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Francesco Gusmano

Recensione a Amartya Sen, Globalizzazione e libertà

Amartya Sen, Globalizzazione e libertà, Mondadori, Milano 2002, pp. 162, euro 14, 60.

Il tema della globalizzazione è ormai da alcuni anni al centro del dibattito della cultura contemporanea. Filosofi, economisti, politologi, sociologi hanno dato una descrizione del fenomeno in questione, cercando di coglierne le principali dinamiche evolutive. Scopo precipuo di questi sforzi interpretativi è stato quello di far luce sui possibili effetti della globalizzazione sulla società. La globalizzazione ha cambiato radicalmente la struttura della società: questo è un dato che appare difficilmente contestabile. Il dissidio nasce allorché si passa alla questione immediatamente successiva: qual è la direzione di questo cambiamento? È lecito parlare di progressiva emancipazione o si deve, invece, mettere in conto un possibile (per alcuni, inevitabile) scivolamento verso una nuova, subdola, forma di schiavitù, che nasconde dietro la promessa del benessere una potente e determinata volontà di dominio? L'alternativa che si presenta è alquanto drastica: progresso o catastrofe?

In realtà, la polarizzazione del dibattito nei termini appena descritti non giova a comprendere la complessità del fenomeno. Il gioco della logica oppositiva, nel tentativo di semplificare il quadro,

trancia aspetti importanti e talora decisivi della realtà. Bisogna dotarsi di strumenti analitici nuovi, che permettano di sfuggire alla tentazione dell'aut-aut: tentazione comoda e seducente ma fuorviante e pericolosa. In questa direzione sembra muoversi Globalizzazione e libertà, l'ultimo saggio dell'economista Amartya Sen. Si tratta di una raccolta di contributi scritti dallo studioso indiano in un arco temporale che va dal 1995 al 2001 e che hanno come oggetto temi che, a partire dagli anni ottanta, hanno caratterizzato sempre più intensamente la sua produzione scientifica: libertà, giustizia sociale, diritti umani. Sen, Nobel per l'economia nel 1998, è uno studioso che, nel panorama contemporaneo degli studi economici, si è distinto per la singolarità della sua impostazione metodologica. Il punto di maggiore forza -- nonché di estrema originalità -- delle sue analisi risiede nell'adozione di una chiara impostazione etico-umanistica nello studio dei fenomeni economici. Prima di tutto c'è il fattore umano, inteso come centro nevralgico di tutti i sistemi politico-economici. Il riconoscimento di questa (banale?) verità obbliga a riconsiderare i processi economici nella loro interezza e, conseguentemente, induce a riconoscere i limiti degli approcci tradizionali (keynesiani, neoclassici), i quali mostrano tutta la loro insufficienza nell' interpretazione di fenomeni complessi come la globalizzazione. Una impostazione rigorosamente economicistica è inadatta a spiegare il fenomeno e, soprattutto, è incapace di affrontare in maniera adeguata uno dei principali nodi problematici posti dal nuovo scenario globale: la questione delle disuguaglianze. Sen propone un modello esplicativo incentrato sul fattore umano e, a partire da questa griglia analitica, riesce a sviluppare una riflessione molto ricca e capace di accogliere al suo interno aspetti tradizionalmente trascurati dalla scienza economica. Questo è quanto accade con il concetto di uguaglianza. La scienza economica ha operato con un concetto di uguaglianza molto ristretto, limitato al parametro del reddito. Tutte le misure redistributive hanno, in questa prospettiva, lo scopo di ridurre gli scarti differenziali unicamente in relazione al parametro del reddito. Sen mostra in modo convincente che una tale impostazione, pur muovendosi nella giusta direzione (eliminare le disuguaglianze), fallisce nel conseguimento dell'obiettivo. Il motivo principale di questo fallimento è da individuare nella errata definizione del concetto di uguaglianza.

Equality of What? era il significativo titolo di un saggio apparso negli anni ottanta, in cui per la prima volta l'economista indiano metteva in discussione il concetto di uguaglianza, così come esso veniva tacitamente presupposto dalla scienza economica. L'uguaglianza non può e non deve essere pensata unicamente in relazione ai livelli reddituali. Una simile impostazione trascura il fatto che il benessere (altra importante categoria nella riflessione di Sen, strettamente correlata a quella di uguaglianza) non è definibile esclusivamente in base al livello del reddito, ma prendendo in considerazione altri fattori, ugualmente decisivi, come la libertà politica, l'analfabetismo, l'esclusione sociale. L'analfabetismo, la mancanza di libertà politica sono delle «illibertà» che vanno prese in considerazione nella valutazione della povertà di un popolo. Un popolo soggetto a pesanti limitazioni delle proprie libertà (libertà di parola, libertà di movimento) può essere considerato realmente sviluppato? Se anche ammettessimo che un regime autoritario possa realizzare un notevole livello di ricchezza incrementando ad esempio la produzione interna, sarebbe questo uno sviluppo autentico? La risposta di Sen è molto netta:

La valutazione dello sviluppo non può essere separata da quella delle possibilità di vita e di libertà di cui effettivamente le persone godono. [...] Lo sviluppo non può essere identificato semplicemente con l'aumento del reddito pro capite o con il progresso tecnologico (p. 86).

La libertà diventa così il perno di ogni sistema politico-economico. È facile intravedere dietro questa costruzione lo schema fondamentale della filosofia sociale di John Rawls. Del resto, lo stesso Sen riconosce il suo debito nei confronti del filosofo statunitense, con il quale ha sviluppato un intenso dibattito intorno alla monumentale Teoria della giustizia. Anzi, sembra che buona parte del suo lavoro di scienziato sociale consista proprio nel tentativo di migliorare lo schema della Teoria con i suoi due principi fondamentali (schematicamente: libertà e uguaglianza), in maniera tale da renderlo utilizzabile su scala globale (Rawls ne limitava l'applicabilità all'ambito nazionale). L'incontro con Rawls è, per Sen, decisivo. A partire dalla meditazione dell'opera rawlsiana Sen comincia a mutare il suo percorso teorico in una direzione etico-umanistica. L'economia, in questa prospettiva, non è più (solo) una «scienza descrittiva», che si limita a descrivere lo stato delle cose, ma diventa una «scienza normativa», che spiega anche come dovrebbero essere regolati i fenomeni economici. Il concetto di «economia normativa» Sen lo eredita dall'economista Maurice Dobb, uno dei suoi maestri a Cambridge; nella Teoria poi trova gli strumenti per applicarlo concretamente all'analisi economica. La «soluzione» di Sen ai problemi globali si costruisce dunque a partire da questo sfondo teorico, in cui la libertà gioca un ruolo fondamentale.

Torniamo adesso al tema della globalizzazione. Armato di sano realismo Sen fa osservare che:

  1. la globalizzazione è il nostro mondo-ambiente, la sfera all'interno della quale ci muoviamo. Persino chi la contesta radicalmente, come ad esempio i movimenti no-global, in realtà la utilizza come strumento: la protesta antiglobalizzazione di questi movimenti è pur sempre una protesta globalizzata;
  2. la globalizzazione è un sistema aperto e, come tutti i sistemi aperti, ha la qualità di essere autocorrettivo: alcune (giuste) istanze etiche presenti nei movimenti no-global possono essere incorporate nel sistema e produrre dei cambiamenti;
  3. la globalizzazione è una modalità di interazione sociale che può essere liberamente modellata: le sue dinamiche evolutive dipendono dalle nostre decisioni;
  4. la libertà è l'ideale regolativo che dobbiamo adottare nel nostro sforzo di correggere gli effetti negativi della globalizzazione (iniqua distribuzione delle ricchezze, esclusione sociale);
  5. tutte le istituzioni presenti nella società (il mercato, lo stato, i media, i partiti politici, le scuole, le organizzazioni non governative) devono concorrere nell'accrescimento delle libertà degli individui.

Potremo parlare di autentico sviluppo globale qualora riusciremo a realizzare una effettiva promozione di ogni forma di libertà politica e sociale. Abbiamo il dovere di non rassegnarci fatalisticamente di fronte all'esistente. «Quello di cui non abbiamo bisogno -- scrive Sen -- è la compiacenza globale verso il mondo di opulenza e assoluta povertà in cui viviamo. Possiamo -- e dobbiamo -- fare di meglio» (p. 28).

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Francesco Gusmano. «Recensione a Amartya Sen, Globalizzazione e libertà». Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in linea], anno 5 (2003) [inserito il 2 maggio 2003], disponibile su World Wide Web: <https://mondodomani.org/dialegesthai/>, [13 KB], ISSN 1128-5478.

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