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Ilaria Iannizzi

La Pratica Filosofica

1. Introduzione ^

Questo lavoro1 presenta l'intento fondamentale di approfondire e interpretare uno degli orientamenti della filosofia che, attualmente, prospettano nuove ipotesi teoriche e pratiche: quello della «Pratica Filosofica» (Philosophical Counseling, Philosophische Praxis), in generale e in particolare, le prospettive della «Consulenza filosofica». La ricerca inizia, a mio avviso, scandagliando le cause di una crisi di senso iniziata un secolo, fa che ha colpito l'esistenza di ognuno, ciò è stato colto sin dall'inizio dalla filosofia. Ed è proprio a lei, infine, chiusa nelle aule accademiche, restata in disparte in un angolo per troppo tempo, che l'uomo si rivolge ogni volta chiedendo consiglio, dopo aver cercato invano intorno a sé. La filosofia ha compreso (da sempre), che la soluzione alla domanda sul senso dell'esistenza non è una risposta diretta (come nel caso in cui si definisce la sofferenza psichica come malattia, spegnendo nell'individuo il suo bisogno di domandarsi e domandare), ma è una ricerca nella relazione; «Filosofare è, per prima cosa, ascoltare. Il filosofo non è colui che dispone di una risposta per tutte le domande. È colui, piuttosto, che si incuriosisce delle risposte già date, sia di quelle predominanti che delle loro rivali [...]».2

2. Un'esigenza fondamentale: la ricerca del Senso ^

La risposta alla crisi è stata il bisogno di una filosofia che, recuperando il senso pratico, quello proprio delle origini, è rinata in Germania come pratica filosofica. Le prime avvisaglie risalgono al 1980, quando è apparso, sulla rivista «The Humanist», un articolo scritto da Seymon Hersh e intitolato: The Counseling Philosopher. In questo articolo, il filosofo consulente è paragonato a un istruttore, un esperto del settore; anzi ad un reasoner, ragionatore, o meglio, ad un ragionatore creativo, terminologia mutuata dalla recente ricerca anglo-americana in materia di logica induttiva applicata.3 I suoi clienti non sono individui affetti da un qualche tipo di male o in cerca di cure per nevrosi ma investitori intelligenti che vogliono trarre maggiore profitto dal loro investimento nella vita. Ma la rinascita vera e propria di una filosofia o meglio, una Pratica filosofica che risorgendo recupera una tradizione, quella della Cura dell'anima, si ha in Germania:

Sono stato io a dare forma nel 1981 alla nozione di «Pratica Filosofica», istituendola per la prima volta nel mondo. Nel 1982 è stata fondata, sempre a Bergish-Gladbach, la «Società per la Pratica Filosofica», che nel frattempo è diventata la «Società Internazionale per la Pratica Filosofica». Oggigiorno il consiglio filosofico di vita, mediato dalla pratica di un filosofo, è diventato un'alternativa alle psicoterapie [...]. In breve: si visita uno studio di consulenza filosofica per comprendere e per essere compresi. Non è quasi mai la domanda kantiana «Come devo vivere?» a spingere la gente; più spesso a farlo è la domanda di Montaigne «Che cosa sto davvero facendo? .4

A scrivere è Gerd Böttcher Achenbach che nel 1981, con la fondazione del suo istituto per la Pratica Filosofica, ha dato forma al concetto di «Pratica Filosofica», intendendo con questa, un esercizio professionale di consulenza filosofica sulla vita, che ha luogo nello «studio» del filosofo.5 Nella «Pratica Filosofica», secondo Achenbach, non viene richiesto di essere insegnanti di filosofia, bensì filosofi; inoltre, la «Pratica Filosofica»

è un libero dialogo [...]. Essa non prescrive alcun filosofema [...], non somministra alcuna conoscenza filosofica, piuttosto mette il pensiero in movimento: filosofeggia insieme con il consultante -- che essa non assume come un «caso» tra schemi di problemi e di soluzioni già definiti, ma si rivolge a lui come individuo -- e può cosi essere d'aiuto smuovendo e superando i suoi blocchi nell'orientamento: Ia Pratica Filosofica non sa, ma spesso sa come procedere.6

Schopenhauer ha scritto:

Guardando indietro, la maggior parte delle persone troverà di aver vissuto sempre ad interim, e rimarrà sorpresa nel vedere che ciò che lasciava scivolare via inconsciamente e senza controllo era per l'appunto la propria vita, ciò che si era sempre rimasti ad aspettare. Così, il corso usuale della vita di un uomo vuole che lui, gabbato dalla speranza, danzi tenendo la morte fra le braccia.

Di solito, vi sono certi motivi che spingono l'ospite (in quest'ambito non si vedrà mai scritta la parola paziente), della consulenza filosofica a cercare il dialogo con un filosofo pratico. Questi motivi normalmente consistono in delusioni, esperienze inaspettate, collisioni con altri esseri umani, brutti scherzi del destino, fallimenti, casi della vita cattivi o solo noiosi. Muovendo i primi passi nella consulenza, egli comincia a farsi un'idea di quello che Karl Popper, anche se solo in maniera imprecisa, ha indicato come il compito della Pratica Filosofica, prima che questa esistesse:

Tutti abbiamo, che ce ne accorgiamo oppure no, la nostra propria filosofia, ed essa è quasi priva di valore. I suoi effetti sul nostro agire e sulle nostre vite, tuttavia, sono molto spesso disastrosi. Pertanto, bisogna necessariamente tentare di migliorare la nostra filosofia attraverso la critica. Questa è la mia unica giustificazione per l'esistenza della filosofia in generale.7

Gerd. B. Achenbach, sintetizza così la pratica filosofica, come istituzione: «La figura in cui la filosofia si concretizza è il filosofo: e lui, il filosofo come istituzione della filosofia, in un caso solo, è la pratica filosofica». È la filosofia che si fa istituzione ma in modo diverso, inedito rispetto a come, storicamente, la vecchia «regina delle scienze» si è organizzata: scuole dell'antichità greco-romana, cultura monacale, università e, certo, la psicoanalisi. Di queste, il modello che più assomiglia al modo con cui il movimento si è sviluppato, è proprio l'ultimo: comune e peculiare ad ambedue gli ambiti è, infatti, l'interazione consulente paziente. Un rapporto fondato su uno scambio di saperi dietro compenso monetario: questo sapere è la filosofia; soprattutto la tradizione della filosofia occidentale, ovvero la nostra. «Non è un caso, che la pratica filosofica nasca, diventi istituzione, proprio a causa dell'insoddisfazione provata da Achenbach verso il modello universitario e quello psicoanalitico:8 egli si è adoperato, fin dall'inizio, per diffondere, sviluppare e difendere questo nuovo orientamento della filosofia».9 Nei suoi articoli e libri che cominciano a circolare in italiano (come del resto la grande maggioranza degli scritti sulla "Pratica Filosofica", scritti in tedesco o in inglese), Achenbach espone, il proprio approccio tipico alla filosofia quale attività pratica, cercando però di non chiudersi, almeno inizialmente, in una definizione. La mancanza di sistematicità, come obiettivo fondamentale, può forse essere spiegata con il distacco che la Philosophische Praxis vorrebbe mantenere nei confronti dell'isolamento intellettuale in cui è caduta la filosofia accademica: non volendo essere una disciplina teorica, specialistica, astratta, la "Pratica Filosofica", ha scelto la via della relazione piuttosto che quella della teorizzazione, il dialogo con i clienti, piuttosto che intrattenere rapporti teoretici tra ricercatori e specialisti.

Ho iniziato ad investigate quale fosse il problema che la filosofia ha con se stessa. -- sottolinea Achenbach -- Quello che ho pensato e che la filosofia avesse la possibilità di pensare senza doversi mettere alla prova con la realtà. Questo potrebbe essere sia un vantaggio, in quanto la rende libera nel pensare, sia uno svantaggio dal momento che potrebbe renderla vuota. Tale situazione della filosofia è unica: nessun'altra scienza, neanche di tipo umanistico, la possiede. Mentre le ipotesi scientifiche devono confrontarsi con la prassi, ed è proprio questo che rende possibile il progresso della scienza, le ipotesi filosofiche non devono obbedire a questo tipo di necessità. Il mio obiettivo è stato proprio quello di mettere alla prova la filosofia al fine di renderla idonea, eliminando lo svantaggio insito nella sua natura, allo svolgimento del suo scopo, che è sempre stato quello di aiutare, sostenere [...]. Come ho detto, la filosofia manca di un rapporto con la pratica, ma la psicoterapia, pur avendo questa dimensione pratica, non può essere adatta allo scopo, in quanto incapace di creare e fondare la propria teoria. Questo solo la filosofia lo può fare e per questo la prassi filosofica potrebbe essere una risposta a questo tipo di difficoltà.10

Dalle parole di Achenbach si evince un altro aspetto: la critica, in generale, del concetto di psicoterapia e nel particolare verso l'aspetto pedagogico delle psicoterapie, nel senso negativo del termine; la libertà dell'individuo di poter essere è subordinata all'obiettivo pedagogico, cioè alla cura della patologia. È tuttavia evidente che la risposta del counselor tedesco, pur cogliendo una prospettiva importante della «Pratica Filosofica» e mostrando un punto debole della filosofia teorica, così come è condotta attualmente, rimane debole per quanto riguarda le basi della disciplina e la chiarezza di fondo, in particolare per quel che riguarda la metodologia o un sistema di regole ben definito, le modalità del dialogo di consulenza, i fondamenti epistemologici, le implicazioni etiche. Tuttavia nei suoi scritti -- in particolare in quelli dei primi anni, raccolti in due volumi, Philosophische Praxis e Das Prinzip Heilung, è possibile cogliere intuizioni e prospettive variegate, polemiche e coinvolgenti prese di posizione, ma, coerentemente con i suoi presupposti, una non organica caratterizzazione della disciplina.

In Philosophie als Beruf, dissertazione del 1982, Achenbach, scrive che la Philosophische Praxis, al contrario della filosofia accademica, è orientata a riproporre il filosofo quale «partner di dialogo degli individui». Ne consegue che, attraverso questo tipo di approccio, la posizione del filosofo non può essere assimilata a quella di un terapeuta:

Da queste considerazioni emerge chiaramente che Achenbach, pensa la «Pratica Filosofica» come una disciplina intermedia tra la filosofia e le psicoterapie, criticandole entrambe. Già qui si evince la contrapposizione da un lato, alla filosofia accademica: la pratica filosofica non deve essere l'applicazione a casi concreti di una filosofia determinata, sistematicamente teorizzata e fondata, ma piuttosto il tentativo di «riflettere produttivamente su casi concreti», dall'altro alle psicoterapie. Dalla Praxis deve essere escluso, infatti, il tradizionale rapporto terapeutico delle psicoterapie, definito «una forma di comunicazione distorta», perché in essa "l'uomo deve trovare un luogo nel quale poter trattare i suoi problemi, senza venir trattato a sua volta". È proprio in questa occasione che Achenbach presenta, per la prima volta, quello che diventerà il "motto" della Philosophische Praxis: la frase di Novalis "filosofare è deflemmatizzare -- vivificare", fornendo uno degli spunti metodologici più interessanti presenti nei suoi scritti e spiegandone, inoltre, il significato. Dopo aver criticato l'approccio psicoanalitico, definito "metodo del sospetto" (causa per cui oggi la psicoanalisi vive, o ha vissuto, la sua più grande crisi metodologico-pratica), egli propone un abbozzo di quello che lui chiama metodologia dialettico-fenomenologica hegeliana:

nella Philosophische Praxis si tratta anzitutto e decisamente, di prendere ciò che viene esposto come «la cosa stessa», atteggiamento che si dimostra di solito utile: la «cosa stessa» si mostra contraddittoria e inizia a muoversi e a svilupparsi -- diviene «dialettica». Ma ciò solo nella misura in cui si rinuncia ad interrogare il narratore o ad aggredirlo con domande come: cosa vuol dire con questo? A che scopo lo dice? Perché lo dice? Nella misura in cui, dunque, non si vuole scoprirlo, ma ci si interessa a ciò che esso ci dice.12

Quale argomentazione vuole proporre Achenbach? Che cosa intende dire ai filosofi? Cosa vuole proporre, forse un metodo ermeneutico? Di quale sensibilità ha bisogno il filosofo, empatia relazionale? Sicuramente di umiltà e rispetto per la vita di quell'Uomo che gli sta di fronte. Senza dubbio, è questo un orientamento che non sembra dare per scontata la conoscenza delle persone che hanno tracciato, con la loro vita e le loro opere, il percorso della filosofia e soprattutto delle principali correnti filosofiche del XX secolo, le quali hanno fornito spunti critici autorevoli, alla nascita della "Pratica Filosofica". Ciò è ancor più chiaro in un suo articolo del 1983 dal titolo Die Eröffnung, dove si leggono le motivazioni, che portano alla scelta della Praxis, i visitatori:

tutti coloro che sono finora giunti al nostro istituto avevano, senza eccezioni, problemi con loro stessi o con gli altri, ma non con la filosofia. Solo qualcuno aveva avuto un interesse diretto per le questioni filosofiche. Ciò che tutti si aspettavano era comprensione filosofica, non comprensione per la filosofia. E ciò significa: nella Philosophische Praxis siamo ricercati non come insegnanti di filosofia, ma come filosofi.13

Il loro stato d'animo, poi, era sostanzialmente univoco: «di regola vengono uomini che soffrono di un sintomo».14 Ciò accade perché il «sintomo è l'estraneo in me e si offre come ciò che può essere comunicato agli estranei. È contemporaneamente il problema latente, che, vissuto come impotenza, ha proprio per questo la forza di porre gli altri in suo potere: trova così ciò di cui ha urgentemente bisogno -- considerazione, rispetto, partecipazione».15

Altrettanto valga per la malattia:

Nel sintomo si esprime ciò che è stato escluso, non realizzato, rimosso, trascurato. Ma ciò può esser discusso solo in un dialogo nel quale non abbia parte la rimozione universale, il potere della censura dominante, l'incomprensibile congiura contro ciò che si ritiene 'impossibile', 'impensabile', 'superato'o 'umiliato'dalla storia, la repressione di ciò che è privato di diritti. Può esser discusso cioè in un dialogo filosofico, nel quale vi sia la libertà di non lasciarsi abbagliare da ciò che é ratificato, valido, decretato, certo [...]. Nella Philosophische Praxis la filosofia ed il soggetto, come luogo della contraddizione, si uniscono contro l'oblio di quest'ultimo;16

che è proprio quanto diviene possibile grazie alla Philosophische Praxis. La Philosophische Praxis non è una terapia,17 deve diventare Praxis, «azione comunicativa, esplorazione ed organizzazione dialogica dei problemi, critica della «comunicazione distorta» e di ogni «trattamento»».18

Ancora una volta, si è di fronte ad una definizione «in negativo» della materia, che Achenbach cerca poi di tradurre «in positivo»:

L'uomo è un essere complesso e per vivere, volente o nolente, deve prendere posizione sulla propria vita. Per questa ragione egli produce pensieri. Ma non è tutto: l'uomo è anche in grado di riflettere sui propri pensieri e spesso fa uso di tale capacità. Che egli sia capace di riflessione sui suoi propri pensieri significa che l'uomo è un essere costituzionalmente filosofante.19

Achenbach è inoltre convinto dalla sua esperienza, cioè che gli uomini non abbiano prioritariamente bisogno di stabilità e sicurezza ma che, al contrario, «sentono la mancanza di esperienze di pensiero e brillanti intuizioni spirituali, che destino la loro interiorità».20 Tutto ciò, naturalmente, non può prescindere da un'esigenza di rinnovamento della filosofia interna all'ambito della filosofia stessa, dovuta anche, ad un'insoddisfazione per la psicoterapia analoga a quella mostrata per la filosofia accademica. Esse sarebbero, infatti, inadeguate ad affrontare le difficoltà che si incontrano nel vivere quotidiano, perchè offrono «a problemi individuali soluzioni generali».21 Sono spesso (come nel caso della psicoanalisi), basate sul «metodo del sospetto» e il loro potere nelle moderne società è diventato così pervasivo, che le normali difficoltà che gli uomini incontrano nella vita sono state interamente trasformate in «patologie». L'individuo non riceve dagli psicoterapeuti «ciò di cui ha più urgentemente bisogno: riguardo, ritegno, assenza di giudizio e partecipazione»,22 perchè sintomo e malattia sono usati strumentalmente e routinariamente, sulla base di una precomprensione scientista e positivista di cosa è «normale» e «sano», con la conseguenza che l'individuo concreto è pre-giudicato, formato, «trattato» e «curato», senza rispetto per la sua peculiare unicità. È importante inoltre sottolineare, come quelle sopra citate non siano solo polemiche astratte, dato che Achenbach si confronta almeno in certa misura, con l'identità delle psicoterapie.

L'utilizzo strumentale della conoscenza psicologica, l'impiego di tecniche, la finalizzazione, il riferimento a teorie e a comportamenti normali o patologici, la caratterizzazione di elementi come la standardizzazione del tirocinio, non fanno altro che confermare le perplessità sulla reale capacità delle psicoterapie di confrontarsi con l'individuo, di averne cura in senso esistenziale, anziché medico. Perplessità, queste, che si acuiscono se si va ad analizzare la necessità, oggi tanto diffusa, di «autorealizzazione» e «ricerca di sé», che viene spesso guardata con sospetto dalle psicoterapie, in quanto minaccia ogni ordine costituito e ogni tutela, alla quale si cerca in genere di dare risposta incanalandola entro schermi, almeno in parte, preordinati. In questo modo, sostiene Achenbach, anche l'autorealizzazione viene ridotta a patologia, secondo uno schema che definisce «sano» l'uomo che «non ha problemi, o ha solo quelli che è in grado di sciogliere» e «paziente» chi abbia problemi che non riesce a sciogliere: «In tal modo, è già fissato anche il fine della terapia: ciò che serve è un 'processo di maturazione', perché solo esso, sorvegliato e adeguatamente assistito dal terapeuta, può aiutare l'uomo infelice a giungere più vicino a sé stesso nel proprio attivo sentire, vivere, patire e fare». Cosi, continua Achenbach, anche «l'autorealizzazione è diventata un programma» del più generale quadro di «psichiatrizzazione della società», nel quale «la terapia è l'ultima forma oggi attiva di ideologia del dominio».23

Quindi, la Philosophische Praxis, diversamente dalla modalità operativa di tutte le teorie che pretendono di possedere verità e giustizia, deve prevalentemente mantenere una totale «tolleranza» e«apertura» nei confronti del cliente. Inoltre, molto importante, essa «"non dispone di nessuna teoria da applicare»:24 [...] la consulenza esistenziale filosofica si trova in forte contrasto con quella forma di positivismo teorico che per il resto domina ovunque il panorama della consulenza e della terapia».25

Detto ciò, cosa succede durante un incontro, tra cliente e consulente? Così ci viene descritto:

La conseguenza è che ambedue si vedono privati di ogni sicurezza [...], la consulenza filosofica è per entrambi uno sbalordimento [...], che solleva decisamente la questione, se ciò possa venir offerto come consulenza ed aiuto esistenziale;26 [...] entrando in questo spazio incerto e sicuramente libero, abbiamo adesso, potenzialmente a disposizione la totalità di quanto la storia della filosofia ci ha tramandato.27

La consulenza filosofica esistenziale è filosofica nella misura in cui, sebbene ne sia in grado, non «impartisce» consigli, ma problematizza il bisogno di cercare consiglio. In tal modo [...] essa non si pone al servizio del desiderio che causa la visita del consulente filosofico, ma si confronta con esso in modo trasversale, nonostante le sia contemporaneamente debitrice del proprio status di professione.28

In questa ottica la Philosophische Praxis è «attività critica» e, come tale, non ha per fine il raggiungimento di una verità, l'omogeneità delle forze vitali o una relazione non conflittuale tra l'uomo e la realtà interna esterna ma costituisce un aiuto, che Achenbach non definisce a priori, una «cura»: «solo una coscienza ottusa sa cos'è l'aiuto, solo la stupidità militante sa, quando l'uomo è aiutato. Ma la filosofia mette in questione ciò che gli altri fanno passare per ovvio».29 La volontà di non dare una definizione certa di cosa sia la «Pratica Filosofica» e di non individuare una metodologia precisa è, come accennato, una costante in Achenbach che, fino alla sua presunta svolta nel 1997, lo ha contraddistinto anche in tempi recenti (ribadendolo ancora chiaramente nel 1995, durante un intervento al congresso internazionale di Hannover). Teoria, quindi, che nasce e muore, rigenerandosi sempre, ma all'interno della relazione con gli altri.

Presumo che ciò sia stata una scelta ponderata attentamente da Achenbach, per non cadere anche lui e ancora una volta, nella pura teoria e lasciare che attraverso la pratica emergesse una definizione non definitiva. Lo stesso discorso vale per l'aspetto metodologico, legato per Achenbach, al rapporto originale e unico che si viene a instaurare tra consulente e cliente. Riguardo al metodo ha indicato nel tempo, riassumendole (prima della «svolta, però), quattro regole fondamentali che fungerebbero da guida nelle applicazioni della «Pratica Filosofica»:

  1. il filosofo dovrebbe adattarsi alla particolare persona che gli si presenta, mai trattare clienti diversi in modi analoghi;
  2. il filosofo dovrebbe cercare di comprendere il consultante e aiutarlo ad amare la conoscenza;
  3. il filosofo dovrebbe inoltre evitare ogni intenzione ed obiettivo predeterminato e non cercare mai di cambiare il suo consultante;
  4. Il filosofo dovrebbe aiutarlo, ampliando le sue prospettive e il quadro della sua storia, coltivandolo con ogni mezzo gli sembri appropriato.30

In quell'occasione, Achenbach ha anche descritto metaforicamente ciò che può accadere nella situazione che si crea all'interno della relazione di consulenza e la paradossale mancanza di uno «strumento» d'elezione per condurla:

il filosofo appare come un istruttore di navigazione; egli sale su una barca che ha perso velocità o direzione e si affianca al capitano; guarda le carte, controlla gli strumenti, parla con lui delle correnti, dei venti, e via dicendo. Nel far questo, egli fornisce un aiuto al capitano, ma non prende il suo posto alla guida della nave per renderglielo, quando tutto è tornato a posto.31

In questa metafora si nasconde il metodo, sostiene Achenbach, ma non è possibile definirlo chiaramente, indicare quali delle attività che costituiscono la pratica di consulenza, sono decisive o determinanti e codificare questo tipo di «metodo» nella sua interezza.

Nella consulenza filosofica mi interessa innanzitutto e decisamente prendere ciò che viene esposto come 'la cosa stessa'e questo si dimostra di norma un atteggiamento fruttuoso: presa cosi, la 'cosa stessa'si mostra contraddittoria e comincia a muoversi e a svilupparsi ulteriormente. La 'cosa'diviene 'dialettica'. Ma questo solamente nel momento in cui rinuncio a interrogare colui che racconta o a incalzarlo con domande del tipo: cosa vuole dire con questo? A che scopo lo dice? Perchè? fin tanto cioè che non voglio 'scoprirlo', andando oltre quello che dice, ma interessarmi a ciò che dice.32

In Philosophische Lebensberatung, Achenbach si chiede:

non c'è da temere che la filosofia degeneri e si adegui alla banalità del mondo, diventando una professione? [...] Cosa sacrifichiamo noi filosofi, facendoci pagare? La filosofia può diventare una professione borghese, senza danno per sé stessa?33

dandosi lui stesso la risposta:

invece di servire senza riserve i bisogni con i quali viene in contatto, così come le sono sottoposti, la filosofia è giustappunto la loro approfondita critica [...], è la coltivazione delle necessità, non la loro copertura [...], è la cultura della domanda, non delle soluzioni e delle risposte che vengono richieste. [...] la ragione filosofica si è mostrata decisamente abile a scoprire deformazioni nascoste, [...] ma essa non lo fa con facilità, anzi va incontro alle inevitabili difficoltà. Invece di individuare forme di alleggerimento per problemi, preoccupazioni, questioni, dubbi, confusioni, essa procura il combustibile per infiammarli. Tira fuori ciò che non vogliamo vedere, mette in mezzo alla strada come una barricata tutto ciò che minaccia di spingerci fuori dei binari.34

Per quanto riguarda quest'ultimo interrogativo sollevato, non a caso, dal filosofo tedesco (se la filosofia può essere una professione), viene messo in luce una problematica, non irrilevante, a cui Achenbach risponde ancora, con la critica alla filosofia accademica e l'esigenza per la filosofia di

luoghi ove i filosofi possano vivere senza l'obbligo di doversi dividere in due, una mente filosoficamente interessante da un lato e un rimanente senza importanza dall'altro [...], ove possano conoscere, meditare, riflettere, litigare, dubitare, domandare, ricercare, inventare, sperimentare, amare e imparare a disprezzare il disprezzo e la sottovalutazione di tutto ciò. La filosofia dell'Università dovrebbe, in altre parole, svilupparsi da istituzione del pensiero a istituzione del pensatore: poiché la forma concreta della filosofia è il filosofo [...]. In breve: la filosofia diviene pratica nel filosofo come essere pensante dialogicamente, in comune con altri.35

Procedendo, è interessante mettere in luce gli ultimi sviluppi del lavoro del maestro tedesco. In Vom Richtigen im Falschen. Wege philosophischer Lebenskönnerschaft,36 un testo uscito qualche anno fa, Achenbach prosegue il lavoro «nella» Lebenskönnerschaft. Questo cammino, iniziato nel 2001, tratta, infatti, di veri e propri «sentieri» intagliati all'interno di questo orizzonte concettuale inventato da Achenbach, mentre il termine Lebenskönnerschaft significa qualcosa come «padronanza della vita». Protagonista e destinatario del testo è lo Jedermann: «poiché una cosa è sicura, che un singolo, forse è tutti gli uomini, per quanto siano differenti l'uno dall'altro e in maniera cosi forte e incontrovertibile». Così, come all'inizio degli anni Ottanta diede vita al neologismo Philosophische Praxis, tutto giocato sulla ambivalenza tra prassi e studio medico, al passaggio del terzo millennio Achenbach conia un altro termine «non occupato». Come la definizione di Philosophische Praxis veniva coniata in negativo o per contrasto, rispetto alla psicoterapia in generale e alla psicoanalisi in particolare, nello stesso modo, la nozione di Lebenskönnerschaft si definisce nel confronto con la nozione di Lebenskunst, letteralmente «arte di vivere».37 In una conferenza svoltasi ad Oslo nel 2000, Achenbach elenca nove elementi che segnano la distanza tra «l'esperto in Lebenskönnerschaft» e «l'esperto in Lebenskunst»38. Il Lebenskönner «rafforza» il proprio visitatore e si fa esempio in quanto individuo virtuoso. La Lebenskönnerchaft è più che un prendersi cura prudente e saggio di sé: è conoscenza del mondo di cui si dà prova in maniera pratica. E non si è Lebenskönner se non si è capaci di comprendere le condizioni entro le quali la propria vita deve essere «provata» in termini pratici. Quest'ultimo trova la misura per sé in coloro che sono stati esempi, il cui destino è stato la disobbedienza, come nel caso di Socrate. La filosofia, ci ricorda Achenbach, rappresenta il coraggio di pensare in maniera diversa, che non significa arbitrariamente. Ciò che riesce a raggiungere il cuore dell'essere umano sono figure e storie, e solo questo elemento rappresentativo, rende comprensibile ciò che significa saggezza; e ciò in modo tale da non lasciare le persone prive d'emozioni. Per citare Hans Kudzus, un autore molto caro ad Achenbach, «se non possiamo convincere la mente non possiamo convincere il cuore». La Lebenskonnerschaf quindi, è una condizione più che una scienza e può essere raggiunta tramite la Philosophische Praxis, e la seconda è il mezzo per raggiungere lo scopo rappresentato dalla prima.

È interessante osservare, infine, facendo cronologicamente un passo indietro, l'elaborazione del lavoro di ricerca condotto da Achenbach nel discorso di laurea, sulla relazione tra Philosophische Praxis e psicoterapie, e che lo stesso ripresenta nell'articolo del 1982: Selbsverwirklichung. Therapeutische Ambition und philosophischer Begriff. La riflessione filosofica è incentrata sul processo di autorealizzazione del soggetto individuale che viene tematizzata da Hegel nella Fenomenologia dello Spirito. In questo lavoro, Achenbach indaga la tendenza a «patologizzare», quella che invece è la necessità moderna di strutturazione di una domanda soggettiva e di «ricerca di sé».38 In questo modo una soggettività nascente viene ridotta a «patologia» da etichettare e curare:

  1. chi ha un vistoso bisogno di realizzarsi o non riesce ad abbandonare il desiderio di trovare se stesso, ha un evidente «problema», alla cui base vi è un «disturbo». L'uomo sano, cioè, non ha problemi, o ha solo quelli che è in grado di «sciogliere»;
  2. chi ha problemi, di fatto è un «paziente» (la parola si può sostituire con «cliente»), o comunque un caso problematico maturo per una diagnosi;
  3. in tal modo, è già fissato anche il fine della terapia: ciò che serve è un «processo di maturazione», perché solo esso, sorvegliato e adeguatamente assistito dal terapeuta, può aiutare l'uomo infelice «a giungere più vicino a se stesso nel proprio attivo sentire, vivere, patire e fare».39

Attraverso il processo descritto da Hegel e ripreso da Achenbach, si presuppone che l'individuo riesca a strutturare "i propri limiti" individuali, trascendendo l'io ed il sé. In questo modo, sottolinea Achenbach, "l'autorealizzazione è diventata un programma" del più generale modello di "psichiatrizzazione della società", nel quale "la terapia è l'ultima forma oggi attiva di ideologia del dominio [...]". Di contro, al «vecchio pensiero» che considerava l'uomo come un problema e lo misurava con il metro di un mondo al quale doveva rifarsi, corrisponde «quel pensiero che sorge con l'idea dell'autorealizzazione e penetra come contraddizione ed obiezione, come delusione e protesta, vede il mondo dell'uomo come problema e cioè: valuta il mondo in funzione di quanto permette all'uomo di venire a sé e di essere sé stesso».40 Questa parte, al di là della tendenza a «patologizzare» che caratterizza le psicoterapie e da cui, le pratiche filosofiche prendono le distanze (questa è una, dell'importanti differenze e che caratterizza essenzialmente queste ultime), assume un'importanza cruciale per il mio lavoro per l'importanza che ne ho data, naturalmente supportata, alla relazione Io-Tu e al riconoscimento di un Tu da parte di un Io.

Recentemente, Achenbach parlando del ruolo della «Saggezza» nella Philosophische Praxis e definendola, nella relazione del congresso di New York del 1997, come un suo «concetto chiave»: «La Philosophische Praxis è impegno verso la saggezza pratica». A proposito, Achenbach (si noti che siamo già all'epoca della sua cosiddetta «svolta», che lo ha portato a parlare dell'urgenza di una determinazione «positiva» della disciplina), arriva ad aggiungere:

ciò la qualifica come istituzione filosofica, determina i suoi orientamenti, chiarisce quali sono le sue intenzioni, fonda i suoi particolari modi di procedere, rende comprensibili le sue posizioni scettiche nei confronti delle pretese conoscitive teoretiche, illustra i suoi misurati rapporti con i problemi che le vengono sottoposti, prende posizione sulla riflessiva autocomprensione del praticante filosofico e sulla relazione tra lui e il visitatore della Philosophische Praxis.41

Dietro tutto ciò si può probabilmente rinvenire la più antica intuizione filosofica, precisamente, la massima socratica secondo la quale, «solo una vita posta sotto esame merita di essere vissuta». Questa massima svela, forse, la paura che una vita banalmente vissuta possa, in maniera enfatica, «non essere veramente vissuta», essere «sprecata» e in qualche modo «mancata», dispersa.

3. La Filosofia come ricerca di Senso ^

Oggigiorno è piuttosto diffuso parlare di pratiche filosofiche, al plurale, per indicare tutta una serie di attività rivolte a «fare filosofia» in ambiti, diciamo così, «non convenzionali». Pur non trascurandone nessuna per importanza e spessore, la consulenza filosofica tuttavia, resta per molti, l'attività più interessante e socialmente più rilevante. Ciò che accomuna le diverse applicazioni della "Pratica Filosofica", tenendo conto delle differenze sostanziali che possono intercorrere (la relazione d'aiuto «vis-a-vis» piuttosto che il dialogo socratico di gruppo), sono gli aspetti culturali e relazionali della filosofia, in quanto portatrice di un vero e proprio modo di stare nel mondo. La riflessione filosofica ha uno scopo molto elevato e al tempo stesso umano: dare senso alla vita, alimentando una ricerca che accomuna prospettive diverse e lasciando spazio a una soggettività di esprimersi; vivere come percorso di conoscenza, invenzione e scoperta. Per attuare questo progetto, la filosofia propone un grosso lavoro culturale e di «cura» intellettuale dell'umanità. Ciò non significa limitarsi a coltivare il sapere razionale, ma accrescere la sensibilità individuale e il mondo dei sentimenti. Le pratiche filosofiche riconosciute e in continuo sviluppo verranno illustrate di seguito per fornire un quadro generale e orientativo.

3.1. La Filosofia per bambini o Philosophy for Children (P4C)

Nata negli anni '70, dalle riflessioni del filosofo americano Matthew Lipman che, all'epoca docente di logica alla Columbia University, constatando l'evidente difficoltà degli studenti ad affrontare e comprendere la sua materia, si pone il problema di come favorire precocemente nei giovani lo sviluppo di capacità logiche e l'uso riflessivo del pensiero.42 Numerosi racconti costituiscono il curricolo della disciplina e affiancati da altrettanti «manuali» per gli insegnanti, sono stati di volta in volta riadattati alle diverse realtà culturali delle nazioni ove sono stati adottati.43

3.2. Il Counselling aziendale

Su un piano decisamente diverso si pone invece una delle pratiche filosofiche in maggiore sviluppo negli ultimi anni in tutto il mondo: la cosiddetta Philosophy of Management o la Philosophy for Management, ovvero le pratiche filosofiche al servizio delle imprese, che impiegano la procedura filosofica proprio perché strutturata secondo regole. È un'attività rivolta al mondo delle organizzazioni, come aziende, enti o soggetti collettivi in genere; c'è anche, chi la ritiene solo una variante specializzata della consulenza filosofica tout-court. La filosofia entrando in gioco attraverso seminari e conferenze, gruppi di lavoro, colloqui personali, diviene strumento per attribuire senso e valore al singolo, per aiutare il lavoratore a gestire in modo più equilibrato i propri rapporti professionali, all'organizzazione d'appartenenza, al mondo esterno e alle loro rispettive relazioni, rendendo esplicite le prospettive già in uso nella particolare situazione in esame o contribuendo a crearne di nuove. Il compito del filosofo, è quello di stimolare la comunicazione all'interno della cultura aziendale con il fine di trovare soluzioni, aumentare la soddisfazione dei dipendenti, nonché la trasparenza interna.44

3.3. Dialogo socratico o Socratic dialogue

Il Dialogo Socratico è nato dalla rielaborazione delle proposte avanzate dal filosofo tedesco Leonard Nelson, neokantiano, vissuto a cavallo tra l'800 e il'900. L'idea di Nelson era quella di individuare un «metodo socratico positivo», ovvero basato sulla logica di Socrate, ma orientato a produrre «risposte concrete» alle questioni affrontate, diversamente da quanto perlopiù accade nei dialoghi platonici, nei quali le risposte sono sovente critiche o interlocutorie. Ripresa e sviluppata dal suo discepolo Gusta Heckmann, oggi questa disciplina è coltivata particolarmente in Germania, Olanda e Gran Bretagna,45 nell'ambito delle organizzazioni (aziende, ospedali, carceri, centri sociali), dove a partire da episodi personali, oppure da questioni o argomenti comunque connessi con la propria esistenza concreta, si dialoga e la sessione della comunità di pratica, cosi si chiama questa «riunione» di dialoganti, va avanti per ore, finché non si giunga a una conclusione che non deve essere per forza definitiva, anzi, può essere semplicemente un accordo, magari un terreno comune, su cui tornare a confrontarsi. L'importante è che l'accordo sia davvero condiviso.

3.4. I Caffè filosofici e Marc Sautet

La stessa meraviglia, comunità, lealtà e gioco, che contraddistingue la Philosophy for Children, è quanto da vita a un'altra delle pratiche filosofiche sviluppatesi negli ultimi anni: i cosiddetti «caffè filosofici». Quando si pensa a «incontri filosofici», viene spesso alla mente qualcosa di assai «serioso» e «ufficiale»: riunioni di persone di elevata cultura che, sedute in religioso silenzio, ascoltano uno o più autorevoli personaggi discutere su temi dei quali sono profondi esperti. A concludere poi, i più competenti tra gli ascoltatori pongono domande, alle quali i relatori danno risposta, precisando meglio il loro pensiero. Questi appuntamenti hanno grande dignità, svolgono un importante ruolo nella diffusione della cultura e spesso possono essere assai interessanti anche per i «non esperti». Hanno tuttavia i loro limiti: per esempio, l'interazione è piuttosto modesta e, soprattutto, la loro utilità per i non specialisti è perlopiù limitata all'«edificazione culturale».46 I caffé filosofici o Café Philo, sono dibattiti filosofici collettivi, sui più diversi argomenti, da questioni d'attualità fino ai «grandi temi» della filosofia, che hanno luogo nei caffé o nelle librerie, nei bar o nei pub. I dibattiti sono aperti alla partecipazione di chiunque sia interessato, senza alcuna limitazione di cultura, formazione, orientamenti personali. Ciò che differenzia questo tipo di «incontri» dalle più tradizionali «conferenze» è il fatto che il filosofo non è il protagonista: di solito non decide il tema (che è scelto solo all'inizio dell'appuntamento, attraverso una decisione collegiale) e neppure lo introduce preliminarmente alla discussione, lasciando che siano gli altri a parlare per primi. Al contrario per l'esperienza che personalmente ho fatto, oltre a quella parigina nel «famoso» Café des Phares, dove grazie a Sautet tutto è cominciato, che rispecchia quanto detto prima, organizzato sulla falsa riga di un altro a cui ho partecipato a Piazza Pietra organizzato dalla sezione romana dell'Associazione italiana consulenza filosofi Philo, con sede a Firenze, in cui dopo una breve introduzione sull'argomento da parte del filosofo moderatore è lo stesso che introduce l'argomento su cui ha già deciso di dialogare e che preventivamente ha fatto conoscere, insieme all'invito tramite e-mail. In ogni caso, il filosofo ha la funzione di «esperto» non già dell'argomento, ma delle modalità e dell'atteggiamento con i quali viene affrontato. Fungendo essenzialmente da moderatore, semplificando la dove è necessario, si pone in gioco «senza rete», accompagnando la discussione (sempre molto animata), nella direzione di un progressivo approfondimento, attraverso il confronto e la problematizzazione dei contributi di volta in volta liberamente avanzati da tutti partecipanti, così che nel cammino il confronto può diventare un dialogo «filosofico».47 Per questo si può dire che in questo genere di incontri pubblici non «si parla» di filosofia, bensì «si fa» filosofia;48 chissà, se con il trascorrere del tempo, non divenga (o forse gia lo è diventata), all'interno dei percorsi didattici, una strategia d'insegnamento della filosofia nei luoghi dove si preferisce educare un individuo piuttosto che insegnare. La "Pratica Filosofica" dei café-philo si inserisce, quindi, nell'ambito del dialogo di gruppo, non con fini terapeutici, ma con la volontà di intraprendere discussioni su questioni che possono toccare in maniera personale ciascun partecipante, anche e soprattutto attraverso riferimenti personali, tentando così di giungere ad una soluzione mai definitiva, o perlomeno a un filo logico almeno in parte condiviso da tutti i partecipanti. Tutto questo avviene, naturalmente, in uno spazio comunicazionale garantito da norme di funzionamento «democratico», dove diversi punti di vista possono confrontarsi in modo pluralistico e rispettoso. Il "caffé filosofico" contribuisce così a tessere legami sociali, a generare un luogo nella città per favorire le condizioni di un'interazione pacifica, un luogo aperto all'ascolto, oltre che al dialogo, favorito anche dalla mediazione di una parola controllata, la quale permette uno scambio tra le persone. Attraverso un proposito filosofico, può istituirsi un gruppo come "comunità di ricerca" (Lipman): la "Pratica Filosofica" della problematizzazione, della concettualizzazione e dell'argomentare universalizzante, raffina la qualità del dibattito democratico, mantenendosi sempre vigile nel tenersi conforme alla duplice esigenza della chiarezza intellettuale, come dell'"etica comunicazionale" (rispettare e ascoltare l'altro, cercare di comprendere la sua parte di verità, avere bisogno delle sue proposte e obiezioni, per cogliere il suo pensiero). I possibili rischi che il dibattito perda le sue finalità, degenerando in una semplice e sterile anarchia, consistono forse nell'esasperata ricerca di una verità oggettiva consensuale, e l'eccessiva forzatura del dibattito verso posizioni convenzionali.

È necessario avere fiducia nella propria capacità di analisi e nel proprio patrimonio di conoscenze, ma poi ci si ritrova nella condizione più consona al filosofo: quella di colui che risponde ad un'interrogazione, invece che in quella, propria dell'insegnante, di chi parla di cose che conosce e sulle quali si è preparato in anticipo.49

A scrivere è Marc Sautet, professore di filosofia al Liceo e poi all'Università, che in Francia oltre ad esserne l'iniziatore, ha dato un impulso particolarmente favorevole allo sviluppo dei café-philo. Moderatore dei dibattiti in un caffé parigino dal 1992 al 1998 (anno della sua prematura scomparsa), egli si è occupato della creazione di un gruppo filosofico incentrato sulla libera discussione (i primi incontri incentrati sul libero dibattito sono svolti da Sautet al Café des Phares, nel trafficato centro di Parigi, vicino a Place de la Bastille), oltre che della gestione di uno studio di consulenza, nel quale svolgere sedute di "dialogo socratico" con i suoi clienti, aperto a tutti, per intrattenere relazioni proficue grazie all'applicazione della filosofia. Interessante, sotto molti aspetti, è pure il testo che Sautet, ha elaborato, grazie a queste prime esperienze di "filosofia pratica", tradotto in italiano con il titolo Socrate al Caffé, per comprendere meglio l'impronta particolarmente originale che Sautet propone, quale approccio personale alla "Pratica Filosofica". Sautet, ad esempio, cita la Politica di Aristotele, per descrivere la condizione nella quale si trova colui che non possiede una propria filosofia (una propria dialettica interiore o facoltà critica), intendendo per "filosofia" qualcosa di più di una "forma mentis", o di un certo "gusto" o di un'opinione, ma la capacità di trasformare, la propria visione del mondo, attraverso un'autocritica o una critica relazionale. E' possibile inoltre dedurre, attraverso la sua personale visione, che i problemi attuali e propri della storia dell'uomo siano da attribuire alla mancanza dello spirito critico che contraddistingue invece i filosofi da lui citati. I filosofi, sottolinea Sautet, hanno fornito elementi per elaborare e superare certe questioni, non soli come espedienti per la sopravvivenza quotidiana dell'individuo (pensiamo all'uso pratico della filosofia attuato da Marinoff), ma come un grande progetto, non mai abbastanza ascoltato, per modificare le sorti dell'umanità: si pensi al pericolo "democrazia" (come società dominata dalle pulsioni della massa, di uomini senza coscienza), definito da Sofocle e Platone, il pericolo della "sovrapproduzione" previsto da Marx, la crisi del sistema capitalistico, intuita da Ricardo, quello della spersonalizzazione dell'uomo, visto da Nietzsche. Bisogna rendere merito a Sautet di avere, nel panorama della "consulenza filosofica", restituito, almeno in parte alla filosofia, la sua universalità. Ancor più interessante, ai fini della "Pratica Filosofica" vera e propria, è la prima parte di Socrate al Caffé, nella quale Sautet raccoglie, alcuni esempi di consulenza individuale e di gruppo tratti dalla sua esperienza personale e dove però (a differenza di quanto scrive Marinoff, consulente filosofico americano, nel suo libro Plato not prozac), il counselor francese bilancia in modo più problematico le situazioni di confronto relazionale, individuando, anche se in modo non sempre chiaro, alcuni dei limiti e delle possibili innovazioni della "consulenza filosofica". Secondo il filosofo e in questo trova molte conferme: «Filosofare è, per prima cosa, ascoltare. Il filosofo non è colui che dispone di una risposta per tutte le domande. È colui, piuttosto, che si incuriosisce delle risposte già date, sia di quelle predominanti che delle loro rivali [...]». In ogni pagina di Socrate al caffè si coglie poi, forse non a caso, l'ironia propria di Socrate:

Ebbene, diciamolo! La vocazione del filosofo non è di tacere. Non è ripiegandosi su se stesso che sostiene il suo ruolo, ma andando per la strada, in città, mescolandosi alla vita della gente, passeggiando nella piazza del mercato, tra la folla di venditori e imbonitori. Interrogando gli uni e gli altri. Discutendo. Non perchè sa, perché dispone di un sapere superiore, ma perché invidia coloro che sanno o pretendono di sapere. Vuole sapere, ma non vuole essere ingannato. E, se ha una cosa da insegnare, è questa. Ha bisogno di applicazione, di metodo, attenzione, concentrazione, calma, ma anche del contrario: il confronto con la realtà, il rapporto con la gente, la sfida a coloro che abusano degli altri. La meditazione e la lotta. II silenzio e il brusio. La solitudine e l'agorà.

Dopo aver abilmente superato le critiche più comuni rivolte alla «consulenza filosofica», il counselor parigino pone la «Pratica Filosofica» sullo stesso piano dell'insegnamento filosofico accademico e scolastico: «[...] sembra che un professore universitario si trovi su un piano etico meno delicato... ma, che voglia o no, vende l'insegnamento come servizio dello Stato... non si può sostenere che sia moralmente più giusto insegnare all'università che concedere consultazioni private [...]». Descrivendo poi, alcune delle esperienze di consulenza che ha giudicato positive esce allo scoperto anche il suo modo di intendere e di praticare la consulenza: intesa come «un vero rapporto umano». Tutto ha sempre inizio da una domanda attorno ad una questione «cruciale»per il consultante (o i consultanti quando si tratta di più persone): in questo modo, persone lontane tra loro secoli, cominciano a dialogare, a dire la loro. Il consulente, in tutto ciò, è uno spettatore attento e pronto a dare supporto quando il cliente ne ha bisogno, illuminando la strada, ma solo perché gia la conosce (o almeno dovrebbe); il come e il dove, e soprattutto, se dialogare, lo decide il consultante. La filosofia sentita come l'arte di domandarsi e domandare, in ogni caso, è il motore del funzionamento della consulenza da lui praticata: fonte di saperi, di riflessioni su problemi fondamentali e domande ultime, è unicamente un pretesto per instaurare una relazione che possa lasciare all'altro lo spazio per una domanda. Le relazioni intraprese da Sautet, a livello di consulenza esprimono, quindi, fondamentalmente la necessità da parte del «cliente» -- ma anche del consulente -- di possedere una dimensione, uno spazio relazionale più o meno stabile, nel quale poter imparare a domandarsi e a domandare. Perché? Forse perché, come scrive Shlomit Schuster, l'individuo sofferente è più portato, rispetto agli altri, a ricercare questo tipo di aiuto, sostegno, o meglio, di relazione. Come riferisce Sautet, la figura di riferimento, a volte, è uno psicologo, altre volte un guru, altre ancora un filosofo, ma la necessità, a mio parere, è sempre la medesima (si parla di necessità, non tanto o non solo di curiosità, visto che il confronto è con un certo tipo di sofferenze): il bisogno di uno spazio nel quale domandarsi a proposito del proprio senso e dell'instaurazione di una domanda. Detto ciò, è forse lecito concludere che un individuo sofferente ha una maggiore esigenza di domandarsi e domandare rispetto a una persona serena? Sicuramente è una persona che vive e non sopravvive, che sente l'importanza della sua esistenza, l'unica, «che vale la pena di essere vissuta». Certamente non è una questione da poco, visto che è uno degli obiettivi principali dei "filosofi pratici" per affermare il proprio lavoro, differenziandolo nettamente, della patologizzazione del mondo operata, invece, dalle scienze psicologiche. Se si considera, infatti, in quest'ottica il rapporto tra filosofia e psicoterapia, si potrebbe concludere che, da sempre, la filosofia ha compreso che la soluzione alla domanda sul senso dell'esistenza non è una risposta diretta (come nel caso in cui si definisse la sofferenza psichica come malattia, spegnendo nell'individuo il suo bisogno di domandarsi e domandare), ma è una ricerca nella relazione. Resta ora da stabilire se tutte le scienze umane sono rimaste nell'ignoranza riguardo a questa questione e, se sì, perché. In ogni caso, mi pare questo il contributo più importante nel lavoro di Sautet che, seppure non molto chiaramente, ha compreso che l'importanza della filosofia, come strumento relazionale, deve essere situata non tanto nella superiorità del mezzo, quanto nella sua possibilità strutturale di non avere risposte, che vadano a bloccare la domanda soggettiva. La filosofia recupera così la dimensione "pratica" di formazione o di recupero di una coscienza critica personale: «Da bambini impariamo a vedere il mondo attraverso gli occhi degli altri, genitori, insegnanti [...] ma i fatti e il reale ben presto smentiscono questa visione del mondo rigida e impersonale [...]. A poco a poco il dubbio si insedia [...]. Chi sono, se non sono un soggetto pensante? Un oggetto [...]». Oggi, nonostante la prematura scomparsa di Sautet, da quella esperienza sono nati oltre centosettanta Cafè Philo in Francia e un'ottantina nei più diversi paesi del mondo (perfino in Honduras e Nicaragua). In Italia, come accennavo sopra, questo interessante fenomeno è poco più che all'inizio, ma laddove esso è stato tentato, e parlo anche della mia personale esperienza, il successo non è mancato.

In linea generale intenzioni che muovono i Café Philo e ogni «pratica filosofica», sono:

  1. affrontare questioni di ogni tipo, perché ogni argomento può essere trattato filosoficamente, inclusi quelli che coinvolgono quotidianamente persone «normali», cioè non specializzate nella filosofia;
  2. dar vita a un profondo scambio dialogico tra individui che si incontrano per filosofare assieme, a prescindere dalle diversità culturali e dalla capacità di argomentare in modo «raffinato»;
  3. far scendere la filosofia «in strada», togliendola dal «ghetto accademico» ove ha finito per confinarsi e riportandola a contatto con la città, con le persone che la animano, con la «vita reale».

L'insegnante, scrive Sautet, impone il suo tema all'uditorio. Sono rari i momenti in cui il corso gli sfugge di mano. E così si erge a pedagogo: di questo è incaricato, questo gli viene richiesto, e questo fa. Se lo si prega di approfondire lì per lì una nozione che non era in programma o di sondarla in diretta, senza preparazione, sarà preso alla sprovvista: il suo istinto sarà quello di tirarsi indietro, per non cadere nella «discussione da bar», a meno che non disponga ancora di una freschezza di spirito tale da stare al gioco. Se non possiede una fiducia totale nella sua facoltà di analisi e nella capacità di mobilitare il suo stock di riferimenti, il professore normale chiederà [...] di poter riflettere. Perché accettare il dibattito su un tema è già rischiare di avere torto. Quando si è presi alla sprovvista, si può essere superati in velocità da un intervento o spingersi in un campo che non si conosce. Può succedere di trovarsi intrappolati, di imboccare un vicolo cieco, di essere costretti a fare marcia indietro, di contraddirsi, insomma di trovarsi in una situazione da comuni mortali.51

Eppure, afferma ancora Sautet:

colui che accetta di mettersi a disposizione dei profani per trattare un argomento a loro scelta, si trova nella posizione migliore. [...] è allo stesso livello di tutti coloro che, in città, ai di fuori del luogo ove si dispensa l'insegnamento, sono tormentati da un'affermazione, una negazione, un'opinione, una convinzione, una credenza, che sono spinti da un amico, un nemico, un collega, un avvenimento, un'informazione, una lettura [...] a riflettere. Questa è la posizione normale della riflessione! Di solito non ci scegliamo gli argomenti su cui riflettere: ci vengono imposti dalla vita, dall'attualità, dal prossimo. Spesso ci tormentano a nostra insaputa. Insomma, non siamo noi a decidere. Da questo punto di vista, la posizione dell'insegnante non è naturale. E lui che si trova in equilibrio instabile. Lui è «sfalsato» nei confronti della realtà.52

Svestire l'abito dell'insegnante e immergersi nella sfida della quotidianità «nel dibattito al caffé è una prova per i filosofi, un test per Ia filosofia. [...] Immersa nelle preoccupazioni di tutti, la metodologia filosofica deve dimostrare che, in effetti, può vincere la doxa, l'opinione, pubblica e non.53

La diversità e per certi aspetti, il più alto tasso di «rischio» di questo ruolo rispetto a quello del «professore», spiega le frequenti critiche rivolte ai Café Philo, accusati di involgarire e depauperare la filosofia, trasformandola in un fenomeno «alla moda» e da salotto. Probabilmente, come ha detto Sautet, queste accuse sono solo le risposte di chi teme la possibilità di essere ricollocato sullo stesso piano di tutti gli altri, che non ha voglia «mettersi in gioco» (mostrando così di aver smarrito della filosofia, quantomeno, lo spirito ludico), o semplicemente non utilizzi la filosofia nel proprio personale orientamento esistenziale, finendo così, per non contribuire a diffondere gli strumenti filosofici, considerando ad esempio, non necessario confrontarsi con persone di diversa estrazione culturale e sociale.

Chi invece abbia il coraggio di affrontare il rischio e la sfida, tornerà ad assumere «la giusta posizione del filosofo», che «non consiste nell'affermare, ma nell'interrogare»: non più «insegnante», non più «colui che dispone di una risposta a tutte le domande», egli è invece «colui che interroga, colui che rimette in questione quelle che vengono considerate soluzioni.54

Così, visto che «al caffé come altrove e forse di più succede che, su ogni argomento, molti abbiano tante cose da dire» e che esso è «un luogo ideale per sottoporre al vaglio della ragione le opinioni più vane e più diffuse», e al filosofo spetterà «mettere in evidenza le opposizioni, renderle lampanti, portare l'assemblea all'altezza della situazione, e quindi richiederle di trovare una soluzione o di ammettere che esiste una contraddizione irriducibile».55 Dunque, il filosofo che voglia «praticare» un Café Philo deve esser in grado di assumersi il rischio di un'improvvisazione, che non deve mai sconfinare nel semplicismo e nella banalità, né al tempo stesso sfociare nell'intellettualismo. Perché, se lo spirito della «filosofia pratica», la sua aderenza alla «vita reale» e ai problemi quotidiani di tutte le persone deve essere rispettato, è necessario evitare che il battito si trasformi in un dialogo dotto tra «esperti», che vi prenda piede quella che Sautet chiama «tendenza al rilancio sul tono serio. Un'attività dunque seria e ludica al tempo stesso, come la filosofia; difficile e mai garantita, come la filosofia; nella quale non tutte le volte si ottengono risultati soddisfacenti. Come nella filosofia»56 Sautet ha avvicinato, o almeno era suo desiderio, avvicinare la filosofia alla gente e che credeva, che ognuno di noi è un po'filosofo perché, le «grandi domande», sono dentro ciascuno:

Phil non ha letto il Fedone; non usa esattamente gli stessi termini del fondatore della filosofia occidentale. Ma non è altrettanto filosofo? L'inquietudine che prova non è un autentico malessere, che rimette in discussione in modo pertinente l'evidenza che autorizza tutti noi a considerate l'esistenza come una cosa buona, e che permette, in particolare, ai filosofi di professione di giustificare il salario che prendono? Socrate considera il corpo come una prigione e gioisce, quando, infine, può staccarsene. Phil, invece, parla della vita come di una «sala d'attesa». Che cosa c'è di più filosofico del chiedersi se non convenga spingere la porta?57

3.5. La consulenza filosofica

La pratica filosofica per antonomasia -- perché nata in Germania proprio con questo nome, Philosophische Praxis, e perché è probabilmente quella socialmente e culturalmente più rilevante -- è la consulenza filosofica: un'attività professionale nella quale il filosofo, esclusivamente in quanto filosofo, si mette a disposizione di chiunque, individualmente o in gruppi ristretti, sentano l'esigenza di affrontare con rigore, attenzione, spirito ricerca e confronto dialogico, problemi e questioni poste a loro dalla loro vita. Se la pratica filosofica -- come dice Achenbach -- non è filosofica perchè dà consigli, ma perché interpreta il bisogno di consiglio, la Filosofia viene usata non per astrarre dal quotidiano, ma per guardare il quotidiano da un altro punto di vista: dall'alto, dal basso, da destra, da sinistra. Questo non vuol dire, necessariamente, sdoppiarsi o prendere il ruolo dell'altro, o meglio, è anche questo, ma non è l'essenziale. L'essenziale è dare un senso, nonostante tutto, a ciò che ci capita: «Elaborate un contesto, con l'aiuto dei grandi filosofi -- ha scritto Lou Marinoff in Plato not Prozac -- , per affrontare le questioni del momento o future, concedersi il lusso dell'esplorazione delle idee». «Il sapere -- aggiunge Lo Russo -- deve essere rimesso in moto. Non esiste una ipotetica guarigione da raggiungere, uno stato ideale e stop. No: il sapere deve agire da sfondo e vivificare il pensiero e, di riflesso, le azioni quotidiane».58 Il risultato finale, non è di poco conto: «un po'come rinascere di continuo».59 L'intento di chi si occupa di filosofia pratica, è forse quello di ripristinare un senso della filosofia che si è perduto, schiacciato dell'idea che la filosofia sia ricerca «scientifica»? La filosofia è sicuramente ricerca, ma è anche qualcosa di assai diverso da una disciplina (scientifica). Come per gli epicurei, è liberazione dall'uomo, e non perché la conoscenza rende liberi, ma perché l'esercizio della filosofia è liberatorio: libera da tutto ciò che è solidificato, dato per buono, indiscutibile, saldo, sicuro. Libera dai dogmi, permette di avventurarsi su ogni tipo di strada. La filosofia non è religione né scienza. In un certo modo, la filosofia è l'uomo: il modo di essere nel mondo dell'uomo. Ma la filosofia è l'uomo? Si può dire che essa sia una parte dell'uomo. Un'altra parte è proprio il suo contrario: il dogmatismo, la sicurezza, i punti di riferimento indiscutibili, l'autorità, tutte cose che l'uomo ricerca per vivere scacciando la paura e minimizzando i costi psicofisici. Quella tra libertà e sicurezza è una delle ambivalenze che rendono la nostra vita tanto ricca, quanto complicata. È uno dei tratti caratteristici di quest'essere intrinsecamente dialettico che è l'uomo. Ma, ancora una volta, cosa se non la filosofia, può aiutarci a trovare di volta in volta un equilibrio all'interno di questa dialettica? Un equilibrio che è in passato stato chiamato (ed oggi sta ritornando) Saggezza. La Saggezza di chi, seguendo l'insegnamento socratico, sa di non sapere, ed assume proprio quest'unico sapere ad unica certezza e punto di riferimento, per vivere costantemente una vita esaminata, l'unica degna di essere vissuta.

In questi anni la definizione «consulenza filosofica» si è certamente attestata su elementi di positività e soprattutto nutrita d'elementi di fatto: operatività e trasmissibilità. Il cammino però, non è stato per nulla facile: la prima confusione generatasi è stata ad esempio, proprio ti tipo terminologico. Nata in Germania nei primi anni '80 con il nome di Philosophische Praxis, diffusasi nel mondo anglosassone con la semplice traduzione del nome tedesco -- Philosophy o Philosophical Practice -- ma anche con il più ambiguo Philosophical Counselling: quella del consulente è qui, un'attività di ascolto a sfondo psicologico, molto diffusa. In Italia è approdata invece, solo recentemente, tra il 1999 e il 2000, assumendo ancora più nomi: Consulenza Filosofica, Counseling Filosofico, Pratica (o anche Prassi) Filosofica, persino il più bizzarro Psicofilosofia. Sebbene possa apparire casuale, questa pluralità di nomi cela spesso (non solo in Italia), differenze sostanziali, sovente mai esplicitate e neppure chiare agli stessi soggetti che operano nel settore. Conseguentemente, scegliere un nome piuttosto che un altro rischia già di predefinire l'oggetto e di viziare l'indagine che su di esso si vuol condurre. D'accordo i più, la definizione preferita resta consulenza filosofica, anche se non mancano coloro che privilegiano, invece, pratica o prassi filosofica .60 Ciò che è qui importante rilevare è che originariamente l'attività del «filosofo professionista» venne definita Philosophische Praxis e la sua caratterizzazione fu incentrata da un lato, in negativo, sulla differenza dalle attività professionalmente affini dal punto di vista del mercato (le psicoterapie), dall'altro, in positivo, come pura e genuina filosofia, scevra da ogni di ibridazione. Come si è in precedenza visto, Achenbach, rifiuta decisamente ogni riferimento all'«aiuto», sostenendo che per aiutare bisogna già presupporre un «sapere» sull'uomo, sulla sua psiche, su cosa sia sano, normale, giusto, su come l'individuo che si ha di fronte debba cambiare per essere «aiutato»; che quindi, non è possibile pre-giudicare senza con ciò stesso cessare di essere filosofi. Questa posizione così netta e originale non è, però poi stata recepita nella sua radicalità da tutti gli epigoni di Achenbach, forse a causa della sua iniziale titubanza nello sciogliere alcuni nodi problematici che essa tendeva a celare, quali per esempio: come sopperire alle lacune che un filosofo può ragionevolmente avere in materia di instaurazione di relazioni interpersonali? Come insegnare a svolgere una pratica che non ha né un metodo, né un (esplicito) obiettivo? Come tutelare gli utenti (ma anche la comunità dei consulenti e l'intera filosofia), dagli immancabili millantatori incompetenti? Alla necessità di dare risposta a questo genere d'interrogativi, almeno apparentemente lasciati in sospeso dalla concezione di Achenbach, si è aggiunto fatalmente il fatto che, nella nostra cultura, è quasi impossibile pensare ad una forma di agire senza associarla ad una specifica strumentalità e ad una ben definita finalità e che, perciò, l'idea che la consulenza filosofica possa non includere tecniche e strategie e non prevedere un obiettivo è piuttosto difficile da accettare. In particolare, lo è stata nel mondo anglosassone per tradizione molto caratterizzata da una cultura pragmatica, che non a caso, ha sovente improntato anche l'ambito filosofico. Non è tutto: spesso coloro che si avvicinavano Philosophische Praxis avevano anche una formazione filosofica, ma svolgevano altre attività, quali la formazione e la consulenza nel mondo delle aziende (nelle quali imperversano com'è noto modalità d'intervento di tipo psicologico e strumentale), oppure praticavano vari generi di professioni d'aiuto. Di conseguenza, la loro interpretazione data alla nuova attività è stata influenzata dalle competenze non filosofiche nel frattempo acquisite. In altri casi, l'impulso a far riferimento a discipline estranee alla filosofia, è scaturito dalla difficoltà di comprendere e apprendere la Philosophische Praxis stessa, che nell'interpretazione di Achenbach appariva lontana dal modo in cui la filosofia viene insegnata nelle università (attraverso l'acquisizione nozionistica di materiali di tipo storico), e al tempo stesso non forniva agli apprendisti consulenti definiti punti di riferimento per affrontare una situazione per loro nuova e inquietante. Di fronte all'assenza di indicazioni su come confrontarsi con la sofferenza del consultante, su cosa rispondere alla sua (esplicita o implicita), richiesta d'aiuto, soprattutto su che uso fare del pensiero dei «grandi filosofi» (imprescindibili punti di riferimento per chi si occupa di filosofia in modo «accademico»), scaturiva l'urgenza di trovare schemi di lettura, modelli d'intervento e forme di comportamento efficaci, che permettessero all'aspirante consulente filosofico di porsi di fronte al suo cliente senza essere per primo preda di difficoltà e incertezze. Al momento della diffusione della disciplina nel mondo anglosassone tale urgenza trovò quasi naturalmente una risposta: in quei paesi si è, infatti, da tempo affermato socialmente la figura del counselor, un operatore che svolge una funzione di mediazione e consulenza formalmente non terapeutica, trovando un posto stabile sia nelle organizzazioni (scuole, enti pubblici, aziende), sia nel mondo dell'assistenza individuale. Questa figura, nata negli anni Cinquanta dalle riflessioni e dagli insegnamenti dello psicoterapeuta statunitense Carl Rogers, si è nel corso degli anni diversificata in molteplicità di varianti, a seconda dell'ispirazione che ne caratterizza l'orientamento all'aiuto, per cui fu un passaggio quasi naturale pensare alla Philosophische Praxis come a una sua nuova e originale versione: il Philosophical Counseling. Questa confusa ibridazione, che ha fatto proseliti anche in Italia, ha ispirato alcuni esponenti anglosassoni portando, per esempio Tim LeBon,61 a sostenere che la filosofia possa «essere utile al counseling» (e, come lui stesso riconosce, nel mondo anglosassone «counseling» è di solito sinonimo di «terapia»), e che alcuni suoi «metodi» (termine discutibile per indicare cose come la fenomenologia o l'esperimento mentale), possano essere «utilizzati» come se fossero «strumenti». Queste idee fanno parte di una concezione che considera la consulenza filosofica assimilabile e amalgamabile a piacimento e senza alcuna conseguenza negativa, con le professioni d'aiuto, al fine dell'efficacia. Ad essa, in chiaro conflitto con le idee di Achenbach e di molti altri autorevoli consulenti internazionali, non può certo esser negata una propria legittimità: perché mai i professionisti dell'aiuto, accanto alle loro competenze psicologiche, mediche, relazionali, non dovrebbero avere, come ulteriore arricchimento, anche competenze tratte dalla filosofia? Tuttavia, ciò non può neppure celare che essa apre la strada ad un'attività del tutto diversa da quella inaugurata da Achenbach: un'attività volontariamente d'aiuto, di tipo fondamentalmente tecnico, che usa la filosofia (si ricorderà come Achenbach sostenesse certamente che la filosofia non può essere applicata, ma non è filosofia). In altre parole, counseling filosofico, la nuova denominazione assunta dall'attività nel mondo anglosassone, non può essere considerata, come talvolta viene fatto, un «prestito gratuito», perché reca con sé una serie non banale di presupposti che -- complice il non vivacissimo quadro della ricerca internazionale, che ha trascurato di occuparsi del problema in modo sistematico -- hanno portato ad un almeno parziale stravolgimento della sua originaria specificità e ad una crescita della confusione sulla sua identità.62 Queste considerazioni spiegano la preliminare scelta di preferire la denominazione «consulenza filosofica» conservando come eventuali varianti solo «pratica» e «prassi filosofica», ma proponendo di lasciar definitivamente da parte «counseling filosofico»: intesa come attività rigorosamente non terapeutica, la Philosophische Praxis non può e non deve essere confusa con il counseling, perchè questo e già inserito in quell'ambito di agio tecnico, strategico e strumentale che usa la psicologia e altrettanto farebbe, necessariamente, con la filosofia. Per evitare poi fraintendimenti, il termine «counseling filosofico» dovrebbe essere riservato a quelle pratiche d'impianto psicologico che applicano nozioni filosofiche alle terapie e non dovrebbe essere impiegato per denominare l'originale attività nata con Achenbach.

La consulenza filosofica sfida così, la filosofia;63 inoltre, dagli anni della fondazione la filosofia è stata praticata in molti modi: da quella classica del pioniere di BergischGladbach alla "Philosophone" e la consulenza telefonica di Shlomit C. Schuster; dalla "filosofia patognostica"di Christoph Weissmüller a quella "sciamanica" di Greta HesselLübeck, dalla "filosofia omeopatica" di Martina WinlderCataminus a quella "femminista" di Agnes Hümbs. L'esigenza che sta all'origine di questo movimento, è quella di ricollocare la filosofia nel suo luogo di nascita ovvero nella vita reale, tra le persone, sulla 'piazza del mercato' espressione questa, scelta con cura, in quanto il mercato evoca il problema (enorme) della professione, di cui però, mi occuperò oltre. La "Pratica Filosofica" nascendo, ha dato così vita a una nuova dimensione professionale, pur rimanendo costantemente legata alla tradizione filosofica più antica. Inserire il counseling filosofico nel più ampio movimento della Filosofia in Pratica, è per molti aspetti una proposta forte allo stato attuale delle cose, ma è l'unica che vedo per evitare che i precetti filosofici siano penosamente ridotti a espedienti psicoterapeutici. Liberandoci completamente dal paradigma medico e adoperando la nota espressione di Achenbach, "si può dire che esso rappresenta qualcosa di alternativo rispetto alla psicoterapia senza essere una psicoterapia alternativa", cioè solo l'ultima moda in fatto di terapie d'aiuto psicologico. Ma finché affermazioni del genere non risultino vuote, a mio parere, occorre avvicinare il counseling filosofico alle altre forme di pratica filosofica esistenti, riconoscendo (anche) in esso un'intima istanza socioculturale di crescita reciproca su base filosofica. Da questo punto di vista va ricordato che Socrate, paradigma storico dell'interrogazione riflessiva, raramente fu "counselor" e più spesso fu "cliente" nei suoi atteggiamenti: querelante, rompiscatole, perfino paranoico nel suo continuo interloquire pubblico. Per Socrate, la Filosofia era un modo di vita, un atto pratico che chiunque può scegliere di emulare; fondamentale per lui era impadronirsi del linguaggio e del metodo della riflessione filosofica, al di là delle determinazioni specifiche di essa (che sono tante quante sono i filosofi) e dei singoli contenuti cui si possa giungere.64 Nello stesso articolo, Alessandro Volpone, ci raffigura Socrate da due facce che si guardano negli occhi, speculari; figura che fa pensare a un sapere vissuto orizzontalmente, con ruoli intercambiabili, segno di una conversazione che, come chiarificazione o anche complessificazione, è comunque crescita. In essa l'uso della retorica diviene meccanismo di edificazione comune. Questo concezione filosofica può essere uno dei modi di applicazione della "philosophy in practice", nelle varie pratiche in cui essa si concretizza, con valenza eminentemente sociale, o almeno intersoggettiva, la filosofia fa la sua comparsa come disciplina trasversale ad ogni altra, o all'esistenza stessa. Questa caratteristica, in realtà antica, distingue probabilmente la filosofia da ogni altra occupazione intellettuale umana. E non si tratta di discriminare tra saperi più o meno cumulativi, oggettivi o quant'altro. La filosofia nasce in Occidente come progetto, consapevole o meno, di trasformazione dell'uomo, delle sue posizioni rispetto al mondo e a se stesso. Essa è per noi, probabilmente, la maniera più "spontanea" di trascendersi, riflettere trasversalmente su tutto, alla riflessione stessa e alla sua storia.

La Filosofia è al contempo philêin, cioè passione, amore, e sophía, riflessione, ricerca, saggezza. Può essere un procedimento disciplinare, accademico, di analisi e studio di metodi, concetti e punti di vista in senso generale, e spesso astratto, perfino per chi si occupa della materia per mestiere. Ma può essere anche, in fondo, una modalità per rapportarsi a se stessi, agli altri, al mondo, a Dio. Nelle sue varie determinazioni, infatti, direttamente o meno, la filosofia è da sempre stata a disposizione di tutti, magari in questioni di vita quotidiana: anche in esse, infatti, vale la pena di riflettere, un'arte in cui probabilmente conviene cimentarsi, in prima persona e autonomamente, senza deleghe a terzi. Socrate, ad esempio, come noto, non adoperò la filosofia per insegnare concetti, ma semmai per analizzarli ed esplorare insieme ai suoi interlocutori il pensiero di ciascuno, e la propria posizione su questa o quella questione concreta. Spesso, nei dialoghi platonici di cui egli è protagonista, non si capisce se sia più importante il tema su cui si discute, la conclusione da raggiungere, o, in maniera più sottile, la riflessione stessa che si va svolgendo, come atto o esercizio personale di approfondimento, affinamento o rischiaramento che si voglia intendere.65

Molti dei counselors, che hanno pubblicato ricerche su questo nuovo orientamento della filosofia, fanno riferimento a illustri esempi del passato, ma in particolare, per esemplificare il modello del filosofo pratico, si appellano non a caso, ad una sola figura di filosofo: Socrate. Socrate rappresenta il filosofo per eccellenza, ma soprattutto, attraverso una filosofia intesa quale rapporto maieutico (o dialogo guaritore e chiarificatore), è stato eletto quale prototipo di "filosofo pratico". Secondo Peter B. Raabe (consulente filosofico canadese), ad esempio, il counseling filosofico non rappresenta qualcosa di nuovo: è piuttosto una ripresa della vecchia tradizione di praticare la filosofia. La filosofia, oltrepassa decisamente la psicoterapia come modalità di gestione dei problemi più difficoltosi o dolorosi della vita dell'uomo. Il movimento del counseling filosofico non è quindi, uno sviluppo della psicoterapia, ma un tentativo da parte dei filosofi di riportare la filosofia alle sue antiche radici pratiche. Nell'introduzione al codice deontologico della American Society for Philosophy, Counseling and Psychotherapy (ASPCP) si afferma, che la pratica di fornire assistenza filosofica ad altri, è antica almeno quanto Socrate, che, nel V sec. a. c., fece un tale uso della filosofia. Nel libro intitolato Philosophy as a Way of Life (1995), poi, lo storico francese Pierre Hadot rileva che molte delle scuole filosofiche dell'antichità hanno inteso la filosofia come «arte del vivere» piuttosto che come mero insegnamento di teorie astratte, o esegesi di testi. Seneca, ad esempio, parlando di ciò che egli considerava importante della filosofia, affermava inequivocabilmente, in una lettera a Lucilio: «Devo dirti cosa la filosofia offre all'umanità? Il consiglio [...]». La «Pratica Filosofica» si pone, quindi, l'obiettivo di riportare la filosofia al suo antico splendore di disciplina dialogica e terapeutica: un sapere che riunisce in sé gli strumenti per indagare e conoscere le origini e i fondamenti dello scibile umano, nel senso più largo del termine. In un libro The Therapy of Desire (1994), l'autrice Martha C. Nussbaum, ci ricorda che a Roma e in Grecia nelle scuole filosofiche ellenistiche: l'Epicurea, la Scettica e la Stoica; non consideravano la filosofia come una «pratica intellettuale distaccata e tutta tesa alla dimostrazione della chiarezza», ma come «un'arte immersa e mondana di accostarsi alle miserie umane». I filosofi di tali scuole, fecero di se stessi, dei dottori della vita umana. La filosofia, quindi, come la intendono i fautori della Pratica Filosofica, è costituita da un insieme di capacità dialettiche, empatiche, psicologiche, convogliate nelle mani di un individuo, il "filosofo", che può riassumere in sé caratteristiche tali da diventare un prezioso riferimento per l'intero corpo sociale: per coloro che non abbiano ancora sviluppato una propria visione del mondo (non si tratta qui di un sistema" filosofico"), per chi avverta la problematicità del proprio esistere e per chiunque debba affrontare un momento di scelta o riflessione personale. Queste sono le caratteristiche che in generale, accomunano i diversi orientamenti della "Pratica Filosofica" e i suoi fondatori. Entrando più nel particolare si può dire che, alcuni di loro piace definirsi quale alternativa alle psicoterapie, altri propongono una collaborazione tra le discipline umanistiche, altri ancora non si pronunciano, se non in maniera molto vaga, sul concreto campo d'azione della "filosofia pratica". Sicuramente, riprendendo Epicuro, si può dire che: «se la filosofia non è una terapia delle passioni dell'anima, allora non è una filosofia». L'esigenza che sta all'origine di questo movimento è quella di ricollocare la filosofia nel suo luogo di nascita ovvero nella vita reale, tra le persone, sulla «piazza del mercato»; far uscire dall'ignoranza del non sapere chi ha voglia di farlo, ma non conosce la strada o semplicemente, chi non ha il coraggio di vedere altrimenti «l'essentiel est invisible aux yeux».66

«Pratica» o «pratiche filosofiche»? E poi: pratica o consulenza? Il dibattito è aperto da tempo, segno questo, di indiscussa vivacità. Le etichette vanno bene purché il motivo di fondo, lo «spirito», sia quello accennato sopra. In generale, il plurale è evidentemente più ricco. Le pratiche filosofiche, difatti, possono essere molte e lo sono, ma il fine è sempre lo stesso, con Platone:67 «Abituare sempre l'anima ad accorrere con la maggiore sollecitudine per cercare di guarire ciò che è malato e rimettere in piedi ciò che è caduto, con questi rimedi sopprimendo le lamentele». La consulenza filosofica, sia pur nella diversità di prospettive in essa riscontrabili, utilizza la filosofia, fornendo un tempo e uno spazio specifici per la "riflessione", di tipo comunitario e quindi almeno duale, che diviene "filosofica, quando trae, dalla filosofia, la sua origine e tradizione. Quanto alle modalità e agli obiettivi di questo "filosofare" nella e della riflessione, i punti di vista divergono. Alcuni dei più importanti counselors filosofici hanno tentato di definire la "Pratica Filosofica", in maniera tale da evidenziare alcune delle direttrici fondamentali di questo nuovo orientamento. L'intento, è quello di descrivere, piuttosto che "definire", poiché uno dei principi di orientamento della "Pratica Filosofica", è quello di non creare una teoria sistematica, ma di fornire solamente dei riferimenti esperienziali che possano essere di guida nella lettura delle diverse situazioni di counseling. Ma qualcuno potrebbe chiedersi: ma se la filosofia è sempre e comunque una pratica, che motivo hanno di esistere le pratiche filosofiche? «Il plurale, va dunque bene perché, come non esiste un'età filosofica, così non esiste un'attività che sia più filosofica di un'altra: fermo restando la serietà dell'offerta. E qui, tra il mare dell'offerta, si apre una voragine. Di legittimità. Una voragine legale».68 Da quanto detto emerge, dunque, con chiarezza come la Philosophische Praxis non nasce, come talvolta si è creduto, dalla volontà di dar vita a una nuova professione di cura, bensì da un'esigenza di rinnovamento, tutta interna alla filosofia stessa che, per restare al pensiero del suo fondatore, pur restando filosofia e non una «professione d'aiuto», sfida la stessa filosofia accademica ripartendo da ciò che lei ha nel tempo sempre più trascurato: «Dal soggetto pensante, dal soggetto empirico, che deve pensare per poter vivere»;69 una filosofia che «non si occupa dei sistemi filosofici, non costruisce alcuna filosofia, non somministra nessuna visione filosofica, ma mette il pensiero in movimento: filosofa».70

Come accennato in apertura, uno dei due temi fondativamente centrali dell'interpretazione achenbachiana della pratica filosofica è la sua relazione con la filosofia tout-court, in genere rappresentata sotto forma di critica al «ghetto accademico» della Kathederphilosophie.71 A tale critica fa da completamento la ricorrente rivalutazione dell'antichità greco-romana e di quella complessa «corrente» di pensatori che si potrebbero definire «esistenziali» (come Kierkegaard, Nietzsche, Simmel), interpretati come antesignani dell'approccio caratteristico della pratica filosofica. Già delineato in Der Philosophie als Praktiker, questo tema viene sviluppato con particolare attenzione in Herausforderung der akadernischen Philosophie durch die philosophische Praxis, conferenza del 1984, dove Achenbach ricorda che nella tradizione greca antica «le scuole erano organizzate in fratellanza e amicizia e la filosofia era realizzata come forma di vita, di pensiero e di contatto umano, e che proprio tale organizzazione, più che il progetto e la riproduzione di una dottrina, conferiva ad esse il loro fascino».72 Le scuole dell'antichità erano in contatto con la vita quotidiana, in un modo simile a quello a cui pensa Popper, quando afferma che i problemi filosofici hanno le loro radici in urgenti problemi non filosofici, senza i quali la filosofia morirebbe. Nell'antichità poi, la relazione tra lavoro filosofico e problemi non filosofici era istituzionalizzato, mentre a partire dal medioevo, con il rinchiudersi dei filosofi nei monasteri e la progressiva «eternizzazione» della filosofia effettuata dalla scolastica -- attraverso la sua mitologizzazione e contrapposizione ad un mondo reale caratterizzato teologicamente dalla corruzione e dalla finitudine -- il progetto greco è progressivamente venuto meno, giungendo così a creare le condizioni per l'istituzionalizzazione moderna della filosofia che ha poi condotto ai «ghetti accademici». Solo che, afferma Achenbach, «la filosofia, ancor più delle altre scienze, non prospera nell'atmosfera sterile dei laboratori intellettuali universitari: a partire dalla metà del diciannovesimo secolo questo fatto non è più potuto esser trascurato».73 Non è un caso, afferma Achenbach, che filosofi non riconducibili alle accademie come Schopenhauer, Nietzsche, Kierkegaard, Marx, Benjamin, ma anche personalità particolari come Simmel, Cioran, Sloterdijk, ed infine letterati come Valery, Dostoeevskij, Musil, Mann, Shaw, Kafka, Beckett hanno dettato delle coordinate che sono importanti per il progetto della Philosophische Praxis. È su questo punto che Achenbach può avanzare quella che definisce la sfida della pratica filosofica alla filosofia accademica. Sebbene la Philosophische Praxis non possa svilupparsi autonomamente e debba viceversa esser parte della totalità della filosofia, continua Achenbach, essa deve togliere alla materia ogni funzione burocratica, curricolare, specialistica e dogmatizzante, per ripartire proprio da ciò che viene sostanzialmente eliminato dalla filosofia istituzionale: «dal soggetto pensante, addirittura dal soggetto empirico, che deve pensare per poter vivere».74 Fondamentale la centralità del filosofo per la filosofia e per la pratica filosofica in particolare, come Achenbach ribadisce poco oltre, traendone conseguenze per l'attività da svolgersi nelle Praxis:

luoghi ove i filosofi possano vivere senza l'obbligo di doversi dividere in due, una mente filosoficamente interessante da un lato e un rimanente senza importanza dall'altro [...], ove possano conoscere, meditare, riflettere, litigare, dubitare, domandare, ricercare, inventare, sperimentare, amare e imparare a disprezzare il disprezzo e la sottovalutazione di tutto ciò. La filosofia dell'Università dovrebbe, in altre parole, svilupparsi da istituzione del pensiero a istituzione del pensatore: poiché Ia forma concreta della filosofia è il filosofo [...]. In breve: la filosofia diviene pratica nel filosofo come essere pensante dialogicamente in comune con altri.75

È perciò che «la Philosophische Praxis è Ia forma della filosofia che ha già accettato questa sfida. Ovvero: essa è Ia filosofia accademica che si pone Ia sfida attraverso l'uso pratico -- perchè può anche esserci una teoria filosofica senza prassi -- e c'è, com'è noto -- ma non può esserci nessuna Philosophische Praxis senza filosofia». Lungo questa via, la filosofia «perviene e rende necessari altri pensieri, quelli sull'inquietudine della nostra epoca, sulla «controteodicea», sulla perdita di speranza, sulla percezione di dolori, lutti, delusioni come «difetti dell'anima» e la relativa attesa di un sollievo dovuto alla loro competente riparazione»,76 sul «linguaggio dei sintomi», sulla riduzione delle passioni a malattie da eliminare farmacologicamente. Del moderno dominio del paradigma terapeutico, altro tema ricorrente in Achenbach, che ne parla già in Von Aufstieg und Fall des Philosophen, dissertazione del 1982, nella quale -- giudicando ormai morta la filosofia come indicazione razionale dei modi in cui condurre la vita, alla maniera di Seneca ed Epitteto -- proponeva come centro dell'interesse della ragione quel «ma» che domina sempre nelle risposte date alle indicazioni di «corrette visioni della realtà»: si, lo so che è giusto, ma non posso. Un «ma» che ci costringe a ridimensionare il ruolo della ragione, ad affermare che essa non può essere considerata un'entità suprema dell'uomo e «che una filosofia «pura» non può mai essere una filosofia pratica e, se lo fosse, diventerebbe terrorismo».77 Un «ma», come afferma Pollastri, nel quale dobbiamo riconoscere la nostra voce, la nostra contraddittorietà, ma che non deve farci assumere la dottrina dei «due regni» contrapposti, razionalità contro emotività, perché con questa, si finisce per ricadere anche nella «terapizzazione», se non nell'esorcismo. Una filosofia «autentica», infatti, non deve mai trasformarsi in «filosofia applicata» -- cioè messa in opera di una filosofia determinata, sistematicamente teorizzata e fondata -- ma che piuttosto deve «pensare i problemi concreti in modo produttivo»,78 senza esser mai intenzionalmente rivolta a ottenere «risultati» o perseguire «obbiettivi»che siano quello della felicità, del benessere o dell'armonia dell'individuo con il mondo, poiché, paradossalmente, pur costituendo un aiuto, la filosofia «non sa cosa questo sia, dato che solo una coscienza ottusa sa cos'e l'aiuto, solo la stupidità militante sa quando l'uomo è aiutato».79 Ciò che per Achenbach deve caratterizzare la Philosophische Praxis, in quanto autentica e pura filosofia, è ciò che caratterizza peculiarmente quest'ultima: essere nient'altro che riflessione, mettere in questione ciò che gli altri fanno passare per ovvio;80 esser centrata (oltre che sull'ospite e sul suo materiale problematico), sulla figura del filosofo che la conduce, che ha il ruolo di partner di dialogo degli individui.

Detto ciò, diventa più chiara e comprensibile la risposta alle domande che usualmente nascono dai più e a cui i filosofi devono continuamente far fronte: esiste tra la filosofia e le psicoterapie qualche analogia? Quale tipo di rapporto intercorre tra la filosofia e le altre scienze umane? Senza alcuna pretesa di esaustività e a fini meramente indicativi, non potendo qui entrare nello specifico, si può però dire che, sicuramente, diverse sono le relazioni con le psicoterapie non psicoanalitiche e con alcune le somiglianze sono maggiori (per alcuni argomenti che ricordano molto quelli della consulenza filosofica, come, solo alcuni, i presupposti erronei, i malintesi i valori confusi e conflittuali del cliente etc.) ad esempio, con la terapia emotivo-razional-comportamentale, nella terapia centrata sul cliente, in quella esistenziale e, soprattutto, la Logoterapia di Viktor Frankl.

Tracciare una distinzione tra la consulenza filosofica e le procedure della psicoterapia definita in senso stretto come psicanalisi -- sostiene Peter B. Raabe81 -- è facile. Ma quando la psicoterapia è definita in modo più ampio e abbraccia le numerose terapie esistenziali, cognitive e comportamentali, le differenze procedurali sembrano essere offuscate dalle molte sostanziali somiglianze. [...] In definitiva, perciò, solo il livello di preparazione in filosofia può distinguere il consulente il consulente filosofico dallo psicoterapeuta. Inoltre, sostenere che il consulente filosofico sia l'unico ad occuparsi d'interpretazioni della visione del mondo, di questioni etiche e interrogativi sulla scoperta di significato nella vita o del significato della vita, significa essere male informati sul vasto dominio delle psicoterapia. Ci sono molte competenze e attitudini richieste al consulente filosofico che si sovrappongono con quelle richieste allo psicoterapeuta. [...] Anche gli obiettivi della consulenza filosofica sembrano sotto molti aspetti simili a quelli della psicoterapia, nonostante che gli psicoterapeuti ammettano apertamente di avere l'intenzione di aiutare i clienti a cambiare le loro esigenze per il meglio, mentre la caratterizzazione originale della consulenza filosofica data da G. B. Achenbach ha fatto sì che molti consulenti filosofici fossero riluttanti a riconoscere apertamente qualsiasi tipo di obiettivo nella loro attività. Si è visto che sebbene possano esserci differenze procedurali nei metodi e nelle tecniche (con alcuni approcci psicoterapeutici si può essere molto diretti e aggressivi nel tentativo di influenzare il pensiero dei clienti di influenzare il pensiero dei clienti di quanto non avvenga con l'approccio di molti consulenti) ci sono comunque numerose affinità sostanziali. E sebbene sia facile contrapporre il concetto di persona della consulenza filosofica, e i relativi presupposti, con quello della psicoanalisi, è molto difficile trovare differenze palesi quando si confronti il concetto di persona della consulenza con quello di molte terapie psicologiche intese in senso più ampio. E sebbene sia facile contrapporre il concetto di persona della consulenza filosofica (e i relativi presupposti), con quello della psicoanalisi, è molto più difficile trovare differenze palesi quando si confronti il concetto di persona della consulenza con quello di molte terapie psicologiche intese in senso più ampio [...]. Quelli che all'inizio sembravano tratti distintivi della consulenza, contrapponendola alla psicoterapia, si sono trasformati in qualche cosa di confuso perché non solo molti psicoterapeuti impiegano di fatto la filosofia nella loro professione, ma anche alcuni filosofi utilizzano deliberatamente la psicologia nella loro [...]. Questi metodi procedurali nel campo della consulenza filosofica sono palesemente diversi dalla consulenza filosofica originariamente concepita da G. B. Achenbach a dai suoi discepoli. Di fatto, lo stesso Achenbach,82 ha recentemente sostenuto che la relazione tra la pratica filosofica e psicoterapia non ha più la struttura di una divisione del lavoro, ma piuttosto è una relazione di cooperazione e competizione, cioè una relazione dialettica.

In linea generale l'analogia più immediata è comunque, che entrambe le attività sono rivolte a persone che hanno delle difficoltà a condurre la loro vita, tali da spingerle a cercare un aiuto o meglio, un consiglio. Inoltre, non è un caso che alla domanda fatta da Ran Lahav (consulente filosofico israeliano) ad una consultante:

Se ha fatto una psicoterapia in passato, per favore descriva di quale tipo e di che durata. Quanto è stata simile, o diversa, dalle sue conversazioni di consulenza filosofica?», la risposta è stata: «le conversazioni psicologiche mi hanno aiutata a capire le mie motivazioni, mentre quelle filosofiche mi hanno aiutata, oltre a capire me stessa, a capire la mia concezione della vita e le mie preferenze.83

Questa risposta è significativa, a sottolineare, ancora una volta, non solo il diverso approccio della filosofia e della psicologia e come questa può essere percepita da un consultante, ma anche il dialogo e la complementarietà che può esserci tra loro, pur soffermandosi su aspetti diversi. Naturalmente, questa è solo una voce, quella di una persona alla ricerca del proprio senso. L'idea basilare di questa proposta è che nella nostra vita quotidiana interpretiamo costantemente noi stessi e il mondo, in altre parole esprimiamo una certa comprensione della realtà. Non solo i nostri pensieri, ma anche le nostre emozioni, i nostri progetti, le nostre speranze, i nostri comportamenti, le nostre fantasie, le nostre scelte sono modi di rapportarsi al nostro mondo, cioè modi di comprenderlo. Più in generale, sostiene Lahav, sentirsi, comportarsi o pensare in un modo piuttosto che in un altro, è esprimere una certa comprensione su questioni come la natura del sé, che cos'è morale o bello, che cos'è l'amore, l'amicizia o il coraggio etc. Interpretiamo costantemente il nostro mondo, non solo attraverso credenze e pensieri, ma attraverso il nostro intero modo di essere. In questo senso, il nostro modo di essere esprime una certa concezione della realtà, anche se non necessariamente riconducibile a una teoria coerente e unitaria, la nostra vita è infatti, tutt'altro che incoerente. In altre parole, il modo di vivere di una persona esprime varie idee a proposito del mondo e come tale, può essere oggetto del filosofare. Esaminare filosoficamente la vita di una persona è considerare la comprensione che quella persona vive (e non semplicemente pensa): esaminare quanto è coerente, mettere in luce le presupposizioni nascoste, analizzare i suoi concetti e valori basilari e cosi via. Ciò suggerisce che l'obiettivo dell'autoindagine filosofica, nel contesto della consulenza filosofica, è quello di esplorare la «comprensione vissuta» del consultante, cioè il mondo come è «compreso» dalle emozioni, dai comportamenti, dai pensieri, dalle speranze, dai desideri e dall'intero, il modo di essere della persona.

Così concepita, una comprensione vissuta è qualcosa di cui la persona non è necessariamente conscia. Ma non è nemmeno qualcosa di inconscio, perché non è una struttura psicologica che risiede nella mente della persona. È piuttosto il significato, le conseguenze o la «logica» dell'atteggiamento della persona verso la vita.84

Lahav si serve di un'analogia per illustrare quest'idea, tra l'autoindagine filosofica e l'analisi di un quadro da parte di un critico d'arte o semplicemente all'analisi di una partita a scacchi. Proprio come il critico d'arte analizza i vari significati di un quadro senza guardare alla psicologia del pittore, o come un'analista degli scacchi analizza il significato di una certa posizione sulla scacchiera, indipendentemente da ciò che accade nella mente del giocatore, così un consulente filosofico aiuta ad analizzare i significati del modo di essere del consultante senza guardare alla sua psicologica del profondo. Proprio come di una pennellata sulla tela si può dire che esprima uno stato d'animo gioioso, anche se l'artista mentre la dipingeva era triste o inconsapevole del suo significato, dell'angoscia di un consultante si può dire che esprime l'idea che la sua vita non porta da nessuna parte, anche se quest'idea non è una parte reale della sua psicologia. I consulenti filosofici sono come i critici d'arte o gli analisti degli scacchi, nel senso che esaminano la tela o la scacchiera alla ricerca di significati che non devono necessariamente avere una realtà psicologica nella testa della persona. Questo è per dire che le autoanalisi filosofiche sono staccate dai meccanismi e dalle teorie psicologiche. Diventa così chiaro perché la consulenza filosofica è un'impresa filosofica e perché il filosofo è la persona che la deve compiere. In quanto esperti poi, nell'analizzare concezioni del mondo, sono abili nello scoprire presupposizioni implicite e nell'offrire alternative a esse, nel riconoscere le incoerenze, nel trarre conseguenze, nell'analizzare i concetti e nel mettere in luce strutture teoriche nascoste. Un filosofo che ha familiarità con la letteratura sulle idee connesse alla natura umana -- concernenti la libertà, il senso della vita, il giusto e lo sbagliato, o il sé -- è a conoscenza di una varietà di linee di pensiero alternative: come esperto di idee, il consulente filosofico aiuta i consultanti a svelare vari significati che sono espressi nel loro modo di vivere ed esamina criticamente quegli aspetti che esprimono i loro problemi. L'obiettivo di una tale analisi può essere almeno uno dei due che seguono: il primo è un obiettivo pragmatico per aiutare i consultanti a superare problemi personali; il secondo, aiutarli a sviluppare la saggezza, vale a dire, l'apertura verso la ricca rete di idee sottesa alla vita.85

Penso comunque che l'obiettivo più significativo delle autoindagini filosofiche sia la ricerca della saggezza, perché rende la comprensione filosofica una meta in sé valida, anziché un mero strumento per raggiungere altre mete (cioè per superare problemi personali), sullo stesso piano di molti altri strumenti terapeutici.86

Per vederlo, secondo Lahav, è necessario esaminare più accuratamente la nozione di ricerca della saggezza, ritornando così al punto dove era iniziata la mia ricerca e valicando quanto finora ho sostenuto: chi intraprende il viaggio della cura dell'anima, intraprende il viaggio della saggezza, che dona di volta in volta un senso; un cammino nel quale l'anima diviene consapevolmente virtuosa, alla ricerca ultima del senso, vedere la sapienza del Bene.

In linea generale, si può dire, che le ragioni fondanti della "Pratica Filosofica" sono legate in modo imprescindibile agli sviluppi teoretici non soltanto nell'ambito della filosofia, ma soprattutto a un movimento globale di rinnovamento che attraversa le scienze umane, grazie a un confronto serrato con la pratica relazionale, che ha permesso di mettere in discussione alcuni degli aspetti, per certi versi, più rigidi e cristallizzati di queste discipline. Sia le scienze psicologiche (compresa la psichiatria, che per alcuni aspetti continua a chiamarsi fuori del panorama complessivo delle scienze umane, preferendo distinguersi in quanto scienza medica), che la pedagogia, la filosofia e la stessa psicoanalisi, hanno sfruttato, per rielaborare le proprie visioni dell'uomo e del sociale, gli sforzi che gli studiosi e i critici di altre discipline, vicine o lontane, hanno prodotto nel corso degli anni. La pedagogia ad esempio, ha dimostrato di saper raccogliere i molteplici spunti della filosofia del XX secolo, della psicologia e di altri complessi teorici, per trovare, nel proprio ambito di applicazione (la relazione educativa, la formazione), nuovi strumenti e metodologie. Le cosiddette "terapie brevi", come il counseling di matrice psicologica e dei suoi vari orientamenti, hanno fornito la possibilità alla "Pratica Filosofica", tramite un confronto, di trovare una posizione nell'ambito delle relazioni d'aiuto o di consulenza. Tutto questo per affermare che la comunicazione tra le scienze umane è esistita, esiste, ed è viva; e che la "Pratica Filosofica" rappresenta un nuovo orientamento per il futuro delle discipline relazionali. L'aspetto più importante della comunicazione interdisciplinare, che si è cercato di far risaltare, risiede nella gestazione di una dimensione più attuale e dinamica del ruolo del "terapeuta" o del consulente filosofico, a partire da una visione dell'Essere sociale e individuale che affonda le sue radici nella filosofia del XX secolo, nella teoria psicoanalitica, nella pedagogia, nella psichiatria fenomenologica. Lo sviluppo di una nuova ontologia "relazionale" parte da presupposti come l'idea dell'Essere inteso come esistenza e definibile a partire dal rapporto con l'Altro, poiché l'individuo è strutturalmente scisso e le teorie sono imperfette, trapassate da ciò che sfugge, da ciò che è diverso, dall'incoglibile, che non è un ente ma una struttura linguistica e fa parte della possibilità di esprimere, di pensare, in qualsiasi modo lo intendiamo. Ciò che maggiormente interessa le scienze umane è che sta pian piano sorgendo una nuova posizione che sviluppa complessi teorici che non tendono strutturalmente all'esaustività, dialogando con individui che non sono alla ricerca di un sentimento di completezza definitiva. D'altra parte la nascita di una simile visione nelle scienze umane, è fonte di dubbi e incertezze molto grandi. In generale i "filosofi pratici", nella loro variegata attività di consulenza cercano di raccogliere e lavorare su elementi teorici, senza mai dimenticarsi delle difficoltà che un sistema certo, improntato su una definizione, può portare in un ambito che fondi sull'esperienza di rapporto, la propria prassi. L'attuale consulenza filosofica, infatti, si differenzia dalla maggior parte di questi approcci tradizionali poiché non cerca di fornire teorie preconfezionate su come la vita deve essere vissuta. Il consulente filosofico offre strumenti di pensiero, ma lascia che la comprensione filosofica cresca dall'individuo, senza imporre alcuna soluzione già concepita, come Socrate, che vede se stesso come una levatrice che aiuta altri a partorire le loro idee. La consulenza filosofica è una forma del filosofare che, a differenza della filosofia accademica, è interessata al processo più che al punto d'arrivo, che invece di mirare ai prodotti finiti, cioè alle teorie, dà valore al processo di ricerca, piuttosto che costruire teorie generali e estratte, incoraggia l'espressione peculiare del concreto modo di essere dell'individuo nel mondo. Il consulente filosofico è un abile partner in un dialogo attraverso il quale i consultanti sviluppano la loro visione del mondo individuale.87

Nella consulenza, secondo me, proprio perchè è un campo ancora «giovane», poco esplorato e proprio per i diversi valori messi in gioco da chi ne ha fatto di tutto ciò un lavoro, una professione, un oggetto di studio o semplicemente di diletto, ci si trova di fronte a punti di vista diversi a volte contrastanti: quello di chi vorrebbe di nuovo la filosofia seduta sul trono come regina delle scienze umane, quello di chi vorrebbe la pratica filosofica come strumento di diffusione della filosofia per tutti e infine quello di chi, e qui mi sento pienamente solidale, desidera lasciare la filosofia la vocazione «di pochi», che si fanno portavoce di questa passione, di questo amore per la Sapienza, di questa ricerca infinita di senso chiamata da secoli Saggezza, unica cura dell'anima.

Per far sì che tutto questo avvenga, è necessario che la filosofia torni a essere vicina ai «non filosofi», cioè a tutti coloro che non frequentano abitualmente i «grandi problemi» della filosofia, che non hanno studiato la sua storia, che non conoscono il suo linguaggio specialistico e che, spesso, neppure sono abituati alla lettura. I modi perché ciò abbia luogo esistono, così come le condizioni sociali e culturali. Se è giusto che la filosofia torni ad essere vicina ai «non filosofi», ritengo altrettanto importante che questi ultimi non abbiano poi la pretesa di chiamarsi filosofi: semmai saranno studiosi o storici della filosofia.

Se oggi domandassimo a un consulente filosofico di consegnarci una definizione della pratica filosofica, quale risposta darebbe? Sicuramente la stessa dei primi tempi arricchita, però, dalla saggezza data dal tempo: «La consulenza filosofica usa il dialogo filosofico per aiutare gli individui a riflettere in modo saggio sulle loro vite e a trattare con i problemi del vivere non patologico». Naturalmente, essendo una definizione arricchitasi col tempo, sarebbe di certo possibile (e forse auspicabile), ampliare questa definizione ulteriormente parlando dei vari metodi usati, delle fasi attraversate etc. La domanda, non a caso, è sempre stata anche il punto di partenza di molti articoli sulla consulenza filosofica, poiché ha permesso di tracciare, per quanto è, ed è stato possibile, i confini e la distanza dalle altre scienze; tutto ciò, perché può facilmente essere confusa con altro essendo collocata, fin dalle origini, tra la consulenza psicologica da un lato e le discussioni di filosofia e l'insegnamento dall'altro. Alla base di qualsiasi sviluppo temporale (alcuni esempi verranno citati più avanti), gli assunti teorici di base più spesso impliciti, ma senza dubbio cruciali, restano:

  1. molti «prob1emi del vivere» hanno una componente filosofica latente;
  2. molte persone sono capaci di un fecondo dialogo filosofico;
  3. il dialogo filosofico può aiutare le persone.88

Con l'intento di spiegare brevemente in che modo la Pratica Filosofica aiuta i suoi visitatori (la domanda di solito concerne il «metodo» adoperato), si risponderà che la filosofia lavora sui metodi piuttosto che con i metodi poiché l'obbedienza a quest'ultimi è un problema della scienza, non della filosofia. Il pensare filosofico non si muove lungo vie precostituite, piuttosto cerca la «strada giusta», sempre di nuovo, non usa pensieri abitudinari, piuttosto li sabota per poterli illuminare. Il punto non è di mostrare all'ospite una pista filosoficamente determinata, quanto piuttosto di aiutarlo ad avanzare per la sua strada. In ogni caso, tutto questo presuppone un'attitudine, da parte del filosofo, a rispettare l'altro «né con approvazione né con biasimo» (per usare le parole di Goethe), senza dover essere d'accordo con lui.89 Tutto ciò fa sorgere un'altra riflessione circa le attitudini filosofiche e non, o se vogliamo i metodi, che il Filosofo deve possedere per essere un consulente. A questo proposito è stato diviso in due tipologie, l'elenco delle competenze indispensabili per la consulenza:90 quelle filosofiche e quelle non filosofiche. Le competenze filosofiche e i metodi includono l'analisi concettuale, il pensiero critico e l'uso della logica informale, l'introduzione di concetti filosofici nelle sessioni, esperimenti di pensiero e fenomenologia. Le qualità e la conoscenza non filosofiche comprendono la capacità di distinguere i clienti idonei da quelli che andrebbero affidati ad altri specialisti, l'attitudine a creare un'alleanza terapeutica, e buone abilità comunicative. Conoscenza e metodi filosofici e non, sono entrambi essenziali per una buona consulenza filosofica.

3.6. I cinque stadi di Lahav91

«Non ci sarebbe bisogno di dire che le conversazioni di consulenza sono dinamiche e variabili e che la divisione in stadi dev'essere presa con un grano di sale, e gli stadi tendono a interpenetrarsi».92 Il suo approccio si basa sull'osservazione che la quasi totalità dei consulenti filosofici si affida all'ipotesi che le difficoltà manifestate dai clienti siano espressione implicita delle loro visioni del mondo, cioè delle loro «personali filosofie»: il modo di vivere «esprime una concezione del mondo, della vita, del sé, della moralità»,93 che può essere sottoposto ad analisi, argomentazioni e riflessioni filosofiche. Dato che queste visioni del mondo non sono in genere né esplicite, né articolate, il compito del consulente è proprio quello di spingere il dialogante a renderle manifeste e metterle alla prova. Il modello metodologico formulato da Lahav comprende cinque stadi:

  1. Materiale autobiografico e sua iniziale organizzazione;
  2. Sollevare la questione filosofica;
  3. Elaborazione filosofica del problema;
  4. Esaminare la questione filosofica cosi com'è espressa nella vita del consultante;
  5. Sviluppare una risposta personale alla questione.

3.7. I quattro passaggi di Raabe

Peter Raabe,94 ha proposto uno schema metodologico, in quattro stadi:

  1. II fluttuare libero;
  2. L'immediata risoluzione del problema;
  3. L'insegnamento come atto intenzionale;
  4. La trascendenza.

Questi stadi non sarebbero comunque da intendersi come un tragitto rigido e obbligato, poiché potrebbero non presentarsi tutti in ogni relazione (per esempio, talvolta ci si potrebbe fermare al secondo), oppure potrebbero scambiarsi di posto nella progressione cronologica del rapporto.95

3.8. I metodi strutturati o integrati : RSVP, Progress di Tim Le Bon

Tim Le Bon,96 di cui si è accennato sopra, ha invece sviluppato i metodi integrati per trattare particolari questioni: come Progress,97 per aiutare una saggia presa di decisione e il RSVP (Refined Subjective Value Procedure), per aiutare a chiarire i valori. RSVP98 è un processo che ha lo scopo di chiarire e sviluppare i valori del cliente, basandosi sull'idea che ci sono due modi di avere valori sbagliati: non essendo abbastanza creativi, sia non capendo che un certo valore accrescerà la nostra vita o non essendo sufficientemente critici, oppure pensando erroneamente che un certo valore la renderà migliore. II processo comincia con una fase creativa, dove i valori dei clienti sono considerati dalla vita del cliente come filosofia, terapia esistenziale e logoterapia. I passaggi successivi sono critici in quanto riguardano l'analisi dei valori, una valutazione critica delle conseguenze e dei presupposti accettabili di questi valori. Nel dettaglio, le cinque fasi della RSVP sono:

  1. II cliente individua i valori candidati;
  2. II cliente mette insieme i valori e giunge a valori più definitivi;
  3. II cliente e il consulente valutano insieme se ogni valore candidato può essere accettato
  4. e chiariscono l'importanza relativa di ciascun valore;
  5. II cliente e il consulente pensano alle virtù e agli obiettivi associati ad ogni valore.

Facendo poi un confronto con l'idea di Lahav (che la consulenza filosofica è una ricerca di saggezza), quella delle quattro fasi di Raabe, e lo sviluppo di metodi integrati, Le Bon si chiede se questi sviluppi sono compatibili e in che modo: «Senza dubbio i quattro passaggi di Raabe presentano una struttura in cui tutti e tre gli sviluppi hanno senso». Nella prima fase, spiega Le Bon, il consulente ascolta il cliente, scopre cosa spera di ottenere dalla conconsulenza e spiega cosa può offrire, mentre nella seconda fase, la risoluzione del problema, i metodi integrati entrano in gioco, lo RSVP può essere usato per sviluppare le idee sulla vita felice, Progress per il decision-making e cosi via. Se poi il cliente desidera andare oltre e non possiede un background filosofico, l'insegnamento può essere necessario prima di intraprendere la quarta fase. E qui che il pensiero di Lahav sulla consulenza filosofica, come ricerca di saggezza, diventa più rilevante. Sebbene sia eccessivo esigere che un cliente in crisi o senza un background filosofico legga i testi, il modello di Lahav diventa molto più accettabile visto nel contesto dei quattro passaggi di Raabe. Si potrebbe anche sottolineare che i metodi integrati hanno un posto nelle fasi 3 e 4 come nella 2: «Io e i miei colleghi abbiamo scoperto che metodi integrati come Progress e RSVP non solo sono d'aiuto verso l'immediata risoluzione del problema (fase 2 di Raabe) ma possono anche essere insegnati ai clienti per il proprio utilizzo (fase 3 di Raabe) ed essere discussi con i clienti nel loro viaggio verso la trascendenza (fase 4 Raabe)».99

Una posizione, quella di Tim Le Bon, decisamente spuria, forse lecita, ma certo totalmente diversa e assai meno filosofica di quella di Achenbach, della quale perde totalmente le principali qualità, consistenti proprio nell'abbandono del paradigma terapeutico e della finalizzazione lineare dell'agire tecnico-strategico, decisivo per molti consulenti per l'identità e il futuro della consulenza filosofica.

3.9. Il metodo P.E.A.C.E (PEACE process) di Lou Marinoff

Marinoff, invece, elabora un metodo teorico di approccio alla relazione d'aiuto, denominato da lui stesso PEACE process, strutturando il proprio approccio al problema posto dal cliente, in cinque fasi: Problema, Emozione, Analisi, Contemplazione, Equilibrio.100 Neri pollastri, riferendosi al metodo P.E.A.C.E., scrive: «Il metodo non viene in alcun modo giustificato né tanto meno fondato, e appare più una forma per rendere comprensibile ai profani il lavoro del consulente che una vera e propria descrizione».101 La posizione di Marinoff è abbastanza chiara su due questioni: la prima è il raffronto tra filosofia e psicologie, o meglio, la competizione tra i due blocchi teorici, che si risolve senza dubbio a vantaggio della filosofia; la seconda è che la consulenza consiste nell'astrarre un contesto filosofico da un problema personale in modo da poterlo risolvere con un discorso razionale (guardare il problema dall'esterno come se fosse un'altra persona ad averlo), portandolo (o lasciandolo) «in superficie» per poi risolverlo, attraverso il dialogo, «con gli occhi dell'altro». Questo significa che la consulenza di Marinoff può produrre effettivi benefici quando è possibile trattare in modo impersonale (al di fuori dallo specifico contesto relazionale del cliente), un problema, che diventa quindi concettuale, nel momento in cui riduciamo il nostro intervento all'"hic et nunc", alla situazione che il cliente ci riferisce a parole. Ovviamente questo metodo consentirà di non entrare nelle questioni personali del cliente, come invece sono obbligati a fare gli psicoterapeuti, consentendo inoltre, sottolinea Marinoff, di risparmiare tempo e denaro.

3.10. La via del dialogo di G. Achenbach

La «via» del dialogo e quella scelta dal fondatore in quanto, secondo Achenbach, definire un metodo comporterebbe una pietrificazione del rapporto dialogico, una schematizzazione dei possibili tragitti di pensiero che in esso possono svilupparsi, un tradimento dello spirito indefinitamente critico e fluidificante che caratterizza la filosofia. Achenbach contesta la «leggerezza» con cui oggi giorno, ogni difficoltà esistenziale viene interpretata attraverso il «filtro» della malattia, cosi come l'idea per la quale gli uomini avrebbero in primo luogo bisogno di stabilità, sicurezza e che, una volta smarrito la strada, sarebbe compito del «terapeuta» far ritrovare. Achenbach, invece, convinto che l'uomo «senta la mancanza di esperienze di pensiero e di chiare intuizioni spirituali che destino l'interiorità»,102 ovvero di quanto è possibile trovare nella filosofia. Per questo viene escluso dalla Philosophische Praxis il tradizionale rapporto «terapeutico» delle psicoterapie, che Achenbach definisce una forma di comunicazione distorta:103 perché in essa l'uomo deve trovare un luogo nel quale poter trattare i suoi problemi senza venir trattato a sua volta;104 deve esser preso «sul serio» per quello che dice e non pre-giudicato sulla base di teorie. Tutto questo rende però impossibile, per Achenbach, definire un «metodo» della Philosophische Praxis:

se ci si lascia sedurre dalla voglia di dire in modo determinato cosa sia la Philosophische Praxis, come essa lavori, cosa sia il suo modo di procedere, cosa il suo interesse, quali i suoi scopi, con quali prospettive abbia a che fare, cosa si proponga di raggiungere -- se si cerca di fare questo, ci si mette in ridicolo e si ridicolizza la stessa filosofia. Poiché la filosofia giunge a forme determinate e determinabili sempre solo nel lavoro individuale, così come la Philosophische Praxis vi giunge nella consulenza individuale.105

Egli si limita, perciò, solo ad alcuni accenni, per esempio una sintetica descrizione di procedimento dialettico-fenomenologico di derivazione hegeliana:

nella consulenza filosofica mi interessa innanzitutto e decisamente prendere ciò che viene esposto come «la cosa stessa» e questo si dimostra di norma un atteggiamento fruttuoso: presa cosi, la «cosa stessa» si mostra contraddittoria e comincia a muoversi e a svilupparsi ulteriormente. La «cosa» diviene «dialettica». Ma questo solamente nel momento in cui rinuncio a interrogare colui che racconta o a incalzarlo con domande del tipo: cosa vuole dire con questo? A che scopo lo dice? Perché? -- fin tanto cioè che non voglio «scoprirlo», andando oltre quello che dice, ma interessarmi a ciò che dice.106 [...] indicazioni apparentemente generiche sulla natura della pratica, che è azione comunicativa, esplorazione e organizzazione dialogica dei problemi, critica della «comunicazione distorta» e di ogni «trattamento»,107 e deve mantenere la massima apertura e tolleranza per l'ospite (diversamente da quanto fanno tutte le teorie che sanno bene qual è il giusto e il vero); che, di conseguenza, non dispone in senso positivo di alcuna teoria, che sia solo applicabile.108 Non è una «nuova terapia», anzi, essa non è affatto una terapia»,109 che, soprattutto, è in forte contrasto con quella forma di positivismo teorico che domina ovunque i! panorama della consulenza e della terapia,110 al punto da superare la divisione tra teoria e metateoria [...] essa non è meta-teoricamente controllata, non viene cioè prima concepita e poi riflessa, ma è metateoria praticante, si costruisce cioè solo come processo riflettente e pratico;111 con la considerevole conseguenza che sia il filosofo che l'ospite si sentono privati di ogni sicurezza [...], la consulenza filosofica è per entrambe le parti uno sbalordimento.112

Infatti, l'abbandono di ogni forma di precomprensione teorica e dell'atteggiamento positivista tecnico-strategico, apre di fronte a essi uno «spazio incerto e in qualche misura libero»,113 entro il quale e finalmente possibile far riferimento potenziale alla «totalità di quanto la storia della filosofia ci ha tramandato»,114 qualcosa che come «pura oggettività» o -- hegelianamente -- «in sé», non ha valore, e che deve diventare «per noi», proprio attraverso il lavoro della Phi1osophische Praxis. Si evidenzia cosi perché questa forma di consulenza sia «filosofica» e differisca dalle psicoterapie, perché «non «impartisce» consigli, ma problematizza proprio il bisogno di cercare consiglio, [...] non si pone al servizio del desiderio che è l'origine della visita, ma si confronta con esso in modo trasversale, nonostante le sia contemporaneamente debitrice del proprio status di professione».115 Non poteva che essere