Recensione ad Alain Badiou, Il panorama della filosofia francese contemporanea

Alain Badiou, Il panorama della filosofia francese contemporanea, a cura di P. Bianchi, Milano-Udine, Mimesis, 2017.

Il breve saggio di Alain Badiou Panorama della filosofia francese contemporanea, appena pubblicato in traduzione italiana dalla casa editrice Mimesis, rappresenta un’occasione importante per riflettere su un periodo storico e filosofico che resta ancora oggi per molti versi controverso, discusso ma fondamentale. Come ricorda Pietro Bianchi nella sua introduzione al volume, il testo è una conferenza pronunciata alla Biblioteca nazionale di Buenos Aires nel giugno 2004, dunque durante le fasi conclusive della redazione di Logiques du monde. Ed è un genere insolito per Badiou, che poche volte nelle sue opere indugia in ricostruzioni storico-filosofiche. Egli si è sempre apertamente opposto alle cronache filosofiche condizionate dalla filologia, alla storicizzazione della filosofia, che, ai suoi occhi, rappresenta soltanto un nefasto effetto dell’eccessiva accademizzazione del sapere

Pur presentando un panorama, Badiou non fa una storia di quel ch’egli chiama il “momento filosofico francese”, bensì ci offre un ripensamento del proprio progetto filosofico attraverso i temi e i problemi che hanno occupato la generazione di Bachelard, Lévi-Strauss, Althusser, Barthes, Derrida, Lyotard, Foucault, Lacan, Deleuze, ecc. Il testo che abbiamo di fronte è anzitutto il riconoscimento di un paradosso: «La filosofia s’indirizza a tutti senza distinzioni, ma ha anche delle particolarità nazionali e culturali molto forti: quelli che io chiamerei dei momenti della filosofia nello spazio e nel tempo. La filosofia è un’ambizione universale della ragione e, nello stesso tempo, una manifestazione di momenti eminentemente singolari».1 Di questi momenti, Badiou ne identifica tre che definisce “eccezionali”: la filosofia greca classica (V-III secolo a.C.), l’idealismo tedesco (fine XVIII-inizio XIX secolo) e la filosofia francese della seconda metà del XX secolo, compresa in un arco di tempo che va dal 1943 (anno di pubblicazione dell’Essere e il nulla di Sartre) al 1991 (quando compare l’ultimo testo della coppia Deleuze-Guattari, Che cos’è la filosofia?).

C’è un’identità di questo momento filosofico? Nel rispondere alla domanda, Badiou tocca tre punti: l’origine del momento filosofico, le sue operazioni filosofiche caratterizzanti e quindi il rapporto di queste ultime con la letteratura e la psicoanalisi.

All’origine del momento filosofico francese si trova una rottura, una divisione: Bergson e Brunschvicg. Da una parte, una filosofia della vita fondata sull’interiorità e il divenire, dall’altra una filosofia del concetto molto più attenta ai linguaggi formali e alla possibilità stessa del formalismo. Il momento filosofico francese della seconda metà del XX secolo nasce dalla necessità di mettere insieme queste due prospettive. E di farlo in primis a partire dal soggetto: come può uno stesso cogito essere al contempo un animale vivente animato da una coscienza e aspirante a un’etica, e un produttore di concetti, capace di astrazione, verificazione, calcolo, etc. «Possiamo dunque dire che la filosofia francese va a costituire poco a poco una sorta di campo di battaglia attorno alla questione del soggetto. È stata un’immensa discussione su Cartesio. Perché è lui l’inventore filosofico della categoria di soggetto».2

Per quanto riguarda le operazioni filosofiche fondamentali, Badiou ne identifica quattro. La prima è la rielaborazione della filosofia tedesca, basti pensare al celeberrimo seminario di Kojévè su Hegel negli anni Trenta o alla scoperta di Heidegger e Husserl nei Quaranta, o alla rilettura di Nietzsche soprattutto nei Sessanta-Settanta. In Germania i filosofi francesi hanno cercato «un nuovo rapporto tra il concetto e l’esistenza, che poi ha assunto diversi nomi: decostruzione, esistenzialismo, ermeneutica».3 La seconda operazione concerne il rapporto con la scienza per dimostrare quanto quest’ultima fosse «una questione più ampia e più profonda della semplice conoscenza; come fosse un’attività produttrice e creativa, e non solo riflessione e cognizione».4 La terza operazione è politica: l’impegno nella collettività, la filosofia come forma di azione politica. La quarta è quel che Badiou chiama «modernizzazione della filosofia»,5 un profondo desiderio di modernizzare la filosofia mettendola in connessione con le trasformazioni culturali, artistiche e sociali del loro tempo. La filosofia francese del secondo Novecento è stata soprattutto una forma di pensiero sperimentale e surrealista, una ricerca del nuovo: a volte riuscita, a volte meno, con esiti importanti ma a tratti paradossali e volutamente estremi. «C’è stato un interesse filosofico molto forte per la pittura non figurativa, la musica contemporanea, il teatro, il romanzo poliziesco, il jazz, il cinema: un tentativo di riavvicinare la filosofia a quello che c’era di più significativo nel mondo moderno, come la sessualità o nuovi stili di vita».6 In questo, la filosofia francese è stata davvero figlia del suo tempo, l’era del boom economico che ha segnato profondamente tutta l’Europa negli anni Cinquanta e Sessanta. Un continente giovane, con stati ricchi e un solido sistema di welfare, era convinto di vivere un’epoca nuova, di sviluppo e rinnovamento collettivo, l’ingenuo e autocompiaciuto slancio a credere che tutto ciò che accadeva fosse inedito. Ma lo slancio non sarebbe durato: causa il declino economico e la violenza politica, gli anni Settanta-Ottanta vissero sostanzialmente di rendita, alimentando forme culturali molto più centrate sull’individuo che sulla collettività. Fu un momento – come ha scritto qualcuno – di cinismo, illusioni perdute e speranze ridimensionate.

La seconda parte della conferenza di Badiou si concentra sul rapporto dei filosofi francesi con la scrittura e la psicoanalisi. Un rapporto che, anche in questo caso, va inquadrato nell’antitesi iniziale: concetto/vita, formalismo/esistenza. La volontà di adeguare la lingua filosofica alla novità del tempo impose un confronto serrato con la letteratura nella volontà di «trovare un legame espressivo diretto tra la presentazione filosofica, lo stile filosofico e lo spostamento concettuale che proponeva».7 Questo è evidente in Deleuze e Foucault, e ancor di più in Derrida o Lacan. Altrettanto evidente è la complessità del rapporto con la psicoanalisi, che Badiou, efficacemente, riassume in questo modo: «complicità e rivalità; fascinazione e amore ma anche ostilità e odio».8

Arriviamo così al bilancio finale. Qual è stata l’ambizione di fondo di questa filosofia? Badiou riassume tutto in sei punti: non opporre più il concetto all’esistenza, bensì pensare il concetto come qualcosa di esistente, un processo, un evento; iscrivere la filosofia nella modernità e quindi esporla alle trasformazioni sessuali, politiche, artistiche del Novecento; pensare la conoscenza come pratica, azione; pensarla soprattutto come intrinsecamente politica, di qui l’esigenza di iscrivere la filosofia nella politica facendola diventare una pratica militante; abbandonare l’identificazione soggetto = coscienza esponendosi ai risultati della psicoanalisi; creare un nuovo stile di scrittura e di espressione filosofica. Alla radice di questa agenda c’è un solo “desiderio fondamentale”, quel che Badiou indica nell’espressione “filosofia senza saggezza”, cioè senza felicità, senza una prospettiva etica da proporre, senza un’ulteriorità da rivendicare. Si è trattato – scrive Badiou – «di fare del filosofo tutt’altra cosa che un saggio; e quindi finirla con le figure meditative, professorali e riflessive del filosofo. Non fare del filosofo un saggio vuol dire anche non farlo diventare il rivale di un prete; vuol dire fare di lui uno scrittore combattente, un artista del soggetto, un amante della creazione».9 Usciti dall’accademia, i filosofi francesi della seconda metà del Novecento sono stati pirati del concetto alla ricerca di grandi imprese. «Io credo che abbiamo desiderato qualcosa di davvero speciale e che in effetti è problematico: abbiamo desiderato di essere degli avventurieri del concetto. Vuol dire in fondo non desiderare una separazione chiara tra la vita e il concetto; non desiderare che l’esistenza venga sottomessa all’idea o alla norma, ma che il concetto stesso sia un cammino di cui non si conosce necessariamente il punto di arrivo».10

Difficile sottovalutare l’importanza di questo piccolo testo. E non tanto per la prospettiva storica ch’esso delinea. In effetti, come detto, non si tratta affatto di un testo di storia della filosofia, perciò si distingue da tanti altri libri che in questi ultimi decenni hanno cercato di comprendere e narrare il momento filosofico francese del XX secolo. Lo dimostra il cambio di registro finale, quando si passa dalla terza persona (con la quale sta parlando di Foucault, Lacan, Deleuze, ecc.) alla prima: Badiou riflette sul suo impegno filosofico e ne interroga il senso profondo. Il problema centrale – come sottolinea anche Bianchi nell’introduzione al volume – non è tanto il rapporto tra il soggetto e il concetto, o meglio tra il soggetto conoscente e vivente e le strutture formali che utilizza per pensare, e quindi decidere se venga prima l’uno o le altre. Mettendo in discussione l’insegnamento di Lacan e Althusser, Badiou cerca la soggettivazione nel cuore stesso della formalizzazione. La struttura è la condizione del soggetto a partire dai condizionamenti e dalle impasse ch’essa vive.


  1. Alain Badiou, Il panorama della filosofia francese contemporanea, a cura di P. Bianchi, Milano-Udine, Mimesis, 2017, p. 31. ↩︎

  2. Ivi, pp. 34-35. ↩︎

  3. Ivi, p. 36. ↩︎

  4. Ibidem. ↩︎

  5. Ivi, p. 37. ↩︎

  6. Ivi, pp. 37-38. ↩︎

  7. Ivi, p. 40. ↩︎

  8. Ivi, p. 42. ↩︎

  9. Ivi, p. 45. ↩︎

  10. Ivi, p. 46. ↩︎