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Bruno Telleschi

Recensione a Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi

Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il mulino, Bologna 2017.

Secondo Maurizio Ferraris il populismo digitale moltiplica le menzogne e trasforma le bufale in verità, o postverità nei fantasmi accademici. Tra gli esempi di bufala ci sono le bugie dei presidenti americani (Kennedy Bush Clinton e soprattutto Trump), il rifiuto dell’allunaggio e i pregiudizi contro i vaccini, mentre tra gli esempi della verità ci sono la neve la tubercolosi e il sale. In questo modo la banalità diventa un argomento razionale: per dimostrare l’esistenza delle bufale Ferraris ricorre alla verità e per dimostrare l’esistenza della verità ricorre alle bufale. Come garantisce Ferraris la neve è bianca, ieri oggi e domani, Ramsete II morì di tubercolosi anche se gli Egizi non conoscevano la biologia dei bacilli e il sale è il cloruro di sodio anche se gli antichi Greci ignoravano la chimica degli elementi. Chi potrebbe negare, senza infrangere il buon senso, che la neve sia bianca come il sale? Forse Nietzsche che, come è noto, giustifica anche le bugie dei presidenti americani, non crede all’allunaggio e nega perfino lo sterminio degli ebrei ad Auschwitz. O forse Heidegger che si illudeva di essere nazista. Del resto i nazisti non possono comprendere la realtà in quanto nazisti, come sono nazisti anche i populisti ai nostri giorni, perché notoriamente i nazisti si distinguono per le bufale che raccontano e non per gli orrori che commettono. Nietzsche era nazista? se la verità fosse eterna come immagina Ferraris che vede il bacillo della tubercolosi anche ai tempi di Ramsete II, così sarebbe possibile retrodatare il morbo del nazismo ai tempi di Nietzsche.

In questa commedia degli equivoci c’è tuttavia un colpevole, perché la responsabilità delle bufale appartiene a Nietzsche: «non ci sono fatti, ma solo bufale», come suona nella traduzione di Ferraris la frase originaria pronunciata da Nietzsche contro il positivismo: «non ci sono fatti, solo interpretazioni». Da quel momento qualsiasi bufala sarebbe giustificata, anche il nazismo. Da una parte ci sarebbero il nazismo e Nietzsche, la grande madre di tutte le bufale, ma dall’altra ci sarebbero la democrazia e Churchill, il santo padre della verità in lotta per il capitalismo e la civiltà occidentale. Per distinguere le bufale dalla verità Ferraris propone una soluzione salomonica che separa la sfera del sapere (l’epistemologia) dalla sfera della realtà (l’ontologia): «Date all’essere ciò che appartiene all’essere e date al sapere ciò che appartiene al sapere». Il vangelo realista suggerisce di non confondere l’ontologia con l’epistemologia perché ciò che sappiamo non coincide con ciò che esiste: al sapere appartiene la conoscenza delle cose e all’essere appartiene l’esistenza delle cose. Ma c’è una difficoltà che il realismo di Ferraris nasconde. Infatti esiste uno scarto tra ciò che esiste e ciò che sappiamo, soprattutto perché il sapere è comunque inferiore alla realtà, ed esiste insieme una coincidenza perché le cose sono comunque le stesse, sia le cose che conosciamo sia le cose che esistono. Nella ricerca della verità il realismo si imbatte in un enigma: esiste quello che sappiamo o sappiamo quello che esiste? e propone una soluzione ingegnosa. Il rimedio all’ostacolo finge una corrispondenza circolare tra le cose e la conoscenza per cui possiamo conoscere solo ciò che esiste, ma progressivamente possiamo conoscere tutte le cose che esistono, a condizione che naturalmente siano sempre le stesse. Negli esempi della tubercolosi e del cloruro di sodio l’astuzia ermeneutica del realismo funziona e sembra efficace. Seppure le conclusioni siano irrilevanti, si può dire che Ramsete II sia morto di tubercolosi e che gli antichi Greci usassero il cloruro di sodio.

Ma c’è un problema, il gatto! si può dire che il gatto si siede sulla sedia come Ramsete II morì di tubercolosi? Riassumendo il congegno ermeneutico della corrispondenza, Ferraris considera per esempio la sedia, che appare tre volte: la prima come oggetto, la seconda come concetto e la terza come fatto, per cui ciò che è vero in pratica non è necessariamente vero in teoria. La sedia esiste in realtà sia per chi ha il concetto di sedia sia per chi non ce l’ha. Dunque, sostiene Ferraris, per usare una sedia non è necessario sapere cosa sia una sedia tanto è vero che anche un gatto si potrebbe sedere, come non è necessario sapere cosa sia la tubercolosi o i reumatismi per ammalarsi. Ma in questo paragone si annida l’errore dove Ferraris commette la stessa «fallacia trascendentale» che rimprovera agli idealisti (alias ermeneutici postmoderni o kantiani che in vario modo non credono nella realtà esterna) di confondere i concetti con le cose. Se infatti Ramsete II morì di tubercolosi a sua insaputa (sia pure!), non si può dire che il gatto si siede sulla sedia perché allo stesso modo si potrebbe dire che si siede anche sul tavolo, per esempio, e allora Ferraris dovrebbe concludere che anche il tavolo è una sedia. Come i beduini per aggiungere un altro esempio. Anche i beduini, che non sono gatti, non si siedono sulle sedie ma si accoccolano sui tappeti e i cuscini come i gatti: se nelle tende dei beduini capitasse una sedia, sarebbe forse la benvenuta, ma farebbe la fine di un soprammobile e non sarebbe utilizzata come sedia, non sarebbe una sedia. La sedia dei beduini non è una sedia come la sedia dei gatti, che per i gatti non è una sedia, nonostante le supposizioni di Ferraris. Non lo è in teoria ovviamente perché i gatti non hanno il concetto di sedia, ma neppure in realtà, perché di fatto non è una sedia, cioè un oggetto diverso da altri oggetti su cui i gatti si possono posare. A meno di non dire che tutti gli oggetti sono una sedia.

Nella trilogia della verità, come dimostra l’esempio della sedia, il fatto è sinonimo di oggetto e l’interpretazione è sinonimo di concetto, che a sua volta si riconosce nelle perifrasi di schema concettuale o interpretativo. E dunque la verità sarebbe salva perché nel limbo dell’ermeneutica realista il concetto non subisce le oscillazioni dei fatti. Perché ci sarebbero allora le bufale? ma questo è un enigma che la buona fede nella realtà non aiuta a risolvere. Nel congegno della corrispondenza si nasconde un equivoco perché l’interpretazione di Nietzsche non corrisponde all’interpretazione di Ferraris: l’interpretazione, che nell’uso di Ferraris appare come sinonimo di concetto, in Nietzsche è invece sinonimo di fatto. In Nietzsche l’interpretazione interpreta la realtà e ovviamente la forzatura linguistica sorprende Ferraris che pensa alla tubercolosi e ai gatti. Come si potrebbe dire che la tubercolosi sia immaginaria? infatti il problema non è questo. Basta considerare la sedia e applicare la provocazione di Nietzsche alla sedia. O forse Ferraris immagina che Nietzsche abbia negato l’esistenza della tubercolosi come negherebbe l’esistenza della sedia? In realtà, non in teoria, la sedia è un’interpretazione della legna che a sua volta è un’interpretazione dell’albero. Come la tubercolosi è un’interpretazione della morte. Altrimenti Ferraris dovrebbe sostenere che la sedia sia insieme un modello di realtà e un modello di verità, come se gli uomini fossero tutti falegnami e fossero costretti a vedere negli alberi il legno e nel legno la sedia. Per fortuna gli alberi sono anche altro che legno, e risplendono nei colori del cielo per la felicità degli uomini.

Peraltro anche nell’esempio della neve che a Ferraris appare tra i più solidi si nasconde un equivoco. Anche il bianco è un’interpretazione della neve, che infatti può essere fredda o leggera o altro ancora, per esempio può essere vista in forma di cristalli, seppure il senso comune preferisca considerarla bianca. Dunque non è possibile chiedere se la neve è bianca senza sapere già cosa è la neve, senza sapere già che è bianca altrimenti non si potrebbe porre neppure la domanda. Se la neve non fosse bianca non sarebbe neve e non potrebbe neppure essere chiamata neve. La neve è bianca? si domanda ingenuamente Ferraris che si illude di risolvere la questione con il ricorso alla realtà: la neve è bianca se in realtà è bianca. Ma in realtà accade il contrario. In alcuni casi ciò che è bianco è stato chiamato neve, in altri schiuma del mare o brina dei campi, per cui domandarsi se quel bianco che è stato chiamato neve è bianco non ha molto senso, altrimenti sarebbe stato chiamato schiuma o brina. Non ha senso chiedersi se la neve è neve o se la schiuma è schiuma, basta un vocabolario per scoprire che la parola neve contiene anche la parola bianco. I realisti, che alla maniera di Ferraris attribuiscono agli idealisti la negazione della realtà per presentarsi come paladini della realtà, confondono le parole con le cose e pretendono di parlare delle cose quando in realtà si riferiscono alle parole come nel caso della neve, dove la verifica empirica precede e non segue la domanda sul colore della neve.

La verità di Ferraris ripropone i pregiudizi del positivismo di cui prima Nietzsche e poi Heidegger hanno contestato la validità ideologica. Confondere la verità con la realtà, come se la conoscenza fosse necessariamente subordinata alla realtà e dunque non ci fossero alternative alla realtà, provoca gli effetti devastanti che gli uomini soffrono nei limiti della storia e della società. Al contrario una teoria dell’interpretazione apre nuovi orizzonti, combatte contro «l’idolatria dei fatti» (Heidegger) e libera gli uomini dalla costrizione della realtà.

Copyright © 2017 Bruno Telleschi

Bruno Telleschi. «Recensione a Maurizio Ferraris, Postverità e altri enigmi». Dialegesthai. Rivista telematica di filosofia [in linea], anno 19 (2017) [inserito il 30 dicembre 2017], disponibile su World Wide Web: <http://mondodomani.org/dialegesthai/>, [12 KB], ISSN 1128-5478.

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