Recensione a Nunzio Bombaci, La pietà della luce. María Zambrano dinanzi ai luoghi della pittura

Nunzio Bombaci, La pietà della luce. María Zambrano dinanzi ai luoghi della pittura, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2007, 144 pp., € 14,00.

Non è impresa tra le più facili «tener desto l’enigma» quando si affronta l’arte, ancor meno quando sono in gioco tele e colori, Nunzio Bombaci è un riflessivo audace e si lascia condurre da María Zambrano: la pittura è rivelazione che si offre a colui che le si accosta con un peculiare sguardo, e i saggi zambraniani che la riguardano intendono «tenere desto l’enigma» che la circonda.

Una conoscenza, anche superficiale, di María Zambrano e della sua opera scrittoria lascia sempre una traccia poetica e artistica che si sedimenta nell’interiore, nelle passioni, nell’incrocio fra visibile e invisibile: «Non vi è arte che, al pari della pittura, induca a pensare la passione umana come un moto che passa e si dilegua, riuscendo a coglierla in quell’atomo di tempo in cui essa appare credendo di non essere notata, quasi malgré soi, nell’ordine del visibile» (ivi, p. 20) .

Gli interrogativi che affiorano sono soffusi di grazia ma anche di una radicalità tagliente: specchio di vita e specchio di persona. Se poi il gioco è continuamente lasciato alla luce, come nel saggio di Bombaci che presento, le rifrazioni catturano, ammaliano, al limite dell’abbagliamento. Forse, questo ultimo choc fisico, con la sua interruzione di vista, con le tenebre che, improvvisamente, celano lo sguardo, possono far comprendere la qualità del viaggio interiore in queste persone, mentre le mani rimangono affidate l’una a Maria Zambrano, l’altra a Nunzio Bombaci.

Due persone diverse e lontane nel tempo e per l’esperienza di vita, eppure legate dalla passione per la riflessione, la lettura, l’arte e la poesia. È questo legame di affinità che consente allo studioso non solo di esporre l’indagine di María Zambrano sulla pittura, ma di compenetrarla e di riuscire a trarne il succo e l’intento:

la rivisitazione dei saggi sulla pittura che qui si propone non vuole accreditare a María Zambrano un’improbabile «filosofia dell’arte» ma saggiare l’originalità di una riflessione che è filosofia, senz’altro. In tale prospettiva, pertanto, i «luoghi della pittura» pongono in actu exercito le categorie che vertebrano il discorso antropologico svolto dall’autrice e ne attestano la fecondità euristica (p. 14).

Una scorsa all’indice costituirà la mappa mentale da attivare per lasciarsi portare in queste pagine dense e arricchite da un contesto di letture tanto pertinenti quanto sterminate:

  1. L’invisibile offerto alla visione: la più umana delle arti
    1. La pittura, forma della poiesis umana
    2. Una rivelazione offerta al patire dell’uomo
    3. La pittura come evento
  2. La luce capace di pietà della pittura
    1. La luce di Madrid in Delirio y destino
    2. Il segreto carattere marino dell’elementale di Madrid
    3. La fecondità degli elementi nella pittura di Juan Soriano
    4. Dinanzi ai dipinti del Prado
    5. L’ensimismamiento nel Carlo V di Tiziano
    6. L’uomo dalla camicia bianca in Los fusiliamientos di Goya
    7. La ragione e il delirio nei quadri di Goya
    8. La Santa Barbara del Maestro di Flémalle
    9. L’«evento che non avviene»: La Tempesta di Giorgione
    10. La gloria del quotidiano: la blancura in Zurbarán
  3. L’uomo senza intenzione: l’Idiota di Velázquez
    1. L’enigma di una «oggettività quasi glaciale»
    2. El niño de Vallecas
    3. L’idiota, «capitolo della parola»
    4. Da una patria invisibile
    5. El niño, figura dell’esiliato

L’andamento è fissato, ma è proprio la luce, da vera protagonista, a rischiare, illuminare, lasciar scorgere i bagliori:

una luce speciale, particolare, intima (entrañable), non una luce qualsiasi. La pittura si colloca […] in un tempo altro, tra la penombra e una luce rivelatrice, che l’avvicina all’intangibile, alla dimora del misterioso. Come l’azzurro che può contenere tutto o essere appena una pennellata, come ciò che viene offerto e per questo non esige risposta (M. Zambrano, Introduzione a Luoghi della pittura, cit. a p. 20).

Ed allora, percorrere con María Zambrano una carrellata di opere, conduce ad entrare nei panni dell’esiliato:

che non si pone più alcuna domanda e non prorompe più nel pianto o nel lamento, ha dunque un messaggio da recare ai suoi contemporanei, un pegno che custodisce tra le mani, come l’idiota di Velázquez. Può testimoniare che cosa sia la libertà, che portò via con sé partendo dalla sua terra, e la verità su di sé, sul suo popolo, sulla sua terra, rivelatagli proprio dalla e nella stessa esperienza dell’esilio. E, scrive María Zambrano, affinché possa assolvere questo suo compito ha bisogno soltanto che gli si concedano voce e parola (p. 123).

«Voce e parola» che Nunzio Bombaci ci ha fatto penetrare, non per rimanere fluttuanti in una luce che strega ma delude, ma per partecipare del dono concesso:

Artista è colui che sa scendere in se stesso ad una profondità tale da incontrare delle visioni che sono anche azioni; l’arte vera dissipa la contraddizione tra azione e contemplazione, poiché è una contemplazione attiva o una attività contemplativa, una contemplazione che genera un’opera dalla quale si ricava un prodotto. Perciò annulla nel contempo la differenza tra il reale e l’immaginario e il naturale (lo natural) e la finzione (M. Zambrano, La confessione come genere letterario, cit. a p. 17).