Salta il menù

Stampa | Salva | Invia | Translate

Gianni Xodo

Il Seicento: il «secolo filosofico» inizio dell'età moderna

1. L'avanzata della borghesia e l'affermarsi dello Stato assoluto ^

Accenniamo brevemente alle principali vicende politiche dell'Europa nel 1600, prima di addentrarci nella panoramica filosofico-scientifica su questo secolo: si verificò un veloce declino della Spagna sulla scena politica in seguito all'aggravarsi della crisi economica interna e allo scacco subito sul piano militare per il disastro dell'invincibile Armata nel 1588 nelle acque della Manica ad opera della flotta di Elisabetta I, regina d'Inghilterra. Fallì il tentativo degli Asburgo di rilanciare in Germania la politica controriformistica, dopo la pace di Westfalia del 1648; finì così il tentativo degli Asburgo di Spagna e di Austria di egemonizzare il continente europeo e di bloccare il diffondersi della Riforma nella sua versione luterana e calvinista. Ci fu la graduale affermazione in Francia del potere centrale dello Stato grazie a Richelieu e a Mazarino, in seguito si assistè alla conclusione delle guerre di religione e l'editto di Nantes nel 1598 dovute all'opera di pacificazione religiosa di Enrico IV, e poi con Luigi XIV si rafforzò ulteriormente l'assolutismo monarchico.

Scoppiarono laceranti lotte fra Parlamento e Corona in Inghilterra, che condussero alla prima e alla seconda rivoluzione inglese e dopo la morte di Oliver Cromwell nel 1658 si ritornò con Carlo II Stuart alla monarchia, ma nell'arco di un ventennio il Parlamento inglese imporrà sul trono Guglielmo III, un re che finalmente rispetterà le prerogative costituzionali del Paese. Si verificò uno straordinario arricchimento delle Province Unite (Olanda), grazie ai commerci navali e alle colonie, e di conseguenza una forte rivalità con l'Inghilterra per il predominio sui mari. Si consolidò il predominio spagnolo in Italia e si accentuò via via la decadenza della Repubblica di Venezia. Decadenza di Venezia a partire dal '500, ma anche grandezza. Nella penisola italiana infatti solo Venezia fu capace di perseguire una politica effettivamente indipendente dalla Spagna, attorno alla quale gravitavano invece direttamente o indirettamente gli altri Stati italiani. Padrona del Veneto e della Lombardia sino all'Adda, dell'Istria, della Dalmazia, delle isole e delle piazzeforti del litorale greco, padrona ancora di Creta sino al 1669, Venezia conservò a lungo una sua floridezza economica e una buona parte dei suoi traffici col Levante; ma la sua era ormai una politica di conservazione anziché di espansione. Basti dire che i discendenti delle grandi famiglie patrizie, dedite da secoli al commercio, investirono il loro patrimoni nella terra, contentandosi di vivere di rendita agraria, paghi di gareggiare nella costruzione delle splendide ville che anche oggi ammiriamo nel suo entroterra. Cessò in tal modo l'accumulazione del capitale e la crescita della ricchezza. Anche l'attività armatoriale decadde, al punto che molti mercanti veneziani preferivano noleggiare navi battenti bandiera inglese piuttosto che armarne di proprie, qualificando le spezie come mercanzie non più di Levante, ma di Ponente.

Premuta dai domini asburgici ad oriente, dagli Asburgo di Spagna a occidente, minacciata nel Mediterraneo dalla persistenza turca, Venezia dovette, dopo una lunga e tenace difesa, rinunciare anche al possesso di Creta e adottare una politica prudente sia nei confronti degli Asburgo che dei Turchi, ai quali già dal 1573 aveva ceduto, nonostante la vittoria di Lepanto, Cipro. Nel campo della politica interna Venezia si batté energicamente contro l'invadenza del Papato. Celebre a questo riguardo la lunga e aspra vertenza giurisdizionale con papa Paolo V fra il 1605 e il 1607.

La Repubblica di Genova era infeudata alla Spagna e perciò era priva di un'autentica indipendenza politica; era governata da una ristretta oligarchia di banchieri, che ruotavano attorno al Banco di San Giorgio. Genova per tutto il'500 e il '600 fu una delle più floride città europee, godendo di attivissimi traffici e attività commerciali, assicurando alla Spagna manufatti e viveri, nonché i collegamenti fra madre-patria e possedimenti spagnoli in Italia e soprattutto fornendo ingenti somme alla politica di prestigio e militare degli Asburgo. A tutto questo provvedevano i grandi banchieri genovesi: gli Spinola, i Grimaldi, i Doria, che ottenevano interessi assai alti sulle somme prestate, oltre ai privilegi di ogni genere e vantaggi sugli appalti nei servizi fiscali più importanti.

I turchi avanzarono nei Balcani, arrivando nel 1683 ad assediare Vienna, porta d'Europa, ma furono sconfitti dall'imperatore Leopoldo I d'Asburgo con l'appoggio del polacco Giovanni Sobienskj in modo definitivo, per cui il sogno di espansione ottomana nell'area mitteleuropea tramontò per sempre; la potenza russa emerse con la vittoria dello zar sui boiari e la realizzazione con Pietro il Grande di uno stato centralizzato ed efficiente; si affermò lo sviluppo degli imperi coloniali spagnolo, portoghese, inglese, francese e olandese con frequenti conflitti fra le potenze europee per il predominio sui mari e il controllo dei commerci mondiali. In tale contesto politico, dove le vicende nazionali acquistarono un significato sempre più rilevante facendo tramontare definitivamente il sogno dell'ecumene cristiana guidata religiosamente dal papa e politicamente dall'imperatore, continuò tuttavia a valere e anzi ricevette nuova importanza, come elemento unificante, la «comunità dei dotti». Pascal e Cartesio, Hobbes e Bacone, Keplero e Galilei, pur di nazionalità diverse, facevano parte però della stessa repubblica dei dotti e fra loro dialogavano e polemizzavano e tutti costoro erano convinti che ormai stesse per maturare il tempo per una nuova fondazione del sapere, di cui era necessario delineare i confini e le caratteristiche principali.

Al tramonto dell'unità dell'Europa gli studiosi, i filosofi, gli scienziati lavorarono alla creazione dell'unità del sapere, nel cui ambito la scienza e il suo metodo assumevano un rilievo sempre maggiore, gettando così nuove fondamenta al continente. Nel campo artistico e letterario si diffuse il Barocco che rappresentò il gusto del secolo XVII ricco di umori e di contraddizioni, e, nel tentativo di sottrarsi alla dipendenza dei canoni artistici dell'età classica e di quella rinascimentale, infranse l'equilibrio compositivo introducendo forme e contenuti religiosi e morali nuovi, formulando originali teorie in campo artistico, dove si affermarono artisti originali e grandissimi quali Borromini e Bernini nell'architettura, Bernini ancora nella scultura, Caravaggio, Rembrandt, Van Dyck, Rubens nella pittura. Nel campo musicale primeggiarono Monteverdi, Corelli, Scarlatti, de Couperin, Vivaldi, Handel e J. S. Bach, che fu l'espressione più alta della cultura barocca.1

In un quadro socio-politico così complesso e vario si manifestò, nei paesi più progrediti dal punto di vista economico e politico, un processo sociale di grandissima portata: la lenta ma inarrestabile avanzata della borghesia via via che andò affermandosi lo Stato assoluto. Nel Seicento Stato assoluto significò Stato moderno: cioè Stato che sottopone a sé le vecchie forze feudali, centrifughe e disgregatrici; che instaura nel suo territorio un effettivo e uniforme ordine giuridico e amministrativo. Uno dei primi e più gravosi compiti che nello Stato assoluto il potere centrale assunse in prima persona su di sé fu quello di tentare di trasformare la Chiesa (non importa se di fede cattolica o riformata) in uno strumento di potere, mantenendo e ampliando le proprie competenze in materia religiosa, già conseguita nei secoli precedenti; di fronte allo Stato assoluto anche la supremazia di Roma, proclamata dalla Controriforma, dovette arrendersi.

Lo Stato assoluto inoltre incentivò l'attività economica dei suoi sudditi. Lo indusse a ciò la chiara consapevolezza dello stretto rapporto che sussisteva fra potenza politica e ricchezza economica; i produttori poi si convinsero con sempre maggiore determinazione che solo un intervento statale, dinamico e forte, poteva promuovere iniziative nel campo della manifattura e del commercio. Andò così affermandosi la convinzione che la ricchezza economica e finanziaria di uno Stato andava considerata in funzione della sua bilancia commerciale, prendendo in considerazione il rapporto fra importazioni ed esportazioni dei manufatti e delle merci: nacque l'indirizzo che fu comunemente denominato «mercantilismo» e che ebbe in Colbert, famoso ministro delle finanze di Luigi XIV, il Re Sole, il suo più famoso esponente. Sul piano della politica estera il mercantilismo cercò di conseguire un duplice scopo: la realizzazione dell'indipendenza economica dello Stato e l'espansione dello Stato stesso mediante la conquista di territori coloniali, che potevano rifornire di materie prime l'industria nazionale, costituendo allo stesso tempo altrettanti mercati sicuri per i manufatti della madrepatria.

In politica interna, il mercantilismo realizzò tutta una serie di misure che puntavano a creare un mercato sempre più ampio, abolendo le antiche barriere e incentivando la realizzazione di strade e canali navigabili e di irrigazione; procedette inoltre alla eliminazione dei dazi di esportazione, ed elevò invece quelli di importazione; promosse le manifatture locali con privilegi e monopoli e fece affluire nel Paese tecnici stranieri competenti, ricompensandoli adeguatamente; acquistò e si spinse sino a rubare, per mezzo di spie e agenti, i segreti di fabbricazione delle manifatture straniere. Anche l'incremento della popolazione venne incentivato per garantire un numero di braccia adeguato alle esigenze produttive e a buon mercato. In una situazione socio-politica di tale tipo le ragioni dell'alleanza fra classe borghese e Stato assoluto erano evidenti: lo Stato favoriva l'arricchimento della borghesia anche perché aveva bisogno di essa, sia per finanziare le sue iniziative di politica interna ed estera, sia per reclutarvi un numero sempre più consistente di funzionari solerti ed efficienti per far funzionare la burocrazia statale. Nel Settecento la borghesia, ormai in pieno sviluppo, potrà aspirare a governarsi da sé, realizzando fino in fondo la riforma dello Stato e anche entrando in conflitto col potere del sovrano; ma nel Seicento essa capisce chiaramente di averne bisogno, dato che non è sufficientemente forte per sconfiggere da sola i numerosi difensori delle vecchie istituzioni feudali.

Pur portando a compimento uno sviluppo già iniziato nel Cinquecento, nelle istituzioni e nella Chiesa cattolica in particolare si andò affermando nel nuovo secolo pienamente la consapevolezza che le idee, le parole e le immagini svolgevano ormai un ruolo di primo piano come strumenti di governo e di potere. Di conseguenza anche gli intellettuali acquisirono in pieno la consapevolezza del ruolo svolto nel diffondere la cultura delle grandi strutture organizzate, in Italia il Cattolicesimo postridentino e negli altri paesi l'apparato dello Stato.2

2. Riflessi generali sulla cultura filosofico-scientifica ^

Anche la cultura si trasformò notevolmente in parallelo con i radicali cambiamenti in campo economico e politico appena ricordati. Il processo di laicizzazione già iniziato nel Rinascimento acquistò ulteriore vigore, dando luogo a un più forte interesse per i processi naturali da una parte e per l'organizzazione burocratico-statale dall'altra. Si tentarono nuove vie nella filosofia, nella scienza, nelle teorie politiche, nelle stesse discussioni religiose. Gli studiosi delinearono con più coraggio ambiziosi sistemi filosofici generali che sostituirono quelli che avevano rappresentato il sostrato della vecchia cultura. Tramontarono le istituzioni politiche tradizionali e di conseguenza anche le correnti di pensiero, che avevano trovato in esse più diretto appoggio, persero gradualmente la loro autorevolezza; diminuirono i controlli del potere feudale ed ecclesiastico e colui che formulava nuove idee sapeva di poter trovare nella classe borghese simpatie, consenso e appoggi. Le nuove correnti del Razionalismo e dell'Empirismo divennero con incredibile rapidità in molte contrade d'Europa straordinariamente popolari. Gli studiosi ritennero con sempre maggiore determinazione che spettava essenzialmente all'uomo decidere la validità delle varie teorie e la superiorità delle diverse organizzazioni della vita civile; ragione ed esperienza, che sono gli strumenti più validi a disposizione dell'uomo per conoscere e indagare la natura, divennero il fulcro su cui riedificare la cultura, l'economia, la società e la politica.

Se l'avversario principale contro cui lottare rimase la vecchia metafisica e la vecchia scienza, un nuovo nemico però si delineò all'orizzonte: lo scetticismo. Esso riprese vigore in seguito allo sgretolarsi generale delle antiche concezioni, e non di rado rappresentò in molti ambienti un pericolo assai grave. Molti pensatori, pur muovendo da punti di vista diversi fra loro avvertirono impellente l'urgente necessità di combatterlo strenuamente: si trattava di difendere contro di esso la fiducia nell'uomo e nei mezzi umani di conoscere e interpretare la realtà. Si fece ricorso così da un lato al criterio dell'evidenza razionale (Cartesio), considerato come caratteristico delle discipline matematiche, ma estensibile a tutti i tipi di argomentazione, persino a quelli concernenti l'etica e la politica, per l'altro a un rigoroso esame dei fenomeni empirici (vedi la tradizione inglese da Bacone a Locke e Berkeley). Una particolare attenzione fu attribuita, da questo punto di vista, alla nuova messe di fenomeni empirici, resi osservabili dai mirabili strumenti, che erano ideati dalla tecnica con sempre maggiore frequenza e che potenziando in modo sorprendente i sensi dell'uomo, rivelavano aspetti del mondo fisico e organico rimasti in precedenza sconosciuti.

Gli stessi pensatori più fedeli al messaggio cristiano (Cartesio, Malebranche, Pascal, Leibniz, ma anche lo stesso Newton) ricercarono nuove concezioni filosofiche, per utilizzarle in difesa della loro religione, poiché avevano compreso che per salvarla, bisognava scinderne le sorti da quelle della vecchia filosofia scolastica; si poneva l'impellente necessità dunque di individuare una nuova via per conciliare la tradizione cristiana con la cultura laica che si affermava con forza in tutti i campi e specialmente con quella scientifica. Uno dei principali ostacoli alla realizzazione di tale programma era rappresentato dalle lotte e dalle guerre di religione, che provocavano incredibili atti di ferocia da parte di tutti i contendenti sia cattolici che riformati. Proprio in seguito a queste lotte si diffuse, verso la fine del Seicento, fra i ceti più colti la convinzione che, per salvare i grandi principi religiosi, era necessario separarli non solo dalle vecchie metafisiche, ma anche dai dogmi sui quali si era incentrato il dissenso tra le varie confessioni cristiane. Si giunse così a convincersi che la vera religione era costituita dalla «religione naturale» di cui quelle «positive» sarebbero soltanto parziali realizzazioni: da qui nascerà con Locke prima e gli Illuministi poi la corrente del deismo, che sarà appunto la forma religiosa maggiormente professata da molti pensatori nell'età dei Lumi durante tutto il Settecento.3

3. Il progresso della tecnica ^

Il progresso della tecnica trasse sempre nuovi impulsi dall'avanzata della borghesia e a sua volta la favorì in modo notevole per l'indubbio incremento che essa diede alla produzione. Furono costruiti nuovi tipi di telai, nuove pompe per le miniere, nuovi generi di mulini, nuove e più potenti armi da fuoco, nuove fortificazioni; andò diffondendosi la professione di «progettante», crebbe il numero dei brevetti. Un particolare rilievo acquistò la strumentazione scientifica: telescopi, microscopi, barometri, termometri, macchine pneumatiche ecc. La possibilità di disporre di apparecchi sempre più moderni ed efficienti stimolò il desiderio di compiere nuove osservazioni. Anche se la tecnica assunse nel mondo scientifico e in quello produttivo un ruolo via via crescente e determinante, essa non riuscì a compiere passi decisivi in avanti paragonabili a quelli che saranno realizzati nel secolo dei lumi; mentre dal punto di vista della ricerca scientifica dunque il Seicento fu una delle epoche più feconde della storia dell'umanità, dal punto di vista del progresso tecnologico esso rappresentò un periodo di assestamento: ciò che venne rinnovato fu principalmente l'organizzazione delle attività produttive con l'applicazione sistematica delle conquiste operate durante il Rinascimento. Non si poté ancora parlare di una vera e propria organizzazione industriale, anche perché le principali fonti energetiche rimasero l'acqua e il vento già utilizzate da secoli, ma senza dubbio si possono comunque riconoscere le sicure avvisaglie di quella che nella seconda metà del secolo successivo sarà la rivoluzione industriale.

Nonostante tutto questo nel Seicento si continuò a ricercare un'unica chiave universale in grado di svelare tutti i misteri della natura: questa convinzione ancora di sapore quasi magico fu propria non solo di Francesco Bacone (1561-1621), ma anche del primo autentico filosofo della modernità Renato Cartesio (1596-1650), del quale sono note ad esempio i rapporti con l'ermetismo della setta dei Rosacroce (società segreta che sorse i Germania all'inizio del 1600 e che con ricerche magico-alchimistiche raccoglieva adepti intorno a riti segreti di ispirazione misticheggiante). Non si deve dimenticare poi che in quest'epoca di sempre più robusto razionalismo imperversarono ancora i processi e le manifestazioni della stregoneria: un fenomeno ulteriore in cui si espressero le tensioni e i contrasti interni dell'età barocca, vera e propria età di cerniera fra passato e modernità. Nonostante ciò il sapere seicentesco seppe farsi davvero sperimentale, acquisendo sempre più una visione della natura come dominio autonomo retto da principi propri, che permise agli scienziati del XVII secolo di cominciare a ricavarvi e a individuarvi leggi verificabili; inoltre seppero organizzarne lo studio in modo reciprocamente coordinato, così che l'insieme dei loro articolati tentativi merita già la definizione di scienza, come ci suggerisce Tenenti. A ragione dunque, la nascita della matematica moderna è situata nella prima metà del Seicento secolo in cui il ritmo di accettazione delle scoperte teoriche si fece più rapido, poiché in vent'anni si imposero quelle di Galileo, in trenta quelle di Harvey e in quaranta quelle di Keplero.

La teoria della circolazione del sangue, proposta da William Harvey (1578-1657) diede un colpo decisivo alla fisiologia tradizionale di Galeno, ancora in vigore in quegli anni e influenzò profondamente la medicina europea. Nel 1669 Richard Lower mise in rilievo la differenza tra sangue venoso e sangue arterioso. La descrizione delle malattie fece ugualmente dei passi in avanti, specie nella seconda metà del secolo, per esempio quella del diabete ad opera di Willis 1670, della gotta studiata da Sydenhm 1683, della tubercolosi indagata da Morton 1689. Ray (1627- 1705) fece progredire notevolmente l'anatomia e la zoologia, Grew (1641- 1712) l'istologia delle piante. Un impulso assai notevole alla ricerca astronomica fu impresso dall'istituzione di osservatori, il primo dei quali fu fondato nel 1560 dal langravio Guglielmo IV d'Assia. Più celebre fu quello di Federico II di Danimarca a Uraniborg, per i lavori che vi compì Tycho Brahe (1546-1601) a partire dal 1576. L'astronomo riuscì a infirmare credenze millenarie, come l'incorruttibilità dei corpi celesti, documentandone la apparizione e la scomparsa, l'impenetrabilità delle sfere cristalline, osservando la traiettoria di una cometa.

Il Seicento mise in pratica la lezione fornita da Tycho, realizzando la sistematica e accurata osservazione dei fenomeni naturali e organizzando logicamente le deduzioni rese possibili dai dati raccolti. Così le teorie di Keplero, elaborate fra il 1601 e il 1609, si basarono su un prolungato lavoro matematico e sperimentale, che permise di approdare a una teoria astronomica nuova e rigorosa. Dopo di lui non si poté più credere che i corpi celesti si muovessero con una velocità uniforme o che le orbite planetarie fossero circolari invece che ellittiche.

Di primaria importanza furono ugualmente i lavori di Galileo Galilei (1564-1642), che lo misero in conflitto diretto e penoso con l'autorità ecclesiastica. Il coronamento di queste ricerche furono i Philosophiae naturalis principia mathematica (1687) di Isaac Newton. L'opera non dimostrò soltanto l'esistenza della legge della gravitazione universale, ma costituì il trionfo del meccanicismo e cioè di una concezione del mondo fisico come insieme retto da forze naturali traducibili matematicamente.4

4. Nuova organizzazione della vita culturale: le Accademie ^

Queste conquiste vennero realizzate in un'atmosfera nuova, creata dai contatti scientifici e dall'esistenza di istituti specificamente destinati a promuoverli. Una funzione sempre più importante continuò a essere svolta dagli osservatori, fra i quali si distinsero quelli di Parigi (1666) e di Greenwich (1675). Ma i più potenti motori che diedero un impulso decisivo al progresso delle conoscenze furono le Accademie scientifiche, da quella romana dei Lincei, fondata dal principe Federico Cesi nel 1603 e da quella fiorentina del Cimento, creata dal granduca di Toscana Ferdinando II nel 1657, alla londinese Royal Society (1660) e alla parigina Acadèmie Royale del Sciences (1665). Queste istituzioni, suddivise in sezioni o comitati per coordinare le ricerche, furono in grado di riconoscere la fondatezza dei risultati raggiunti dai maggiori scienziati del tempo, che spesso lavoravano in collegamento fra loro. Queste nuove istituzioni sostituirono il linguaggio geometrico dell'universo a quello della Scolastica medioevale. Come in precedenza era accaduto soprattutto in favore della produzione artistica, il mecenatismo si dispiegò ora su grande scala anche per quella scientifica. Re, principi, primi ministri presero a cuore il progresso del sapere, mentre si segnalavano personalità capaci di coordinarne l'organizzazione, come il teologo, matematico e scienziato francese Marin Mersenne, che nella sua opera volle conciliare l'ortodossia cattolica con le tendenze più avanzate della scienza; nel suo convento a Parigi passarono tutte le più belle intelligenze d'Europa da Cartesio, a Pascal, a Hobbes.

Marin Mersenne, (1588 La Soultière, Oizé -- 1648 Parigi) abate dell'ordine dei minimi, detto infatti il segretario dell'Europa dotta, tradusse anche in francese alcune opere di Galileo dopo che questo era stato condannato dal Santo Uffizio; anche oggi i matematici definiscono i numeri della forma 2n -- 1 numeri di Mersenne, dato che nella prefazione della sua operaCogitata Physica-Mathematica del 1644, Marin Mersenne affermò che il numero Mn = 2n -- 1 è primo per n= 2, 3, 5, 7, 13, 17, 19, 31, 67, 127, 257, ed è composto per ogni altro nminore di 257. Ancora oggi nessuno ha capito come si sia reso conto di tale risultato; comunque Mersenne era prossimo alla verità in modo veramente sorprendente e solo nel 1947, quando si cominciò a fare uso delle calcolatrici da tavolo è stato possibile verificare la sua geniale asserzione. In un calcolo così incredibilmente complesso aveva commesso solo 5 errori: M67 e M257 non sono primi, M61 e M89 e M107 lo sono; le grandi fabbriche di calcolatori come la Cray Research investono grandi quantità di danaro nella ricerca dei primi di Mersenne, per il fatto che i calcoli necessari per cercarli sono assai lunghi, durano giorni o settimane e costituiscono perciò un'ottima verifica dell'efficienza e della precisione di un nuovo sistema operativo; i matematici ritengono che i primi di Mersenne siano infiniti e in tal caso ve ne saranno sempre di più grandi da scoprire, ma questa congettura non è stata mai dimostrata e sino a oggi ne sono stati individuati 37. Egli fu cultore di musica e nel campo della fisica si occupò in particolare di acustica, studiò l'eco, i tubi sonori e le corde vibranti, scoprendo le leggi che ne regolano l'emissione; misurò inoltre la velocità del suono, analizzando la frequenza della scala musicale. Per primo poi utilizzò il pendolo per misurare l'accelerazione di gravità. Fu un deciso polemista sia contro i cultori di magia, sia contro i libertini, rivendicando alla religione l'indipendenza della scienza. Fra le sue opere più importanti ricordiamo: Questiones celeberrimae in Genesim del 1623, L'empietà dei deisti e dei più sottili libertini del 1624, La verità delle scienze del 1629, Armonia universale del 1636-37; la sua Corrispondenza (1632-1646 in tre volumi, postuma) è una fonte storica importante e una testimonianza straordinaria per conoscere il pensiero del Seicento.5

Altro intellettuale che si batté coraggiosamente per la diffusione del sapere fu l'inglese di origine tedesca Samuel Hartlib (Elbing Prussia Reale 1600 circa-Londra 1662), cultore di studi pedagogici lottò per l'introduzione delle scienze fisiche e naturali nelle scuole del suo paese e auspicò che lo Stato intervenisse a favore delle ricerche nel campo tecnico; o ancora Heinrich Oldenburg (Brema 1618 circa -- Londra 1677) segretario della Royal Society di Londra, responsabile della stesura dei resoconti delle riunioni dei membri della Società e della corrispondenza con pensatori e scienziati di tutta Europa, tra i quali Hevel, Huygens, Malpighi, van Leeuwenhoek, Steno. In tale veste ricoperse un ruolo notevole come promotore e raccoglitore di informazioni per le nuove idee scientifiche, il cui successo fu dovuto in larga parte alla vasta padronanza delle lingue di Oldenburg, che contribuì in modo decisivo alla diffusione in Europa della nuova scienza. Infatti le Philosophical Transactions (1665) della Royal Society furono un fondamentale veicolo per lo scambio scientifico, che contribuì a informare dello spirito baconiano e sperimentale l'ambiente culturale e scientifico inglese. Egli inoltre si occupò anche dello studio delle maree e del campo magnetico terrestre.

Non può non essere ricordato in questo contesto Wilhelm Leibniz (Lipsia 1646-Hannover 1716), scienziato, matematico, logico e metafisico di grandissimo valore, che mirò alla creazione di una scienza universale che ricomprendesse in sé le varie discipline e che sognava di costituire una organizzazione culturale e politica universale, per cui creò numerose associazioni di dotti e Accademie, spostandosi da una capitale all'altra d'Europa.6

Altra personalità di straordinario spessore sia in campo scientifico, come in quello filosofico fu Blaise Pascal (Clermont 1623-Parigi 1662) che fin dalla prima giovinezza frequentò assieme al padre, insigne magistrato e cultore di problemi fisici e matematici, le riunioni settimanali organizzate da padre Mersenne, dove erano dibattute le questioni scientifiche e filosofiche di attualità. Pascal si segnalò assai precocemente negli studi di geometria e di fisica, pubblicò sedicenne il Saggio sulle coniche, al 1646 risale il suo incontro col giansenismo e con l'austero modello di Cristianesimo di impronta agostiniana, proposto dai solitari di Port-Royal. L'adesione al giansenismo segnò l'inizio di un nuovo interesse di Pascal per l'»étude de l'homme», senza inficiare per questo i suoi interessi di tipo scientifico; nello stesso anno infatti affrontò le problematiche sollecitate dall'esperimento di Torricelli e diede il via a una serie di importanti analisi sul vuoto e sull'equilibrio dei fluidi (Nuovi esperimenti intorno al vuoto (1647). Al 1653-54 risalgono brevi ma importantissimi trattati sul calcolo combinatorio, il calcolo infinitesimale e quello delle probabilità. Nei suoi scritti scientifici e di metodo criticò il principio di autorità nelle scienze e rifiutò la commistione tra metafisica e scienze della natura. Le ipotesi per il Nostro devono avere esclusivo valore euristico: utili per guidare e interpretare le esperienze, vanno subordinate ai risultati di queste. Esemplare del suo modello epistemologico è la convinzione che i sistemi cosmologici di Tolomeo e di Copernico abbiano un equivalente valore ipotetico. Questo suo atteggiamento rigorosamente positivistico lo portò a polemizzare con Cartesio circa l'asserita contraddittorietà logica del vuoto in natura, a cui Pascal contrappose gli esperimenti da lui condotti e dai quali risultavano confermati in modo definitivo i risultati dell'esperienza di Torricelli.7

5. La Rivoluzione scientifica ^

Carlo Maria Cipolla nella sua Storia economica dell'Europa preindustriale afferma che nel Seicento ci fu una violenta battaglia intellettuale tra gli «antichi» e i «moderni», sostenitori i primi del dogma dell'autorità e dell'onniscienza degli autori classici e i secondi fautori della ricerca critica e sperimentale, instancabili cacciatori degli errori degli scrittori del passato.

La Rivoluzione scientifica distolse così la speculazione umana da problemi irrisolvibili e assurdi, indirizzandola invece verso problemi che potevano avere una risposta; essa non consistette solo nell'adottare sistematicamente il metodo sperimentale, ma anche nel rinnovare radicalmente la problematica, adeguando una cosa all'altra e dopo aver bene impostato la problematica inevitabilmente la risposta approssimata o esatta finisce per essere trovata. Nacquero in questo periodo la statistica e la demografia moderne e le informazioni di tipo quantitativo sulla popolazione, la produzione, i commerci e la moneta divennero via via più frequenti e sempre più attendibili. Tutto ciò era conseguenza di un nuovo atteggiamento mentale che dava rilievo al razionale e che anteponeva il pragmatismo rispetto all'ideologia, sottolineando il valore della praticità attuale rispetto all'escatologia.

Nei rapporti sociali e interpersonali si preparò il terreno adatto alla tolleranza, che diverrà tipica di molti illuministi e per risolvere problemi concreti in economia e nel campo sociale si fece sempre più ricorso alla sperimentazione. Inoltre mentre durante il Medioevo, seguendo una tradizione culturale tramandata dall'antichità, scienza e tecnica erano mantenute separate e tale dicotomia venne accentuata nel Rinascimento a causa del culto per i valori dell'antichità classica coltivato in questo periodo; i «moderni» del XVII secolo lottarono con grande determinazione per rivalutare il lavoro tecnico delle botteghe artigiane. «Francis Bacon -- attesta Cipolla- sottolineò a più riprese la necessità della collaborazione tra scienziati e artigiani. Galileo nel suo famoso Dialogo mise in bocca a ... Sagredo l'affermazione che il conversare con gli artigiani dell'Arsenale di Venezia l'aveva molto aiutato nello studio di parecchi e difficili problemi. La Royal Society di Londra incaricò alcuni suoi membri di compilare una storia dei mestieri e delle tecniche artigianali: un'idea che sarà poi adottata in pieno dai redattori dell'Encyclopédie.

Mentre tutto ciò accadeva nel campo della «scienza», sviluppi convergenti prendevano corpo nel campo della «tecnica»... Di più: il protestantesimo, con la sua incondizionata bibliolatria, fu un poderoso fattore di diffusione dell'alfabetismo. Nei Paesi della Riforma la proporzione di artigiani che sapevano leggere e scrivere aumentò notevolmente nel corso del secolo XVII. Per via di emulazione qualcosa di analogo, anche se in proporzioni di gran lunga minori, occorse nei Paesi cattolici durante la Controriforma. La diffusione dell'alfabetismo significò la vittoria del libro sul proverbio, del testo sull'immagine, dell'informazione ragionata sulla ripetizione pedissequa, il che a sua volta significò il progressivo abbandono di atteggiamenti consuetudinari e tradizionalistici a favore di atteggiamenti più razionali e sperimentali. Last but not least, gli sviluppi della navigazione oceanica, dell'industria orologiera e della stessa scienza sperimentale favorirono la formazione di un gruppo sempre più folto di fabbricanti di strumenti di precisione. Costoro vennero a rappresentare un tipo di tecnico superiore più che mai in grado di conversare con gli scienziati del tempo... Fino alla fine del secolo XVIII i contributi della «scienza» alla «tecnologia» furono del tutto occasionali e di ben scarso rilievo. Ma gli sviluppi culturali del secolo XVII avvicinarono le due branche e crearono le condizioni per quella collaborazione che è alla base ed è l'essenza dello sviluppo industriale».8

6. Unità di fondo tra scienza e filosofia nel Seicento ^

Ludovico Geymonat nella sua Storia del pensiero filosofico e scientifico non si stanca di sottolineare la profonda fede nella ragione, diffusa presso quasi tutti i pensatori del Seicento: è una fede comune ai cultori di ricerche matematiche come a quelli di ricerche sperimentali, ai filosofi razionalisti come a quelli empiristi. Essa proviene dalla netta convinzione che, in seguito ai più recenti sviluppi della scienza, l'umanità abbia finalmente scoperto la via per conoscere la verità e che ormai si tratti solo di seguitare in essa con impegno e intelligenza. É la fede che si esprime nella generale venerazione per i dotti, e che corrisponde sul piano culturale, alla fiducia della società nel nascente mondo moderno. Essa raggiungerà il suo vertice nel secolo dei Lumi, ma ha già le sue radici nel clima culturale seicentesco.

Il più urgente problema dei pensatori del XVII secolo sarà quello di scoprire una giustificazione metafisica alla comune fede nella ragione. Cartesio riterrà di trovarla nell'esistenza e nella perfezione di Dio, il quale non può permettere che ci inganniamo, quando abbiamo fiducia nelle idee chiare e distinte; Locke, discutendo i limiti dell'intelligenza umana, tenterà di determinare la via della razionalità, attraverso l'esatta conoscenza dell'origine delle idee, per far sì che la ragione pervenga a conclusioni valide e non illusorie; anche fra i matematici sorgerà l'esigenza di pervenire a un perfetto grado di razionalità, basandosi sui procedimenti del calcolo infinitesimale (Leibniz e Newton); tutti però, o almeno tutti i pensatori di maggior rilievo, saranno concordi nell'opporre allo scetticismo disgregatore la loro fede nella conoscenza umana: conoscenza che se guidata dalla ragione non può secondo essi non risultare in grado di condurci alla scoperta della verità.

Le più forti divergenze scaturiranno invece dai risultati che le nostre indagini, condotte col massimo scrupolo razionale, paiono farci conseguire: è il contenuto del sapere, insomma, non la possibilità stessa del sapere a provocare le più accese discussioni e le polemiche più roventi. Inoltre, non c'è alcuna separazione fra oggetto della conoscenza filosofica e oggetto della conoscenza fisica e biologica: ciò a cui lo studioso del Seicento tenta di pervenire è la totalità del reale, anche se, per motivi contingenti, deve limitarsi a indagarne soltanto specifici settori. Comunque il risultato conseguito con sicurezza in un singolo settore si ripercuoterà direttamente o indirettamente su tutti gli altri e proprio per questo motivo dovrà in qualche misura interessare ogni persona che ami effettivamente la verità. Così tutti potranno sentirsi partecipi delle nuove straordinarie conquiste della conoscenza umana: sia che riguardino i costumi dei popoli che abitano le terre recentemente scoperte nel Nuovo Mondo, sia che riguardino il funzionamento dell'organismo animale, sia che riguardino i moti dei corpi celesti. Il carattere enciclopedico del sapere deriva proprio dalla convinzione dell'unità del mondo, di cui il nostro intelletto vuole scoprire i principi. Vero filosofo è ritenuto chiunque contribuisca in modo effettivo alla scoperta di questi principi; non importa se lo si preferisca qualificare come fisico o come matematico o come metafisico. Così sono qualificati tanto Cartesio quanto Newton, tanto Hobbes quanto Leibniz. Sarebbe un grave errore voler separare, nell'attività di questi pensatori l'aspetto scientifico da quello filosofico, persino in quella di uno spirito prevalentemente religioso come Malebranche: la loro cultura è incontestabilmente unitaria, così che la concezione che ciascuno di essi elabora in un settore è inscindibilmente connessa a quelle che ha negli altri settori.

Quanto ora affermato ci spiega sia il carattere filosofico assunto nel Seicento da varie concezioni scientifiche (basti ricordare il meccanicismo) e l'aspetto scientifico assunto da non poche teorie filosofiche, sia il motivo per cui allo stesso dibattito, poniamo sull'atomismo, partecipassero indifferentemente autori che oggi consideriamo soprattutto filosofi o soprattutto scienziati. Si comprende infine perché alcune teorie prettamente scientifiche, come la teoria newtoniana della gravitazione universale, fossero inquadrate in ben determinate concezioni teologiche e perché tale inquadramento fosse considerato dal loro autore come qualcosa di essenziale e indispensabile. È stata proprio questa unità a far tramontare in modo definitivo molti indirizzi di pensiero largamente diffusi nel XVI secolo come ad esempio l'animismo, dimostrandone l'inconciliabilità con le più recenti scoperte della scienza e della tecnica. È essa che ha fatto sorgere l'esigenza di una religione razionale, capace di adeguarsi col progresso generale del sapere. La scienza poi godeva ancora del prestigio politico ed etico della filosofia antica, a cui il Rinascimento aveva contribuito a dare un forte impulso, il filosofo naturale (lo scienziato) ricopriva un ruolo nobile e molto considerato e i suoi patroni sostenendola davano lustro al proprio Stato. Gli autentici eredi della sapienza antica nel XVII secolo si sentivano gli uomini della nuova scienza sperimentale e non più gli scolastici.

Dopo il 1690 la scienza era in modo definitivo pervenuta al successo, acquisendo grande prestigio almeno presso i ceti superiori della società; aveva una sua organizzazione nella Royal Society e nell'Académie Royale, unite da personali vincoli coi poteri dominanti, con il Parlamento e le grandi casate Whig in Gran Bretagna e con la corte del re in Francia e andava sempre più diffondendosi in altri paesi.

«Era stata sviluppata- afferma acutamente John D. Bernal -- una coerente disciplina di calcolo e sperimentazione, un metodo coerente per affrontare prima o poi ogni genere di problemi. Le basi avrebbero potuto essere in seguito puntellate o modificate, ma l'edificio su di esse costruito era stabile ed era conosciuto il metodo per innalzarlo ancora».9

7. Cenni sulle principali correnti filosofiche del Seicento ^

Il sapere della filosofia medievale si giovava di un linguaggio e di una cultura che, agli inizi del Seicento, risultano ormai estranei agli uomini di cultura, che li vivono come un bagaglio inutile, farraginoso, che apporta disordine e confusione nel campo delle idee; tutto questo risuona con forza nell'atteggiamento di Cartesio (1596-1650), nel suo sforzo di trovare una via che permetta «a un uomo dabbene che non ha l'obbligo di aver letto tutti i libri né d'aver imparato con cura tutto ciò che s'insegna nelle scuole» di arrivare a tutto il sapere che gli è necessario per la guida della sua vita (La ricerca della verità, Introduzione).

L'ambito a cui la filosofia si applica, per Cartesio, rimane definito in modo abbastanza tradizionale: così egli parla della filosofia come di un «albero le cui radici sono la metafisica, il tronco la fisica, e i rami che se ne dipartono tutte le altre scienze (Lettera a Picot). Anche le scienze, dunque rientrano ancora, come rami, nella filosofia, esattamente come pensava Aristotele. Ciò che è nuovo però è il metodo, che egli vuole rinnovare modellandolo su quello della geometria e dell'algebra, soprattutto per quanto attiene la scomposizione e la ricomposizione dei problemi (Discorso sul metodo, Parte II). La concezione della filosofia come uno studio dei problemi tradizionali della metafisica, dell'etica, della cosmologia, con rigoroso metodo geometrico, è caratteristica, dopo Cartesio, di Spinoza e Leibniz e diverrà il filone razionalistico della filosofia occidentale.

L'altra grande corrente della filosofia del Seicento, cioè l'empirismo, conduce il confronto della filosofia con la scienza non sul piano del metodo, ma mettendo più radicalmente in questione la validità di ogni forma di conoscenza, in quanto dipende dai sensi e dall'esperienza. In tale linea di pensiero la filosofia si configura soprattutto come critica della conoscenza: Jonh Locke (1632-1704) si propone di chiarire «l'origine, la certezza e l'estensione della conoscenza umana» (Saggio sull'intelletto umano, Introduzione) e sulla stessa via si muoverà David Hume (1711-1776), che giungerà però a concezioni fortemente connotate di scetticismo. Ma questa concezione della filosofia come critica è solo un aspetto di una più ampia visione che caratterizza l'empirismo anglosassone, quella per cui la filosofia resta il nome per ogni forma di sapere ordinato sistematicamente e diretto all'utilità dell'uomo. A questa visione della filosofia si era ispirato anche Francesco Bacone (1561-1626), che aveva distinto filosofia naturale, identificata con le scienze sperimentali, filosofia umana (logica, psicologia, etica), filosofia civile (la politica) e alla base di tutte aveva posto la filosofia prima (De dignitate et augmentis scientiarum, III, 1).

Il problema della validità del sapere in tutti questi pensatori empiristi dunque non risponde più a un astratto bisogno di rigore, ma si inquadra in una concezione della filosofia come sapere responsabile nei confronti della società: essa non si identifica semplicemente con la scienza, ma si sforza di organizzarne l'uso per assicurare il bene degli individui e della comunità. Questo in fondo è già il senso che avrà in seguito la filosofia nell'età dell'Illuminismo, le cui radici, però, come abbiamo affermato in precedenza, sono ben piantate nei grandi pensatori del XVII secolo.10 Infatti il Seicento annovera personalità filosofiche e scientifiche di prima grandezza, quali Galilei, Bacone, Cartesio, Hobbes, Spinoza, Locke, Berkeley, Pascal, Leibniz, Newton, Hume, Vico, per citare solo i maggiori, le cui teorie forti e originali connoteranno tutta l'età moderna; il secolo successivo produrrà ben poco di veramente nuovo in campo filosofico e si dovrà attendere Rousseau per avere apporti autenticamente significativi, ma con l'autore della Nuova Eloisa, Emilio o dell'educazione, Contratto socialesiamo per molti aspetti ormai oltre l'età dei Lumi.

Il grande merito invece degli autori settecenteschi è quello di fare proprie molte di quelle idee, di rielaborarle, e soprattutto di diffonderle, mettendole ampiamente in circolazione, una volta che saranno fatte uscire dagli angusti cenacoli in cui erano nate. L'età dei philosophes sarà la cassa di risonanza di quelle idee e di quelle concezioni filosofiche cambiando radicalmente i modi di vita, le abitudini e i ruoli sociali, la politica, la religione, l'economia, la scienza e la tecnica, la scuola, la cultura in generale, dopo che dagli illuministi saranno inventati gli strumenti per la diffusione, presso strati di popolazione sempre più ampi, di teorie e concezioni filosofiche e scientifiche e cioè gli opuscoli e gli articoli di giornale, i dizionari e le enciclopedie.

Copyright © 2013 Gianni Xodo

Gianni Xodo. «Il Seicento: il «secolo filosofico» inizio dell'età moderna». Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in linea], anno 15 (2013) [inserito il 10 luglio 2013], disponibile su World Wide Web: <https://mondodomani.org/dialegesthai/>, [49 KB], ISSN 1128-5478.

Note

  1. B. Croce, La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza, Laterza, Bari 1949; B. Croce, Storia dell'età barocca in Italia, Laterza, Bari 1946; F. Braudel, Civiltà e imperi nel Mediterraneo nell'età di Filippo II, Einaudi, Torino 1953; K. Kaser, L'età dell'assolutismo, Vallecchi, Firenze 1926; A. Tenenti, La civiltà europea nella storia mondiale, II, Il Mulino, Bologna 1990; A. Hauser, Storia sociale dell'arte, Einaudi, Torino1956; H. Butterfield, Le origini della scienza moderna, Il Mulino, Bologna 1962; G. Quazza, La decadenza italiana nella storia europea,Einaudi, Torino 1971. <

  2. G. Luzzato, Storia economica dell'età moderna e contemporanea, Cedam, Padova, 1955; J. M. Kulischer, Storia economica del Medio Evo e dell'età moderna,Sansoni, Firenze 1955. <

  3. L. Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico. Il Cinquecento. Il Seicento, con specifici contributi di Corrado Mangone, Gianni Micheli, Renato Tisato, II, Garzanti, Milano 1973, pp. 261-264. <

  4. A. Tenenti, La formazione del mondo moderno, XIV-XVII secolo, Il Mulino, Bologna 1980. <

  5. K. Devlin, Dove va la matematica, Bollati Boringhieri, Torino 1988, pp. 23-26. <

  6. L. Geymonat, op. cit., pp.267-270. <

  7. E. Scribano, «Pascal Blaise» in Enciclopedia Garzanti di Filosofia, Milano 1993, pp. 841-843. <

  8. C. M. Cipolla, Storia economica dell'Europa preindustriale, Il Mulino, Bologna 1974, pp. 246-247. <

  9. J. D. Bernal, Storia della scienza, Editori Riuniti, vol. II, Roma 1956, p.351. <

  10. L. Geymonat, op. cit.,pp.270-274. <

Copyright © Dialegesthai 2013 (ISSN 1128-5478) | filosofia@mondodomani.org | Direzione e redazione