon cœur de catholique se sent intérieurement pressé de déposer aux pieds du Saint-Père, avec mes sentiments de filiale et profonde dévotion.

Voilà bien des années que je suis frappé du caractère exceptionnellement grave, et en quelque sorte surnaturel, de la haine dont Israël est l'objet de la part de l'antisémitisme auquel Hitler et Rosenberg ont donné sa force la plus sauvage. Pendant cette guerre six millions de Juifs ont été liquidés, des milliers d'enfants juifs ont été massacrés, des milliers d'autres arrachés de leur famille et dépouillés de leur identité, orphelins sans nom ni foyer, le nazisme a proclamé la nécessité d'exterminer les Juifs de la face de la terre (c'est le seul peuple qu'il ait voulu ainsi exterminer comme peuple), une fureur inouïe d'humiliation et de cruauté s'est abattue sur le peuple d'Israël, comme s'il était, malgré lui, jeté sur la voie du Calvaire et configuré aux souffrances de son Messie. Il n'y a pas là seulement un crime contre la justice et le droit naturel parmi tant d'autres crimes qui ont ravagé et avili l'humanité, mais aussi une tragédie mystérieuse qui touche à ces desseins divins devant lesquels saint Paul pliait le genou, et dans laquelle la haine contre le Christ, enveloppant à la fois les chrétiens et l'olivier parmi les branches duquel les gentils ont été entés, s'est déployée d'abord contre le peuple qui a donné au monde Moïse et les prophètes et dont le Christ est sorti selon la chair.

L'inlassable charité avec laquelle le Saint-Père s'est efforcé par tous les moyens de sauver et protéger les persécutés, les condamnations qu'il a portées contre le racisme, lui ont attiré la juste gratitude des Juifs et de tous ceux dans lesquels vit encore la caritas humani generis. L'admirable dévouement de tant de prêtres, de religieux et de laïques catholiques qui ont tout bravé pour cacher et abriter les victimes des lois iniques, a rendu témoignage de leur intime communion avec Lui, et des sentiments qui animent le cœur chrétien. Cependant, et j'ai bien pu m'en rendre compte partout où j'ai passé, ce dont Juifs et Chrétiens ont aussi et par-dessus tout besoin, c'est qu'une voix, -- la voix paternelle, la Voix par excellence, celle du Vicaire de Jésus-Christ, -- dise au monde la Vérité et lui apporte la lumière sur cette tragédie. Il y a eu à ce sujet, permettez-moi de vous le dire, une grande souffrance par le monde. C'est, je ne l'ignore pas, pour des raisons d'une sagesse et d'une bonté supérieures, et afin de ne pas risquer d'exaspérer encore la persécution, et de ne pas provoquer des obstacles insurmontables à l'action de sauvetage qu'Il poursuivait, que le Saint-Père s'est abstenu de parler directement des Juifs et d'appeler directement et solennellement l'attention de l'univers sur le drame d'iniquité qui se déroulait à leur sujet. Mais maintenant que le nazisme a été vaincu, et que les circonstances ont changé, n'est-il pas permis, et c'est là l'objet de cette lettre, de transmettre à Sa Sainteté l'appel de tant d'âmes angoissées, et de La supplier de faire entendre sa parole ?

Il me semble, -- que Votre Excellence ne voie aucune présomption dans ce que je Lui écris ainsi en toute humilité, -- il me semble que le moment pour une telle déclaration souveraine de la pensée de l'Église serait particulièrement opportun. D'une part la conscience d'Israël est profondément troublée, beaucoup de Juifs sentent intérieurement l'attrait de la grâce du Christ, et la parole du Pape éveillerait sûrement en eux des échos d'une exceptionnelle importance. D'autre part la psychose antisémite ne s'est pas évanouie, au contraire on voit partout en Amérique comme en Europe, l'antisémitisme se répandre dans bien des couches de la population, comme si les poisons issus du racisme nazi continuaient de faire leur œuvre de destruction dans les âmes, conduisant encore çà et là, en Europe centrale notamment, aux pires violences. Sur un plan qui n'est pas celui de l'Église mais de ce malheureux monde, les difficultés d'ordre politique concernant la « question d'Israël » que la persécution hitlérienne a laissées comme une séquelle aux nations risquent de favoriser ce processus de désintégration psychologique et de déviation morale, et apparaissent comme rendant plus urgente, dans le domaine tout différent de la conscience religieuse et de la vérité surnaturelle, une œuvre d'illumination des esprits. Enfin quand je me rappelle la part que beaucoup de catholiques ont eue dans le développement de l'antisémitisme, soit dans le passé, soit récemment en France et en Europe au temps de l'occupation allemande, soit maintenant encore, en Argentine par exemple, je ne puis m'empêcher de penser qu'une proclamation de la vraie pensée de l'Église serait, en même temps qu'une œuvre d'illumination frappant une erreur néfaste et cruelle, une œuvre de justice et de réparation.

C'est pour toutes ces raisons que, comme catholique et comme fils humblement dévoué de Sa Sainteté, et comme philosophe chrétien, j'ai pris la liberté d'écrire cette lettre à Votre Excellence. Il me semble que si le Saint-Père daignait porter directement sur la tragédie dont j'ai parlé ici les lumières de Son esprit et la force de Sa parole, témoigner de Sa compassion pour le peuple d'Israël, renouveler les condamnations portées par l'Église contre l'anti-sémitisme, et rappeler au monde la doctrine de saint Paul et les enseignements de la foi sur le mystère d'Israël, un tel acte aurait une importance extraordinaire, et pour préserver les âmes et la conscience chrétienne d'un péril spirituel toujours menaçant, et pour toucher le cœur de beaucoup d'Israélites, et préparer dans les profondeurs de l'histoire cette grande réconciliation que l'Apôtre a annoncée et à laquelle l'Église n'a jamais cessé d'aspirer.

Veuillez agréer, Monseigneur, l'expression de ma haute considération et de mes sentiments personnels de reconnaissante et dévouée amitié.

[Fonte: Charles Journet -- Jacques Maritain, Correspondance. Vol. III (1940-1949), Paris, Saint Augustin, pp. 917-920.]

5. Bibliografia essenziale ^

La bibliografia su Jacques e Raïssa Maritain è molto vasta. In questa bibliografia essenziale vengono indicate le opere giudicate dall'autore come particolarmente importanti in relazione al presente studio. Altri testi non direttamente riguardanti l'opera di Maritain, ma utili per approfondire i temi correlati alla trattazione sono indicati nelle note.

Nessuna delle citazioni del presente saggio è tratta dalle traduzioni italiane delle opere di Jacques Maritain. Tutte le traduzioni in italiano di testi dal francese e dall'inglese sono dell'autore.

5.1. Fonti primarie

Opere complete

Prime edizioni delle opere principali di Jacques Maritain

Pubblicazioni postume

5.2. Fonti secondarie

Libri, articoli e corrispondenze relativi a Jacques e Raïssa Maritain

Copyright © 2007 Ruggero Taradel

Ruggero Taradel. «Jacques Maritain e il mistero d'Israele. III». Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in linea], anno 9 (2007) [inserito il 30 dicembre 2007], disponibile su World Wide Web: <https://mondodomani.org/dialegesthai/>, [115 KB], ISSN 1128-5478.

Note

  1. J. Maritain, De la Justice politique, Paris: Libraire Plon, 1940. Sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit., vol. VII., pp. 291-292. <

  2. J. Maritain, À travers le désastre. New York, NY, Éditions de la Maison Française, 1941. Sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, op. cit., vol. VII, p. 420. <

  3. Vedi in porposito C. Mi³osz. «À travers le désastre -- Clandestin à Varsovie: Two texts of Czeslaw Milosz.» Cahiers Jacques Maritain, 16-17 (aprile 1988). <

  4. J. Maritain, Christianisme et Démocratie. New York, NY, Éditions de la Maison Française, 1942. Poi ripubblicato: Paris; Desclée de Brouwer, 1989. Non è stato possibile accertare con sicurezza se il progetto di lanciare copie del testo sulla Francia occupata fu poi attuato dall' OWI. V. In proposito: R. Mougel, Avvertisement, sta in J. Maritain, Christianisme et Démocratie. Paris, Desclée de Brouwer, 1989, pp. 12-13. <

  5. J. Maritain, «Sur L'antisémitisme», Christianity and Crisis, I, n. 17, 6 ottobre 1941. sta in: Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, op. cit. Vol VIII, pp. 567-577. <

  6. Ibidem. <

  7. Ibidem. <

  8. Maurice Samuels, The Great Hatred. New York, NY, Alfred A. Knopf, 1940. Per il passo citato v. Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit., vol. VII, p. 566-567. <

  9. Ibidem. <

  10. Ivi, p. 568. <

  11. L. Bloy, Le Vieux de la Montagne: «supponete che delle persone attorno a voi parlino continuamente di vostro padre e di vostra madre con il più grande disprezzo, e che non abbiano per loro che ingiurie e sarcasmi oltraggiosi, quali sarebbero i vostri sentimenti? Eh bien, questo è esattamente ciò che arriva a Nostro Signore Gesù Cristo» (Cfr. Supra, p. 17). <

  12. Cfr. Maurice Samuels, The Great Hatred, cit., pp. 113-114: «Il nazifascismo è dinamico; lo è anche il giudeocristianesimo. Il nazifascismo deve o andare avanti, applicando sempre più e sempre più ampiamente per il mondo il principio della forza, con tutto ciò che questo implica per lo smantellamento della mente e della persona umana, o deve vacillare, soccombere al dubbio e vedersi sconfitto. Il giudeocristianesimo deve riconoscere la sfida o rendere l'anima. Non c' è cosa come la neutralità in questa lotta, e sono i nazisti ad essere più acuti nella comprensione di questo fatto. [...]. Quindi il nazifascimo deve condurre una guerra incessante contro il giudeocristianesimo». <

  13. École Libre de Hautes Études (Bibliothèque de l'Institut de Droit Comparé), Le droit raciste a l'assault de la civilisation. New York, NY, Éditions de la Maison Française, 1943, pp. 97-137. Sta in sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit. vol. XII, pp. 594-616. Le citazioni sono tratte da quest'ultima edizione. <

  14. Ivi, pp. 601-602. <

  15. Ivi, p. 608. <

  16. Ibidem. <

  17. Ibidem. <

  18. Ivi, p. 610. <

  19. Ivi, p. 610. <

  20. Ivi, p. 611. Cfr. infra: «Ecco le cose che fanno digrignare i denti all' antisemitismo nazista e che eccitano la sua furia distruttiva. Vogliono sterminare la razza di Cristo dalla faccia della terra perché vogliono sterminare Cristo dalla storia umana». <

  21. Ibidem. <

  22. Ibidem. <

  23. J. Maritain, La passion d'Israël, radiomessaggio diffuso da New York il 5 gennaio 1944. Sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit., vol. XII, p. 624-626. Cfr. Infra, p. 624: «Gesù Cristo è in agonia sino alla fine del mondo, ha detto Pascal. Il Cristo soffre in tutti gli innocenti perseguitati». <

  24. J. Maritain, «L'enseignement Chrétien de l'histoire de la crucifixion», Jewish Frontier, agosto 1944. Sta in: Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit., vol XII, p. 631. <

  25. Ivi. p. 634. <

  26. Ibidem. <

  27. Ivi, p. 635. <

  28. Ivi, p. 635. <

  29. Un altro intervento in cui Maritain riprende e commenta le tesi di Maurice Samuels è l'articolo «On Anti-Semitism -- Reflections Prompted by two Recent Books on the Subject», apparso sul The Commonweal, XXXVI, n. 23 (25 settembre 1942). Il testo in versione inglese e francese sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit. vol. VIII, pp. 734-754. <

  30. Per una testimonianza contemporanea v. E. Gilson, «Jacques Maritain au Vatican.» La Vie Intellectuelle, 13, 2 (marzo 1945). Per un'analisi di questo periodo in relazione al carteggio con Montini e all'incontro con Pio XII v. in particolare M Marrus, «The Ambassador and the Pope: Pius XII, Jacques Maritain and the Jews», The Commonweal, 22 ottobre 2004. <

  31. V. In proposito R. Taradel, L'accusa del sangue. Storia politica di un mito antisemita. Roma: Editori Riuniti, 2002, pp. 297-303. K. Kersten, Pogrom kielecki -- Znacki zapytania, sta in W. Wrzesinski, polskapolacy-mniejszosci narodwe. Wroclaw, 1992, pp. 157-192. Cfr. N. Davies, God's Playground. A History of Poland. New York, NY, Columbia University Press, 2005, vol. II, p. 425. <

  32. Charles Journet-Jacques Maritain. Correspondance. Vol. III (1940-1949), Paris, Saint Augustin, 1998, pp. 917-920. Il testo integrale in francese è riprodotto all' Appendice del presente saggio. <

  33. V. Appendice. <

  34. Ibidem. <

  35. Ibidem. <

  36. Ibidem. <

  37. Ibidem. <

  38. Cit. in Gregory Baum, «Maritain Puzzled By Pius XII in 1946», The Ecumenist, Vol. 39, 2002, pp. 1-3. <

  39. J. Maritain, «Lettre à la Conference de Seelisberg», (27 luglio 1947) pubblicata sulla rivista Nova et Vetera. Sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, op. cit., vol. XII, p. 641. <

  40. Per il testo integrale v. L Sestieri -- G. Cereti, Le chiese cristiane e l'ebraismo1947-1982. Casale Monferrato: Marietti, pp. 1-3. Al punto 7 era scritto: «7. Evitare di presentare la passione in modo che l'odiosità per la morte inflitta a Gesù ricada su tutti gli ebrei o solo sugli ebrei. In effetti non sono tutti gli ebrei che chiesero la morte di Gesù. Né sono solo gli ebrei che ne sono responsabili, perché la croce, che ci salva tutti, rivela che Cristo è morto a causa dei peccati di tutti noi». Importanti anche i punti 9 e 10: «9. Evitare di dare credito all'empia opinione che il popolo ebraico è riprovato, maledetto, riservato a un destino di sofferenza. 10. Evitare di parlare degli ebrei come se essi non fossero stati i primi ad appartenere alla Chiesa» (Ivi, p. 3). <

  41. Sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit., vol. X, p. 1155. <

  42. Ivi, p. 1160. <

  43. Lettera di Jacques Maritain a Sir Robert Mayer, 9 novembre 1954. L'originale della lettera è conservato presso gli Archivi del Jacques Maritain Center della University of Notre-Dame (JM 1/07 F). Le sottolineature si trovano nel testo originale. <

  44. Ibidem. <

  45. Ibidem . <

  46. J. Maritain, Postscriptum a Le mystère d'Israël et autres essais. Paris: Desclée De Brouwer, 1965. Sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit. vol. XII, p. 651 <

  47. Cit. in P. Vidal- Nacquet, Jacques Maritain et les Juifs. Réflexions sur un parcours, sta in: J. Maritain, L'impossible antisémitisme, cit., p. 56. <

  48. J. Maritain, De l'Église du Christ. La personne de l'Église et son personnel. Sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit., p. 290 <

  49. Ibidem. <

  50. Sul collegamento e l'embricazione tra antisionismo e antisemitismo contemporanei vedi Pierre-André Taguieff, La nuovelle judéophobie. Paris, Arthème Fayard, 2002. <

  51. J. Maritain, Postscriptum a Le mystère d'Israël et autres essais, sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit. vol. XII, p. 650. Il libro fu anche simultaneamente pubblicato, anche se in forma ridotta, in Italia: J. Maritain, Il mistero d'Israele e altri saggi. Brescia: Morcelliana, 1965. Una nuova edizione italiana è apparsa nel 1992: Jacques Maritain, Il mistero di Israele. Nuova edizione aumentata. Introduzione di Vittorio Possenti. Traduzione di A. M. Pavan e L. Frattini. Varese, Massimo Editore, 1992. <

  52. Ivi, p. 653. <

  53. Ivi, p. 656. <

  54. Ibidem. <

  55. Agostino Bea, «Il popolo ebraico nel piano divino della salvezza», Civiltà Cattolica, 1965, vol. IV, pp. 209-229. Nel 1962 Bea aveva scritto un altro articolo sullo stesso argomento la cui pubblicazione su La Civiltà Cattolica fu censurata dalla Segreteria di Stato Vaticana. Agostino Bea, «Sono gli ebrei un popolo «deicida» e «maledetto da Dio»?. L'articolo fu pubblicato sulla rivista Stimmen und Zeit con il titolo Die Schuld des Jüdischen Volks am Tod Christi. Per il testo italiano orginale v. L. Sestrieri, G. Cereti (a cura di), Le Chiese cristiane e l'ebraismo, cit., pp. 26-43. <

  56. Concilio Ecumenico Vaticano II, Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, Nostra Aetate, n. 4. Sta in L. Sestrieri, G. Cereti (a cura di), Le Chiese cristiane e l'ebraismo, cit., p. 74. <

  57. Ivi, p. 75. <

  58. Ibidem. <

  59. J. Maritain, De l'Église du Christ. La personne de l'Église et son personnel. Sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit., p. 11. <

  60. Ivi, p. 255. <

  61. Ivi, p. 240. <

  62. Ivi, pp. 236-237. <

  63. Ivi, p. 250 <

  64. Ibidem. <

  65. Ivi, p. 264. <

  66. Ivi, pp. 280-281. <

  67. Ivi, pp. 281-282. <

  68. Ivi, pp. 283-284. <

  69. Ivi, p. 286. <

  70. Ivi, p. 287. <

  71. Ivi, p. 288. <

  72. Ivi, p. 289. <

  73. J. P. Dougherty, Jacques Maritain. An Intellectual Profile. Washington DC, The Catholic University of America Press, p. 5. <

  74. P. Vidal- Nacquet, Jacques Maritain et les Juifs. Réflexions sur un parcours, sta in: J. Maritain, L'impossible antisémitisme, cit., p. 57. <

  75. L. Klenicki, Jacques Maritain's Vision of Judaism and Anti-Semitism, sta in Robert Royal (cura di), Jacquem Maritain and the Jews, cit., p. 73. <

  76. J. Maritain, The Social and Political Philosophy of Jacques Maritain. Selected Readings (a cura di Joseph W Evans -Leo R. Ward), New York, NY, Scribner's Sons, 1955, p. 196. <

  77. Sotto questo punto di vista Maritain anticipò alcune delle più recenti teorie dei massimi teorici contemporanei di storia dell' antisemitismo contemporaneo. V. in particolare: Gavin I. Langmuir, History, Religion and Antisemitism. Berkeley, CA, University of California Press, 1990. <

  78. J. Maritain, Postscriptum a Le mystère d'Israël et autres essais, op. cit. sta in Jacques et Raïssa Maritain, Œuvres Complètes, cit., vol. XII, p. 650. <

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